I had a dream

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di Igor Salomone

Lo scorgo con la coda dell’occhio, la stessa che sto cercando di asciugarmi furtivamente fingendo un improvviso prurito sotto gli occhiali. Lui aveva fatto il disincantato con la figlia che gli sedeva a fianco, quanti anni avrà potuto avere? dodici al massimo. Belle le musiche? Si, dai, diciamo carine, orecchiabili. L’aveva portata a vedere Mamma mia! perche lei ci teneva, immagino, e ora la ragazzina stava consumando il suo personale karaoke con discrezione. Lui nel frattempo e con altrettanta discrezione, provvede ad asciugarsi l’occhio sinistro afflitto dalla stessa epidemia di prurito che ha colpito il sottoscritto. Sam e Donna sul palco duettano sulle note di S.O.S e metà sala, praticamente tutti gli spettatori dai quaranta in su, accorrono portando il proprio contributo di commozione.

Gli ingredienti, del resto, ci sono tutti.

Amori giovanili perduti. Figlie in cerca di padri. Uomini in cerca di paternità. Matrimoni falliti. Sogni di felicità ancora verdi. Vite serene senza passione. Passioni in cerca di una vita serena. Scelte precoci abbandonate per scoprire il mondo. Scelte abbandonate precocemente e ritrovate per dare un senso al proprio mondo. Mamma mia! sembra costruito ad arte per provocare pruriti agli occhi e groppi in gola a qualsiasi essere umano dall’adolescenza in su.

Con l’altra coda dell’occhio, altrettanto umida, guardo mia figlia seduta alla mia sinistra e rapita dal ritmo, dalle luci, dai balli e, sopratutto, dalle musiche che ha già ascoltato un’infinità di volte. Mi volto leggermente e mi fermo a osservarla con emozione crescente. Lei il karaoke lo fa con il corpo, esprimendo una gioia contagiosa che, come al solito, mi esplode nel petto abbracciata a una malinconia profonda.

E’ meraviglioso averti qui. Incrocio per un attimo lo sguardo di tua madre. Riconosco il mio. Portandoti a teatro abbiamo fatto la scelta giusta. Non puoi leggere i sottotitoli con la traduzione dei testi, ma puoi sentire forse meglio di altri il flusso di emozioni che attraversa in lungo e in largo la platea. Ti giri sulla poltroncina, osservi, scruti, ridi, salti, batti le mani. Gli amori perduti e ritrovati non ti riguardano. Sei forse l’unica a non emozionarti per quello che emoziona tutti gli altri. Del resto, anch’io perché verso lacrime?

Mamma mia! è un inno ai sogni infranti che possono ancora diventare realtà. Tu Luna, invece, sei un sogno che nessuno potrebbe mai sognare, e forse per questo anche ora susciti in me meraviglia, stupore e gioia, pompati in un cuore lacerato per i sogni che hai reso impossibili.

Per questo tocca di grattarmi gli occhi e di deglutire il groppo di amarezza misto a felicità che mi toglie il respiro.

Terminati gli applausi finali, dopo aver accompagnato con un ballo forsennato il finale scoppiettante del musical, ci avviamo verso l’uscita. Mi accorgo che nel flusso di spettatori accalcati verso la strada, canticchio parafrasando: “I had a dream”.

Ruggiti del cuore

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ruggiti del cuoredi Irene Auletta

E ogni volta ci devo fare i conti.

Stavolta non è neppure accaduto in nostra presenza e questo di certo non facilita le cose. Non ci sono considerazioni razionali che al momento mi siano di aiuto e, al contrario, l’eccesso di spiegazioni, interpretazioni, ipotesi non fa altro che alimentare quel ruggito che nasce dalla pancia e che negli anni sto provando a domare.

Ti sei fatta male. Non mi importa come, quando e perché ma solo che non sei stata compresa e, mentre soffrivi senza riuscire a farti capire io non ero lì, vicino a te per provare ad aiutarti. Quando sono arrivata a prenderti i suoni intorno a me sono diventati immediatamente ovattati e il desiderio di portarti via al più presto di certo non mi avrà fatto brillare di simpatia. Così, per usare un eufemismo!

In alcuni casi è difficile far capire che tutte le parole dovrebbero essere sospese perché non c’è posto per contenerle e io, in tali occasioni, ho urgenza di silenzio. Appena ti vedo capisco subito che ti sei fatta male e che la tua apparente ostinazione a collaborare in realtà è solo un segnale per chiedere aiuto e per comunicare quello che ti è accaduto. Com’è facile di fronte ad una ragazza come te farsi travolgere da tante altre interpretazioni e come, ancora una volta, le tue impossibilità comunicative trasformano un episodio normale in una vicenda assai complessa.

Arrivate a casa piangi forte e mi pare di ascoltare dolore, rabbia, paura. In questo siamo uguali perché anche le mie lacrime di compagnia sono esattamente delle stesse tinte. In me non c’è pensiero quieto, ma una furia primitiva che ogni tanto viene a salutarmi forse per ricordarmi che è sempre lì, anche se riesco a contenerla meglio.

La tua insegnante Feldenkrais ha il grande potere di tranquillizzarci e sapere che quello che è accaduto non ha recato conseguenze gravi mi restituisce respiro. Vederti seduta sulla sedia a rotelle ogni volta mi fa sentire un pizzico alla pancia, anche se tu ridi beata di quella postazione che ti restituisce la possibilità di muoverti, in qualche modo. Dopo solo pochi giorni ho già nostalgia di quando ti rincorro per casa mentre, soprattutto per attirare l’attenzione, travolgi ogni cosa che incroci al tuo passaggio.

Deve passare ancora un po’ di tempo perché la burrasca nella mia anima si acquieti e, nel frattempo, abbiamo aggiunto un altro pezzetto al puzzle della nostra storia.

Essere tua madre, per me, non può essere che questo.

Già, proprio così.

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gia, proprio cosìdi Irene Auletta

Ma sarà sempre così?

Stamane sei già frizzante come l’aria e quando ti ricordiamo che andrai al nuovo Centro con il pulmino sembri attenta e pronta alla nuova ritrovata autonomia. Per due anni hai dovuto rinunciare a quella piccola possibilità, tornando ad affidarti agli accompagnamenti dei tuoi genitori da un capo all’altro della città. Anche quello ci ha riservato belle sorprese e già so che mi mancheranno i nostri viaggi, con la musica di sottofondo o nel silenzio delle nostre conversazioni d’amore.

Figurati se non mi commuovo solo a scriverne. Cavolo che lagna che è diventata tua madre.

Scaccio i pensieri delle nuove preoccupazioni che sono tornate a bussarmi nel petto. Come te la caverai nella nuova esperienza? Riuscirai a farti capire e un pochino rispettare? Vedranno in te qualcosa di diverso da quello che sai fare per incrociare il cuore di ciò che sei?

Non posso fare a meno di sbirciarti dal balcone e mi vergogno a dirlo anche a tuo padre che per fortuna ti accompagna verso la nuova abitudine con quella giusta distanza che lui sa mantenere nei confronti delle tue nuove esperienze. Per anni i viaggi con il pulmino sono stati il tempo della distanza tra casa e scuola e viceversa. Un tempo tuo per fare pausa dalle esperienze e dalle emozioni. Ora si ricomincia e spero farai buoni viaggi, figlia mia.

Ci accontentiamo di piccole cose noi che riusciamo a dare valore ai granelli di felicità e che, rispecchiandoci in essi, ritroviamo ogni volta il senso della vita. Almeno, per me è di certo così.

Ti guardo andare e il freddo accompagna quelle due righe sulle guance, amiche di tanti giorni.

Si figlia, credo proprio che sarà sempre così.

Paradisi a termine

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Di Igor Salomone

Calda, scrosciante, bollente. Casca sulla mia testa e cola lungo i capelli, il collo, le spalle, giù giù sino ai piedi. Sembra che lo scarico della vasca la chiami a raccolta per prendere la rincorsa e tornare sempre più bollente a percorrere un altro giro, e poi un altro e un altro ancora.

In realtà non è così, l’acqua che mi massaggia caldissima è sempre nuova e sempre nuovamente riscaldata dal preziosissimo amico che se ne sta in cucina dentro un armadietto, in paziente attesa, ora dopo ora, minuto dopo minuto, che un rubinetto da qualche parte lo svegli dal suo torpore. Quando ci riesce, perché talvolta lo scaldabagno non si risveglia affatto ed è in quel momento che mi accorgo del lusso incredibile al quale sono ormai abituato.

Acqua, tanta, calda quanto voglio e per quanto tempo voglio. Torno dalla corsa mattutina e non aspetto altro. Forse vado a correre proprio per la doccia che viene dopo. Inizio a temperatura media, giusto il tempo di abituare la pelle, poi gradualmente spingo il miscelatore verso il rosso, e spingo e spingo. La temperatura arriva al limite dello scorticamento e indugio. Mamma quanto indugio! Ci resterei tutta mattina lì sotto. Shampoo, insaponatura, risciacquo…indugio. Tento una prima sortita, freddo, torno indietro. E chi mi scolla di qui?

Mi vengono in mente i deserti, le popolazioni assetate, il riscaldamento globale. Dai, l’acqua è una risorsa rinnovabile, non è che proprio la sprechi. Il gas no però, ma quanto vuoi che ne stia consumando? Mi sento in colpa per una frazione di secondo. Una colpa istantanea, talmente veloce che non me ne accorgo nemmeno, lavata immediatamente via dallo scroscio magico che mi sta cullando in un tripudio di calore umido.

Va bene, adesso però mi faccio violenza ed esco. Questo penso: mi faccio violenza. In quel mentre arriva mio padre. Nella mia testa ovviamente, lui è morto ormai da un’eternità. “Violenza? in che senso? ti prendi a pugni per uscire dalla doccia?” “…no, in effetti no, è un modo di dire, sta a significare che mi devo imporre di fare qualcosa che non vorrei fare ma che devo fare” “Ah si? mi sembrava di averla sempre chiamata volontà…”.

Già, la maledetta volontà, da quando si è trasformata in “farsi violenza”? In realtà io non voglio stare indefinitamente sotto la doccia bollente, lo desidero. Voglio e desidero, desidero e voglio: fortunatamente sono due cose diverse, altrimenti non mi godrei mai una doccia bollente, oppure ci annegherei sotto.

Chiudo il flusso di magia, indosso l’accappatoio ed esco dalla vasca. Dovrò scrivere qualcosa su questa storia del “farsi violenza”, ho l’impressione nasconda la fantasia di poter eliminare il conflitto tra i propri desideri e le proprie scelte.

Quieteggiando

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Abbazia Casoretto facciata-smbdi Irene Auletta

E così, con l’esperienza al nuovo Centro, siamo arrivati al termine di questa prima settimana. Troppo presto per fare bilanci che potrebbero risultare sbilanciati da una notte passata da entrambe quasi insonne. Che ne dici se andiamo a vedere questa bella Abbazia praticamente attaccata al tuo nuovo Centro?

Incredibile come le vie risuonino nel tempo di nuovi significati. Quella zona milanese e’ ben nota sia per il mitico centro sociale di via Leoncavallo che per la tragica fine di due ragazzi che, quasi trent’anni fa, persero la vita diventando, loro malgrado, un’icona di resistenza che dura nel tempo.

L’Abbazia l’ho vista tante volte dall’esterno ma mai visitata. Chi avrebbe immaginato che sarei tornata da queste parti tenendoti per mano diretta verso una chiesa? Non abbiamo fortuna perché troviamo il portone chiuso ma questo non ci impedisce di fare una passeggiata tra i portici che trattengono tutta la magia dei luoghi antichi. Attraverso i nostri passi silenziosi passano le piccole tensioni e le preoccupazioni di questi giorni. L’aria fredda, il cielo terso e un tiepido sole invernale infondono pensieri ottimisti.

Stamane hai resistito ad entrare e tutto l’entusiasmo dei primi giorni è apparso mitigato da una nuova consapevolezza. Hai ragione a resistere figlia, i cambiamenti fanno sempre un po’ paura e tanti incontri nuovi in pochi giorni hanno bisogno di tempo per essere assimilati. L’eccitazione esagerata di poco fa, quando sono arrivata a prenderti, lascia il posto alla quiete scandita dai nostri passi.

Vuoi dire che quest’Abbazia accoglierà anche le nostre anime in subbuglio? Ti prometto che ci torneremo per visitarla anche all’interno e, nel dirtelo, mi rassicura l’idea di un luogo che ci potrà accogliere nei giorni lieti e in quelli più amari.

Ce ne saranno figlia, di tutti i gusti, ma fino a quando troveremo luoghi dove rifugiarci e ritrovarci, credo proprio che ce la faremo.

Destini raccomandati

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di Igor Salomone

Andata. Luna è inserita nel centro diurno che l’accompagnerà nei prossimi anni, probabilmente molti, se tutto va bene.

“Mi raccomando”, le ho detto stamattina mentre l’accompagnavo in questo penultimo viaggio, prima che il pulmino torni finalmente ad alleggerire tempo e pneumatici venendola a prendere sin sotto casa, “fatti valere”.

Cosa deve fare un padre se non ricordare alla propria figlia chi è e cosa può fare quando si sta apprestando ad affrontare il mondo? Certo, un mondo molto piccolo per una diciottenne, piccolo e lungo, di quelli che hai tutta la vita davanti, ma sai già cosa ti aspetta. Però sarà il suo e io, come nelle migliori tradizioni, devo accompagnarla al debutto.

Ricordati Luna che sei curiosa, è forse la principale delle tue qualità, indossala con leggerezza e determinazione. Aiuta le persone che staranno con te a capire che vuoi vedere, guardare, osservare, esplorare, ascoltare, toccare tutto ciò che incroci. E che niente ti piace di più che andare, girare, muoverti per poter incrociare persone, cose e paesaggi. Con la manipolazione sei un po’ ai blocchi di partenza, quindi fatti aiutare, sarai in un luogo che potrà permetterti di fare molto più di quello che oggi riesci a fare, ma convinci chi ti aiuterà che al fondo sei un’esploratrice, non una costruttrice, e puoi riempirti occhi, orecchie e mani oltre ogni limite, prima di crollare esausta e satura di ciò di cui ti sei riempita.

E poi ridi e sorridi, mi raccomando. Non smettere mai di farlo portando con te il sole ovunque tu vada. La tua allegria è contagiosa, ho visto sconosciuti illuminarsi per strada semplicemente incrociando il tuo sguardo o trattenere a stento il riso sentendoti gorgogliare divertita con tutto il corpo. Cerca di non esagerare, come a volte ti succede quando la situazione ti eccita o ti imbarazza troppo. Ascolta chi ti metterà un limite, perché il valore della tua gioia non va sprecato con l’eccesso e il fuori luogo. Però continua a farne dono al mondo. Sei ricca di una ricchezza di cui c’è gran bisogno e non appena il tuo mondo se ne renderà conto, ricambierà. Dagli solo il tempo.

Infine, poi giuro che la smetto, ti tocca di mostrare quel tuo modo particolare di stare insieme, quel tuo esserci sempre che fa di te una presenza rasserenante e certa. Con te non ci si può sentire soli, anche nel bel mezzo dei tuoi lunghi silenzi. Sei l’incarnazione stessa dell’incontro che non ha bisogno di parole per esistere perché la sua sostanza è fatta di corpi, sguardi ed emozioni. Talvolta eccedi in ognuna di queste tre qualità, lo sappiamo entrambi. Impara e fatti insegnare a contenerti: non sempre e non con tutti la tua compagnia funziona. Le persone hanno anche voglia di stare un po’ da sole, quindi ogni tanto dovrai anche ritrarti, come del resto sai chiedere a chi ti sta attorno, quando quella che si vuole ritrarre sei tu. Ma fai capire a tutti che quando arrivi tu qualcosa si riempie, lasciando un vuoto riconoscibile appena te ne vai.

Lo so Luna, i padri sono sempre un po’ pedanti, ma in questi giorni si sta avviando il tuo destino. Qualche tempo fa mi hanno chiesto di tenere una relazione sul “progetto di vita” delle persone disabili. Ho detto che non ci voleva molto, quel tipo di progetto è già bello che dato. Alle persone come te non manca un progetto, manca un progetto alternativo.

Però quanto abbiamo atteso questo esito ovvio ma non scontato? Ora che ne stiamo varcando la soglia, vedo nei tuoi occhi carichi di attesa e nel tuo corpo lanciato alla conquista del nuovo mondo, quanto sia importante avere un posto tuo. Non un posto dove stare, ma dove andare e dal quale tornare, perché è in questo movimento da e per l’altrove che risiede il senso della vita.

E’ un destino un po’ triste e un po’ amaro il tuo e il nostro, figlia mia. Mi vengono in mente almeno cento altri futuri che non avremo e cinque minuti in un centro diurno per disabili sono più che sufficienti per ricordarceli. Ma noi umani siamo fatti così: quando accettiamo un destino, quale esso sia, possiamo anche esserne felici. Per questo mi sono raccomandato tanto, Luna. Stiamo iniziando una nuova avventura, tu sei felice anche se nei prossimi giorni probabilmente dovremo affrontare le prime difficoltà che ogni nuova avventura comporta e io, anche questa volta sono felice di viverla insieme a te.

CyberSorellanza

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cybersorellanzadi Irene Auletta

Da tempo torna a farmi visita la nozione di sorellanza che mi ritrovo a condividere con diverse amiche e colleghe, a fianco di storie e progetti comuni.

A volte è come essere cullate dalle onde di un mare quieto altre, come in questi giorni, è come un paesaggio con nuvole all’orizzonte che minacciano un temporale. Condivido, con un gruppo di mamme, storie simili legate alle peculiarità dei nostri figli che, anche per alleggerire il peso del nostro amore, ogni tanto definiamo pazzerelli.

In questi giorni però nelle nostre parole non c’è allegria perché vicende tristi di una storia che ci assomiglia, ci tolgono la voglia di essere leggere. Un figlio malato, intrappolato nelle ombre tra la vita e la morte, è forse la peggiore delle esperienze riservate ad una persona. Non è naturale vedere un figlio che soffre così, me lo disse anni fa mia madre tra le lacrime nei giorni di perdita del mio caro fratello.

Noi, madri di figli diversi, consapevoli di condividere lo stesso sentimento con le altre madri, ci sentiamo più vulnerabili rispetto a possibili sgambetti del destino, perché ogni giorno ne sperimentiamo l’incertezza e la precarietà.

Così, nei nostri messaggi passano parole di speranza, di sostegno, di paure tenute segrete nei cassetti che apriamo per noi, per dare luce a quel filo rosso che partendo da Palermo, attraversa il nostro paese fino ad arrivare nella mia città.

Le nuove forme di comunicazione permettono miracoli e oggi sento strette nelle mie altre mani lontane chilometri. Possiamo solo pregare, ognuno a suo modo e sperare che il calore di questa energia arrivi anche lì, a stringere la mano della persona a cui in questi giorni rivolgiamo pensieri e battiti del cuore.

Figli tra le braccia

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figli tra le braccia 1di Irene Auletta

Mi fai sempre una grande tenerezza quando ti avvicini e, quasi alla mia stessa altezza, alzi le braccia in alto con quel tipico comportamento infantile che sostituisce la domanda mi prendi in braccio? Crescendo accade sempre più raramente ma non per questo è venuto meno il tuo piacere di rifugiarti fra le braccia per farti coccolare, consolare o anche solo semplicemente accogliere.

Le giovani madri sperimentano questa emozione con i figli piccoli e, con il passare del tempo, forse dimenticano quel delicato dialogo che passa attraverso un contatto unico, antico e profondo.

Noi e tanti altri genitori, insieme alle fatiche e ad una realtà che pare non evolvere mai, abbiamo la possibilità di non interrompere tali fili delicati, a testimonianza di quell’intimità di comunicazioni d’amore trattenute in un cofanetto di gesti appartenenti ad un’infanzia perenne.

Certo, ora che sei cresciuta, sono cresciute anche le forme di quel contatto richiesto a sostituzione di tutte le parole mancate. Da anni ti permetto di sederti sulle mie ginocchia esplicitandoti che non posso più prenderti in braccio come quando eri piccola. Lo sai che anche a me piaceva tanto sedermi in braccio alla mia nonna? Te l’ho già raccontato di quella volta che, a quasi sette anni, sono stata rimproverata dalla bisnonna proprio per questo motivo?

Ritrovo queste tracce nelle mie emozioni e nei miei ricordi e penso che se oggi la nonna fosse ancora tra noi, potresti trovare un rifugio accogliente e sicuro anche da quelle parti. Ma lasciala stare ‘ma che a me fa piacere tenerla in braccio. E’ il nostro modo di raccontarci le storie e se Irene vorrà sedersi sulle mie gambe anche quando sarà grande io sarò contenta!

Mi accorgo spesso che raccontandoti riemergono ricordi rimasti nascosti a lungo chissà dove e mi piace continuare a farlo per gustarmi quelle storie che non potrò mai consegnarti e che sono destinate a vivere nel presente del nostro incontro.

Stamane ti svegli ballerina e fai prove con il corpo sperimentando la sensazione di scivolo favorita dalle nuove calze che indossi. Gesti da piccola in un corpo grande, quel perenne contrasto che trattiene intrecciato un unico sentimento di tenerezza e malinconia. Rispondo al tuo abbraccio raccontandoti che nei prossimi giorni ci saranno cambiamenti importanti e ti stringo forte quasi a voler rassicurare entrambe.

Tu vai felice e io so che le mie braccia saranno qui ad aspettarti. Sempre.

Il gusto dei pensieri

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Edu-gusto CARTOLINA ultima

di Irene Auletta

Pronti per iniziare. I bambini portano con sé aria frizzante, in quella loro impazienza di scoprire cosa si cela dietro quella porta chiusa. Gli adulti, più prudentemente, cercano di capire cosa accadrà, visto che hanno appena compreso che oggi la nostra proposta di laboratori prevede adulti e bambini separati nel loro percorso di ricerca.

Mentre i bambini si affidano, con fiducia e curiosità, alle colleghe che vestono i loro speciali panni di scienza-chief , a me il compito di condurre il gruppo di adulti nel loro laboratorio delle scoperte. Si, perché il nostro progetto Edu-gusto, vuole focalizzare proprio l’attenzione su aspetti diversi, con la finalità di far emergere quel complesso dialogo tra leggerezza e profondità, tra divertimento e apprendimento, tra sapori e saperi.

A disposizione dei genitori ingredienti semplici come pane, frutta fresca e secca e biscotti, affinché la riflessione sia accompagnata dalla preparazione di una piccola merenda per i loro bambini. Le mani si orientano subito al lavoro, mentre invito a raccogliere pensieri sparsi. Cosa vi immaginate stiano facendo i vostri figli nell’altra stanza? Cosa vuol dire per voi ritrovarvi insieme a preparare qualcosa per loro e come li pensate in questo momento? Cosa ne dite se mentre un gruppo prepara la merenda l’altro raccoglie i fili di ciò che accade per costruire una storia da raccontare dopo ai bambini?

Il cibo viene subito trasformato e compaiono immagini che invito a nominare, per quelli che potrebbero essere alcuni dei personaggi della nostra storia per i bambini. L’atmosfera è di gioco e, mentre alcuni adulti si fanno guidare nelle scoperte/riflessioni che pian piano prendono forma ed emergono, altri rimangono scettici ad osservare la scena. Sollecitati, rispondono che forse si aspettavano di lasciare i bambini e andare a bere un caffè, forse avevano immaginato di fare qualcosa insieme o forse ancora di aspettarli senza fare nulla. Vuoi dire che è più semplice manipolare cibo che pensieri?

Come dico anche a loro sarà molto interessante vedere cosa accadrà poco dopo quando, come previsto dal nostro progetto, adulti e bambini si incontreranno nuovamente per raccontarsi cosa è accaduto nei singoli laboratori. Gli ingredienti che metto a loro disposizione sono le domande, le curiosità, gli stimoli per alcune riflessioni intorno al tema “educare al gusto” e la possibilità di scoprire insieme che l’incontro con il cibo può essere un modo per approcciare il gusto nelle sue molteplici sfumature.

Nella scena successiva ci ritroviamo insieme, adulti e bambini, uniti dal racconto dell’esperienza, dall’esibizione di quanto i bambini hanno sperimentato e dall’offerta del cibo preparato dai genitori, insieme alla loro storia. I bambini sono seri, emozionati e desiderosi di raccontare le loro molteplici scoperte trattenute, dopo la sperimentazione, sui tanti disegni appesi al muro e che, al termine, potranno portare a casa per continuare a raccontarle ai loro genitori. I genitori, nel clima festoso, sono di fronte alla possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. A loro la scelta di coglierla o meno.

Mentre la sala è vuota e siamo rimaste sole nell’opera della raccolta, del riordino e dello scambio delle prime positive impressioni sulla giornata, lo sguardo rivolto al muro ci rivela che metà dei disegni sono rimasti lì.

Nuovi battiti

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nuovi battitidi Irene Auletta

Ogni passaggio dei nostri figli segna tappe importanti e ce lo ripetiamo ogni volta, soprattutto quando i cambiamenti portano con se’ nuove difficoltà o prove diverse da affrontare. È l’esperienza che conoscono bene tutti i genitori fin dall’ inserimento nel nido o alla scuola per l’infanzia. Io, ho in mente burrasche.

Quando anni fa, sconfitta dall’esperienza totalmente inutile della scuola materna, andai a visitare per la prima volta la scuola speciale, dove poi hai trascorso anni importantissimi, rimasi così turbata che all’uscita dovetti aspettare oltre mezz’ora per calmare il pianto e capire dove avevo posteggiato l’auto. La ferita era ancora sanguinante e faticavo a immaginare l’esperienza leggera e densa di possibilità che poi invece si è rivelata, anche grazie all’incontro con due straordinarie insegnanti. Forse per questo l’inevitabile passaggio al compimento dei tuoi quindici anni è stato difficile da elaborare più per me che per te. Forse.

Nei due anni successivi ho acceso e spento speranze vedendo appassire quella possibilità che tu non finissi proprio in uno dei servizi dove arrivano quelli definiti più gravi. E così riprendiamo la strada in salita, il colloquio di presentazione, la visita ad un nuovo Centro, l’incontro con nuovi operatori e con tuoi nuovi possibili compagni di viaggio.

E il cuore mi impazzisce insieme allo stomaco e se ne frega di quello che, con calma e pazienza, prova a suggerire il cervello. Ma cosa centra mia figlia in questo posto? Com’è possibile che non possa essere diversamente? Sorrido e dentro rantolo. Si sentirà il rumore?

Alcune cose che accadono durante il colloquio, non riferite alle due operatrici che al contrario mi sembrano molto attente e accoglienti, fanno alzare l’asticella della mia rabbia. Sale fino a quando non arrivo in auto e nel silenzio provo a guardarla in faccia fino a farmi travolgere dal dolore. Eccolo, innominabile. Non vorrei mai che proprio questo accadesse a te ma, ancora una volta mi devo arrendere e forse, come accaduto in passato, nascerà qualcosa di buono.

Quando ti ritrovo, all’uscita del Centro che attualmente frequenti, cerco di nascondere la mia tempesta interiore e spero proprio di riuscirci. Quando mi abbracci, penso che è questo il mio pensiero felice del giorno. Sulla via di casa, i colori di questo strano autunno fanno intravedere un paesaggio dipinto dalla luce del sole tra un filo di nebbiolina e le prime ombre della sera. Il cuore è pensante mentre ti osservo assorta chissà dove.

Almeno, stavolta l’auto l’ho ritrovata subito.

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