In coda

Lascia un commento

v-dobe-pracovni-neschopnosti-se-nelze-evidovat-na-uradu-prace

 

di Igor Salomone

“Prego, venga avanti”. La cassiera mi fa cenno di avvicinarmi, bypassando un po’ di persone che, nel frattempo, ci stavano cedendo il passo spontaneamente.

MI fa sempre un certo effetto l’attenzione, quel minimo sindacale di attenzione, che ci viene rivolta quando porto in giro mia figlia accomodata felicemente sulla sua carrozzina. C’è una soglia oltre la quale quell’attenzione scatta. Non nella folla distratta, che mi tocca sempre fendere utilizzando i predellini per i piedi come rostri, ma nelle situazioni in cui si incrociano gli sguardi: alla fermata dell’autobus, in una sala d’attesa oppure in coda al supermercato. MI fa sempre un certo effetto perchè a me sembra di essere mediamente invisibile. Ok, sto spingendo una carrozzina con una persona disabile, ma ormai per me questo è normale. Nelle attenzioni altrui, invece, si rispecchia la nostra diversità.

Contento per questa opportunità, dopotutto eravamo alla cassa con priorità per donne incinta e disabili, avanzo e salto un po’ di posti, fermandomi dietro un terzetto che non sembra intenzionato a spostarsi per farci passare. Lui è un uomo anziano, sull’ottantina, vabbè, non mi pare il caso di questionare, penso. Getto un po’ più in là lo sguardo e vedo due donne: la prima più o meno coetanea dell’uomo, la seconda intorno ai cinquanta. Guardo con più attenzione, sopratutto ascolto, suoni e gesti inconfondibili, comunicazioni sottili tra i due signori con i capelli bianchi e la donna-ragazza-bambina tra loro. E in un lampo capisco.

E’ strano, in un pomeriggio qualsiasi della settimana, in giro con quattro gambe e quattro ruote come fosse la cosa più ovvia del mondo, trovarsi davanti, in coda al supermercato, il proprio destino

Destini raccomandati

2 commenti

IMG_4538.JPG

di Igor Salomone

Andata. Luna è inserita nel centro diurno che l’accompagnerà nei prossimi anni, probabilmente molti, se tutto va bene.

“Mi raccomando”, le ho detto stamattina mentre l’accompagnavo in questo penultimo viaggio, prima che il pulmino torni finalmente ad alleggerire tempo e pneumatici venendola a prendere sin sotto casa, “fatti valere”.

Cosa deve fare un padre se non ricordare alla propria figlia chi è e cosa può fare quando si sta apprestando ad affrontare il mondo? Certo, un mondo molto piccolo per una diciottenne, piccolo e lungo, di quelli che hai tutta la vita davanti, ma sai già cosa ti aspetta. Però sarà il suo e io, come nelle migliori tradizioni, devo accompagnarla al debutto.

Ricordati Luna che sei curiosa, è forse la principale delle tue qualità, indossala con leggerezza e determinazione. Aiuta le persone che staranno con te a capire che vuoi vedere, guardare, osservare, esplorare, ascoltare, toccare tutto ciò che incroci. E che niente ti piace di più che andare, girare, muoverti per poter incrociare persone, cose e paesaggi. Con la manipolazione sei un po’ ai blocchi di partenza, quindi fatti aiutare, sarai in un luogo che potrà permetterti di fare molto più di quello che oggi riesci a fare, ma convinci chi ti aiuterà che al fondo sei un’esploratrice, non una costruttrice, e puoi riempirti occhi, orecchie e mani oltre ogni limite, prima di crollare esausta e satura di ciò di cui ti sei riempita.

E poi ridi e sorridi, mi raccomando. Non smettere mai di farlo portando con te il sole ovunque tu vada. La tua allegria è contagiosa, ho visto sconosciuti illuminarsi per strada semplicemente incrociando il tuo sguardo o trattenere a stento il riso sentendoti gorgogliare divertita con tutto il corpo. Cerca di non esagerare, come a volte ti succede quando la situazione ti eccita o ti imbarazza troppo. Ascolta chi ti metterà un limite, perché il valore della tua gioia non va sprecato con l’eccesso e il fuori luogo. Però continua a farne dono al mondo. Sei ricca di una ricchezza di cui c’è gran bisogno e non appena il tuo mondo se ne renderà conto, ricambierà. Dagli solo il tempo.

Infine, poi giuro che la smetto, ti tocca di mostrare quel tuo modo particolare di stare insieme, quel tuo esserci sempre che fa di te una presenza rasserenante e certa. Con te non ci si può sentire soli, anche nel bel mezzo dei tuoi lunghi silenzi. Sei l’incarnazione stessa dell’incontro che non ha bisogno di parole per esistere perché la sua sostanza è fatta di corpi, sguardi ed emozioni. Talvolta eccedi in ognuna di queste tre qualità, lo sappiamo entrambi. Impara e fatti insegnare a contenerti: non sempre e non con tutti la tua compagnia funziona. Le persone hanno anche voglia di stare un po’ da sole, quindi ogni tanto dovrai anche ritrarti, come del resto sai chiedere a chi ti sta attorno, quando quella che si vuole ritrarre sei tu. Ma fai capire a tutti che quando arrivi tu qualcosa si riempie, lasciando un vuoto riconoscibile appena te ne vai.

Lo so Luna, i padri sono sempre un po’ pedanti, ma in questi giorni si sta avviando il tuo destino. Qualche tempo fa mi hanno chiesto di tenere una relazione sul “progetto di vita” delle persone disabili. Ho detto che non ci voleva molto, quel tipo di progetto è già bello che dato. Alle persone come te non manca un progetto, manca un progetto alternativo.

Però quanto abbiamo atteso questo esito ovvio ma non scontato? Ora che ne stiamo varcando la soglia, vedo nei tuoi occhi carichi di attesa e nel tuo corpo lanciato alla conquista del nuovo mondo, quanto sia importante avere un posto tuo. Non un posto dove stare, ma dove andare e dal quale tornare, perché è in questo movimento da e per l’altrove che risiede il senso della vita.

E’ un destino un po’ triste e un po’ amaro il tuo e il nostro, figlia mia. Mi vengono in mente almeno cento altri futuri che non avremo e cinque minuti in un centro diurno per disabili sono più che sufficienti per ricordarceli. Ma noi umani siamo fatti così: quando accettiamo un destino, quale esso sia, possiamo anche esserne felici. Per questo mi sono raccomandato tanto, Luna. Stiamo iniziando una nuova avventura, tu sei felice anche se nei prossimi giorni probabilmente dovremo affrontare le prime difficoltà che ogni nuova avventura comporta e io, anche questa volta sono felice di viverla insieme a te.

CyberSorellanza

Lascia un commento

cybersorellanzadi Irene Auletta

Da tempo torna a farmi visita la nozione di sorellanza che mi ritrovo a condividere con diverse amiche e colleghe, a fianco di storie e progetti comuni.

A volte è come essere cullate dalle onde di un mare quieto altre, come in questi giorni, è come un paesaggio con nuvole all’orizzonte che minacciano un temporale. Condivido, con un gruppo di mamme, storie simili legate alle peculiarità dei nostri figli che, anche per alleggerire il peso del nostro amore, ogni tanto definiamo pazzerelli.

In questi giorni però nelle nostre parole non c’è allegria perché vicende tristi di una storia che ci assomiglia, ci tolgono la voglia di essere leggere. Un figlio malato, intrappolato nelle ombre tra la vita e la morte, è forse la peggiore delle esperienze riservate ad una persona. Non è naturale vedere un figlio che soffre così, me lo disse anni fa mia madre tra le lacrime nei giorni di perdita del mio caro fratello.

Noi, madri di figli diversi, consapevoli di condividere lo stesso sentimento con le altre madri, ci sentiamo più vulnerabili rispetto a possibili sgambetti del destino, perché ogni giorno ne sperimentiamo l’incertezza e la precarietà.

Così, nei nostri messaggi passano parole di speranza, di sostegno, di paure tenute segrete nei cassetti che apriamo per noi, per dare luce a quel filo rosso che partendo da Palermo, attraversa il nostro paese fino ad arrivare nella mia città.

Le nuove forme di comunicazione permettono miracoli e oggi sento strette nelle mie altre mani lontane chilometri. Possiamo solo pregare, ognuno a suo modo e sperare che il calore di questa energia arrivi anche lì, a stringere la mano della persona a cui in questi giorni rivolgiamo pensieri e battiti del cuore.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: