Ma per seguir virtute e canoscenza

Lascia un commento

siria-greta-vanessa-fiumicino-6751
.

“Un Paese che non riesce a mostrare solidarietà verso due ragazze sequestrate rischia di essere un Paese fallito, che fa vincere il livore, la rabbia, l’idiozia”. Roberto Saviano oggi su Repubblica nell’articolo significativamente intitolato “L’odio per il bene”. Massimo Gramellini, a contrappunto, scrive sulla Stampa, sempre di oggi, un pezzo dal titolo “La parola vigliacca”, e confessa amaramente di vedere nel tasto invio del proprio computer, un nemico.

Il livore, la rabbia, l’idiozia. Le parole fatte a pezzi e lanciate in Rete senza alcun filtro. Il bisogno di distruggere qualsiasi cosa in un impeto nichilistico irrefrenabile. Il rifiuto di ogni sia pur minima forma di rispetto. Questi sono i tempi che abitiamo, sembrano dirci i due giornalisti, e sono tempi che fanno paura. Siamo di fronte a una crisi di etica? è probabile. Ci vuole molta più disciplina nell’affrontare le cose con virtù, che sparare a zero sulle virtù degli altri. Vorrei poter dire però che smontare le virtù altrui, non rende affatto virtuosi, anche se può sembrare una scorciatoia per esserlo.

Ma non sono del tutto convinto sia un problema di rarefazione dell’etica. Non solo per lo meno. Riconosco in me la spinta profonda alla critica serrata. Non mi sono mai piaciute le superfici delle cose: ciò che appare, appare, appunto e, nel farlo, cela qualcosa d’altro che ho sempre caparbiamente voluto indagare. Non mi piace l’ovvio e sento il bisogno prepotente di smontarlo, quando lo incontro, per poterlo oltrepassare. MI fa star bene fare esercizio di critica, fa bene alla mia intelligenza come correre fa bene al mo fitness cardiocircolatorio. Capisco dunque il desiderio diffuso di non fermarsi all’apparenza di ciò che si vede e di ciò che si ascolta  per andare a vedere “cosa c’è dietro”. Mi chiedo perché, però, “dietro” ci sia sempre e solo merda.

L’esercizio della critica, come ogni esercizio, richiede disciplina. Correre dietro all’ovvio per dire cose altrettanto ovvie, è un esercizio di dubbia efficacia. Elencare con acribia  tutto il negativo che si può scorgere  nel positivo, nell’odiare il bene come dice Saviano, può farci sentire intelligenti, o anche soltanto più furbi, ma non è nemmeno cinismo, è pigrizia cognitiva. Perché è immensamente più facile elencare problemi che indicare soluzioni, spulciare difetti che trovare pregi, svalutare piuttosto che attribuire valore.

Siamo collettivamente e rapidamente entrati nel mondo del diritto universale alla parola. Tutti possiamo dire di tutto su tutti. E possiamo dirlo in modo che, potenzialmente, tutti possano sentirlo. Ogni nostro giudizio non è più destinato al confino del gruppo di amici, del bar, delle mura domestiche: con un “invio” va istantaneamente in mondovisione. Ora dobbiamo imparare che giudizio e responsabilità vanno a braccetto: senza capacità di giudizio, la responsabilità è semplice conformismo, ma senza responsabilità, e pazienza, e rispetto, e disciplina, insomma senza virtù, il giudizio diventa “livore, rabbia, idiozia”, o anche semplicemente stolida accidia travestita da intelligenza.

Virtù in saldo

Lascia un commento

Sollevare il figlio

di Igor Salomone

Mio padre mi ha insegnato che fare la cosa giusta non significa fare qualcosa di un po’ meno sbagliato degli altri.
Mio padre mi ha anche insegnato che essere migliore non vuol dire essere “il” migliore, e neppure meglio del peggio che mi sta attorno.
La virtù non può essere comparativa, e neppure superlativa, e nemmeno una somma algebrica con un segno “+” come risultato.
Ho passato l’intera infanzia, in effetti, a veder smantellate ogni sorta di giustificazioni.
Per questo con me non funzionano.
Sono diventato un esperto di fama mondiale in scuse, a forza di cercarne di sempre più sofisticate. Le conosco tutte. Allo stesso tempo, però, so cosa sono. So che giustificare un proprio comportamento a partire da quello altrui è il contrario di ogni forma di virtù. Ci si casca, certo, e spesso. Non si può mica essere sempre virtuosi. E la virtù non è uno stato, è una continua ricerca.
Per questo chi si proclama virtuoso senza se e senza ma, mi insospettisce.
Alla fine il più grande insegnamento di mio padre è che una scusa è una scusa. Può avere delle ragioni, ognuno ne cerca, ma nasconde sempre una debolezza e qualche lezione che deve ancora essere imparata.
La cosa più importante è riconoscerlo.
La cosa più grave è negarlo, trasformandola in un valore che gli altri devono rispettare.

Il lusso dell’obbedienza

8 commenti

don-milaniSarà, come ha scritto Don Milani, che l’obbedienza non è più una virtù. La mia anima radicalmente libertaria, non può che esserne felice. Ma con la fine dell’obbedienza ci stiamo giocando anche senso del dovere e responsabilità. E questo mi rende profondamente infelice. Innanzitutto come padre. E’ una straordinaria disciplina quella del separare ciò che io vorrei mia figlia facesse da ciò che in ogni caso va fatto, indipendentemente dai miei e dai suoi desideri. E’ una disciplina della libertà e del rispetto innanzitutto, che chiama in causa ogni genitore da secoli. Quindi è bene praticarla e io, mi piaccia o meno, la pratico da quindici anni, ormai.

Ma con mia figlia le cose si riducono all’osso e fatta la tara, rapidamente, non ci vuole molto, di ciò che di quando in quando vorrei facesse ma che può anche non fare, resta ciò che deve essere fatto: vestirsi, lavarsi, andare in bagno, prendere le medicine. Anzi: farsi vestire, farsi lavare, farsi portare in bagno, farsi dare le medicine. E qui non ce n’è per nessuno. Ma mia figlia, a quanto pare, non è capace di obbedire. Il che mi obbliga a riconsiderare il tema dell’obbedienza, perchè se non è una virtù obbedire, non riuscire a farlo appare una disabilità vera e propria.

Come si fa a imparare che certe cose devono essere fatte, in ogni caso, piaccia o non piaccia? Non piegarsi alla volontà dell’altro sempre e comunque, grande virtù certamente, significa distinguere tra obblighi e assumere in prima persona quelli necessari. Ma bisogna arrivarci. E come ci si può riuscire senza un passaggio di obbedienza? Come farà mia figlia a capire che alcune cose vanno fatte “perchè sì”, se non riesce a capire che vanno fatte perchè glielo dico io?

Non so come ne uscirò, ma vorrei dire a tutti i genitori che possono permettersi l’obbedienza, di non chiederla a sproposito, ovvero quando non c’è un vero obbligo, di non mascherarla dietro lo stile “è per il tuo bene”, e di non evitarla come la peste per motivi ideologici o preoccupazioni affettive. anche quando è necessaria.

L’obbedienza non è più una virtù, è vero: è un lusso. E non va sprecata.

Lettera aperta a Piero Marrazzo

13 commenti

Ricevo da Davide Castronovo e volentieri pubblico

Egregio dott. Marrazzo,

purtroppo oggi la battaglia politica è una sorta di guerra totale, che si dichiara nell’abbattimento della separazione tra vita privata e vita pubblica. E’ storia vecchia, ma oggi esagerata. Eppure dobbiamo farci i conti, oggi più che ieri, visto che le immagini costituiscono le realtà mediate con le quali tutti abbiamo a che fare. Visto che le immagini spesso contano più di ciò di cui si fa esperienza diretta e determinano il giudizio altrui e il proprio su ciò che si è.

L’immagine del suo viso abbronzato, con gli occhi sgranati, mi ha fatto pensare al senso di vergogna che esprimono.

Vergogna che tanto la differenzia dall’arroganza del presunto pedofilo e puttaniere che ci governa a livello nazionale.

La vergogna è un sentimento umano e nobile, perché esprime il valore che si attribuisce alla legge sociale e la consapevolezza di averla trasgredita con il conseguente derivato senso di colpa.

La vergogna è un sentimento sociale, l’arroganza è un sentimento antisociale. Ma d’altronde, si sa, il nostro presidente del consiglio è un idiota, in senso etimologico, cioè uno che crede che tutto sia centrato su di sé.

Ciò che mi interesserebbe capire è per che cosa prova vergogna.

Vorrei che non fosse perché ha avuto una relazione con una o più transessuali, cioè vergogna per l’oggetto destinatario del suo eros. L’eros è libertà di desiderare e spesso si scontra con i limiti sociali, ma i limiti sociali sono modificabili.

Perché non pensare che un giorno sarà possibile amare liberamente un transessuale? Non è anche questa una valida battaglia per l’emancipazione sessuale e perciò anche sociale?

Se la vergogna fosse rispetto al tradimento dell’amore coniugale, direi che allora il suo senso morale è così alto che l’avrebbe diversificata dalla maggior parte degli uomini e delle donne italiane che senza alcuna remora si tradiscono, più o meno consenzienti.

Se, invece, la sua vergogna fosse in relazione alla mancata denuncia dei ricattatori e alla connivenza con loro pur di insabbiare il rischio di farsi “sputtanare”, mi troverebbe perfettamente solidale col suo senso di vergogna, cioè con la vergogna di avere provato vergogna.

In questa vergogna alla seconda (vergogna della vergogna), credo che stia la sua debolezza e quindi la sua umanità. E’ la stessa debolezza che probabilmente porta gli estorti dal pizzo a non denunciare i mafiosi.

E’ la stessa debolezza che per essere superata ha bisogno di solidarietà.

Ecco, caro dottor Marrazzo, con questa lettera io voglio esprimerLe la mia solidarietà per la sua debolezza, ma anche la tristezza per il mancato coraggio che ha avuto nel denunciare i suoi ricattatori e nel distinguersi dal “macho in viagra” che sta al comando della nazione.

Mi spiacerebbe se passasse che l’unica differenza tra Lei e lui è quella che passa tra chi va con una transessuale e chi va con una velina!

Credo che per rimarcare la differenza che c’è tra Lei e lui ci sia bisogno di un grande movimento culturale che il suo, il mio, Partito dovrebbe fare da subito, senza ipocrisie.

Che B. scopi non è un problema nostro, ma che lui usi il suo potere per “piazzare” le sue favorite a decidere della collettività solo perché belle e disponibili al suo piacere, questo è intollerabile ed è l’UNICO elemento forte che, in tutto questo casino, fa la differenza tra Lei (noi) e lui e i suoi / le sue.

Con affetto,

Davide Castronovo

Eserciziario pedagogico…

3 commenti

Dunque la situazione è questa, viviamo in un (cosiddetto) Paese in cui un Governatore viene ricattato dai Carabinieri che l’hanno beccato con un trans. E lui si fa ricattare.

Ecco un bell’esercizio etico-politico-pedagogico per tutti: se un ragazzo o una ragazza, poniamo di dodici o tredici anni, magari vostro figlio o vostra figlia, o un alunno, o figli di amici, vi prendono alla sprovvista e vi chiedono cosa sia giusto e cosa sbagliato in tutta questa vicenda e in quel che ne sta seguendo, cosa rispondete…?

Pensiamoci, tenendo conto che dalla risposta a una domanda del genere, potremo capire se ci sia ancora qualcosa da raccontare, qualcosa da insegnare e, dunque, se raccontando e insegnando, potremo o meno uscire dall’assurdo nel quale tutti noi siamo affondati.

Furbizia, ozio dell'intelligenza

1 commento

L’ozio è il padre dei vizi. Così mi dicevano da bambino, con un ultimo colpo di coda di un tardo puritanesimo calvinista già morto e sepolto negli anni ’60 del boom e del mito insorgente del benessere. Poco più tardi, da qualche parte a scuola, ho imparato che l’ozio per gli antichi aveva ben altro valore. Era il tempo del pensiero e della meditazione, necessario per la formazione dell’uomo colto.

Oggi in realtà nessuno ozia. Non c’è tempo. Troppe cose da fare. E quelli che di cose da fare non ne hanno, anziani, malati, disoccupati, o se le inventano o si deprimono. Dunque dovremmo essere una società virtuosa. Nienteaffatto. L’ozio è un mito, non una pratica, e di fronte al tempo vuoto la maggioranza di noi si angoscia.

Dunque la promessa di un futuro in panciolle, per vincite milionarie o per una pensione cospicua e rassicurante, funziona perchè è una promessa. E molto improbabile. Che fa sognare però un futuro privo di fatiche, conquistato senza alcuna fatica. Da qui il senso odierno dell’ozio: non un tempo liberato dalla fatica del fare per dar spazio maggiore alla fatica del pensare, ma il sogno della fine di ogni tipo di tribolazione. Che poi è un sogno di morte. O di furbizia.

La furbizia, in fondo, non è che l’ozio dell’intelligenza. Pensare, e soprattutto capire, costa troppe energie. In più c’è sempre il rischio di non sentirsi abbastanza intelligenti per riuscirci. Ma furbi si può esserlo tutti, basta seguire i buoni esempi. Che non mancano e anche ad altissimi livelli. La pigrizia mentale si fa così valore e permette a ognuno di potervi aspirare. Peccato che, mentre l’intelligenza può essere una conquista universale faticosa ma per tutti, in un mondo in cui tutti sono furbi, alla fine nessuno lo è. O meglio, un mondo tutto di furbi non può che essere nelle mani di chi lo è sul serio e domina gli altri facendo loro credere di esserlo.

Nota: altre riflessioni che potrebbero interessarvi

http://www.studiodedalo.net/SalottoPedagogico/?p=261

http://www.studiodedalo.net/ConferenzeDelSolstizio/?p=66

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: