Meglio il fastidio

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meglio il fastidio

 

di Irene Auletta

Tutti i giorni, più o meno, lo stesso rituale. Varchiamo la soglia del nostro portone e invece di dirigerti verso l’ascensore tenti il passaggio furtivo verso uno scaffale pieno di volantini e giornaletti pubblicitari. La carta in mano, il suo rumore, i suoi colori sono un po’ un gioco e un po’ una stereotipia e quindi non sempre è facile capire il punto del limite, da ridefinire ogni volta.

Dai Luna lascia stare queste carte, te lo dico ogni giorno e poi guarda quelle che hai buttato a terra e che ora dovremo raccogliere! La nuova sostituta della custode che mostra già di averti ben identificata, mi conferma che passare inosservati è praticamente impossibile. Non si preoccupi signora lasci stare che ci penso io, dice con estrema (e per me eccessiva) gentilezza.

Potrei lasciar correre, come faccio tante volte, ma oggi no. Mia figlia ha fatto questo pasticcio e lei lo sistema, ribatto cercando di non apparire ostile alla sua cordialità e al suo sincero dispiacere per l’ingrato compito a cui sto sottoponendo la “povera” fanciulla.

Mi torna in mente quanto accaduto qualche giorno fa con un tuo compagno del Centro. Di fronte al suo tentativo di avvicinarsi per abbracciarmi ho allungato la mano dicendogli che lui è un ragazzo grande  e io una signora e quindi ci si saluta così. Ho aggiunto che lo dico sempre anche a te quando ti accade di non rispettare quel confine fisico importante per definire gli incontri e le relazioni.

L’educatore mi sorride a distanza con un cenno di approvazione che parla di tutte le volte che probabilmente si sente dire non si preoccupi, non mi da fastidio! Ecco, appunto. A parte che questa frase anche risentita a distanza è davvero bruttina, forse bisogna proprio imparare a dire che non è questo il problema. Il messaggio non piacevole da ricevere, ogni santa volta, è la negazione della possibilità di imparare e, soprattutto, il diritto di farlo.

Io, cara figlia, continuo ad insistere per questo, per sostenere il tuo diritto di imparare seppur con i tuoi tempi a volte anche per me indecifrabili. Raccogliamo le carte sparse sul pavimento e alla fine facciamo il patto che una sola puoi tenerla.

In ascensore ti faccio una delle nostre espressioni buffe per scherzare su quanto accaduto poco prima e tu, guardandomi dritto negli occhi, mi restituisci il giornale che hai in mano.

Ecco.

Oro pedagogico

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Japanese-antiques-003di Irene Auletta

Come mi ha detto uno specialista qualche anno fa, mio figlio è come un vaso rotto e non potrà mai essere altrimenti.

Così, durante una supervisione un’educatrice, mentre racconta delle sue difficoltà a dialogare con la madre del bambino che segue in un intervento di sostegno scolastico, ricorda le parole della signora. Nel corso dell’incontro provo a condurre la riflessione intorno ai significati celati in questa frase che, evidentemente, la madre ha trattenuto con alcuni accenti non difficili da evincere nella complessa situazione che viene riportata nell’incontro.

Ogni volta che mi trovo a trattare situazioni analoghe, cerco di concentrare lo sguardo non tanto su chi all’origine può aver fatto una determinata affermazione ma su come l’ha ricevuta e assorbita il destinatario. Ma cosa vorrà dire per una madre sentirsi dire che il figlio è come un vaso rotto?

Purtroppo non siamo giapponesi e ho la sensazione, che in questa circostanza, siamo parecchio distanti dalle metafore evocate da quella loro pratica kintsugi che utilizza oro e argento per la riparazione di oggetti in ceramica andati distrutti, valorizzandone e aumentandone così il valore.

Nel racconto dell’educatrice sembra che tutti gli adulti che ruotano intorno a questo bambino, specialisti, insegnanti, educatori, ne vedano solo le fratture, le imperfezioni, le mancanze. Le ferite non sembrano affatto impreziosite da oro e argento ma solcate ogni volta da quel giudizio aspro che pone, figlio e genitori, di fronte allo sguardo impietoso di chi pare aver smarrito il suo orizzonte professionale.

Non è facile comprendere quello che ogni giorno incontro nella mia pratica professionale perché ogni tanto mi sembrano più smarriti coloro che dovrebbe sostenere relazioni di aiuto che gli stessi destinatari. Forse siamo un po’ tutti andati in frantumi in questo momento storico che sembra incapace di riconoscere il valore dell’imperfezione come peculiarità dell’umano.

Proviamo a trovare un po’ di luce in questo racconto pieno di ombre, dico rivolgendomi all’educatrice e all’intero gruppo dei presenti. La prossima volta suggerirò di cercare direttamente oro e argento e vuoi vedere che mi invento l’orafo pedagogico?

Madri

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madri

di Irene Auletta

Guarda mamma che bella questa foto, ti dico porgendoti il mio Ipad. La guardi con attenzione ma capisco che ancora non ti sei riconosciuta. Ti ricordi? Avevi in braccio Luna piccola piccola.

Quando metti a fuoco l’immagine mi accorgo che nei tuoi occhi e nel tuo sguardo passa un lampo di commozione e subito, come tua abitudine, volti pagina. Ma che strana gonna mi ero messa?

Non è necessario fare troppo interpretazioni selvagge su alcuni nostri atteggiamenti e modi di incontrare la vita quando i nostri genitori ci mostrano con grande chiarezza quello che sono riusciti a insegnarci e quello che proprio non apparteneva alle loro possibilità.

Per te mamma è sempre stato così. Mi hai insegnato a tenere a distanza le emozioni e a mostrare al mondo solo la superficie, per evitare di essere feriti. Hai fatto un gran bel lavoro e io sono ancora qui a cercare di districare alcuni fili ben ingarbugliati. Di sicuro però non me la prendo più con te da molti anni perché, dopo aver attraversato forti sentimenti di rabbia, ho capito che non potevi fare altro, perché quello che hai fatto era al massimo delle tue possibilità.

Lo stesso è successo anche qualche giorno fa mentre mostrandoti nuovi reggiseni colorati ti ho detto che non mi sono sentita una madre molto normale, andando a comprare intimo per una figlia quasi diciottenne. Hai fatto finta di non sentire e siamo andate avanti a commentare i miei altri acquisti, con leggerezza.

Io e te abbiamo attraversato molte esperienze simili e non importa se non riusciamo a parlarne in modo esplicito perché in ogni fibra del mio corpo sento che nessuno, ma proprio nessuno, mi comprende come te e già mi manca quel tuo sguardo che il passare del tempo sta rendendo sempre più opaco.

Il nostro negli ultimi anni è un amore così, che condivide solo ciò che è possibile. Tu mi proteggi e io ti proteggo e mi fai ridere ogni ogni volta quando mi dici che la cosa peggiore per te sarebbe essere trattata da rimbambita. E tu ridi quando ti dico che protesto sempre quando sento dire che i genitori anziani sono come bambini e, soprattutto, quando sono trattati come tali. Se ti tratto da bambina mamma mi raccomando, se riesci, fammi capire che ti sto mancando di rispetto, penso guardandoti mentre puliamo insieme i fagiolini.

Sono presa a sistemare quando mi accorgo che mi stai osservando. Hai una di quelle tue recenti espressioni che ti fanno apparire a scavalco fra due mondi. I nostri occhi si incrociano per un istante mentre dici hai proprio ragione Irene, non è normale che una madre faccia alcune cose.

E’ un attimo e sei già altrove e io mi volto verso il lavello per fare quello che ho imparato bene, in tanti anni di pratica.

Salita alle ciliegie

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scala di ciliegedi Irene Auletta

Ci sono mattine che iniziano più faticosamente di altre. Mi sa che l’ascensore non funziona, ci annuncia tuo padre prima di uscire. Il nostro settimo piano, che ci piace molto per prospettive e panorami, in questi casi si rivela un problema non da poco.

Siamo già un po’ in ritardo e non posso rallentare più di tanto la discesa. Provo, alternandole, diverse strategie ma quando finalmente arriviamo al piano terra, io sono esausta e tu piagnucoli con quella tua espressione che dipinge a tinte variegate, rabbia e sconforto.

Durante il viaggio verso il Centro quasi non mi guardi e quando provo ad avvicinarmi mi respingi con decisione. Va bene Luna, purtroppo la nostra giornata non è iniziata bene ma speriamo che vada meglio! Ti lascio mentre, evidentemente rasserenata, ridi con uno dei tuoi educatori preferiti. Io invece mi porto dietro tensione e anche il dispiacere per aver perso le staffe di fronte alla tua continua ostinazione e opposizione. So bene che è umano e che a volte non è possibile fare altrimenti ma quando le giornate iniziano così, rimangono un po’ così.

Purtroppo il danno è parecchio serio e la cosa non si risolverà prima di due o tre giorni. Se va bene. Così mi accoglie la custode, mentre passo da casa, prima di venire a prenderti. Mentre lei, pensando a te, sta esprimendo tutta la sua solidarietà, la mia mente è già altrove. Qui ci vuole qualcosa di speciale.

Quando arrivo a prenderti ti dico che purtroppo la nostra ascensore non funziona ancora. Ma cosa vuol dire per te? Perché non possiamo fare quello che facciamo tutti i giorni? Che significati dai a quel cartello rosso che provo a indicarti dicendoti che l’ascensore è rotto? Ti ho convinto a scendere velocemente dall’auto promettendoti una sorpresa. La parola “sorpresa” per te è sempre fonte di curiosità. Quando arriviamo vicino all’ascensore ti indico il cartello e poi mi dirigo verso la scala, sbirciando vistosamente dentro un piccolo sacchetto appeso al mio braccio.

Caspita Luna, guarda che belle queste ciliegie! Cosa ne dici di fare un gioco? Ogni piano tre ciliegie …. ti piace l’idea? Ogni piano una sosta, un’attesa, un gusto e così si arriva a casa di buon umore. Per sette piani, circa venti minuti. Cosa potrò inventarmi per domattina?

Per stasera è fatta. Godiamoci questa risata con la lingua rossa!

La luce delle perle

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la luce delle perledi Irene Auletta

Non possiamo andare fino alla cascina perché lei è una pigrotta! Provo a dare un altro senso aggiungendo che in effetti camminare per te è proprio una grande fatica. Niente da fare. Si, si lei si impunta e si rifiuta di andare oltre … è proprio una pigrona.

Arrivo a prenderti e ti trovo in uno di quei momenti in cui le emozioni forti trovano spazio in quei tuoi movimenti delle braccia poco controllabili e in quella risata che suona subito stonata. Era lì tranquilla e poi ad un tratto le è scoppiata la ridarola.

Di esempi di questo genere ce sono tantissimi e sono certa che ogni genitore ne avrebbe da raccontarne parecchi. Negli anni, le frasi o le battute non sono cambiate, ma sta mutando, molto lentamente, il mio modo di ascoltarle e di interpretarle. Per molto tempo, e purtroppo mi accade ancora, di fronte ad alcune affermazioni ho sentito un pizzico nello stomaco e credo che molto spesso al mio interlocutore non sia sfuggita la severità del mio sguardo di disapprovazione.

Ma perché raccontare il quel modo qualcosa che riguarda mia figlia? E, pensandoci bene e un po’ a distanza, quello che di alcune comunicazioni mi ha sempre raggiunto stonato è il tuo ritratto, infantile o stupido. In realtà, anche il fatto di aver intravisto dietro ad alcune espressioni una sincera attenzione e un atteggiamento di autentico interesse, mi ha spinto a cercare oltre, provando ad interrogare diversamente quelle zone d’ombra alla ricerca di un po’ di luce. L’ho fatto, e provo a farlo ogni giorno, prima di tutto per te e per me.

Passeggiando per la città, in un momento di tempo vuoto che mi gusto come un dono inatteso, mi raggiunge una differente interpretazione forse stimolata da recenti letture che, senza paura o false mistificazioni, mostrano un intreccio doloroso fra handicap e male. Dietro alcune superficialità comunicative vedo ancora forte la paura di guardare e riconoscere la differenza, la fatica e l’incomprensibile. Di recente ho avuto anche l’impressione che, per alcuni operatori, questa modalità sia quasi pensata come protettiva per i ragazzi disabili e per le loro famiglie.

Ma cosa c’è di protettivo nel restituire sempre un’immagine di figlio adulto infantile o stupido? E, come è possibile, senza diventare giudicanti o insopportabili, creare insieme nuovi dialoghi?

In questo clima culturale di polemica a oltranza e di negatività dominante, mi accorgo che può davvero fare la differenza il “solo” provare a dire altro. Così aggiungo colori, nuovi racconti, differenti emozioni. Forse continuando a condividere le mie sfumature, e quelle che colgono anche altre persone che ti conoscono, potremo far avvicinare le diverse fotografie, sia le nostre che quelle di tante altre storie simili. Almeno, ci provo.

“Ogni volta che ammiriamo una perla dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia”. (Karl Jaspers)

Parole sporche

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parole sporchedi Irene Auletta

Gita fuori porta, di quelle che sperimentiamo spesso e che grazie alla curiosità e perseveranza di tuo padre ci fanno scoprire ed esplorare luoghi sempre nuovi e a tua misura.

Oasi naturalistica, tra percorsi nel verde e con la presenza di vari animali. Mentre vicino ad un recinto osserviamo delle piccole tartarughe ci troviamo a fianco di un ragazzino intorno ai dieci anni che saltellando finisce inavvertitamente sui piedi della madre.

Lo vedi che sei proprio uno stupido! Tu non sei normale, dice di scatto la signora. In quel momento mi guarda, ti guarda e con un po’ di imbarazzo si scusa dicendo che ha reagito d’istinto. Vorrei dirle che dovrebbe scusarsi con suo figlio e non con me ma abbozzo un mezzo sorriso intenta a osservare i movimenti delle piccole tartarughe e provando a non farmi disturbare dall’interferenza.

Appena ti allontani in direzione di tuo padre mi raggiunge un altro frammento di conversazione che vede protagonisti sempre la stessa coppia madre e figlio. Lo vedi che davvero non sei normale! Per colpa tua ho fatto una figuraccia con la signora e con quella poverina.

Ricordo di quando ancora bambina ho rischiato una punizione per essermi rivolta a mia sorella dandole  dell’oca. Non ti voglio più sentire parlare a tua sorella in questo modo, tuonò il mio babbo. Sembrano passati secoli.

L’eccesso di parole ormai ci travolge ogni giorno insieme ad un sacco di stupidaggini, non sensi e bizzarre interpretazioni. Ogni tanto sono davvero stanca e mi accorgo che, in silenzio, al tuo fianco mi ossigeno di bontà.

Ma dai non essere sempre la solita esagerata, sono solo battute! Me lo sono sentita dire tante volte e può essere che su alcune questioni io abbia anche i nervi un po’ scoperti. Eppure la mia anima pedagogica frigge avvertendo anomalie che vanno ben oltre quello che può ferirmi o infastidirmi come madre.

Raccolgo ogni giorno, da insegnanti, educatori o da operatori sociali, segnali di limiti relazionali che vengono continuamente oltrepassati in una sorta di escalation di cui ancora si fatica a vederne la fine. L’ultima cosa che mi interessa fare è puntare il dito verso qualcuno o in direzione di qualche strano fenomeno sociale.

Mi piacerebbe però, e tanto, che gli adulti si fermassero ad ascoltare più spesso ciò che dicono quando parlano con i bambini e i ragazzi, perché sono proprio loro che ci stanno restituendo sfiducia e un grande senso di smarrimento.

Ogni figlio e ogni generazione, come di fronte ad uno specchio magico, prima o poi restituisce immagini. Io, con la mia, ci faccio i conti ogni giorno.

E voi?

Contrasti e armonie

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nero e viola 1di Irene Auletta

Certo, la mancanza di quel pulmino giallo che per anni ti ha accompagnata nei tuoi viaggi tra casa e scuola non è facile da superare però oggi sono certa che andrà meglio e mi avvicino molto fiduciosa al gentile autista che si dirige verso di noi per salutarci.

Che bello vedervi e come è diventata grande Luna. Me la ricordo ancora seduta in prima fila sempre intenta a guardare fuori dal finestrino e tranquilla! In effetti nel pulmino in sosta alle sue spalle, in attesa di far scendere un paio di piccoli passeggeri, si percepisce una certa confusione tra urla e una ragazzina che sbatte ripetutamente la testa contro il sedile.

Certi bambini sono davvero difficili da gestire e gli assistenti non hanno neppure le competenze necessarie. Fanno del loro meglio ma come si fa a fare un intero tragitto da scuola a casa in queste condizioni? L’autista sembra rispondere al mio sguardo interrogativo rivolto verso la scena che si sta svolgendo nell’abitacolo e nel frattempo, tu non perdi occasione per avvicinarti alla portiera del conducente ed aggrapparti al finestrino curiosa ed evidentemente molto desiderosa di salirci, ancora una volta.

La scena successiva, come raccontavo proprio ieri sera a due amiche, ha assunto tinte surreali. L’impossibilità di salire, la partenza del pulmino, il dispiacere e l’imbarazzo dell’autista, la tua rabbia per quel desiderio non accolto, sono rimasti tutti lì. La via in cui ci troviamo, fortunatamente non di troppo passaggio e riservata prevalentemente al posteggio auto dei vari condomini, è stata di recente asfaltata e risulta perfettamente liscia, quasi lucida con il riflesso della luce pomeridiana. I passanti e, meglio ancora, le persona affacciate al balcone non avranno potuto fare a meno di volgere lo sguardo proprio in quella direzione.

Tu, al centro della via, completamente sdraiata per terra in posizione supina che, con il tuo abitino viola, dipingi un bizzarro quadro da osservare. Quanto tempo, negli anni della nostra storia, ci ho messo a non provare a convincerti, a non rimanerci male, a non vergognarmi degli sguardi pesanti di giudizio o di semplice curiosità, a smetterla di sentirmi impotente e incapace. Ti guardo e ci osservo a distanza. Ma come, l’autista non ti aveva appena descritta come una meraviglia? Mi scappa da ridere, ma cerco di controllarmi perché in queste situazioni l’ultima cosa che voglio è farti sentire in qualche modo derisa.

Certo sarebbe un bel problema se ora arrivasse un auto. Tu rimani lì tranquilla finché non ti passa, ci pensa mamma a fare il vigile! Te lo dico inginocchiandomi al tuo fianco e mi rincuora la serenità del momento. Ma come ho fatto ad arrivarci?

Il dolore, maturando, apre vie inattese e pone ogni giorno di fronte a nuove avventure. Nella mia continua ricerca di significati so che ora sono arrivata fin qui e per un attimo mi gusto una nuova armonia.

Il contrasto nero asfalto e viola, è bellissimo.

Ricordi nell’aria

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ricordi nell'ariadi Irene Auletta

Attraverso la città in un’ora insolita e per giunta nella sua veste pigra della domenica mattina. Ferma ad un semaforo mi raggiunge un flashback.

Una ragazza attraversa la strada, quasi sempre li, con lo zaino in spalla e la faccia seria. Quel percorso ripetuto per cinque anni, riemerge pian piano dalla memoria. Lo sguardo sempre basso ad alimentare quella postura scorretta per cui tu mi hai preso un po’ in giro al nostro primo incontro e su cui lavoro ancora oggi grazie al contributo delle lezioni Feldenkrais.

Alza lo sguardo Irene, vedrai che ti verrà più facile respirare, sentirti più sicura e meglio sostenuta dalla colonna.

Oggi me lo ripeto quasi da sola ma la ragazza che attraversa quelle strisce pedonali ancora non lo sa e le sue spalle reagiscono come possono a quel carico di responsabilità che per lei è troppo. Lontana dalla donna che sono diventata, andatura goffa e corpo nascosto da pantaloni larghi e camicie lunghe, mi vedo incrociare la strada e la vita.

E dopo poco, seguendo il mio viaggio, eccomi li,  di fronte al luogo che mi ha visto muovere i miei primi passi professionali. Dopo tanti anni, ogni volta, tante emozioni. Sono accadute molte cose importanti in quegli anni ed è come se quella struttura, sempre originale, le avesse trattenute per proiettarle stamane al mio passaggio. Quanta vita, tra ricordi ed emozioni.

Siamo due signore di mezza età, ha detto di recente mia sorella. È vero. A volte sento i miei anni, a volte meno e a volte cento. Stamane quell’ombrosa quindicenne mi fa l’occhiolino e mi accorgo che, seguendomi con la coda dell’occhio, mi sta facendo un sorriso che mi guida a destinazione.

Sei sempre sorridente … nonostante tutto, mi dice mia madre appena mi vede arrivare. L’abbraccio, senza dire nulla ma dentro di me il messaggio è chiaro.

Ho imparato mamma, ho imparato.

Parole del cuore

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fiore di mandorlodi Irene Auletta

“Mandorla è la bambina felice di una ragazza madre piena di fantasia. Maria, la mamma, lavora come amministratrice d’immobili e ha lo speciale dono di trasformare ogni riunione condominiale in toccanti sedute di terapia di gruppo. Quando un tristissimo giorno…”.

 

Così inizia la descrizione, che è facile ritrovare in internet, del bellissimo libro di Chiara Gamberale uscito qualche anno fa.

Fin dalle prime pagine il lettore viene toccato e coinvolto in una specie di mantra recitato dalla protagonista, la ragazzina con il nome di un frutto dolce e amaro.

Mamma, mamma, mamma, mamma, mamma ….

Quella parola ripetuta come una ricerca, una speranza, una perdita e una mancanza, mi ha accompagnato nella lettura de Le luci nelle case degli altri, facendomi misurare ogni volta con un battito in gola. Sono anni che ci faccio i conti con quel dolore acuto della mancanza che sa di amaro, proprio come accade alle mandorle se assaggiate immature, ma che, nel tempo ha rivelato qualche dolce sorpresa.

Mi manca non sentirmi chiamare mamma e sarei un’ipocrita che dichiarassi il contrario. Ogni volta che qualcuno mi racconta dell’emozione di quella prima volta vengo travolta da un po’ di nostalgia e così, ogni tanto, ti ho immaginato con quella strana parola che forse ti gira nella testa. Mamma, mamma, mamma, mamma.

Ogni anno, per la festa della mamma, ci dedico pensieri speciali e non tanto perché attribuisco un particolare valore alla ricorrenza ma perché è un’occasione per fare il punto di come me la sto cavando e devo dire che, dopo quasi diciotto anni, non mi lamento. Mi piace pensare a che mamma sono diventata, a cosa porto con me ogni giorno della mia esperienza di figlia e a quella che potrebbe essere ancora la storia variopinta dei prossimi anni. Te lo racconto spesso, nel nostro speciale linguaggio d’amore e, ogni volta di più, facciamo i conti con le nostre mancanze e le nostre ricchezze.

Mamma di Luna, voglio diventare bionda come te. Mi è piaciuto sentirmi chiamare così e non da un’operatrice, ma da una tua compagna del centro che frequenti. Deve averlo capito, o forse ha visto e sentito quell’onda della mia emozione, perché ora capita spesso che mi saluta proprio così. Ciao mamma di Luna!

Mi gusto quell’accoglienza con la parola che sa di mandorla e penso a tutte le mamme che forse, dopo tanti anni, non si emozionano più. La festa della mamma, senza troppe ideologie o consumismo, è un’occasione di cuore, emozioni e pensieri d’amore. Mi piace pensarla così.

Auguri mamma, che sempre preziosa, sei ancora al mio fianco. Auguri mamma di Luna, perché ogni giorno io possa continuare ad emozionarmi e stupirmi per questa straordinaria avventura e per quei fiori inattesi e bellissimi che sui rami della nostra storia, non smettono di promettere spine e sorprese.

Cortesie belle

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LUna c cortesie belle

di Irene Auletta

In una sala d’attesa, di un luogo non molto piacevole, ci misuriamo con un tempo vuoto che ci consenta di stare nei tempi lunghi richiesti da alcune procedure burocratiche. Difficile da comprendere, forse, per chi non si confronta mai con taluni problemi. Con te non posso fare quasi nulla che non sia, appunto, stare con te. Al supermercato scappi di continuo tra le varie corsie, nei negozi tocchi tutto, negli uffici pubblici …. Insomma, tutto si concentra in tua assenza ma a volte l’urgenza urge!

Luogo angusto questa sala d’attesa. Insieme a noi un ragazzo perso nell’ascolto dei suoi auricolari e un anziano signore, alle prese con la lettura di un quotidiano, che ci sorride salutandoci appena entriamo. Con la tua abituale velocità ti dirigi verso un giornale posato al suo fianco e prima che io intervenga, il signore mi precede.

Le dispiace se faccio un regalo a questa signorina? dice indicandomi la rivista evidentemente di sua proprietà. Grazie, accettiamo volentieri ma devo avvisarla che le pagine verranno facilmente strappate. Il bello dei regali, replica il distinto signore, è che ognuno può farne ciò che vuole.

Ringrazio e apprezzo la gentilezza non invadente che accogliamo sempre volentieri e ricambiamo con i nostri sorrisi sinceri.

In giorni e tempi in cui pare di assistere a gare di “bicchieri mezzo vuoti” e alla mostra delle parti più spiacevoli dell’umano, il bello deve ritrovare la forza di mettersi in mostra sul palcoscenico delle relazioni e degli incontri.

Questo signore non lo saprà mai ma in una giornata un po’ cupa, insieme alla rivista, ci ha donato un respiro di speranza e fiducia.

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