Fiori al tramonto

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fiori al tramontodi Irene Auletta

Che fai ci vieni a prendere in stazione? Solo se puoi però … va bene?
Arrivare alle sette di mattina a Milano potrebbe voler dire per tanti scegliere di prendere un taxi per raggiungere la propria destinazione. Ma non per voi che appartenete a quella generazione che viaggia un po’ sfasata tra ieri e oggi.

Quando arrivo vi vedo subito li in attesa. Due anziani e mamma un po’ di più. Mi fate lo stesso effetto ogni volta che vi incontro dopo una pausa di tempo e forse accade lo stesso a tutti i figli adulti con i loro genitori, sempre più maturi.

Mi pare ogni volta che sfilino a confronto diverse immagini e quella del presente ci mette spesso qualche secondo per mettersi a fuoco. Siete i miei genitori e dentro di me le vostre espressioni e i vostri visi scorrono nel tempo, soffermandosi su alcuni più radicati nella memoria e che non sempre corrispondono esattamente alla fotografia del presente.

Avete fatto un buon viaggio? Siete stanchi? Iniziano i racconti che si alternano alle domande e subito quelle sulla nipote occupano la scena, riuscendo ogni volta a scaldarmi il cuore. Fate quello che riuscite nei confronti di questa vostra unica nipote un po’ ufo che spesso comprendete più di quanto appare nelle vostre relazioni con lei, a prima vista goffe. Siete la conferma che l’amore colma ogni lacuna e fa lo sgambetto alle incertezze.

Guardo mio padre dallo specchietto retrovisore. Vedo quegli occhi verdi che non ha lasciato in eredità a nessuno di noi brillare di quella luce celata per tanti anni dagli affanni della vita e da quell’espressione austera che oggi viene sostituita tante volte da una dolcezza inattesa.

Ti sei alzata presto? Sei stanca? Grazie per essere venuta a prenderci.

Giunti a destinazione, vi guardo allontanarvi verso quella vostra casa milanese che abitate a mesi alterni e che vi vede ancora viaggiatori tra nord e sud.

Prima di correre alla mia vita di madre che mi aspetta a casa, trattengo negli occhi di figlia il vostro saluto e il sorriso stanco pensando che avrei attraversato la città anche di notte per non perdere questo momento.

Gli anni sono volati nella nostra storia e questi sono i giorni del tramonto. La loro luce e la dolce malinconia che li accompagna non hanno prezzo.

Torno a casa cantando.

Coraggio tenace

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prove di coraggio

di Irene Auletta

Ma quanto ti piace guardare i nostri filmini? Babbo, da intenditore, non perde occasione per fare riprese che possano raccontare delle nostre esperienze, lasciandone traccia nelle nostre menti, nel cuore e nei tuoi occhi sempre attenti. Proprio in questi giorni ne abbiamo ripescati alcuni dei tuoi primi sei, sette anni di vita e, come segni indelebili, ogni volta mi pare di veder riemergere stati d’animo, emozioni, pensieri e preoccupazioni.

Ti ricordi quell’anno? E quando siamo andati a fare quella gita? Oddio, e quella scenata che ha fatto nel ristorante? E quanto rideva mentre avete fatto quello scivolo dentro ai gommoni?

Quello che mi piace di più, guardandoli, è la visione bonificata che riesco a farne ogni volta, lasciando sullo sfondo le tue proteste, le urla, le volte che ti sei buttata per terra e via discorrendo. Le immagini ti vedono protagonista, con me e il tuo babbo mentre provi, sperimenti, scopri e curiosi. Quasi sempre sei divertita come se l’idea stessa della ripresa ponesse in luce solo i lati più gioiosi e leggeri di quel momento. Raramente posso fare a meno di far convivere dentro di me il contrasto delle emozioni. Gioie e dolori, preoccupazione e leggerezza, malinconia e speranza.

Ti osservo intorno ai cinque anni, ancora incapace di camminare da sola, barcollante e aggrappata alla mia mano mentre ti dirigi con tenacia e decisione verso una piscinetta che ti attende nel giardino di quella nostra casa di vacanza. In altre immagini, mi commuove vederti alle prese con quei gradini che sembrano la scalata dell’Everest mentre provi a salire solo per il desiderio di raggiungere qualcosa che, poco più in là, ha catturato la tua attenzione. Ogni volta sembra di assistere ad un’impresa e tu, insisti.

Mi torna in mente un post scritto da una madre in cui parla della testardaggine del figlio che ha la tua stessa disabilità. Già, ancora la testardaggine, quel carattere ricorrente di cui mi è capitato di scrivere più volte.

Ma quanta fatica hai già fatto tesoro nella tua vita? Quanta tenacia ti ci è voluta per arrivare fin qui e quanta incomprensione hai dovuto accettare in un mondo che non ti capisce?

La tua risata cristallina mi riporta alle scene sullo schermo e a noi. Cantiamo allegri mentre stiamo percorrendo un sentiero di montagna, inventandoci uno dei nostri mille giochi per permetterti di andare e di provare, nonostante la fatica evidente ad ogni passo. Giuro che la prossima volta che ne scrivo, partirò da un’altra domanda.

Ma quanto coraggio ci vuole?

Rimembranze

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maestra - rimembranzedi Nadia Ferrari

Riunione dei genitori nuovi iscritti alla scuola dell’infanzia e come di consueto da oramai un po’ di anni presento la parte educativo-didattica, cioè le fondamenta pedagogiche sui cui si basa il nostro intento d’insegnanti e i vari laboratori ed attività a sostegno dei traguardi formativi.

Mentre parlo di fronte a me c’è un signore di mezza età, capelli ricci brizzolati, attento che mi ascolta interessatissimo e quando la parola passa ai genitori ingaggia un dialogo corollato da domande molto puntuali che ci permettono di mettere a punto aspetti formativi importanti rimasti sullo sfondo.

Dentro di me penso con soddisfazione quanto sia importante che nel primo momento d’incontro tra scuola e famiglia si configuri uno scambio e che pure i genitori, che di solito assumono passivamente un ruolo d’ascolto, intervengano con le loro esigenze e richieste anche se, allo stesso tempo, l’incalzare delle domande tra sconosciuti alla lunga “stanca” ed impaurisce. La paura che sovviene é quella poi di creare troppe attese e di non essere all’altezza di sostenerle e così preferirei lasciare il passo alla conoscenza diretta. Paura spesso infondata ma che in me ancora vive dopo trentotto anni d’insegnamento.

La riunione si conclude, salutiamo con un arrivederci i genitori e mi dedico a sistemare gli strumenti (altoparlante, microfono ecc…).
 Il signore brizzolato mi si avvicina e attende che io mi accorga di lui. Quando alzo lo sguardo dal mio daffare lui mi dice: 
ma lei?


Io un po’ provocatoriamente pensando dentro di me: ancora domande? La riunione é finita! Rispondo sfidandolo dritto negli occhi con un sorrisetto sarcastico: si io?

Lei trentasette anni fa lavorava a Trezzano? 
Io incuriosita e di nuovo incerta rispondo affermativamente, mentre lui aggiunge nell’asilo di Rimembranze, dai verdi?


A quel punto d’impeto e inconsapevolmente passo al tu. Ma tu sei un mio allievo?

Si, risponde, sono F. A.

In quel momento mi é balenato dentro agli occhi il bambino che era e gli sono saltata al collo in un abbraccio affettuoso mentre lui pure emozionato sussurrava Nadia non sei cambiata per niente!

Dentro di me penso alla grande soddisfazione specifica degli insegnanti di lasciare segni positivi nella memoria dei bambini che incontrano. E anche di aver contribuito degnamente a farlo diventare uomo che non ha timore a porgere domande.

 

Battiti all’unisono

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arcobaleno

(15 Febbraio – Giornata internazionale Sindrome di Angelman).

Per Matteo e Angela. In memoria del loro piccolo Davide

 

 

 

 

di Irene Auletta

A volte le emozioni occupano tutto lo spazio e le parole sembrano non riuscire a trovare uno pertugio per potersi intrufolare e dire. E’ stato un po’ così quando Paola mi ha chiesto di scrivere qualcosa per oggi, giornata di incontri e di ricordi. Difficile perché le parole possono essere mattoni o piume e oggi ne vorrei scegliere qualcuna leggera leggera, bianca e soffice come neve, tiepida come una carezza discreta.

Mi piacerebbe trovare parole per salutare e per dedicare pensieri a chi è vicino e a chi la vita l’ha portato altrove. Guardo mia figlia Luna nella speranza che lei possa ispirarmi grazie a quel silenzio fatto di mondi e di un mondo fatto dal nostro incontro. Saremo capaci noi parlanti a dire in silenzio dei nostri pensieri del cuore?

Mi viene in aiuto un racconto.

Qualche giorno fa una madre conosciuta tramite Facebook mi ha invitata a scrivere una prefazione a un suo scritto. Non ci siamo mai incontrate, abitiamo in città e regioni diverse, ma le nostre storie hanno qualcosa in comune che ci fa sentire intime estranee. Ci siamo scambiate mail ricche di un calore che non è facile trovare altrove, condividendo gioie e lacrime.

Accade così in queste storie a distanza che riescono a farci sentire la mano dell’altro nella nostra, i suoi timori, le sue gioie e quel respiro sospeso dagli eventi della vita. Sono incontri che posso riempirsi di un significato denso e leggero al tempo stesso come quel cielo carico di nubi che dopo un temporale sa donare agli spettatori i magici colori di un arcobaleno.

Luci e colori in cielo e in terra. Negli occhi di chi guarda e nel cuore di chi ascolta.

Nei pensieri che si fanno realtà nel ricordo e in quell’amore che ogni giorno ci rammenta il senso importante della vita e di ciò che è stato.

Riflessi educativi

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riflessi educativi 1di Irene Auletta

Ma io non li voglio i carciofi ripieni! Nessun problema, risponde il padre, vorrà dire che stasera andrai a letto senza cena. E così fu.

Me la ricordo ancora bene quella scena, nonostante siano passati da allora quasi cinquant’anni e mai avrei immaginato di ritrovarmi a fare una parte simile nel ruolo di genitore. Dico simile perché le scene non sono mai uguali e di certo nel mio caso mi sarebbe piaciuto molto trovarmi di fronte ad una scelta o ad una presa di posizione come quella puntigliosa di me bambina.

Da qualche giorno sono aumentati i versi con la bocca che, accompagnati da qualcosa di assai simile a una pernacchia, producono un’inevitabile produzione di saliva che termina in qualcosa di poco gradevole che, anche senza una fervida immaginazione, è possibile intuire. Le spiegazioni ricorrenti su una serie di comportamenti dei ragazzi disabili mi lasciano sempre con molti interrogativi aperti che, a seconda dello stato d’animo del momento, mi deprimono oppure mi irritano. Purtroppo raramente riesco a sorriderne.

In realtà so bene che ogni comportamento nasce per qualche motivo particolare non sempre identificabile e riconoscibile e, molto spesso, esasperato dal tuo modo di affrontare qualcosa che, evidentemente, anche tu stessa non comprendi o non riconosci come familiare. E così l’altra sera, di fronte a questi sputi pernacchiosi, ingaggio una sfida e al secondo tentativo fallito, ti comunico che andrai a letto senza cena. Cerco di farlo come lo fece anni fa mio padre, senza alcuna aggressività ma con la convinzione di poterti insegnare qualcosa.

In cuor mio però non sono serena perché mi chiedo cosa tu possa comprendere e imparare e soprattutto perché sono certa di non aver capito il motivo del tuo comportamento che sospetto legato a qualche fastidio o disagio che non riesci a esprimere diversamente.

Ma tu babbo avrai capito perché proprio quella sera non volevo i carciofi ripieni, oppure avrà preso il sopravvento l’insegnamento che sentivi importante e strettamente legato al tuo ruolo di padre? Credo che il ruolo di genitore sia complesso sempre e forse, figli diversi, chiedono di imparare a destreggiarsi tra differenti trappole. Io conosco solo quelle che incontro nella relazione con te e nelle lezioni che ogni volta imparo grazie alle tue reazioni imprevedibili.

Accetti di andare a letto senza cena senza mostrare alcuna opposizione e ti sento vicina alla mia emozione quando ti dico che in quell’occasione non sono riuscita a fare altro per capire e per aiutarti. Domani andrà meglio ti dico mentre, chissà perché, ho la sensazione che tu mi stia consolando.

Ti assomiglio davvero babbo? Di certo, tu non sarai andato a letto con il magone. O no?

Durezza leggera

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durezza leggeradi Irene Auletta

La scena non cambia mai da anni e si ripropone periodicamente con urticante puntualità. Mentre stiamo uscendo dal centro che frequenti, incrociamo una signora mai vista che definisco un’operatrice di qualche genere grazie ad un cartellino che intravedo al termine di una “collana” di fettuccia colorata, che porta al collo. La vostra giornata è finita? State andando a casa? Gli interrogativi, accompagnati da un sorriso ebete e da una vocina in falsetto, mettono a dura prova le mie espressioni verbali e non, soprattutto nelle giornate in cui empatizzo con una tigre in gabbia proprio a causa di come funzionano alcuni servizi e di quello che intravedo, tristemente, nel tuo futuro.

La prima lezione Feldenkrais, dopo la pausa delle vacanze natalizie, mi trova bisognosa di occuparmi del mio povero corpo messo a dura prova dalle proteste senza parole che ogni tanto sembrano trasformarsi in incontri di lotta libera. Mentre siete sdraiati a terra provate a concentrare la vostra attenzione sul contatto tra la testa e il pavimento. Forse è un contatto duro, riuscite a sentire la differenza tra contatto esterno ed interno? Le domande dell’insegnante mi ricordano spesso una speciale bussola che prova a riorientare l’ascolto, proprio lì e in quel momento.

La differenza tra le due percezioni di peso e di contatto mi fa pensare a come possiamo incontrare il mondo, e quanto ci accade, provando a distinguere dentro e fuori, per ammorbidirne l’impatto e prendere quella distanza che serve per proteggerci e per proteggere le nostre persone più care.

All’inizio, testa e pavimento sembrano due forze che si oppongono, concentrate in una forte pressione che svela anche una grande fatica percepita a livello delle doloranti spalle. Al termine della lezione, come sempre accade, corpo e stato d’animo viaggiano insieme più leggeri, capaci di volgere a ciò che incontrano uno sguardo meno severo, grazie al nuovo apprendimento.

Vorrei rispondere alla signora che ne ho piene le scatole delle comunicazioni che ci raggiungono come se fossimo dementi, delle domande ripetute in modo stereotipato per paura di stare in quel silenzio pieno di sguardi e di racconti muti, dell’aggressività che mi raggiunge, anche se inconsapevole o non voluta, ogni volta che il mio Io si smarrisce in un Voi non meglio identificato.

La testa però mi ha insegnato che può incontrare il pavimento in modo differente, quasi delicato, e con questo pensiero ci allontaniamo abbracciate. Per oggi, basta sfide.

Geni contagiosi

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di Irene Auletta

Capita anche a voi di essere colpiti da qualcosa che leggete o sentite e che, anche a distanza di anni, bussa alle porte dei vostri pensieri esigendo spiegazioni nuove?Rammento bene la prima volta che ho letto della tua sindrome genetica e di quell’aggettivo ricorrente che aveva attratto la mia attenzione quasi a volermi proteggere dal dolore di tutto il resto. Questi bambini sono caratterizzati dall’essere molto testardi, recitava l’articolo.

“Si dice (definizione da dizionario) di persona che vuol fare sempre a modo suo, che persiste in un atteggiamento o in una decisione, rifiutando di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”. Ma in che senso la testardaggine è un carattere genetico, cosa vuol dire? Non mi ha convinto allora e non mi convince ancora oggi, anche a partire dal fatto che questa etichetta viene sovente appiccicata ai più svariati tipi di disabilità. Vuoi dire che c’è un ostinato gene caratteriale che colpisce in particolare i bambini e i ragazzi con disabilità? E poi, com’è che da una parte si sottolinea un grave ritardo mentale e dall’altra la sofisticata abilità cognitiva di “rifiutare di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”? No, non mi convince affatto.

Ti proponiamo di fare cose belle, che sappiamo ti piaceranno e ti faranno felice ma, quasi ogni volta, ci misuriamo con le tue reazioni che segnano ogni gioia con una immancabile fatica. Non vuoi salire in auto e poi non vuoi scendere, non vuoi andare al cinema e poi non vuoi più uscire dalla sala a film concluso, non vuoi uscire di casa e poi non vuoi più rientrare anche dopo ore.

Insomma, facile a dirsi, sei testarda! 

Ma, mentre ti osservo sdraiata a terra nel nostro ingresso di casa, con già indosso il cappotto, in una delle tue performance tipiche, ancora una volta mi accorgo che, per convincerti, abuso di parole. Fidati di mamma. Babbo ci aspetta in macchina e andiamo a mangiare al ristorante. Dai, ormai sei una ragazza, non è ora di smetterla di sdraiarsi a terra per dire che qualcosa non ti va bene? Tu mi guardi, impugnando il tuo cucchiaio con aria di sfida e in apparenza decisa a non cambiare  posizione, mentre io vengo distratta dal brusio dei miei pensieri intorno a cosa posso inventarmi per farti alzare da terra e raggiungere l’ascensore.

Ma cosa caspita vogliono dire tutte queste parole per te che sei imprigionata in un eterno presente? Hai fame ora e noi non capiamo. Allora tu insisti e non molli. Al tuo pari, anche noi ci ostiniamo a convincerti così come tu ti ostini ad opporti per ogni cosa. Vuoi dire che la testardaggine è contagiosa? Forse, tenendo ferma questa definizione per i disabili, bisognerebbe estenderla anche ai genitori e agli operatori, convinti che la verità vera sia sempre e solo la loro. Io, ancora dopo anni, impazzisco di fronte alla tua impossibilità di esprimerti e alla mia di comprenderti.

Mi piaci quando ti opponi figlia, anche se mi sfinisci provocandomi a volte attacchi di grande sconforto. Mi piaci perché non rinunci a comunicare, a far valere la tua volontà, a esserci. Mi piaci perché, a dispetto di tutto, non ti arrendi e in questo ti riconosco tanto simile a me e a tuo padre.

Testarda come te, posso solo prometterti di continuare a cercare.

Gravemente sufficiente

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gravemente sufficientedi Irene Auletta

Mi capita spesso di raccogliere commenti di genitori che, in occasione dei rituali colloqui di verifica con gli insegnanti, restituiscono emozioni di colori assai differenti.

Accade di ascoltare racconti di gratificazioni e soddisfazioni sovente associati a brillanti risultati raggiunti dai bambini o ragazzi dal punto di vista didattico. Allo stesso modo capita anche di percepire un senso di incomprensione, delusione, scarsa valorizzazione, che trasformano i fatidici colloqui in una vera e propria punizione a cui sottoporsi nella speranza che finisca il prima possibile.

Cosa vorreste vi raccontassero dei vostri figli a scuola? Riuscite ad appassionarvi ai loro apprendimenti? Quando vi parlano di alcuni comportamenti come vi sentite, a seconda che siano di lusinga o di critica?

Qualche anno fa, parlando con una mia amica parecchio provata dalla scarsa motivazione scolastica di sua figlia, ho provato a capire del perchè di tanta preoccupazione, prima e dopo il confronto con i docenti. Il fatto è, mi ha detto un giorno, che mi sento sempre valutata e giudicata e, appena torno a casa dopo un incontro, riverso tutta la frustrazione su mia figlia, pur rendendomi conto che non è questa la cosa giusta da fare!

Tante volte ho sentito racconti simili e quindi immagino che ci sia pure qualcosa di vero. D’altronde, nel mio lavoro con gli insegnanti, non mancano le valutazioni di genitori, troppo presenti o assenti, che sottovalutano o sopravvalutano le capacità dei loro figli, che delegano o vogliono sostituirsi agli insegnanti. Insomma, il mare dell’esperienza scolastica attraversato dagli adulti, genitori o insegnanti, mi appare molto spesso in burrasca.

Qualche giorno fa, come genitore, ho avuto due scambi molto interessanti con persone che, a diverso titolo e ruolo, hanno espresso una valutazione su mia figlia.

Da una parte ho sentito forte il codice legato alla “famosa” diagnosi funzionale che qualsiasi genitore con un figlio disabile conosce molto bene. Tuo figlio che cosa è in grado di fare? Quali competenze o abilità ha raggiunto in questo periodo? A quale categoria dei disabili appartiene? Alta o bassa? Grave o meno grave? Il problema non è legato alle singole persone coinvolte in questo tipo di valutazione ma ad una resistente cultura della disabilità che, nei luoghi della formazione e nelle vesti professionali, continuo a discutere criticamente, insieme all’urgenza di una sua evoluzione e trasformazione. Altra storia è ciò che accade nei pressi del cuore.

Angela, la tua insegnante Feldenkrais, mi racconta di come sei cresciuta, delle emozioni che riesci ad esprimere, della persona che sei diventata, della maturità del tuo ascolto, sempre più profondo, di ciò che accade al tuo corpo. Sono incontri e scambi che mi accompagnano da anni e che sempre hanno posto al centro ciò che sei e non quello che sai.

Orizzonti molto differenti che ci costringono ad una valutazione strabica. Se solo i due mondi si parlassero un pochino non potrebbe essere più semplice, per tanti genitori, comprendere il senso di molti momenti di valutazione?

Va bene così figlia, chiediamo aiuto all’ironia. Quale sarà la media tra gravemente insufficiente e dieci e lode?

Essenze

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Dalle-profondità-del-Mediterraneo-l-organismo-più-antico-della-Terra-638x425di Irene Auletta

Bellissima lezione quella di ieri sera al gruppo Feldenkrais. L’insegnante ci presenta il lavoro annunciandoci un’esplorazione alla ricerca delle sensazioni legate alla coscienza dello scheletro. Mi sembra un enunciato assai interessante e siccome arrivo all’incontro molto stanca già mi pregusto il piacere della nuova scoperta, assaporandomi questa pausa preziosa che mi regalo una volta alla settimana.

Oggi mi ritorna spesso in mente, nelle parole e nelle sensazioni provate. E riemerge proprio in quel preciso momento lì.

Incontro tanti genitori con figli disabili, sto dicendo ad una madre, e molto spesso sento tanta rabbia nelle loro parole. La signora, madre di un figlio disabile adulto, da anni impegnata in progetti sociali e culturali sul tema, mi guarda dritto negli occhi. La mia non è rabbia, e’ disprezzo!

Sembra stupita quando le restituisco che si vede, perché la mimica e il tono della sua voce mi arrivano allo scheletro, intrecciandosi con le parole di Angela, la nostra insegnante Feldenkrais. Sentire lo scheletro parla di un ascolto molto profondo e delicato, perché parla del contatto con la propria essenza.

Mentre la nostra conversazione prosegue, dico qualcosa che evidentemente il mio interlocutore non gradisce o non condivide, interpretando forse in modo non corretto una mia dichiarazione di dispiacere. Io continuo così come genitore, dice sempre la signora con una punta di stizza, tu prosegui pure a fare il formatore!

Eppure, lei è la stessa persona che un paio di settimane fa ci ha tenuto a dirmi che aveva saputo che ero la “moglie di”, facendo ben comprendere quindi di sapere anche che sono la “mamma di”. E allora cosa e’ successo? Incontrandomi nei panni di un operatore mi ha trasformata immediatamente in qualcuno verso cui andare contro? Qualcuno che di sicuro non può capire?

Mi torna in aiuto l’ascolto dello scheletro di ieri sera, quel contatto con un se’ troppe volte trascurato e travolto dalle contingenze di un frenetico quotidiano. So bene quanta rabbia si incontra come genitore di un figlio disabile o malato e ogni volta mi ricordo che è l’altra faccia di quel dolore, che ogni giorno si cerca di far maturare, in una ricerca di significati che aiuti a non soffocare nella malinconia.

Stasera, mentre ti sono sdraiata vicino, giochiamo a sentirci lo scheletro e tu, forse direbbe Angela, da sempre anche tua insegnante, sei più brava di me a farlo anche se non puoi raccontarmelo. Io ci provo e mi auguro di incontrarlo senza rabbia e tantomeno disprezzo.

Lo spero non per salvaguardare gli altri o fingermi la buonista che non sono, ma per me e per te.

Lo spero per curare le nostre essenze, nutrirle di bellezza e proteggerle, al di la’ di quello che gli altri riescono a fare, con il calore dei nostri incontri che mi auguro non smetteremo mai di cercare.

Ali tutte tue

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A fairy flying over a field with a palace in the background

di Irene Auletta

Ne parlavo qualche giorno fa con tua zia, di come vivendo con te scopro ogni giorno che quello che sovente viene definito normale, istintivo, naturale, è lontano anni luce dall’esperienza di vita tua e di tanti ragazzi come te, che la vita la affrontate a modo vostro.

Il fatto è che siete proprio voi a coglierci tante volte in castagna, lasciandoci lì ebeti a farci le solite domante. Ma come è possibile che non capisca questa cosa? Perchè sceglie sempre la strada più complicata per fare qualsiasi cosa? Se a volte sembra comprendere perfettamente come mai altre qualsiasi parola viene respinta come su un muro di gomma?

E noi lì a chiederci, cercare di capire, interrogare, esplorare. Noi lì, a dannarci l’anima. Almeno, questo vale sicuramente per me che in quel girone mi ci trovo particolarmente a mio agio e molto spesso anche in ottima compagnia.

Il bello del mio lavoro è che attraverso le parole degli altri, operatori e genitori, posso continuare a riflettere e a crescere, offrendo ogni giorno il contributo del mio apprendimento insieme a quello della mia competenza. Educatori di un centro per disabili mi raccontano della fatica di vedere l’adulto negli uomini e nelle donne, più o meno giovani, che ogni giorno incontrano nel loro servizio.

Difficile di certo per i genitori dicono ma poi, piano piano, scopriamo che lo è altrettanto anche per loro. Età anagrafiche, corpi, storie fanno a pugni con gesti, espressioni e comportamenti che, si sa, prendono maldestramente il sopravvento. E’ la croce del ritardo mentale o del deficit acquisito, come accade sovente anche con gli anziani. Ed ecco lì, uno dei tanti motivi che spinge a quel continuo infantilizzare persone di venti, trenta, cinquanta, sessant’anni.

Vuoi la merendina? Ti metto il cerottino? Sbucciamo la melina? Andiamo a fare la pipì? Aiuto, mi manca l’aria. Datemi anche l’ossigenino purchè mi permetta di respirare.

L’educazione ci trasforma mentre attraversiamo forme differenti di cultura. Per qualcuno stare in questo processo di crescita è più difficile, perchè di normale, istintivo, naturale, quando si ha qualche disabilità o deficit, non c’è proprio nulla. Ognuno trova il suo modo per sopravvivere e il mio è quello di continuare a imparare, insieme a te.

Stamane siamo ancora lì. Tu sei felice e provi a saltare, in quel modo tutto tuo che a vederti risulti proprio buffa. Tutto il corpo appare in elevazione tanto che ci si aspetta da un momento all’altro che il salto arrivi davvero. Invece i piedi rimango dove sono, bloccati a terra, dando al tuo movimento più l’immagine di un elastico che di un salto. Dai proviamoci ancora, ti aiuta la mamma … ci sei quasi!

Tu ridi e mi accorgo che a te, di alzare i piedi da terra, non importa nulla. Ancora una volta mi hai messo a tacere. Tra noi due, quella che vola davvero, sei sempre tu.

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