Oro pedagogico

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Japanese-antiques-003di Irene Auletta

Come mi ha detto uno specialista qualche anno fa, mio figlio è come un vaso rotto e non potrà mai essere altrimenti.

Così, durante una supervisione un’educatrice, mentre racconta delle sue difficoltà a dialogare con la madre del bambino che segue in un intervento di sostegno scolastico, ricorda le parole della signora. Nel corso dell’incontro provo a condurre la riflessione intorno ai significati celati in questa frase che, evidentemente, la madre ha trattenuto con alcuni accenti non difficili da evincere nella complessa situazione che viene riportata nell’incontro.

Ogni volta che mi trovo a trattare situazioni analoghe, cerco di concentrare lo sguardo non tanto su chi all’origine può aver fatto una determinata affermazione ma su come l’ha ricevuta e assorbita il destinatario. Ma cosa vorrà dire per una madre sentirsi dire che il figlio è come un vaso rotto?

Purtroppo non siamo giapponesi e ho la sensazione, che in questa circostanza, siamo parecchio distanti dalle metafore evocate da quella loro pratica kintsugi che utilizza oro e argento per la riparazione di oggetti in ceramica andati distrutti, valorizzandone e aumentandone così il valore.

Nel racconto dell’educatrice sembra che tutti gli adulti che ruotano intorno a questo bambino, specialisti, insegnanti, educatori, ne vedano solo le fratture, le imperfezioni, le mancanze. Le ferite non sembrano affatto impreziosite da oro e argento ma solcate ogni volta da quel giudizio aspro che pone, figlio e genitori, di fronte allo sguardo impietoso di chi pare aver smarrito il suo orizzonte professionale.

Non è facile comprendere quello che ogni giorno incontro nella mia pratica professionale perché ogni tanto mi sembrano più smarriti coloro che dovrebbe sostenere relazioni di aiuto che gli stessi destinatari. Forse siamo un po’ tutti andati in frantumi in questo momento storico che sembra incapace di riconoscere il valore dell’imperfezione come peculiarità dell’umano.

Proviamo a trovare un po’ di luce in questo racconto pieno di ombre, dico rivolgendomi all’educatrice e all’intero gruppo dei presenti. La prossima volta suggerirò di cercare direttamente oro e argento e vuoi vedere che mi invento l’orafo pedagogico?

Salita alle ciliegie

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scala di ciliegedi Irene Auletta

Ci sono mattine che iniziano più faticosamente di altre. Mi sa che l’ascensore non funziona, ci annuncia tuo padre prima di uscire. Il nostro settimo piano, che ci piace molto per prospettive e panorami, in questi casi si rivela un problema non da poco.

Siamo già un po’ in ritardo e non posso rallentare più di tanto la discesa. Provo, alternandole, diverse strategie ma quando finalmente arriviamo al piano terra, io sono esausta e tu piagnucoli con quella tua espressione che dipinge a tinte variegate, rabbia e sconforto.

Durante il viaggio verso il Centro quasi non mi guardi e quando provo ad avvicinarmi mi respingi con decisione. Va bene Luna, purtroppo la nostra giornata non è iniziata bene ma speriamo che vada meglio! Ti lascio mentre, evidentemente rasserenata, ridi con uno dei tuoi educatori preferiti. Io invece mi porto dietro tensione e anche il dispiacere per aver perso le staffe di fronte alla tua continua ostinazione e opposizione. So bene che è umano e che a volte non è possibile fare altrimenti ma quando le giornate iniziano così, rimangono un po’ così.

Purtroppo il danno è parecchio serio e la cosa non si risolverà prima di due o tre giorni. Se va bene. Così mi accoglie la custode, mentre passo da casa, prima di venire a prenderti. Mentre lei, pensando a te, sta esprimendo tutta la sua solidarietà, la mia mente è già altrove. Qui ci vuole qualcosa di speciale.

Quando arrivo a prenderti ti dico che purtroppo la nostra ascensore non funziona ancora. Ma cosa vuol dire per te? Perché non possiamo fare quello che facciamo tutti i giorni? Che significati dai a quel cartello rosso che provo a indicarti dicendoti che l’ascensore è rotto? Ti ho convinto a scendere velocemente dall’auto promettendoti una sorpresa. La parola “sorpresa” per te è sempre fonte di curiosità. Quando arriviamo vicino all’ascensore ti indico il cartello e poi mi dirigo verso la scala, sbirciando vistosamente dentro un piccolo sacchetto appeso al mio braccio.

Caspita Luna, guarda che belle queste ciliegie! Cosa ne dici di fare un gioco? Ogni piano tre ciliegie …. ti piace l’idea? Ogni piano una sosta, un’attesa, un gusto e così si arriva a casa di buon umore. Per sette piani, circa venti minuti. Cosa potrò inventarmi per domattina?

Per stasera è fatta. Godiamoci questa risata con la lingua rossa!

Parole sporche

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parole sporchedi Irene Auletta

Gita fuori porta, di quelle che sperimentiamo spesso e che grazie alla curiosità e perseveranza di tuo padre ci fanno scoprire ed esplorare luoghi sempre nuovi e a tua misura.

Oasi naturalistica, tra percorsi nel verde e con la presenza di vari animali. Mentre vicino ad un recinto osserviamo delle piccole tartarughe ci troviamo a fianco di un ragazzino intorno ai dieci anni che saltellando finisce inavvertitamente sui piedi della madre.

Lo vedi che sei proprio uno stupido! Tu non sei normale, dice di scatto la signora. In quel momento mi guarda, ti guarda e con un po’ di imbarazzo si scusa dicendo che ha reagito d’istinto. Vorrei dirle che dovrebbe scusarsi con suo figlio e non con me ma abbozzo un mezzo sorriso intenta a osservare i movimenti delle piccole tartarughe e provando a non farmi disturbare dall’interferenza.

Appena ti allontani in direzione di tuo padre mi raggiunge un altro frammento di conversazione che vede protagonisti sempre la stessa coppia madre e figlio. Lo vedi che davvero non sei normale! Per colpa tua ho fatto una figuraccia con la signora e con quella poverina.

Ricordo di quando ancora bambina ho rischiato una punizione per essermi rivolta a mia sorella dandole  dell’oca. Non ti voglio più sentire parlare a tua sorella in questo modo, tuonò il mio babbo. Sembrano passati secoli.

L’eccesso di parole ormai ci travolge ogni giorno insieme ad un sacco di stupidaggini, non sensi e bizzarre interpretazioni. Ogni tanto sono davvero stanca e mi accorgo che, in silenzio, al tuo fianco mi ossigeno di bontà.

Ma dai non essere sempre la solita esagerata, sono solo battute! Me lo sono sentita dire tante volte e può essere che su alcune questioni io abbia anche i nervi un po’ scoperti. Eppure la mia anima pedagogica frigge avvertendo anomalie che vanno ben oltre quello che può ferirmi o infastidirmi come madre.

Raccolgo ogni giorno, da insegnanti, educatori o da operatori sociali, segnali di limiti relazionali che vengono continuamente oltrepassati in una sorta di escalation di cui ancora si fatica a vederne la fine. L’ultima cosa che mi interessa fare è puntare il dito verso qualcuno o in direzione di qualche strano fenomeno sociale.

Mi piacerebbe però, e tanto, che gli adulti si fermassero ad ascoltare più spesso ciò che dicono quando parlano con i bambini e i ragazzi, perché sono proprio loro che ci stanno restituendo sfiducia e un grande senso di smarrimento.

Ogni figlio e ogni generazione, come di fronte ad uno specchio magico, prima o poi restituisce immagini. Io, con la mia, ci faccio i conti ogni giorno.

E voi?

Contrasti e armonie

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nero e viola 1di Irene Auletta

Certo, la mancanza di quel pulmino giallo che per anni ti ha accompagnata nei tuoi viaggi tra casa e scuola non è facile da superare però oggi sono certa che andrà meglio e mi avvicino molto fiduciosa al gentile autista che si dirige verso di noi per salutarci.

Che bello vedervi e come è diventata grande Luna. Me la ricordo ancora seduta in prima fila sempre intenta a guardare fuori dal finestrino e tranquilla! In effetti nel pulmino in sosta alle sue spalle, in attesa di far scendere un paio di piccoli passeggeri, si percepisce una certa confusione tra urla e una ragazzina che sbatte ripetutamente la testa contro il sedile.

Certi bambini sono davvero difficili da gestire e gli assistenti non hanno neppure le competenze necessarie. Fanno del loro meglio ma come si fa a fare un intero tragitto da scuola a casa in queste condizioni? L’autista sembra rispondere al mio sguardo interrogativo rivolto verso la scena che si sta svolgendo nell’abitacolo e nel frattempo, tu non perdi occasione per avvicinarti alla portiera del conducente ed aggrapparti al finestrino curiosa ed evidentemente molto desiderosa di salirci, ancora una volta.

La scena successiva, come raccontavo proprio ieri sera a due amiche, ha assunto tinte surreali. L’impossibilità di salire, la partenza del pulmino, il dispiacere e l’imbarazzo dell’autista, la tua rabbia per quel desiderio non accolto, sono rimasti tutti lì. La via in cui ci troviamo, fortunatamente non di troppo passaggio e riservata prevalentemente al posteggio auto dei vari condomini, è stata di recente asfaltata e risulta perfettamente liscia, quasi lucida con il riflesso della luce pomeridiana. I passanti e, meglio ancora, le persona affacciate al balcone non avranno potuto fare a meno di volgere lo sguardo proprio in quella direzione.

Tu, al centro della via, completamente sdraiata per terra in posizione supina che, con il tuo abitino viola, dipingi un bizzarro quadro da osservare. Quanto tempo, negli anni della nostra storia, ci ho messo a non provare a convincerti, a non rimanerci male, a non vergognarmi degli sguardi pesanti di giudizio o di semplice curiosità, a smetterla di sentirmi impotente e incapace. Ti guardo e ci osservo a distanza. Ma come, l’autista non ti aveva appena descritta come una meraviglia? Mi scappa da ridere, ma cerco di controllarmi perché in queste situazioni l’ultima cosa che voglio è farti sentire in qualche modo derisa.

Certo sarebbe un bel problema se ora arrivasse un auto. Tu rimani lì tranquilla finché non ti passa, ci pensa mamma a fare il vigile! Te lo dico inginocchiandomi al tuo fianco e mi rincuora la serenità del momento. Ma come ho fatto ad arrivarci?

Il dolore, maturando, apre vie inattese e pone ogni giorno di fronte a nuove avventure. Nella mia continua ricerca di significati so che ora sono arrivata fin qui e per un attimo mi gusto una nuova armonia.

Il contrasto nero asfalto e viola, è bellissimo.

Ricordi nell’aria

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ricordi nell'ariadi Irene Auletta

Attraverso la città in un’ora insolita e per giunta nella sua veste pigra della domenica mattina. Ferma ad un semaforo mi raggiunge un flashback.

Una ragazza attraversa la strada, quasi sempre li, con lo zaino in spalla e la faccia seria. Quel percorso ripetuto per cinque anni, riemerge pian piano dalla memoria. Lo sguardo sempre basso ad alimentare quella postura scorretta per cui tu mi hai preso un po’ in giro al nostro primo incontro e su cui lavoro ancora oggi grazie al contributo delle lezioni Feldenkrais.

Alza lo sguardo Irene, vedrai che ti verrà più facile respirare, sentirti più sicura e meglio sostenuta dalla colonna.

Oggi me lo ripeto quasi da sola ma la ragazza che attraversa quelle strisce pedonali ancora non lo sa e le sue spalle reagiscono come possono a quel carico di responsabilità che per lei è troppo. Lontana dalla donna che sono diventata, andatura goffa e corpo nascosto da pantaloni larghi e camicie lunghe, mi vedo incrociare la strada e la vita.

E dopo poco, seguendo il mio viaggio, eccomi li,  di fronte al luogo che mi ha visto muovere i miei primi passi professionali. Dopo tanti anni, ogni volta, tante emozioni. Sono accadute molte cose importanti in quegli anni ed è come se quella struttura, sempre originale, le avesse trattenute per proiettarle stamane al mio passaggio. Quanta vita, tra ricordi ed emozioni.

Siamo due signore di mezza età, ha detto di recente mia sorella. È vero. A volte sento i miei anni, a volte meno e a volte cento. Stamane quell’ombrosa quindicenne mi fa l’occhiolino e mi accorgo che, seguendomi con la coda dell’occhio, mi sta facendo un sorriso che mi guida a destinazione.

Sei sempre sorridente … nonostante tutto, mi dice mia madre appena mi vede arrivare. L’abbraccio, senza dire nulla ma dentro di me il messaggio è chiaro.

Ho imparato mamma, ho imparato.

Eredità saporite

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favedi Irene Auletta

Presa da un non abituale raptus da vera massaia, mi ritrovo a pulire fave fresche immaginandone una zuppa per la sera. In un attimo i pensieri che sono altrove vengono rapiti da una piccola emozione che passa attraverso le mie mani all’opera. Cosa mi ricorda questa gesto? Mia madre, di ritorno dal mercato, intenta a parlare con me e mia sorella. Me la rivedo proprio lì, seduta su quella sedia e con un contenitore in grembo.

Pensando alla potenza del ricordo e all’emozione scaturita da un piccolo gesto, non posso fare a meno di pensarmi come madre. Che fine faranno i miei gesti, le mie espressioni e quegli sguardi che non posso rintracciare nei tuoi occhi?

Stamane, ferma ad un semaforo, ho visto sfilare davanti alla mia auto un gruppo di giovani disabili accompagnati da alcuni adulti che ho immaginato essere i loro educatori o assistenti. E’ un attimo che gola e stomaco vanno per i fatti loro, lasciandomi con gli occhi pungenti.

Ma forse alcune reazioni parlano di una scarsa accettazione, dice una collega, riferendosi ad un episodio analogo in cui la madre in questione non è riuscita a trattenere l’emozione. Ormai, per mia fortuna, tante affermazioni che sento fare da operatori di vario genere, hanno trovato ottime vie per scivolarmi addosso senza lasciare tracce. Quelle relative al tema dell’accettazione però, riescono ancora a farmi sentire pizzichi in tutto il corpo.

Cosa vuol dire accettare? Che dovrei essere contenta del fatto che fra dieci anni in quel gruppo potrebbe esserci anche mia figlia? Che qualcuno dovrà sempre occuparsi di lei e che un giorno dovrò fare i conti con il fatto di non riuscirci più io? Se solo quegli operatori capissero cosa vuol dire emozionarsi mentre si mondano delle verdure, sentirei di lasciare mia figlia in un futuro meno spaventoso!

Per consolarmi ti chiamo. Mamma indovina cosa ho appena comprato e preparato per cena? lo sai che ti pensavo mentre le pulivo? Mi sono ricordata di quando …. Ridiamo un po’ di tutto e niente e pian piano il magone si allontana.

Mi organizzo per venire a prenderti e mi tornano in mente le risate che ci siamo fatte stamattina, mentre ti accompagnavo al centro. Di certo non mi ricorderai nei tuoi gesti ma sappi che, se la fortuna ci accompagna, non ho intenzione di andarmene tanto presto da quel suono cristallino.

Tanto per cominciare stasera ti regalo un gusto e un sapore della nonna. E’ questa la mia e la nostra preziosa eredità. Ogni giorno, ce la facciamo bastare.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

Scope e divinità

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la befanadi Irene Auletta

Ci sono appuntamenti che si ripetono con immancabile puntualità e con essi riti e rituali che, ogni anno, ne confermano il valore e la loro peculiarità. In genere, il giorno dell’Epifania lo trascorriamo con gli zii ultraottantenni di tuo padre che forse, proprio nell’etimo dell’odierna giornata, puntualmente ci rivolgono gli stessi quesiti quasi attendessero fiduciosi la nostra singolare rivelazione.

Ma secondo te, le parole che dici le capisce? Ma come fate a capire cosa comprende? Nel tempo è destinata a migliorare? Io e tuo padre ormai ce le aspettiamo, con un sorriso affettuoso sulle labbra.

Non potevano mancare anche quest’anno e l’interesse attento che soprattutto lo zio Beppe pone di fronte alle nostre risposte, conferma ogni volta che le sue non sono affatto domande di rito o di forma ma, al contrario, sembrano quasi confermare qualcosa di cui pare non riuscire a capacitarsi.

Quando eri più piccola alle sue domande spesso seguiva un’affermazione sentita anche altrove tante e tante volte. Eppure, vista in alcune espressioni e in determinati momenti sembra proprio una bambina normale! Gli anni che passano, seppur nello scarto abissale tra la tua età anagrafica, le tue espressioni e il tuo aspetto fisico, escludono ogni apparenza di normalità lasciando spazio solo a quesiti di miracolosi miglioramenti che faticano a dialogare con la realtà.

Mi viene in mente, quasi come contraltare, quello che sostiene mia madre con grande sicurezza circa la tua intelligenza e le tue capacità che, secondo lei, vanno ben oltre l’assenza di parole. Gli occhi dell’amore sono proprio così, fanno di tutto per non rimanere imprigionati nelle etichette e nelle diagnosi e cercano, in ogni sfumatura, aspetti che leniscano la sofferenza della disabilità.

Per lo zio Beppe il dispiacere riguarda sicuramente il nipote con cui è evidente un rapporto di affetto speciale rimarcato forse anche dal fatto di essere l’ultimo rappresentante di alcune radici familiari ormai in via di estinzione. Per la nonna riguarda te, me e i nostri sogni infranti.

Epifania oltre che ‘apparizione’ o ‘rivelazione’ significa anche ‘manifestazione della divinità’ e forse il mio amore cerca proprio lì la cura al dolore nella ricerca di ciò che, andando oltre qualsiasi spiegazione razionale possibile, chiede un dialogo profondo con l’anima delle storie, la mia e la tua.

Il mondo non smette di ricordarci che le valutazioni delle persone guardano più a quanto sanno fare che a ciò che sono. Io cerco ogni giorno segnali di essenza, di cuore e di anime misteriose.

Non è questo il panorama che si osserva viaggiando in cielo sopra una scopa?

Danzatrici così

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donne che danzanodi Irene Auletta

Giorni di pioggia intensa. Per fortuna abbiamo l’auto posteggiata davanti casa. Oggi sarà una giornata si o una giornata no? Chissà. Scendi le poche scale che portano all’esterno è già intravedo quel tuo gesto di protesta che chiama all’appello tutto il corpo nell’abituale posizione chinata in avanti che negli ultimi tempi è la bandiera preferita della tua ostinazione.

Faccio finta di non accorgermene e inizio a distribuire tra le mie braccia ombrello, borsa, borsa da lavoro e il tuo zaino. Accidenti perchè non te l’ho messo in spalla anche se solo per compiere un tragitto di pochi metri?

Fai qualche passo e poi ti fermi, impuntandoti e decisa a non procedere. E intanto diluvia. Provo a spostarmi verso l’auto e tu mi guardi togliendoti il cappuccio. Sfida o gioco? Nel frattempo riesco ad aprire la portiera, mentre sei sotto la pioggia e accenni a fare qualche passo inciampando, come direbbe tuo padre, su una formica!

Mi avvicino di corsa, ti prendo per mano subito, mi cade l’ombrello mentre prendo al volo la borsa. Sto sudando e provo a non dimenticarmi di respirare.

Non è successo nulla tesoro, facciamo come quelli che cantano sotto la pioggia? Ma che sapore ha questa mattina, ne hai già assaggiata un po’? Lo dico mentre alzo gli occhi al cielo imitando quel tuo gesto a bocca aperta per assaporare gusto e freschezza. Finalmente ridi e così ti dimentichi per un po’ del perchè volevi opporti. Saliamo in auto e partiamo. Forse sarà una buona giornata.

Stamane, la scena mi ritorna in mente. Fiorella, un’amica di facebook, condivide di momenti difficili legati a giorni di convulsioni di sua figlia Ester, giovane donna disabile. Lo fa con leggerezza e con una delicatezza che percepisco sempre nei suoi messaggi, anche a distanza. Mi ricorda tanto Anna Maria, un’altra madre assai speciale.

Travolte dalla vita, per piccole o grandi avventure, cerchiamo ogni giorno un modo per stare in equilibrio, per non perdere la speranza e l’occasione di regalarci qualche sorriso di cuore. E così oggi mando proprio a voi questo pensiero. Madre e figlia, donne che da molti anni state attraversando il mondo con il vostro specialissimo passo di danza.

Cantiamo insieme sotto la pioggia, mentre inciampiamo, mentre ci sembra di non farcela. Forse per un momento ci sentiremo a distanza, ci verrà da sorridere e sapremo di non essere sole.

Quelli che ce la fanno sempre

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paperinikOgni volta, prima di fare qualcosa mi misuro con le solite domande ormai familiari e quasi amiche. Posso fare questa cosa con te? Sarai in grado di affrontarla? Io, sarò in grado di gestire le tue reazioni se tutto non andasse “liscio? Ce la faccio? Sono dell’umore giusto? E tu, sei dell’umore giusto? Questioni forse difficili da immaginare dall’esterno, che però sono la nostra abitudine

Ieri, dopo averci pensato, ho valutato che si, ci potevi venire con me dal concessionario, visto che ti avevo già raccontato dell’idea di cambiare la macchina della mamma e che anche questo poteva essere un modo per coinvolgerti in questo piccolo cambiamento.

Mi accorgo che formulo questo pensiero proprio mentre al contempo mi rivedo, dopo anni, a dirti che non possiamo prendere una macchina qualsiasi ma dobbiamo andare verso la nostra. Eppure sono convinta che sai riconoscere la mia auto e quella di tuo padre ma è come se la cosa non influenzasse minimamente la tua tendenza a dirigerti quasi sempre verso un veicolo diverso. Il concetto di proprietà è lontano da noi anni luce.

Ci andiamo al concessionario e tu sei bravissima e molto paziente, fino alla fine. Uno dei venditori ci tiene ad accompagnarci alla nostra auto.

Vi apro volentieri la portiera, dice.
Non si preoccupi, ce la facciamo benissimo, rispondo chissà perchè istintivamente.
Non ho dubbi, aggiunge il tipo, la mia è solo una gentilezza.

Sarà per suo cordiale sorriso o per la comprensione autentica che leggo nel suo sguardo che mi ritrovo a pensare alla mia risposta. Rifletto su questo strano automatismo comunicativo e lo riconosco appartenente ad un certo tipo di femminile impegnato nella cura di qualcuno o nell’assunzione di compiti particolari. Ce la faccio benissimo, tutto bene, non ho bisogno di aiuto. A volte queste frasi sembrano esibite come un valore.

Io ho capito nel tempo che per me queste affermazioni funzionano quasi come pillole rassicuranti. Mi vedo intenta a bilanciare quei sentimenti quotidiani, da anni compagni di viaggio. La paura di non farcela, di non riuscire a sostenere la fatica. Il senso di smarrimento e la ricerca di libertà ancora possibili. Il confronto con le mie incapacità e con i miei limiti.

Mi richiami a te con la voce. Mi ero persa, vagando in questi miei pensieri.

Senti, lo sai che la macchina che abbiamo appena scelto mi ricorda un personaggio di un cartone animato? Mi ascolti attenta. Cosa ne dici possiamo chiamarla la macchina di Paperinik? Mi guardi seria con quei tuoi silenzi pieni di mondi che mi fanno sentire abitante di un’altra galassia. Oppure, visto che siamo due ragazze, potremmo chiamarla …. Paperinikka come ti pare?

Sorridi subito e accenni un consenso visibile solo alla nostra storia. Adesso, è davvero nostra.

Respiro mentre mi accorgo che siamo arrivate a casa senza incidenti di percorso. Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

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