Glossite o provochite?

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glossite o provochite?di Irene Auletta

Da quando sei nata mi ritrovo spesso a preoccuparmi per ciò che devi affrontare e al tempo stesso penso sovente a quanto ti/ci è stato risparmiato. Se poi per caso ogni tanto rischio di sedermi sugli allori ci pensa la vita a darmi una bella scampanellata facendomi suonare qualche promemoria di allerta.

Tipo quando, in occasione di una forte sciatalgia conseguente ad una caduta, hai passato tre settimane in sedie a rotelle, facendoci scoprire che i pochi gradini di accesso al nostro portone di casa sembravano l’Everest mentre allo stesso tempo tu, goffa e incerta come sempre, dopo la guarigione ci sei apparsa assai atletica nella capacità di salirli da sola, senza alcun aiuto. Graziesignoregrazie.

Ma sei proprio sicura della sindrome? mi disse anni fa una madre con una figlia tua compagnia di avventura. Mi sembra strano soprattutto guardandole la bocca. Ricordo ancora bene il mio pensiero grato di allora, e ancora oggi attuale, rivolto al paziente lavoro di Angela la tua maestra Feldenkrais e alla cura che ha sempre avuto per quei particolari che fanno la differenza. Avevi solo tre anni quando mi chiese di portare una merenda dopo la seduta perché voleva osservarti mangiare e deglutire per capire meglio il lavoro da fare sulla mascella, la bocca e soprattutto la lingua, la cui protrusione veniva spesso citata tra i sintomi della tua sindrome genetica, insieme alla scialorrea. Per i non addetti ai lavori, mi riferisco a quel comportamento che è facile osservare in tanti bambini disabili e che si mostra con bocca aperta, lingua prominente e perdita di saliva.

Cosa ti succede tesoro che da qualche giorno sputi spesso? Con una luce improvvisiamo il gioco del dentista ma non riesco ad osservare nulla che giustifichi questo tuo atteggiamento. Però la cosa pian piano peggiora e così mi ritrovo a chiedere aiuto all’educatrice del centro che frequenti. Si signora, evidentemente siamo di fronte ad un bel comportamento provocatorio. L’unica cosa è non darle troppa attenzione! E così passano i giorni facendomi confrontare con uno degli aspetti per me più difficili da accettare e che avevo annoverato tra quelli che mi/ci erano stati graziati.

Dopo qualche settimana ci viene in soccorso una bella febbre alta accompagnata da una forma influenzale che si manifesta con una forte glossite. Sempre per i non addetti ai lavori, un’infiammazione della lingua che ne porta gonfiore e aumento della produzione di saliva. Graziesignoregrazie.

Ogni volta mi stupisco della banalità di chi si trova di fronte ai tuoi comportamenti, ogni volta ne scrivo e ogni volta continuerò a risultare antipatica. La straordinaria capacità di banalizzare i comportamenti che non si comprendono dovrebbe essere annoverata nel curriculum di tanti professionisti che ho incontrato e, che so per certo, hanno incontrato quasi tutte le famiglie con figli disabili con cui ho avuto, e ho ogni giorno modo, di confrontarmi.

Tenace tu, testarda io, andiamo avanti così. Graziesignoregrazie!

#occupateveneunpovoi

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Agrodolce
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Come sta la bambina? Gia sentirselo chiedere da un armadio umano con un look da buttafuori, fa un certo effetto. Ma “bambina” in che senso? Insomma, bambina mica tanto, rispondo, va per i diciotto anni. Questo fatto che tua figlia appaia ancora una bambina, alla fine è una fregatura: te ne devi occupare a tempo pieno ma, in fondo, è piccola no? Piccola un cazzo. A parte che ha ormai superato abbondantemente i quaranta chili e dunque non posso più fare quello che facevo quando era una tenera infante, tipo prenderla in spalla se era stanca o incazzata, e riportarla a casa. Resta che lei sarà “piccola” agli occhi dei più, ma io sono certamente più vecchio. Diciott’anni più vecchio. E sono stati diciotto anni di addormentamenti, veglie notturne, levatacce precoci, vestimenti, svestimenti, terapie, docce, spazzolini, igiene intima, accompagnamenti, riordini e una montagna di altre cose che non voglio nemmeno ricordare.

E’ un dono. Ci risiamo. Pensavo di aver chiuso la partita a pagina 69 del mio libro, ma evidentemente non è così. “E’ un dono” mi ripete con un sorriso incongruentemente dolce mister muscolo. Sono in ascensore, non posso scappare, non c’è il tempo per chiedergli di argomentare e non posso picchiarlo: non c’è spazio ed è troppo grosso. Rispondo “mettiamola così…”, sperando di non colludere troppo, ma anche di mettere un freno alla faccenda. Invece lui rilancia: “e lei è fortunata”. In effetti nel mio libro parlavo del culo che avrei avuto nell’incontrare una figlia come mia figlia. Ora a quanto pare il culo l’ha avuto anche lei. Che famiglia di Gastoni!

Cogliendo il mo sguardo perplesso, il mio ingombrante compagno di viaggio borbotta che il discorso sarebbe molto lungo, a dire che non può spiegare, che mi fidassi: io ho avuto un dono e lei è fortunata. “Guardi, non c’è problema, se vuole aiutarmi a capire l’origine di questa sua bizzarra tesi, abbiamo tutto il tempo che vuole, perché tra vent’anni saremo ancora qui, io a godermi il regalo e lei a gloriarsi per la felice sorte che la vita le ha riservato”.

Avrei voluto rispondergli così, all’amico anabolizzato. Però, come al solito, mi è venuta troppo tardi. In compenso ho deciso in quell’esatto momento che avrei fondato un nuovo movimento. Un movimento potenzialmente di massa, lanciato verso una trasformazione radicale dei paradigmi dominanti, destinato a cambiare una volta per tutte il modo di pensare l’universo handicap, ma che può pure restare un mio movimento personale senza seguaci, tanto fa lo stesso. Quel che conta è dire ciò che va detto attorno a tutte le narrazioni edulcorate e bonificanti che mielizzano l’atmosfera che poi mi tocca respirare.

Quindi, signori convinti che un figlio disabile sia una prova, un mandato, una missione, un dono, una fortuna, oppure che i figli sono sempre figli e che più o meno i problemi sono uguali per tutti, o anche che ognuno ha i suoi guai e non si possono fare paragoni, #occupateveneunpovoi e poi ne riparliamo.

Nascere

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nasceredi Nadia Ferrari

Come di consueto nei pomeriggi a scuola mi incanto a guardare i bimbi giocare. “Fermarsi semplicemente a guardare” senza intervenire, senza suggerire, senza correggere, senza richiedere, rischia di divenire una forma di presenza educativa che, presi come siamo dalle infinite cose da fare, stiamo purtroppo dismettendo a favore spesso di attività molto meno importanti. Eppure, come ho già avuto modo di dire, il gioco degli sguardi è cosa complessa. Nel guardare i bambini io non vedo solo loro che giocano ma vedo loro che giocando ci osservano.

Allora l’aspetto educativo si fa interessante e non solo per comprendere (come è noto) eventuali problematiche latenti ed interpretando il loro gioco come uno strumento diagnostico, ma per l’opportunità che i piccoli offrono a noi adulti di ritrovare nella naturalezza dei loro gesti e nella generatività delle loro teorie sugli eventi del mondo, quella semplicità e leggerezza che riporta l’idea di imparare divertendosi spesso “lasciata fuori” dalle aule scolastiche.

Oggi siamo in una sala parto.

Devo sottolineare che in questo periodo nella nostra classe ci sono state tantissime gravidanze e nascite di fratellini e sorelline. Comunque in sala parto c’è un gran fermento! Ci sono medici, infermieri e naturalmente le partorienti che in questa occasione non sono solo femmine oggi da noi partoriscono anche i maschi. I medici e le dottoresse sono indaffaratissimi: tagliano, medicano, provano la febbre, sia ai nuovi nati che alle loro mamme, fanno ricette, si telefonano per sentire come stanno i pazienti. Mentre giocano con estrema compostezza intavolano una discussione.

Giacomo (mentre sta facendo un cesareo): ma guarda che davvero i bambini nascono tagliando la pancia alle mamme!
Maya: non proprio, prima devi mettere il semino nella pancia della mamma, il papà lo mette nella “patatina” della mamma e poi finche il semino cresce, cresce, cresce, e i bambini crescono dentro alla pancia e sono pronti a nascere.
Giulia: e no, guarda alla mia mamma hanno tagliato proprio qua (indica sul suo corpo) guarda qua dove ciò la gonna, mia mamma ce l’ha ancora il taglio, perché prima nella sua pancia c’ero dentro io, hanno tagliato e hanno ricucito, poi c’era dentro l’Alice e hanno tagliato e hanno ricucito e adesso c’è dentro Luca che deve nascere in questi giorni e tagliano e ricuciono
Sofia: ma com’è fatto il semino?
Giulia: è come un seme delle piante
Maya: e no! Un semino delle piante messo nella “patatina” della mamma non può fare niente, bisogna annaffiarlo!
Giacomo: e certo! S’annaffia quando la mamma fa il bagno… però può crescere una pianta non un bambino…
Maya: per il bambino è un semino un po’ strano, non è come il seme della carota…
Giacomo: vabbè non lo sappiamo com’è.

E riprendono indaffarati a curare i loro piccoli pazienti mentre io molto divertita e lontana dal fornire loro altre verosimili spiegazioni penso a come queste ultime mettano in pace i nostri tabù ma non riescano proprio a convincere i bambini!

Riflessi educativi

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riflessi educativi 1di Irene Auletta

Ma io non li voglio i carciofi ripieni! Nessun problema, risponde il padre, vorrà dire che stasera andrai a letto senza cena. E così fu.

Me la ricordo ancora bene quella scena, nonostante siano passati da allora quasi cinquant’anni e mai avrei immaginato di ritrovarmi a fare una parte simile nel ruolo di genitore. Dico simile perché le scene non sono mai uguali e di certo nel mio caso mi sarebbe piaciuto molto trovarmi di fronte ad una scelta o ad una presa di posizione come quella puntigliosa di me bambina.

Da qualche giorno sono aumentati i versi con la bocca che, accompagnati da qualcosa di assai simile a una pernacchia, producono un’inevitabile produzione di saliva che termina in qualcosa di poco gradevole che, anche senza una fervida immaginazione, è possibile intuire. Le spiegazioni ricorrenti su una serie di comportamenti dei ragazzi disabili mi lasciano sempre con molti interrogativi aperti che, a seconda dello stato d’animo del momento, mi deprimono oppure mi irritano. Purtroppo raramente riesco a sorriderne.

In realtà so bene che ogni comportamento nasce per qualche motivo particolare non sempre identificabile e riconoscibile e, molto spesso, esasperato dal tuo modo di affrontare qualcosa che, evidentemente, anche tu stessa non comprendi o non riconosci come familiare. E così l’altra sera, di fronte a questi sputi pernacchiosi, ingaggio una sfida e al secondo tentativo fallito, ti comunico che andrai a letto senza cena. Cerco di farlo come lo fece anni fa mio padre, senza alcuna aggressività ma con la convinzione di poterti insegnare qualcosa.

In cuor mio però non sono serena perché mi chiedo cosa tu possa comprendere e imparare e soprattutto perché sono certa di non aver capito il motivo del tuo comportamento che sospetto legato a qualche fastidio o disagio che non riesci a esprimere diversamente.

Ma tu babbo avrai capito perché proprio quella sera non volevo i carciofi ripieni, oppure avrà preso il sopravvento l’insegnamento che sentivi importante e strettamente legato al tuo ruolo di padre? Credo che il ruolo di genitore sia complesso sempre e forse, figli diversi, chiedono di imparare a destreggiarsi tra differenti trappole. Io conosco solo quelle che incontro nella relazione con te e nelle lezioni che ogni volta imparo grazie alle tue reazioni imprevedibili.

Accetti di andare a letto senza cena senza mostrare alcuna opposizione e ti sento vicina alla mia emozione quando ti dico che in quell’occasione non sono riuscita a fare altro per capire e per aiutarti. Domani andrà meglio ti dico mentre, chissà perché, ho la sensazione che tu mi stia consolando.

Ti assomiglio davvero babbo? Di certo, tu non sarai andato a letto con il magone. O no?

Ma per seguir virtute e canoscenza

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“Un Paese che non riesce a mostrare solidarietà verso due ragazze sequestrate rischia di essere un Paese fallito, che fa vincere il livore, la rabbia, l’idiozia”. Roberto Saviano oggi su Repubblica nell’articolo significativamente intitolato “L’odio per il bene”. Massimo Gramellini, a contrappunto, scrive sulla Stampa, sempre di oggi, un pezzo dal titolo “La parola vigliacca”, e confessa amaramente di vedere nel tasto invio del proprio computer, un nemico.

Il livore, la rabbia, l’idiozia. Le parole fatte a pezzi e lanciate in Rete senza alcun filtro. Il bisogno di distruggere qualsiasi cosa in un impeto nichilistico irrefrenabile. Il rifiuto di ogni sia pur minima forma di rispetto. Questi sono i tempi che abitiamo, sembrano dirci i due giornalisti, e sono tempi che fanno paura. Siamo di fronte a una crisi di etica? è probabile. Ci vuole molta più disciplina nell’affrontare le cose con virtù, che sparare a zero sulle virtù degli altri. Vorrei poter dire però che smontare le virtù altrui, non rende affatto virtuosi, anche se può sembrare una scorciatoia per esserlo.

Ma non sono del tutto convinto sia un problema di rarefazione dell’etica. Non solo per lo meno. Riconosco in me la spinta profonda alla critica serrata. Non mi sono mai piaciute le superfici delle cose: ciò che appare, appare, appunto e, nel farlo, cela qualcosa d’altro che ho sempre caparbiamente voluto indagare. Non mi piace l’ovvio e sento il bisogno prepotente di smontarlo, quando lo incontro, per poterlo oltrepassare. MI fa star bene fare esercizio di critica, fa bene alla mia intelligenza come correre fa bene al mo fitness cardiocircolatorio. Capisco dunque il desiderio diffuso di non fermarsi all’apparenza di ciò che si vede e di ciò che si ascolta  per andare a vedere “cosa c’è dietro”. Mi chiedo perché, però, “dietro” ci sia sempre e solo merda.

L’esercizio della critica, come ogni esercizio, richiede disciplina. Correre dietro all’ovvio per dire cose altrettanto ovvie, è un esercizio di dubbia efficacia. Elencare con acribia  tutto il negativo che si può scorgere  nel positivo, nell’odiare il bene come dice Saviano, può farci sentire intelligenti, o anche soltanto più furbi, ma non è nemmeno cinismo, è pigrizia cognitiva. Perché è immensamente più facile elencare problemi che indicare soluzioni, spulciare difetti che trovare pregi, svalutare piuttosto che attribuire valore.

Siamo collettivamente e rapidamente entrati nel mondo del diritto universale alla parola. Tutti possiamo dire di tutto su tutti. E possiamo dirlo in modo che, potenzialmente, tutti possano sentirlo. Ogni nostro giudizio non è più destinato al confino del gruppo di amici, del bar, delle mura domestiche: con un “invio” va istantaneamente in mondovisione. Ora dobbiamo imparare che giudizio e responsabilità vanno a braccetto: senza capacità di giudizio, la responsabilità è semplice conformismo, ma senza responsabilità, e pazienza, e rispetto, e disciplina, insomma senza virtù, il giudizio diventa “livore, rabbia, idiozia”, o anche semplicemente stolida accidia travestita da intelligenza.

Durezza leggera

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durezza leggeradi Irene Auletta

La scena non cambia mai da anni e si ripropone periodicamente con urticante puntualità. Mentre stiamo uscendo dal centro che frequenti, incrociamo una signora mai vista che definisco un’operatrice di qualche genere grazie ad un cartellino che intravedo al termine di una “collana” di fettuccia colorata, che porta al collo. La vostra giornata è finita? State andando a casa? Gli interrogativi, accompagnati da un sorriso ebete e da una vocina in falsetto, mettono a dura prova le mie espressioni verbali e non, soprattutto nelle giornate in cui empatizzo con una tigre in gabbia proprio a causa di come funzionano alcuni servizi e di quello che intravedo, tristemente, nel tuo futuro.

La prima lezione Feldenkrais, dopo la pausa delle vacanze natalizie, mi trova bisognosa di occuparmi del mio povero corpo messo a dura prova dalle proteste senza parole che ogni tanto sembrano trasformarsi in incontri di lotta libera. Mentre siete sdraiati a terra provate a concentrare la vostra attenzione sul contatto tra la testa e il pavimento. Forse è un contatto duro, riuscite a sentire la differenza tra contatto esterno ed interno? Le domande dell’insegnante mi ricordano spesso una speciale bussola che prova a riorientare l’ascolto, proprio lì e in quel momento.

La differenza tra le due percezioni di peso e di contatto mi fa pensare a come possiamo incontrare il mondo, e quanto ci accade, provando a distinguere dentro e fuori, per ammorbidirne l’impatto e prendere quella distanza che serve per proteggerci e per proteggere le nostre persone più care.

All’inizio, testa e pavimento sembrano due forze che si oppongono, concentrate in una forte pressione che svela anche una grande fatica percepita a livello delle doloranti spalle. Al termine della lezione, come sempre accade, corpo e stato d’animo viaggiano insieme più leggeri, capaci di volgere a ciò che incontrano uno sguardo meno severo, grazie al nuovo apprendimento.

Vorrei rispondere alla signora che ne ho piene le scatole delle comunicazioni che ci raggiungono come se fossimo dementi, delle domande ripetute in modo stereotipato per paura di stare in quel silenzio pieno di sguardi e di racconti muti, dell’aggressività che mi raggiunge, anche se inconsapevole o non voluta, ogni volta che il mio Io si smarrisce in un Voi non meglio identificato.

La testa però mi ha insegnato che può incontrare il pavimento in modo differente, quasi delicato, e con questo pensiero ci allontaniamo abbracciate. Per oggi, basta sfide.

Je suis Humphrì Bogàrt

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Bogart Cool

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Ho appena letto questo articolo su la Repubblica di oggi. Un appello firmato da una serie di registi contro l’ipotesi di controllare, limitare o addirittura vietare l’uso del fumo delle sigarette da parte dei personaggi dei film e telefilm italiani. Un’ipotesi che sembra sia stata formulata da un gruppo di oncologi insieme al Codacons e ripresa dal Ministro Lorenzin. Geniale! Sopratutto la scelta di tempo. Quattro milioni di persone hanno appena cantato in Francia che la libertà di espressione non si tocca, e i nostri fini pedagogisti, che si annidano in tutte le professioni e in tutti i livelli istituzionali, pensano bene di decidere cosa sia educativo e cosa no quando si tratta di film e telefilm. Del resto, sempre in Francia e sempre con lo stesso splendido timing, hanno appena arrestato un cretino per aver detto cose cretine. Va bene, può esserci un’ipotesi di reato se le cose cretine incitano alla violenza o, peggio, al terrorismo, ma un po’ di prudenza…

Ad ogni modo, ecco il genio italico che immagina di bonificare le narrazioni cinetelevisive. Cattivi esempi, si sa. Uno vede un personaggio fumare in una fiction e corre subito ad accendersi una sigaretta. Vietato. Non è detto ci sia una correlazione diretta, non si può dimostrare, però a scanso di errori, meglio prevenire. Dunque, vietiamolo.
Sapete che c’è? forse bisogna cavalcare la tigre. E’ arrivato il momento di levare gli scudi contro ogni possibile messaggio diseducativo che il piccolo e grande schermo possono veicolare. Propongo dunque un controappello rispetto a quello firmato dai volenterosi, ma troppo di parte, registi. Propongo di lanciare una campagna di massa per mettere in elenco (all’Indice?), tutto ciò che dovrebbe essere tolto da ogni rappresentazione al cinema e in tv. Guardate, mi voglio rovinare, via tutto anche dai libri, dalle rappresentazioni teatrali, dai cartelloni pubblicitari e dai siti internet, ovviamente.

Propongo di iniziare l’appello con un tonante “via le armi e l’uso delle medesime da ogni rappresentazione”. Si facciano i film di guerra senza armi, i film d’azione senza armi, i film storici senza armi, le serie crime senza armi. Ecchediamine, che ci vuole? Pensate che meraviglia, che so, “Il giorno più lungo” oppure “Salvate il soldato Ryan” o anche “Platoon” senza quelle sordide macchine sputa morte a sporcarne il contenuto edificante.

Forza fini pedagogisti di tutta Italia, uniamoci! cos’altro dobbiamo mettere al bando?

Geni contagiosi

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di Irene Auletta

Capita anche a voi di essere colpiti da qualcosa che leggete o sentite e che, anche a distanza di anni, bussa alle porte dei vostri pensieri esigendo spiegazioni nuove?Rammento bene la prima volta che ho letto della tua sindrome genetica e di quell’aggettivo ricorrente che aveva attratto la mia attenzione quasi a volermi proteggere dal dolore di tutto il resto. Questi bambini sono caratterizzati dall’essere molto testardi, recitava l’articolo.

“Si dice (definizione da dizionario) di persona che vuol fare sempre a modo suo, che persiste in un atteggiamento o in una decisione, rifiutando di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”. Ma in che senso la testardaggine è un carattere genetico, cosa vuol dire? Non mi ha convinto allora e non mi convince ancora oggi, anche a partire dal fatto che questa etichetta viene sovente appiccicata ai più svariati tipi di disabilità. Vuoi dire che c’è un ostinato gene caratteriale che colpisce in particolare i bambini e i ragazzi con disabilità? E poi, com’è che da una parte si sottolinea un grave ritardo mentale e dall’altra la sofisticata abilità cognitiva di “rifiutare di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”? No, non mi convince affatto.

Ti proponiamo di fare cose belle, che sappiamo ti piaceranno e ti faranno felice ma, quasi ogni volta, ci misuriamo con le tue reazioni che segnano ogni gioia con una immancabile fatica. Non vuoi salire in auto e poi non vuoi scendere, non vuoi andare al cinema e poi non vuoi più uscire dalla sala a film concluso, non vuoi uscire di casa e poi non vuoi più rientrare anche dopo ore.

Insomma, facile a dirsi, sei testarda! 

Ma, mentre ti osservo sdraiata a terra nel nostro ingresso di casa, con già indosso il cappotto, in una delle tue performance tipiche, ancora una volta mi accorgo che, per convincerti, abuso di parole. Fidati di mamma. Babbo ci aspetta in macchina e andiamo a mangiare al ristorante. Dai, ormai sei una ragazza, non è ora di smetterla di sdraiarsi a terra per dire che qualcosa non ti va bene? Tu mi guardi, impugnando il tuo cucchiaio con aria di sfida e in apparenza decisa a non cambiare  posizione, mentre io vengo distratta dal brusio dei miei pensieri intorno a cosa posso inventarmi per farti alzare da terra e raggiungere l’ascensore.

Ma cosa caspita vogliono dire tutte queste parole per te che sei imprigionata in un eterno presente? Hai fame ora e noi non capiamo. Allora tu insisti e non molli. Al tuo pari, anche noi ci ostiniamo a convincerti così come tu ti ostini ad opporti per ogni cosa. Vuoi dire che la testardaggine è contagiosa? Forse, tenendo ferma questa definizione per i disabili, bisognerebbe estenderla anche ai genitori e agli operatori, convinti che la verità vera sia sempre e solo la loro. Io, ancora dopo anni, impazzisco di fronte alla tua impossibilità di esprimerti e alla mia di comprenderti.

Mi piaci quando ti opponi figlia, anche se mi sfinisci provocandomi a volte attacchi di grande sconforto. Mi piaci perché non rinunci a comunicare, a far valere la tua volontà, a esserci. Mi piaci perché, a dispetto di tutto, non ti arrendi e in questo ti riconosco tanto simile a me e a tuo padre.

Testarda come te, posso solo prometterti di continuare a cercare.

La luce dei preziosi

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silenzio 2di Irene Auletta

Allora oggi avete festeggiato un compleanno! dice la mamma spingendo un passeggino su cui è accomodato un bambino di circa tre anni. Il bambino fa un cenno affermativo con il capo mentre chiede quando arriverà anche il suo, di compleanno. Ma tu sei nato a luglio quindi mancano ancora più di sei mesi ed è parecchio tempo. Si, fa eco il bambino, è parecchio tempo. Ma io voglio che sia subito, dice accennando una lieve protesta.

A quel punto mentre mi allontano, sento la madre che prosegue in una dettagliata spiegazione che mi pare si ingarbugli nella teoria del tempo accelerato che, quando sarà più grande, vorrà fare di tutto per voler rallentare, bla, bla, bla.

Ecco, ne parlavo proprio qualche sera fa con una bella platea di genitori, di come il mondo adulto appare travolto da un’onda culturale che, rispetto all’infanzia, sembra aver perso completamente la bussola, a partire dai significati sino al rispetto di quei tempi di crescita, una volta sacri. Senza voler essere nostalgici credo sia importante tornare a chiederci perché tutto questo bisogno di ipercompetenza e di esibizione delle qualità dei figli. Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di incontrare, per il mio lavoro, genitori che sembrano imprigionati in una serie di cliché che forse faticano loro stessi a riconoscere e nominare. Non perché è mio figlio ma devo proprio dirle che è un bambino molto intelligente. Anche le insegnanti lo definiscono un bambino speciale. Ha un livello di comprensione che spesso mi spiazza… mi sembra quasi di parlare con un adulto!

Appunto, quasi.

Ma com’è che nella fascia dell’infanzia, indicativamente i bambini sembrano tutti dei piccoli geni e poi nel momento dell’ingresso alla scuola primaria, iniziano a fioccare deficit di ogni tipo, scarsa stima e fiducia nelle proprie possibilità, frustrazione di fronte all’insuccesso scolastico e via di questo passo in un lungo elenco che ogni anno mi appare più complesso e preoccupante? Mi chiedo spesso se tra i due movimenti non ci sia una importante correlazione, magari poco apparente ma assi incisiva. Se tutti quei bravo, bravissimo, sei un genio, sei super, che abbondano nei primi cinque, sei anni di vita non creino nei bambini un senso di attesa che si impenna verso la richiesta di capacità sempre più precoci e sicuramente orientate ad un successo, possibilmente immediato.

Il tema della fragilità è entrato prepotentemente nella mia vita molti anni fa, prima di figlia e poi di madre. Forse per questo motivo nelle scelte professionali il mio personale ago degli interessi mi ha orientato senza dubbi verso studi umanistici e nella ricerca di significati capaci di andare oltre quella patina di superficialità incollata alle nostre esistenze. Quella stessa fragilità che da mancanza, se ascoltata, è diventata valore.

Il silenzio è oro, si diceva una volta, quando si chiedeva anche ai bambini di prendersi un tempo per pensare o per ascoltare. Il silenzio è oro, direi io oggi a noi tutti che come adulti attraversiamo questa fase della nostra vita. Il silenzio è oro, perché fa brillare qualcosa che l’eccesso di parole rischia di offuscare e soffocare.

Il cuore, la scoperta e lo stupore.

Scope e divinità

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la befanadi Irene Auletta

Ci sono appuntamenti che si ripetono con immancabile puntualità e con essi riti e rituali che, ogni anno, ne confermano il valore e la loro peculiarità. In genere, il giorno dell’Epifania lo trascorriamo con gli zii ultraottantenni di tuo padre che forse, proprio nell’etimo dell’odierna giornata, puntualmente ci rivolgono gli stessi quesiti quasi attendessero fiduciosi la nostra singolare rivelazione.

Ma secondo te, le parole che dici le capisce? Ma come fate a capire cosa comprende? Nel tempo è destinata a migliorare? Io e tuo padre ormai ce le aspettiamo, con un sorriso affettuoso sulle labbra.

Non potevano mancare anche quest’anno e l’interesse attento che soprattutto lo zio Beppe pone di fronte alle nostre risposte, conferma ogni volta che le sue non sono affatto domande di rito o di forma ma, al contrario, sembrano quasi confermare qualcosa di cui pare non riuscire a capacitarsi.

Quando eri più piccola alle sue domande spesso seguiva un’affermazione sentita anche altrove tante e tante volte. Eppure, vista in alcune espressioni e in determinati momenti sembra proprio una bambina normale! Gli anni che passano, seppur nello scarto abissale tra la tua età anagrafica, le tue espressioni e il tuo aspetto fisico, escludono ogni apparenza di normalità lasciando spazio solo a quesiti di miracolosi miglioramenti che faticano a dialogare con la realtà.

Mi viene in mente, quasi come contraltare, quello che sostiene mia madre con grande sicurezza circa la tua intelligenza e le tue capacità che, secondo lei, vanno ben oltre l’assenza di parole. Gli occhi dell’amore sono proprio così, fanno di tutto per non rimanere imprigionati nelle etichette e nelle diagnosi e cercano, in ogni sfumatura, aspetti che leniscano la sofferenza della disabilità.

Per lo zio Beppe il dispiacere riguarda sicuramente il nipote con cui è evidente un rapporto di affetto speciale rimarcato forse anche dal fatto di essere l’ultimo rappresentante di alcune radici familiari ormai in via di estinzione. Per la nonna riguarda te, me e i nostri sogni infranti.

Epifania oltre che ‘apparizione’ o ‘rivelazione’ significa anche ‘manifestazione della divinità’ e forse il mio amore cerca proprio lì la cura al dolore nella ricerca di ciò che, andando oltre qualsiasi spiegazione razionale possibile, chiede un dialogo profondo con l’anima delle storie, la mia e la tua.

Il mondo non smette di ricordarci che le valutazioni delle persone guardano più a quanto sanno fare che a ciò che sono. Io cerco ogni giorno segnali di essenza, di cuore e di anime misteriose.

Non è questo il panorama che si osserva viaggiando in cielo sopra una scopa?

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