Mamma apprendista

2 commenti

note e silenziodi Irene Auletta

Siamo in auto e subito, come ogni mattina, mi chiedi di ascoltare la musica. Ti piace tanto e non mi dai neppure il tempo di accomodarmi mentre le tue mani hanno già toccato tutti i pulsanti possibili.

La tua immancabile faccia appoggiata, quasi spalmata, al finestrino, in questi ultimi tempi è stata sostituita da quella che a me pare una strana e innaturale postura, che porta tutto il corpo quasi a voler aderire alla portiera.

Stai seduta bene, guarda che sei tutta storta, cosa fai rannicchiata così contro la portiera? Come sempre domando a te per chiedere a me. Cosa vorrà dire questo tuo comportamento che di certo si allontana parecchio dall’immagine della ragazzina “a modo” seduta comodamente a fianco della mamma?

Eri piccina quando, attratta dalle altalene, distribuivi equamente il tuo piacere tra il farsi dondolare dal seggiolino e il rimanere in piedi con l’orecchio premuto contro le sbarre di ferro della loro struttura. Strana bambina, sembravano sottolineare ogni volta gli sguardi altrui di adulti e bambini. Poi un giorno ho messo il mio orecchio vicino al tuo e ho scoperto un mondo inesplorato di suoni e di vibrazioni. Ecco cosa stavi ascoltando tesoro, è bellissimo!

Al termine di una lezione Feldenkrais la nostra insegnante ci invita ad ascoltare i cambiamenti del corpo, prima e dopo la seduta. Stupitevi e meravigliatevi di tutti i piccoli cambiamenti che, attraverso questo nuovo ascolto, vi permetteranno di trattenere nuovi apprendimenti.

Così oggi, ferma al semaforo, provo a imitarti e di nuovo il mio corpo scopre i tuoi segreti. La musica attraverso gli altoparlanti, va oltre le orecchie, si diffonde nelle portiere e, attraverso le vibrazioni che si possono ascoltare standoci appoggiate, racconta di nuove melodie. Mi guardi e ridi quando capisci che alla fine, ho smesso di parlare, ho provato e ti ho raggiunto, anche solo per un attimo, nel tuo mondo.

Stupore e meraviglia, scoperta e possibilità. Ma come ho fatto a non arrivarci prima?
Ogni giorno imparo qualcosa e tu cara figlia, pazientemente, mi aspetti.

Quando si dice cuore.

Donne

Lascia un commento

donnedi Irene Auletta

Mi ha colpito molto questo post recuperato in rete grazie all’indicazione di un’amica. Sarà che non sono più una giovane madre o sarà che di alcuni temi ho iniziato ad occuparmene circa trent’anni fa, ma l’ho trovato poco stimolante e forse anche poco utile, pensando a quelle giovani madri che invece proprio oggi si trovano a vivere l’attualità della questione. Che il pediatra illustri il valore dell’allattamento al seno non è di certo una novità e francamente trovo anche abbastanza datato il discorso pedagogico che in qualche modo mi pare sottolineare più quella libertà di scelta che sposta lo sguardo sull’identità di un femminile alla ricerca della sua essenza, che verso il delicato e complesso dialogo tra i diversi ruoli.

L’articolo tuttavia rimane solo uno spunto e, al di là di quello che riporta o di ciò che io sono riuscita a trattenere, offre interessanti suggestioni per provare a trattare un tema antico cercando di rintracciare possibili nuovi punti di vista. Tra le altre cose, la lettura mi ha subito fatto collegare ad un altro dato molto attuale che vede un gran numero di donne orientate verso quella che, anni fa, veniva definita come medicalizzazione del parto. Mi riferisco sia alla scelta del parto cesareo che alla richiesta di interventi anestetici, decisi preventivamente. Inutile dire, credo, che sono escluse da queste considerazioni tutte quelle situazioni dove tali interventi risultano necessari e imprescindibili per la salute della donna e del bambino.

Raccogliere delle domande può aiutarci, ancora una volta, sia a sospendere giudizi sterili che ad aprire nuove riflessioni. Come vede oggi una donna il momento del parto e come si prefigura quello successivo dell’allattamento al seno? Con quali rappresentazioni si avvicina a queste esperienze e trasformazioni che andranno a dare nuove forme alla sua vita? E’ ancora possibile porsi quesiti pedagogici circa l’attraversamento di nuove esperienze?

Da madre ho fatto scelte personali che sono il mio ricordo più prezioso e forse le uniche, per molti anni successivi, che hanno permesso la realizzazione di quello che allora erano i miei desideri. Lo stesso rispetto rivolgo alle scelte individuali di ciascuna donna. Come pedagogista invece, non posso che interrogarmi rispetto a quello che avverto come crescente bisogno di organizzare un’esperienza così importante, lasciando meno spazio alla scoperta, ai nuovi apprendimenti, alla curiosità dell’imprevisto e alla possibilità di trovare, anche nel dolore e nella fatica, nuovi significati per la propria esistenza.

Se il parto naturale è diventato solo un incontro gratuito con il dolore e l’allattamento al seno un impiccio che costringe la donna a rituali forzati e limiti di libertà, forse le scelte più recenti sono perfette. Io ho ancora parecchi dubbi e credo che proprio le differenze permettano quel respiro culturale che consente al vecchio e al nuovo di incontrarsi insegnandosi reciprocamente qualcosa. La scelta di partorire con diverse modalità non parla della stessa esperienza, così come non lo è l’allattamento al seno o quello artificiale. Il che non vuol dire subito etichettarle come giuste o sbagliate, belle o brutte. Vuol dire, al contrario, non buttare via il valore delle differenze, riconoscendole e nominandole.

L’importante tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, o tra i diversi ruoli che attraversano l’esistenza, dovrebbe davvero arricchirsi di quelle molteplici sfumature che caratterizzano i diversi ruoli delle donne. Andiamo avanti tutti troppo veloci alla ricerca di quelle situazioni più facili, meno dolorose, più efficienti o efficaci, più alla moda che, temo, portino un po’ a banalizzare le scelte come tutte uguali. Io credo nel valore delle differenze, ce lo diciamo tante volte, ma forse è più difficile farle entrare nelle nostre vite, trovandogli senso e significato.

Come donne, nel rispetto di quello che siamo, dovremmo sul serio continuare a parlare di questo facendoci dono delle nostre scelte differenti, delle diverse esperienze e di quelle molteplici domande che ogni giorno possono dare sapore alla vita, se la smettono di essere solo un macigno etico.

Danza o tiro alla fune?

Lascia un commento

domande-e-risposte--illustrazione-astratta-a-base-di-domanda-e-punto-esclamativodi Irene Auletta

Sala d’attesa di un ambulatorio medico, di quelli frequentati periodicamente dalle donne, per quegli esami di controllo tanto importanti come prevenzione. Ho appena avuto uno scambio muto con una signora che, non accorgendosi della già avvenuta accettazione e della sola consegna di una ricevuta, mi passa oltre con un tono acido ricordando all’impegnato che il numero chiamato è il suo. Vabbè.

Mentre smanetto con il mio cellulare esce dall’ambulatorio, con un certo trambusto, una coppia madre e figlia. La ragazza borbotta trafficando con la maglietta e qualcosa che tiene nella mano inveendo contro chi le ha appena fatto un esame.

Ma che cazzo, che fastidio gli dava anche se lo tenevo! La madre cerca di spiegare con calma e per tutta risposta arriva ma secondo te, se una si rifà il seno deve ancora farla la mammografia? Ma che palle!

Osservando la scena e la ragazza semisdraiata sulla sedia, la colgo intenta a rimettersi il piercing all’ombelico. La fonte del suo disturbo è stata la richiesta di toglierlo da parte del medico che ha eseguito l’ecografia. La madre appare in chiara difficoltà di fronte a quella figlia adolescente, catalizzatrice dell’attenzione delle donne presenti nella sala d’attesa.

Ma tu lo sai cosa vuol dire avere un tumore al seno? La voce che irrompe gentilmente nella sala proviene da un’infermiera partecipe alla scena e che evidentemente si sente in dovere si dire qualcosa, anche solo per sostenere l’imbarazzante balbuzie genitoriale. Ecco. A questo punto potrebbe sollevarsi il coro dell’avrà fatto bene o no l’infermiera a intervenire? Ma io non sono interessata a questo tipo quesiti perché sono travolta, come sovente mi accade di fronte a situazioni simili, da altri interrogativi. Che fine hanno fatto gli adulti e la loro capacità di porre limiti, indicare confini e, in buona sostanza, contenere quelle schegge impazzite peculiari di un processo di crescita? Cosa avrei fatto in una situazione simile e come può essere aiutata una madre di fronte ad un simile impasse?

Forse anch’io avrei potuto trovarmi a vivere una medesima scena e in questi casi, dolorosamente, so che non avrò mai una risposta. Poi però penso a quello che cerco di insegnarti ogni giorno, ai tentativi falliti e alle piccole soddisfazioni. Penso alla mia tenacia nell’insistere e alla tua nel resistere e nell’imparare. Nelle nostre differenze non siamo molto diverse da altre coppie di madri e figlie.

Il compito educativo pone sempre di fronte a gioie e fatiche, salite e discese, soddisfazioni e delusioni. Bisogna solo scegliere se rimanere in pista oppure uscire, rinunciandoci. A noi la scelta.

A me piace ballare.

Terra che accogli

2 commenti

cammino-sulla-spiaggiadi Irene Auletta

Ci sono lezioni Feldenkrais, durante le quali continuo a stupirmi di quanto accade, meravigliandomi delle trasformazioni messe in luce da nuove forme di ascolto del corpo.

Rimanendo sdraiate sulla schiena, ascoltate l’appoggio del vostro corpo a terra. Angela, la nostra insegnante, ci guida in un sentiero di ascolto che a partire dai talloni giunge fino alla sommità della testa. Il corpo, prima e dopo la lezione, incontra sempre belle trasformazioni e coglierle diventa occasione di apprendimento.

Durante la lezione sento gli spigoli ammorbidirsi pian piano fino a cogliere una piacevole sensazione di terra morbida. Il pavimento sembra diventare sabbia e con gli occhi dell’immaginazione mi pare di vedere l’impronta lasciata dal mio corpo supino.

Ed eccoci di nuovo di fronte ad uno dei nostri scambi non facili. Io che ti chiedo di fare qualcosa e tu che mi dici no con quel tuo corpo disteso sul pavimento che non intende offrirsi a nessuna collaborazione. Siamo appena rientrate a casa e mi accorgo di non aver neppure tolto le scarpe. I tacchi di certo non mi facilitano nel movimento e quindi parto proprio da lì per provare a mettermi comoda e a prendermi il tempo per incontrarti. Penso alle fatiche della cura continua e a me che preferisco condividere ciò che intravedo da pertugi di luce.

Supina sul pavimento mi guardi curiosa, attenta ai miei movimenti come ad ascoltare anche i rumori dei miei pensieri. Mi sdraio al tuo fianco e dopo qualche minuti recito con enfasi terra, terra che accogli portaci l’energia per alzarci come ci insegna Angela, la nostra maestra!

Vedo comparire un mezzo sorriso dietro quella tua espressione da temporale. Insisto e nel frattempo mi diverto a sbirciare le tue buffe espressioni. Poco dopo siamo in piedi abbracciate.

Domani magari non funzionerà ma per stavolta ci siamo risparmiate una battaglia. Grazie terra!

Caleidoscopi del cuore

Lascia un commento

nonna-paperadi Irene Auletta

Mia nonna materna, nel rivolgersi a me, utilizzava a volte un’espressione dialettale che tradotta potrebbe assomigliare a qualcosa del tipo tu che mi fai brillare gli occhi. Il suo sorriso era bellissimo, dolce e contagioso e detta da lei, questa frase, veicolava un affetto ricco di tante sfumature. Quelli non erano certo i tempi dove le parole si sciupavano e quindi le emozioni arrivavano forti e autentiche.

L’ho capito crescendo cosa intendeva dire davvero e lo sento nel cuore e nella pancia quando ti guardo e, a volte, anche solo se ti penso. Non potrò mai dire di un sentimento simile nelle vesti di nonna, ma di certo lo posso testimoniare negli sguardi di tante madri che ho incrociato sul mio percorso personale e professionale.

Mi torna alla memoria la mia prima esperienza di lavoro in una comunità per madri nubili minorenni dove, con tutte le difficoltà che forse è possibile immaginare, quella luce ogni tanto faceva capolino anche nelle situazioni apparentemente meno pensabili, giustificando tutto il peso dei vari punti interrogativi.

Qualche giorno fa ho incontrato un’amica con la sua bambina di pochi mesi ed è stato bello rivedere quel brillio. Ho pensato che forse dovremmo imparare tutte, madri e nonne, a metterlo in un prezioso contenitore da cui attingere nei momenti più scuri, difficili e faticosi.

Tu di certo mi aiuti, con questi eterni atteggiamenti infantili che, quando non mi soffocano nel dolore, riescono a regalarmi una leggerezza soffice e dolce che sa di zucchero filato. Non saprò mai che madre sarei stata con una figlia adolescente diversa da te, ma so che madre riesco ad essere perché mia figlia sei tu, proprio tu.

Negli anni mi hai insegnato a raccogliere le emozioni, a riconoscerle e a distinguerle alleggerendo pian piano quel giudizio che le etichettava buone o cattive. Il tempo non ci è mancato e non ci manca perché la lentezza della tua crescita non mi ha travolta in un affastellarsi di situazioni differenti.

A volte anche il dolore svela sfumature inattese e rimanendo nell’unica situazione possibile, l’immersione nel buio ha fatto emergere, per me, luci inimmaginabili. Con quelle ti guardo e, anche quando le ombre sgomitano per stare in prima fila, la luce di mia nonna arriva a scaldarmi il cuore e so, che in quello stesso istante, brilla anche nei miei occhi.

‘O famo strano?

6 commenti

'O famo strano?

di Irene Auletta

Ma secondo te, lei capisce quando le parli?

Domanda per nulla originale che molte volte mi è stata rivolta personalmente e altrettante è comparsa nei racconti di tanti genitori. Nulla di strano quindi fin qui se non fosse che, stavolta,  la protagonista dell’interrogativo è una ragazza tua coetanea che frequenta il tuo stesso centro. Una di quelle che a vederle ti chiedi cosa ci fanno in un centro per disabili ma che, evidentemente, si porta sulle spalle qualche piccola fatica trasparente.

Tu cosa ne pensi? Le rispondo un po’ sorpresa e, di fronte alla sua espressione dubbiosa, non posso fare a meno di pensare alla diffusione di quei tanti luoghi comuni che definiscono le culture. Eppure, proprio non molto tempo fa, proprio tu hai sorpreso per l’attenzione espressa in occasione di una visita al museo snobbata da parecchi ragazzi definiti certamente più “alti” di te dalle moderne diagnosi funzionali. Ancora una volta prevale l’idea che le persone sono ciò che sanno fare è su questo tu, figlia mia, non sei messa affatto bene.

Eppure ti incanti davanti ad alcuni panorami, esprimi una grande curiosità e sorpresa durante una salita in funivia, ti perdi ad ascoltare il suono di un ruscello come se fosse la più bella delle melodie. Ma questo cosa vuol dire?

Gli occhi della nostra interlocutrice mi ricordano che attende una risposta. Sono certa di si, le dico, solo che forse bisogna trovare modi diversi per parlarsi e dirsi delle cose. Chissà se avrà fatto la medesima domanda anche agli educatori e cosa avranno risposto?

E pensare che quando sono con te sono io a sentirmi tante volte sorda e incapace di comprendere! Mi tornano in mente le parole di Angela, la tua insegnate Feldenkrais, quando descrive le tue raffinate capacità di ascolto del corpo. In fondo figlia, noi due stiamo provando a insegnarci reciprocamente qualcosa, tra le parole del corpo e le parole della testa. Vuoi dire che potrebbe essere questo un bello scambio tra mente e anima?

In macchina canto stonata una delle “nostre” canzone in inglese di cui mi invento un po’ le parole mentre ridi a crepapelle.

Ma secondo te, io ti capisco qualche volta?

Senza sconto

5 commenti

senza scontidi Irene Auletta

Prima  o poi doveva accadere. Durante la vacanza ci siamo misurati con la tua nuova esperienza di mail di denti che, nonostante le terapie, di notte si risvegliava chiedendoci di inventare quanto possibile per aiutarti a tollerare quel dolore che pareva arrivare come una scheggia impazzita nel cuore del sonno.

Ma come si fa ad aiutarti a capire che ti abbiamo dato quella pastiglietta che fra poco ti farà passare il male? Come rassicurarti? Come dirti abbiamo capito amore ma dobbiamo dargli il tempo di passare un pochino? Quando le parole si svuotano di significato si rimbalza con violenza contro nuove forme di impotenza.

Il dolore senza parole e’ un urlo, a volte disperato. Il dolore senza parole diventa rabbia, protesta e proclama a gran voce un senso di ingiustizia.

In vacanza, e nel nostro agriturismo, le notti movimentate non sono passate inosservate a chi, come noi, ha scelto questo luogo di quiete. E così con tuo padre ci siamo ritrovati a fare quello che non abbiamo mai fatto nei tuoi diciassette anni di vita, vedendoti più volte imprigionata nelle tue stesse reazioni. Sono le due del mattino. Che ne dici se usciamo e andiamo a farci un giro in auto?

A volte ha funzionato e a volte no. A volte mi sono ritrovata tra le braccia una ragazza diventata piccola, piccola che mi chiedeva di essere cullata per potersi calmare. Di fronte all’urlo non si può discutere e solo più tardi possono tornare le parole. Ti sei spaventata tanto amore? Che brutta crisi che hai avuto e che male hai sentito? Il babbo ha fatto la sua magia con questa scatolina da cui esce una dolce musica che ci fa compagnia. Il peggio è passato.

Anche stavolta, di fronte al tuo dolore, osservo colpita l’assenza delle lacrime. Saranno anche queste una forma evoluta di espressione e comunicazione che non ti è dato sperimentare? Ogni esperienza insegna qualcosa di nuovo e nel nostro bagaglio quest’anno sicuramente c’è qualcosa in più, fra le bellezze e le fatiche che fanno della nostra vita, proprio la nostra.

Ehi, bentornata, tutto bene le vacanze? Si, si … Tutto bene, tutto bene!

Fichi d’India

Lascia un commento

fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

Pimpiripette nuse

1 commento

bambini-sul-podio-del-vincitore-17373533

di Igor Salomone

C’erano una volta i giochi da cortile. Quando ancora esistevano i cortili.

Probabilmente chi legge e ha meno di trent’anni non ha neppure il ricordo di cosa fosse un cortile, figuriamoci dei giochi che  vi giocavamo. Il pallone, per fortuna, era vietato e noi, per trascorrere le ore insieme nel cortile condominiale, avevamo a disposizione solo noi stessi e un lungo repertorio di giochi di gruppo: ce l’hai, Napoleone, guardie e ladri, un due tre stella, la cavallina, nascondino, i difetti, strega comanda color, dame e cavalieri, il telefono senza fili… corredati di filastrocche per fare le conte, regole di funzionamento e un intero glossario di espressioni gergali. Tutto rigorosamente tramandato da bambino a bambino senza alcun animatore che li suggerisse, senza alcun adulto che li organizzasse, senza alcun genitore che facesse da arbitro. Fantascienza.

Pare che in questi giorni a Bergamo si terranno i campionati mondiali di nascondino… Maddai?! Non vedo  ragazzini giocare a nascondino da tempo, qui sul litorale adriatico di queste vacanze 2015 solo pallone, racchettoni e qualche rara pista di biglie scavata nella sabbia. Però nascondino è arrivato ai campionati mondiali. Di più: sarà tra le discipline dimostrative a Tokyo 2020.

Non ho mai amato gli atteggiamenti nostalgici, quelli che una volta sì che il mondo era vero, mentre adesso è tutto pessimismo e fastidio. Se  strega comanda color o un due tre stella saranno destinati all’estinzione, me ne farò una ragione. I giochi sono come tutte le cose vive: nascono, si sviluppano, se sono fortunati raggiungono un momento di gloria più o meno lungo, poi entrano in una fase di decadenza e alla fine scompaiono. Mi preoccupa assai di più invece la scomparsa sempre più rapida del gioco libero al quale quei giochi a pieno titolo appartenevano. Quello che permetteva a bambini e bambine, a ragazzi e ragazze, di misurarsi tra loro senza il perenne fiato sul collo di qualche adulto solerte.

Alla fine, nascondino era questo: un’occasione per reinventarsi lo spazio più o meno anodino di un cortile scovando pertugi improbabili per dileguarsi, un gioco per emozionarsi nascosti allo sguardo di tutti possibilmente in un punto dove poter vedere tutti, un’esperienza di gioco collettivo nel quale ognuno gioca per sé, ma l’ultimo gioca per tutti. MI chiedo quanto di tutto ciò può essere strutturato in uno sport olimpico. Staremo a vedere. Molto probabile però che diventato tale, i ragazzini torneranno a giocarlo ma, temo, in un campo di gioco predefinito, regole federali, arbitri e guardalinee e con i genitori sugli spalti a fare il tifo…

Il podio trasforma tutto ciò che aspira a salirvi. Non resta che aspettare cosa diventeranno guardie e ladri o dame e cavalieri, nonappena il Coni ne riscoprirà l’esistenza.

Storie di onde

4 commenti

FullSizeRender

di Irene Auletta

Passo il tempo a dirti fai piano, aspetta, stai attenta, guarda dove metti i piedi. A volte mi stanco io stessa nell’ascoltarmi mentre mi ripeto e immagino la tua fatica a tollerarmi. Ha ragione tuo padre quando mi restituisce un eccesso di responsabilità per ogni cosa che ti accade e che ogni volta riesce, immancabilmente, a farmi sentire mancante.

E così, mentre ti dirigi verso il mare, inciampi in un’onda e in un attimo ti vedo distesa a terra. Mi costringo a guardarti rimanendo a distanza contenendo quel bisogno di proteggerti sempre da qualsiasi imprevisto o piccolo incidente. Aspetta, fai piano, non correre. Ma stavolta lo dico a me mentre mi avvicino lentamente per verificare che sia tutto ok.

Appena mi vedi sorridi e intravedo solo l’eco di una piccola paura. Ti aiuto a rialzarti e dopo un piccolo abbraccio ti invito ad andare. Vai tranquilla, la mamma rimane qui e ti guarda da lontano che ormai sei grande. Lo dico a te e lo ripeto a me mentre ti guardo allontanarti felice tra le onde. Ogni tanto ti fermi e guardi verso riva e ogni volta ti dico vai, vai tesoro!

Le onde ci fanno compagnia e con il loro eterno movimento ci ricordano il ritmo dell’esistenza tra tenere e lasciar andare. Cambi tantissimo espressione a seconda di dove orienti lo sguardo, se dentro di te o verso il mondo. Me lo hanno detto di recente e mi sembra una bella verità.

Lascio le ombre li dentro a riposare per un po’ e sorrido all’orizzonte. Vai amore! Prova, insisti e riprova. Prenditi un po’ di libertà mentre io assaporo il gusto dolce e salato della distanza.

Older Entries Newer Entries