Fuori come balconi

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di Igor Salomone

Sono giorni strani.
Una primavera soleggiatissima che si insinua a casa nostra riscaldandoci e rattistrandoci al tempo stesso.

Sbinocolo con mia figlia l’ampio panorama del settimo piano milanese e, intorno a noi, una quantità inusuale di persone affacciate, sedute, sdraiate, spaparanzate, sorprese nel tentativo di afferrare lo spicchio di sole che si intrufola dalle finestre e spalma i balconcini. 

Sono buffi, incastrati come sono in spazi ridottissimi, su sedie appena più piccole del terrazzino esposto su un viale un tempo trafficassimo, ora deserto. Oppure affondati su una qualche seduta, gambe all’aria sul davanzale, appena dietro una finestra che fortunatamente da a ovest. 
E chi li ha mai visti?

Approfitto spesso, in tutte le stagioni, per uscire sui miei balconi filiformi, sia per respirare, sia per prendere una boccata d’aria. Ma tutt’intorno vedo solo finestre chiuse, balconcini vuoti, tapparelle abbassate. Di solito. 
Oggi invece è tornata la vita in quei palazzi. Almeno sulle facciate di quei palazzi. 
Bellissimo. 

Si respira un’aria di resilienza, si coglie il desiderio di godersi anche quel pochissimo che è rimasto. Altro che bagni di sole al parco: un quadrato di luce a tempo sulla pelle diventa una delizia preziosa da centellinare e condividere. Le persone raramente sono fuori da sole. 
Chissà se anche questo permetterà di imparare qualcosa sulla preziosità di ciò che questo mondo ci regala.

Intanto Luna, va bene sbinocolare tutt’in giro, però magari evita di puntare proprio sui dirimpettai che prendono un po’ d’aria. Manca pure che facciamo la figura dei guardoni. 

Fichi d’India

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fichidindia_fiorerosso_2di Nadia Ferrari

Quest’estate particolare mi ha reso partecipe di diversi fatti spiacevoli ricordandomi con ostinazione l’umana finitezza. D’un tratto i progetti svaniscono le configurazioni si scompigliano e ci si ritrova spaesati o di qua o di là. Certamente ciò che avviene di là non ci è dato di sapere ma potendo scegliere lo privilegerei, sicuro si fa meno fatica.

Finalmente poi arrivano le vacanze, il mare, il sole. Con candore quasi infantile mi sono illusa di trovare un po’ di spensieratezza, da quant’è che non la incontro? Ho di lei il netto ricordo di sollievo che coglie la mente affaticata annullando nel corpo il peso della gravità. Che bella sensazione è? Quando ce l’hai sempre non ti accorgi e finisci per angosciarti per cose futili in beffa alla fortuna. Forse è vero che la si può trovare anche nelle avversità il problema è scovarla tra i pertugi e gli strati di dispiaceri, fatiche e preoccupazioni. Si fa presto a dire che la vita è questo, ma io così non la volevo e perciò altrettanto presto ci si fa a pezzi. Vana é la speranza, da certe fatiche non si è mai in vacanza.

In spiaggia re-incontro una dottoressa conosciuta l’anno scorso, aiutò mia madre a cercare l’ombra nei confini per noi stabiliti dall’ombrellone attenti a non invadere quella di diritto agli altri. L’anno scorso scossa dagli eventi che mi avevano travolto lei mi ascoltò. Nutrivo una certa invidia per la sua situazione desiderabile. Due figli grandi, uno all’estero, marito professionista, persone pacate soddisfatte della vita e delle vacanze. Nel ritrovarci e forse comprendendo che la mia soglia d’ascolto dava un filo di spazio in più mi racconta di suo padre molto ammalato, del suo faticosissimo lavoro in un reparto d’ospedale dove si respira grande sofferenza e soprattutto del suo impegno quotidiano di studio con la figlia dislessica a cui traduce i testi universitari in schemi e scalette affinché essa possa imparare e sostenere gli esami. Fa questo da quando la figlia ha iniziato ad andare a scuola! Lo dice con fatica ma con determinazione senza alcun lamento. Lo dice per condividere il travagliato comune destino ma lo fa in fretta, perché ora è in vacanza e non vuole adombrare il pensiero leggero che illumina il suo sguardo e appesantire il mio. Un atto di riguardo.

Incrocio sul mio cammino sempre più spesso persone che mi insegnano che la resilienza resiste a tutto ed é irragionevole quanto la follia. Non credo in forme di pensiero light, né nell’ottimismo acritico. Di fronte a certe scalate esistenziali l’idea che possa esserci qualcosa di bello non mi sfiora nemmeno lontanamente. Dubito delle finzioni, non amo far credere che tutto vada bene quando non è vero e preferisco esplicitarlo, mi sembra più leale. Sento in ogni caso che alcuni custodiscono un segreto che dà loro la forza che vorrei tanto avere. Un segreto che a me sfugge che forse non mi appartiene, ma che m’incuriosisce e m’invita a cercare.

Nella passeggiata di ritorno dalla spiaggia mi accorgo di un grande fico d’India in fiore e m’incanta. Una pianta così spinosa, ostile, goffa e poco seducente da dei fiori tanto colorati ed energici? Sembrano esplosioni di creatività. Magie della natura capace sempre di racchiudere in un’unica forma il brutto è il bello, l’ordinario e lo straordinario, le spine e i colori.

Il segreto per riuscire a subire ed assorbire urti esistenziali senza rompersi ora mi appare semplice quanto assurdo e assolutamente privo di convenienza. Evitare scorciatoie ricordandosi sempre che essere vivi richiede un grande sforzo. Vivere significa anche imparare a sostenere gli sforzi e imparare non è esente da fatica …. quasi mai.

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