Sorprese di Natale

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sorprese di Nataledi Irene Auletta

Non sono un’amante delle feste scolastiche e in genere questo è il momento che finora mi ha sorpreso più a disagio sia come genitore che come operatore. In verità mi è capito spesso di confrontarmi anche con molti altri genitori perplessi e può essere che il bisogno di certi rituali di festeggiamento abbia talmente preso la mano da far un po’ smarrire i reali destinatari e il senso della proposta stessa. Parlo di ciò che accade dall’asilo nido in poi e di certo, in una struttura che accoglie bambini e ragazzini disabili, la questione si pone allo stesso modo e forse con qualche accento interrogativo in più.

Con questo spirito e stato d’animo ho accolto la comunicazione del festeggiamento odierno a cui per fortuna i genitori non erano invitati e così arrivo a prenderti al Centro che frequenti da pochi mesi e che ancora mi interroga sul senso della tua presenza lì.

Mi accoglie un’atmosfera giocosa, rumorosa, frizzante e caotica. I ragazzi eccitati ciondolano nella stanza, accennando balli e strani minuetti accompagnati da quel chiacchiericcio e da quelle risate da adolescenti che in più occasioni mi hanno fatto chiedere se quello è il posto giusto per te. Tu mi sembri sempre un altro pianeta tra diversi pianeti ma questo pomeriggio ti trovo perfettamente a tuo agio nella scena che mi si presenta appena apro la porta.

Mi vedi e mi saluti subito ma è chiaro che non intendi lasciare quella situazione di festa e che neppure desideri coinvolgermi in modo particolare nei preparativi in atto. Come dire, rimani pure qui ma stai al tuo posto!

Mi faccio da parte e ti osservo mentre non perdi neppure un frammento di ciò che ti accade intorno e cerco un continuo equilibrio tra emozioni assai differenti che viaggiano tra la gola e lo stomaco. Vieni coinvolta in una danza e mentre ti sorrido provando a nascondere alcuni pensieri, mi accorgo che il tuo sguardo inizia a rassicurarmi.

Mentre io ho paura che inciampi, che gli altri non riescano a seguire il tuo ritmo, che per te sia troppo, mi guardi felice e perfettamente a tuo agio in quella scena per me nuova e quando incroci i miei occhi il tuo divertimento per me diviene inconfondibile tanto da farmi dimenticare tutti i timori.

Quando dopo un po’ per te è il momento di andare, me lo chiedi senza alcuna esitazione e solo quando siamo vicine alla nostra auto mi abbracci in un modo parecchio diverso dal solito. Cosa vuoi dirmi tesoro? Che sei contenta, che ti sei divertita, che posso stare tranquilla? Oggi pomeriggio mi hai dato una bella lezione. Stavolta, io sono decisamente indietro.

Abbi pazienza figlia mia, la mamma è davvero lenta!

 

Onde vicino al cuore

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onde vicino al cuore

 

di Irene Auletta

Spesso mi interrogo sull’opportunità’ di pubblicare quello che scrivo e ogni volta che un post appare sul blog e’ come se avesse superato un test. Scrivere di cose che accadono nella vita non e’ facile soprattutto se si ambisce ad intrecciarle con una professione che nel suo oggetto di studio ha proprio l’educazione e quindi la vita stessa. Eppure ogni volta mi accorgo che c’entra soprattutto quando la fatica e il dolore urlano una ricerca di senso che sembra smarrita.

Secondo lei per questi figli il bene non è più grande? La dottoressa che ti sta facendo l’ecografia non nasconde la sua espressione seria di fronte alla tua cartella clinica e agli ultimi esami che da un reparto all’altro si sono rincorsi in una frenetica settimana di ricovero ospedaliero.  E aggiunge, ma ha solo lei? Anche tale domanda in questi ultimi giorni mi e’ stata rivolta in diverse occasioni e la immagino ricorrente nella storia di molti genitori con figli disabili o malati. Tante volte di fronte alla mia risposta affermativa l’espressione e a volte le parole non trattengono un dispiaciuto  … peccato!

Io spero sempre che tu, proprio in quel momento, sia distratta con la mente e le orecchie rivolte altrove. E così, raccolgo e accumulo rabbia e dolore che mischiate in modo indissolubile in questi giorni mi fanno sentire come una tigre in gabbia. La fiera delle banalità che riesce a raccogliere la malattia grave mi sorprende ogni volta e cerco nel silenzio e nelle voci amiche,  un nuovo equilibrio possibile. Ripenso alla domanda della dottoressa e provo a fantasticare su risposte raccolte da altri genitori in situazioni analoghe. Ci penso anche perché detesto le generalizzazioni vuote e i luoghi comuni.

L’accompagnare un qualsiasi figlio nella crescita ha di certo tanti punti in comune anche  tra esperienze molto diverse tra loro. Ma un figlio che ogni giorno incontra una fatica, una sofferenza, una nuova prova da affrontare, fa la differenza tra le differenze. Un figlio che va e viene tra le onde della vita e’ come se ogni volta ti chiedesse di sceglierlo ancora e ancora, per quello che e’. Se accade, ogni volta l’amore segna un nuovo punto di profondità nella gioia e in quelle fitte vicino al cuore che non ti lasciano mai.

E’ troppo superficiale  e frettoloso  dire che chi e’ genitore può capire, anche perché a volte la più grande vicinanza si può raccogliere proprio da chi non ha figli forse perché meno tentato dal bisogno impellente di omologare tutto e di schivare la sofferenza. La differenza a mio parere la fanno sempre la disponibilità ad ascoltare seriamente ciò che accade e  la forza di trasformarla in una nuova possibilità’ accogliendo, anche in assenza di parole, i giorni di mare mosso.

Ti potrei volere più bene di così? Se non fossi tu sarebbe differente l’amore che mi brucia in gola?

Il cuore in tabella in questi giorni si e’ guadagnato nuove ferite ma, mentre distese a letto guardiamo i filmini del mare, ridiamo delle onde e delle nostre facce buffe.

Ti tengo forte amore! Questo e’ il mio bene.

L’allegria è cosa seria

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l'allegria è cosa seria

di Irene Auletta

Quello dell’intreccio tra educazione e allegria è un tema che mi gira in testa da tempo ma, nonostante il consenso che questa mia proposta ha raccolto in svariate occasioni di iniziative culturali, l’argomento è sempre rimasto tra quelli un po’ in fondo alla lista e rinviato a successive occasioni.

Platee di genitori, insegnanti ed educatori mi sono apparse negli anni sempre più interessate ad altre tematiche come se, parlare di regole, di premi o punizioni, di rapporto scuola e famiglia o, ultima moda, del rapporto con il mondo del web, fosse di gran lunga sempre più urgente, attuale o interessante.

Poi, in questi giorni ho incrociato una recente intervista in cui una famosa attrice, pur non nascondendo i segni inconfondibili di una grave malattia con cui convive da anni, racconta della sua vita con un’indicibile e contagiosa allegria, dichiarando “sono ghiotta, sono obesa di vita … sono così interessata alla vita, che me ne interessa anche la morte.

La ascolto accompagnata da un profondo respiro perchè in questa sua frase sento la bellezza vibrante della vita e del modo di guardarla e attraversarla. Esattamente il contrario di quanto accade negli scambi in cui predomina il lamento insieme al dettaglio, sovente esasperante, delle proprie fatiche. Avete presente no?

Sia ben chiaro. Una cosa è raccontarsi, condividere e scambiarsi storie ed emozioni, diverso è rovesciare addosso all’altro quello che affronti e ti accade. Forse la differenza la fa proprio l’atteggiamento verso la vita, le cose che accadono, che è necessario affrontare. Tutto questo non ha a che fare anche con l’educazione?

Quando incontro i genitori spesso mi ritrovo a fare paralleli tra ciò che raccontano del loro rapporto con i figli e le caratteristiche dei figli stessi. All’inizio sono fili invisibili e delicati che pian piano si fanno sempre più evidenti e, quando riesco a farli vedere anche ai protagonisti del racconto, so che è accaduto qualcosa di molto importante.

Ciascuno di noi si porta appresso un bagaglio di storie, esperienze e modelli educativi. Alcuni, più fortunati, nella loro educazione hanno incontrato anche l’allegria e quel modo gioioso di guardare alla vita, sempre. I figli sono una bella occasione per continuare a insegnare quello che ci pare importante e anche per scoprire qualcosa di nuovo che vale la pena non trascurare e magari imparare.

Penso al racconto di un’amica che mi descrive un figlio, giovane uomo, molto arrabbiato perchè sta facendo da qualche mese una dieta particolare. Penso a quello che affronti tu da una vita, al tuo sorriso sempre presente, alla grinta che ogni volta metti in campo di fronte alla nuova difficoltà.

Tu neppure lo immagini, ma tempo fa mi sono impegnata ad insegnarti l’allegria  perchè il modo in cui incontriamo la vita, fa la differenza.

Impegno d’amore o impegno educativo? Probabilmente entrambi.

Nutrire l’amore

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nutrire l'amoredi Irene Auletta

In supervisione un’educatrice racconta di una situazione che sta seguendo nel suo intervento domiciliare presso una famiglia e di come spesso entrambi i figli, di quattordici e di dieci anni circa, reclamino attenzioni e bisogni legati al cibo.

In particolare, racconta, sono rimasta molto colpita un giorno in cui i ragazzi chiedevano di continuo alla madre la merenda e lei ha tergiversato fino a quando il figlio piccolo si è accorto, arrabbiandosi molto, che quasi di nascosto si era preparata un budino per sè senza offrilo a loro.

Difficile comprendere alcuni comportamenti magari molto distanti dai nostri e troppo facile è cadere nella trappola dell’immediato giudizio o delle valutazioni affrettate. Spesso nelle situazioni di grave disagio o disabilità che incontriamo come operatori socioeducativi, le questioni legate al cibo sono ricorrenti, sia in difetto che in eccesso.

Il nutrimento ha tanto a che fare con quello che si crea, sin dal primo giorno di vita, nella relazione tra genitori e figli e, in particolar modo, in quella che coinvolge la madre come prima figura adulta solitamente protagonista di questa delicatissima fase della cura.

Di frequente mi ritrovo a trattare questioni simili sia con gli educatori che con gli stessi genitori, provando a stare in equilibrio tra ciò ho imparato negli anni di professione e quello che ho attraversato nella mia esperienza di madre.

Ricordo molto bene il giorno il cui all’età di quattro anni ti strappasti l’ennesimo sondino nasogastrico per l’alimentazione forzata e il tono del medico che mi indicava l’urgenza che ti obbligassi a mangiare. L’ansia legata al cibo e alle tue difficoltà di alimentarti era allora il mio pane quotidiano. Un giorno, piangendo, ti dissi sottovoce che non ti avrei mai più obbligato a mangiare e che avrei solo cercato di aiutarti, per come ero capace, a fare i piccoli sforzi necessari alla tua sopravvivenza. Anche tu allora eri tanto arrabbiata, perchè stavi molto male e quel modo di ricevere amore proprio non lo sopportavi.

Presi coraggio e comunicai al medico quella che da quel momento sarebbe stata la mia posizione. Allora non sapevo ancora come me la sarei cavata ma di certo avevo deciso che il mio amore avrebbe trovato altre vie per nutrirti.

Con un salto nel tempo, torno al racconto dell’educatrice e seguo lo snodarsi della discussione che coinvolge anche le altre persone presenti. Rispetto all’inizio dell’incontro i toni cambiano e anche le parole iniziano ad assumere sfumature differenti. Intorno al tavolo, il cibo e il nutrimento assumono nuovi significati e prendono la forma di qualcosa che, sempre e comunque, ha a che fare con l’amore anche quando questo sembra essere sopraffatto dalle ombre.

Disabilità di chi insegna

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sfumaturedi Irene Auletta

Girovagando nel web mi colpisce uno scambio tra alcune persone che immagino essere sia genitori di figli disabili che insegnanti. Si parla di integrazione scolastica, di fatiche, di insegnanti di sostegno che cambiano di continuo. Molte polemiche e poca sostanza ma, proprio mentre sto per passare oltre, mi trattiene una domanda.

A volte ho proprio l’impressione che le diverse insegnanti incontrate da mio figlio abbiano sempre dovuto prima imparare loro cosa fare e poi, quando arrivava il momento buono, se ne andavano. Possibile che rispetto alla disabilità sia così difficile capire quali proposte fare ai ragazzi a scuola o nei vari centri? 

In fondo, prosegue un’altra voce attiva nella conversazione, le insegnanti dovrebbero essere preparate ad insegnare cose ben più difficili.

Ecco cosa mi ha colpito. Proprio quella parola lì, difficile.

Non posso fare a meno di pensare ad aule di sostegno, o centri per ragazzi disabili, dove, soprattutto in passato, mi è capitato di osservare giochi e materiale didattici assai simili a quelli che in tanti anni di esperienza ho avuto modo di incrociare in molti servizi per la prima infanzia.

So bene che la differenza non la fa il materiale in sè ma come gli insegnanti o  gli educatori lo utilizzano, ma non posso fare a meno di pensare che il problema, forse, sta proprio nel rapporto tra facile e difficile. Pensando, attraverso un pensiero che banalizza, che il ragazzino disabile abbia bisogno di fare qualcosa di più facile, rispetto agli altri suoi coetanei senza difficoltà, ho l’impressione che si commetta il medesimo errore di una nota storiella zen.

Una mosca tenta di uscire dalla finestra continuando a sbattere contro l’anta chiusa. Se solo si spostasse di poco potrebbe uscire da quella adiacente aperta. Ma la mosca, non lo sa.

Il problema non è semplificare le abilità altrui ma attivare un processo di scoperta e ricerca rispetto a quelle della persona che si ha di fronte, alle sue abilità e possibilità. Rendere più facili compiti a volte impossibili, non vuol dire accogliere la diversità dell’altro ma schiacciarla sempre di più all’interno di un confronto impossibile da sostenere, perdendo l’occasione di insegnare e imparare qualcosa di nuovo. Ora che ci penso, mi pare che questa considerazione valga anche per molti altri ragazzini senza alcuna disabilità.

Abbiamo urgente bisogno di insegnanti ed educatori con diverse abilità. Ci sono tanti ragazzi più fortunati di altri, ma sarebbe anche ora di smetterla di affidarsi alla fortuna. Troppo facile, no?

Sfumature della cura

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le sfumature della curadi Irene Auletta

Mi è sempre parsa un po’ riduttiva l’idea della cura maschile associata ai nuovi papà alle prese con pappe e pannolini, tante volte raccolta dalle voci femminili. Mio marito mi aiuta tantissimo ed è proprio un papà moderno, non ha nessun problema ad occuparsi del bambino e anche lui si sveglia di notte! 

Evviva. Detto questo però mi pare importante provare ad andare oltre i primi due o tre anni di vita per esplorare quelle possibilità di cura che, accompagnando i figli nella crescita, sappiano fare un saltino dopo le cure primarie solitamente rivolte ai piccoli. Mi piacerebbe anche allargare il pensiero pensando ai tanti padri separati che si ritrovano da soli ad occuparsi di qualcosa che conoscono poco, ai padri che incontrano figli che richiedono cure primarie anche dopo i primi anni di vita e a tutti quegli uomini che, come figli, si trovano ad occuparsi di genitori anziani, bisognosi di cure non come bambini, ma come persone adulte invecchiate.

Non so bene come organizzarmi perchè finora certe cose le ha sempre fatte la mia ex moglie e ora mi ritrovo a dover imparare tanto di nuovo…

Sono tornato a vivere con mia madre che è rimasta sola e ha bisogno di essere aiutata in tante piccole faccende …. per fortuna al momento è ancora abbastanza autonoma.

Prendersi cura dell’altro tocca corde delicate e intime per tutti, uomini e donne. Forse in questo momento gli uomini coinvolti nella cura possono orientare anche le donne a dire delle loro fatiche, aiutandole a non assumere sempre e a tutti i costi quell’atteggiamento di chi ha nel dna indicazioni infallibili.

Una collega mi racconta di come si è ritrovata a fare il bagno a suo padre anziano e poco presente e, sicuramente per sdrammatizzare un momento difficile mi dice,  pensa che stranezza vederlo nudo … non ho potuto fare a meno di pensare che io sono venuta proprio da lì.

Se gli uomini devono imparare a prendersi cura, le donne possono cogliere l’occasione per provare a ridare voce e senso a gesti smarriti nella memoria collettiva e nascosti come poco nobili tra tante mura domestiche.

Più di una madre mi ha raccontato il giorno in cui la figlia disabile ha avuto il ciclo mestruale, come “il più brutto della mia vita” e tante donne condividono il bisogno di trovare significati nella cura di genitori anziani malati e persi in mondi di tramonto senile. Magari gli uomini raccontano meno ma li immagino alle prese con questioni assai simili.

Curare è difficile per tutti, uomini e donne. Riuscire ad andare oltre le prime pappe mi pare proprio una bella conquista, sia per esplorare la molteplicità dei significati legati alla cura che per permettere l’intreccio di nuovi racconti, al maschile e al femminile.

Figli fragili

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figli fragilidi Irene Auletta

Spesso nel confronto tra genitori emergono frasi comuni in cui ci si riconosce e rispecchia. Figli che fanno preoccupare, soffrire, gioire, sperare. Figli amati in un percorso di ricerca e che, fuori dalle attese, prendono il loro posto nel cuore e nelle relazioni per quello che possono essere e sono.

Ma poi, non dovrebbe essere così per tutti i figli?

Se avessi una figlia diversa che madre sarei? Impossibile a dirsi perchè ho sempre pensato che la differenza la fanno i figli che incontri . Ed io, ho incontrato proprio te.

Per lavoro incrocio tue coetanee che abitano un mondo che pare distante anni luce dal tuo e mi ritrovo di fronte a pensieri assai ambivalenti. Non penso più da anni come saresti tu se non fossi tu ma non ho mai smesso di chiedermi che storie differenti avrei potuto incontrare e, sopratutto, come me la sarei cavata.

Ma i nostri figli sono diversi, sono persone fragili che avranno sempre bisogno del nostro aiuto. Smetterò mai di soffrire? Avrei preferito fosse stato disabile.

Così mi dice una madre mentre mi racconta di un figlio con una grave malattia. Non sa la signora quanto posso capirla e neppure immagina, forse, che dietro quell’abito professionale ci può essere una madre che, senza esprimere alcuna preferenza, ha ricevuto un doppio regalo dalla vita, disabilità più malattia. Naturalmente, la mia idea del “dono” è ironica e invito tutti coloro che possano anche solo vagamente pensarla così a immaginarsi loro, con i loro figli in quella situazione. Se poi continueranno a sentirsi fortunati e premiati da diversi doni, tanto di cappello.

Torno a pensare a te e all’idea di fragilità che tante volte ti calza perfettamente, quando ti vedo bloccata in quel mondo senza parole che sembra non concedere possibilità neppure alle emozioni più elementari. Ieri ti sei bloccata di fronte ad un pulmino giallo, di quelli che hai preso per anni e che ora hai dovuto salutare insieme all’esperienza di scuola fatta fino a pochi mesi fa. Te l’abbiamo detto tante volte ma ieri proprio non ne volevi sapere. Tu ci volevi tornare a prendere quel pulmino e delle mie spiegazioni non ti importava nulla. Quando il pulmino è passato lasciandoti lì vicino a me sul marciapiedi, hai iniziato a piangere in quel modo inconsolabile che non ammette parole.

Dietro quel pianto ho intravisto mondi di significati possibili. Ma, saranno stati proprio quelli i tuoi, quelli che magari avresti voluto raccontarmi o ti aspettavi che io comunque capissi perchè, per la miseria, sono tua madre?

In silenzio ti ho abbracciato a lungo in mezzo al traffico e ai passanti, avvolte in una bolla fragile e nella speranza di un’unica forza, quella del nostro amore.

 

Sogni al mattino

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sogni al mattinodi Irene Auletta

Molti genitori con figli “grandi” ricordano i primi anni di vita del figlio narrando di notti insonni che sembravano non finire mai. Per chi invece sta ancora attraversando quella fase, sembra impossibile pensare che un giorno passerà. Nella gran parte delle situazioni la questione si risolve nel giro di qualche anno e in quel tempo, le madri e i padri coinvolti in questa non facile avventura, avvertono un pizzico nella pancia ogni volta che altri esclamano mio figlio? mangia e dorme!

Per pochi altri invece ci vogliono molti più anni e a volte, ancora dopo sedici anni, la notte si possono rubare strani dialoghi.

Che ore sono? Le tre. Vai tu o vado io?

Che ore sono? Le nove, per fortuna alla fine ce l’ha fatta. Si è appena addormentata.

Questi genitori, è vero che sono una minoranza, ma sanno bene di non essere gli unici e insieme agli altri, ormai hanno finito di parlarne o di vivere la situazione come una tragedia, perchè ognuno ha trovato un suo modo per viverla come può e come riesce. O almeno, così auguro a tutti coloro che si ritrovano in situazioni analoghe.

Mi piace parlarne perchè all’inizio io credevo di impazzire ed ero certa che non sarei sopravvissuta. A questo e a molto altro ancora. In realtà il tempo e l’esperienza raccolta possono davvero produrre cambiamenti inattesi a patto che prima, ci si arrenda, convogliando l’energia della lotta nella ricerca di possibili strategie.

Mi piacerebbe raccogliere altre testimonianze perchè sono certa che farebbero bene a molti e che potrebbero aiutare ad incontrare il nuovo giorno con un atteggiamento più amorevole.

Ma a me che, come tanti, comincio ogni giornata con pensieri di rabbia, rassegnazione e inadeguatezza, la sua storia continuerà a insegnare che con l’amore si può fare tutto e che tutto, nella vita, va fatto con amore.  Così Massimo Gramellini , ricordando Augusto Odone, conclude il suo Buongiorno di qualche giorno fa.

Ci sono storie che vivono giorno e notte, anche inventando cose folli per dare un senso alla loro realtà. Sono storie che ridanno nuovo spazio alle emozioni e alle vicende della vita.

Mentre finalmente stai crollando non posso fare a meno di fare la mia solita battuta. Scommetto che stanotte babbo non ti ha raccontano nulla. Per la prossima notte mamma ha già pronta una bella sorpresa per te.

 

Uguaglianze diverse

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uguaglianze diversedi Irene Auletta

In coda al supermercato due donne stanno scambiandosi pensieri sui figli adolescenti e mi accorgo senza alcun stupore che ricorre più volte la solita frase “come tutti quelli della loro età”. Tante volte nel mio lavoro con i genitori mi sono chiesta quanto li aiuti sapere che la medesima difficoltà o problema è largamente condiviso da altri adulti con il loro stesso ruolo.

Mi piace aver sempre presente i due sguardi possibili che intrecciano ciò che accade “da manuale” in un certo momento di crescita e quanto sta accadendo proprio a quel bambino o quel ragazzo lì e nelle relazioni che lo circondano. Se già trovo abbastanza superficiale uno scambio simile tra due genitori, lo trovo decisamente debole quando ad essere coinvolto è anche un professionista dell’educazione.

La questione poi viene travolta dalle bizzarre onde della banalizzazione quando l’altro porge ed esprime differenze innegabili e visibili ai più. Non solo perchè magari il suo corpo o la sua mente hanno chiaramente particolari caratteristiche ma anche perchè ce li ha la sua storia. Penso ad un bambino di nove anni, lasciato da entrambi i genitori, vissuto quasi da sempre con i nonni materni che di recente ha perso il nonno, per lui importante riferimento. Davvero alcuni dei suoi comportamenti possono essere liquidati pensando agli stessi esibiti da bambini della sua stessa età?

La madre di una ragazza di quattordici anni mi racconta un momento di particolare difficoltà che sta attraversando la figlia e con commozione non nasconde di essersi chiesta “perchè queste cose accadono proprio a mia figlia?”. La signora in questione sa bene che anche altre ragazze attraversano le medesime difficoltà ma lì porta sua figlia e il suo affetto per lei. Si illumina quando le dico che come madri possiamo sapere tante cose ben solide nella nostra testa ma quando siamo preoccupate per i nostri figli dobbiamo fare i conti anche con il nostro cuore. Per quello, non ci sono riferimenti a troppi manuali.

Penso a lei e penso a me.

Vedo mia figlia tra ragazzi della sua età, nuovi compagni di un pezzetto della sua storia. Sembrano universi lontani accomunati solo da un dato anagrafico o almeno, così a me pare mentre osservo una scena nuova. La trovo sdraiata a riposare da sola in una stanza sconosciuta. Mi accoglie seria, senza il sorriso del giorno precedente come persa a chiedersi dei confini di quel luogo. Da anni mi faccio le domande che lei non può farsi per spiegarsi il mondo che incontra e i suoi cambiamenti.

So che non sei più piccola e che puoi sostenere anche questo momento ma non posso fare a meno di coglierti un po’ abbandonata mentre una mano invisibile mi serra la gola. In auto non mi guardi e non rispondi ai miei tentativi di riprendere un contatto con te. Mi asciugo quasi di nascosto le lacrime.

Tutti così questi adolescenti!

Teniamoci per mano

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“Fb mi chiede a cosa sto pensando…..Penso alla giornata di oggi, penso a mia figlia Ester che stamattina alle 8 era pronta per andare a manifestare pacificamente, penso alle dimostrazioni sincere di attenzione di alcuni simpatizzanti e persone sensibili alle problematiche che quotidianamente affrontiamo, penso all’assenza di risposta del Comune, penso che i nostri ragazzi hanno rischiato, per il caldo, di avere le convulsioni davanti al Palazzo e nonostante tutto volevano rimanere. Penso che domani ritorneremo a Piazza Pretoria, silenziosamente, civilmente, a chiedere un po’ di attenzione, penso che non possa essere possibile non tendere la mano per aiutare chi soffre. Ma forse sono io che, invecchiando, divento più fragile, più sensibile? oppure non riesco ad abituarmi alla non-cultura di ignorare il più fragile? In ogni caso, domani noi ci saremo. Noi saremo ancora davanti Palazzo delle Aquile, in silenzio, portando con noi solo il sorriso un po’ malinconico dei nostri meravigliosi ragazzi….”

radici intrecciatedi Irene Auletta

Mi raggiunge così, nella zona vicina al cuore, il post di Fiorella, madre di una figlia adulta che come tanti genitori sta cercando di affrontare il vuoto dei servizi e la precarietà delle proposte da rivolgere a persone disabili. L’ho sentito dire tante volte che “dopo i sedici anni i problemi aumentano” ed in effetti il momento storico ed economico non è certo dei migliori soprattutto in una cultura che purtroppo guarda ancora alle fragilità come un peso e non come un’occasione per esibire coscienza civica e responsabilità.

Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.

A volte ci si incontra, genitori e operatori, e lì si coglie un tepore speciale, di quelli che fanno sentire a casa. Dovrebbe essere un diritto? La strada è ancora lunga e per questo molte delle nostre mani sono intrecciate a distanza, per infondersi forza e coraggio.

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