SurrealTime

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di Irene Auletta

E’ la prima volta che viene a questi incontri? La domanda mi giunge dalla signora seduta al mio fianco che potrebbe essere mia madre. Di fronte alla mia risposta affermativa dice, quasi sottovoce, che anche per lei sono le prime volte. Prima se ne occupava sempre suo marito ma ora, da quando è vedova, tocca a lei. Forse, intravedendo quello che scorre velocemente nei miei occhi, aggiunge che ormai suo figlio è anziano e che da oltre vent’anni frequenta quello stesso Centro.

Ogni benedetta volta in queste circostanze cerco con tutta la mia forza di richiamarmi al mio ruolo di madre e di lasciare sullo sfondo la professionista che sono. Ma non ce la faccio. Ci sono cose che mi arrivano in modo così stonato che non posso fare a meno di interrogarle un po’.

Mi guardo intorno e mi sento un Ufo tra gli Ufo fino a quando arriva una signora mia coetanea. Forse le altre madri più giovani sono assenti per motivi di lavoro, penso. In realtà dopo pochi minuti capisco che anche l’altra persona, più o meno della mia stessa età, è in realtà la sorella di uno degli utenti, figlia di quella madre deceduta che a luglio ha fatto d’urgenza rinviare una precedente riunione.

Ora l’aria inizia a mancarmi sul serio.

A vedersi dall’esterno il gruppo, a parte noi due e le operatrici, che però sono schierate un po’ a distanza in una tavolata da “relatori”, si potrebbe facilmente identificare come quelli tipici dei centri diurni per anziani.

Ma la signora al mio fianco con un figlio sessantenne, cosa cavolo starà pensando mentre per l’ennesima volta le operatrici di turno raccontano di attività, uscite, programmi, obiettivi? Certo, la sostanza a tratti è anche interessante e soprattutto alcuni interventi rianimano un po’ il tono dell’incontro ma, com’è possibile non preoccuparsi di curare e connettere contenuto e contesto?

Lo so, lo so, questa non è una domanda da madre ma io non ce la faccio a rimanere impassibile di fronte a tali scene perché proprio non ne capisco il senso e, senza nulla togliere agli operatori presenti, non posso fare a meno di chiedermi cosa hanno pensato anche loro di fronte a quella scena. Di buono però c’è che mentre in passato mi sarei angosciata (ma tanto!) oggi ho avuto solo leggeri pizzichi alla pancia e, almeno una cosa, mi è risultata assai chiara.

Non voglio rimanere seduta in quei luoghi ad ascoltare per i prossimi vent’anni le stesse cose e non voglio neppure che questa sia l’unica scelta per te, figlia mia. Rimbocchiamoci le maniche perché da fare c’è né parecchio e abbiamo ancora tanto da imparare per navigare in questi mari.

 

Quieteggiando

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Abbazia Casoretto facciata-smbdi Irene Auletta

E così, con l’esperienza al nuovo Centro, siamo arrivati al termine di questa prima settimana. Troppo presto per fare bilanci che potrebbero risultare sbilanciati da una notte passata da entrambe quasi insonne. Che ne dici se andiamo a vedere questa bella Abbazia praticamente attaccata al tuo nuovo Centro?

Incredibile come le vie risuonino nel tempo di nuovi significati. Quella zona milanese e’ ben nota sia per il mitico centro sociale di via Leoncavallo che per la tragica fine di due ragazzi che, quasi trent’anni fa, persero la vita diventando, loro malgrado, un’icona di resistenza che dura nel tempo.

L’Abbazia l’ho vista tante volte dall’esterno ma mai visitata. Chi avrebbe immaginato che sarei tornata da queste parti tenendoti per mano diretta verso una chiesa? Non abbiamo fortuna perché troviamo il portone chiuso ma questo non ci impedisce di fare una passeggiata tra i portici che trattengono tutta la magia dei luoghi antichi. Attraverso i nostri passi silenziosi passano le piccole tensioni e le preoccupazioni di questi giorni. L’aria fredda, il cielo terso e un tiepido sole invernale infondono pensieri ottimisti.

Stamane hai resistito ad entrare e tutto l’entusiasmo dei primi giorni è apparso mitigato da una nuova consapevolezza. Hai ragione a resistere figlia, i cambiamenti fanno sempre un po’ paura e tanti incontri nuovi in pochi giorni hanno bisogno di tempo per essere assimilati. L’eccitazione esagerata di poco fa, quando sono arrivata a prenderti, lascia il posto alla quiete scandita dai nostri passi.

Vuoi dire che quest’Abbazia accoglierà anche le nostre anime in subbuglio? Ti prometto che ci torneremo per visitarla anche all’interno e, nel dirtelo, mi rassicura l’idea di un luogo che ci potrà accogliere nei giorni lieti e in quelli più amari.

Ce ne saranno figlia, di tutti i gusti, ma fino a quando troveremo luoghi dove rifugiarci e ritrovarci, credo proprio che ce la faremo.

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