Alternative speciali

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di Irene Auletta

Nei tuoi primi anni di vita ci è venuto in soccorso il classico cancelletto da porta che molti genitori di bambini piccoli conoscono bene, finalizzato a tutelare passaggi rischiosi. Il nostro utilizzo è stato protratto a lungo nel tempo, principalmente per proteggere i tuoi risvegli notturni e la possibilità che, aggirandoti per casa, potessi in pochi minuti metterti in pericolo, non ultima la tentazione di arrampicarti sulla scala del nostro letto a soppalco.

Qualche anno fa, rimanendo invariata l’esigenza di protezione notturna, si è reso necessario qualche correttivo e così la memoria delle mie estati al Sud, a casa dei miei nonni, ha fatto riemergere l’uso della porta a doppia apertura. Le avete presenti? Chiuse nella parte sotto e sopra aperte, sovente arredate con tendina di pizzo, a lasciar entrare il fresco desiderato nelle giornate più calde. Il tutto, naturalmente, a partire dall’esclusa possibilità di lasciarti chiusa a chiave in camera tua, senza possibilità di vedere fuori dalla stessa.

Da questi ricordi è nata la tua porta speciale, rispetto alla quale ti abbiamo subito coinvolta e che da sempre riconosci come la tua porta. 

Stamane siamo a casa da sole e di fronte ad un’emergenza non posticipabile, devo scendere in cantina lasciandoti da sola in casa, cosa che non accade mai. Con il cuore in gola ti dico che abbiamo bisogno dell’aiuto della tua porta magica e che devo lasciarti sola per qualche minuto. Accetti e rimani ad osservarmi mentre ti dico che torno prestissimo.

Allo stesso punto ti ritrovo qualche minuto dopo mentre arrivo di corsa e ti trovo serena e sorridente. Hai visto che mamma è tornata subito? Come te la sei cavata da sola? Mi guardi e indichi la tua porta ormai aperta e insieme la ringraziamo ridendo. Ci vedo le mie nonne a farti compagnia in quei brevissimi momenti e ancora una volta mi ritrovo a pensare che le cose davvero speciali, hanno radici antiche.

Io e te, a distanza di molti anni, affacciate ad osservare il mondo.

 

Riflessioni sospese e galleggianti

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di Nadia Ferrari

Sarei felice se Cronachepedagogiche ospitasse questo mio articolo pubblicato dalla rivista per l’infanzia Zeroseiup (n.3/2020)

Come chi mi consce sa, sono un’insegnante di scuola dell’infanzia e da anni amo ascoltare e raccogliere le rappresentazioni mentali che i bambini costruiscono sulle cose che accadono nel mondo attorno a loro, con l’intento di trarne significati che aiutino a fare meglio il mio mestiere.

Questa pandemia, nonostante l’enorme bagaglio di esperienze in negativo, ci ha restituito un tempo per il pensiero e ha permesso di ritornare ad alcune domande fondamentali che forse per la fretta delle cose da fare rimanevano silenti negli ingranaggi della routine.  Ha mosso tanti esperti, e non, ad aprire un dibattito molto ricco di riflessioni e sguardi particolari a secondo dell’orizzonte di veduta. 

Io ho voluto provare a comprendere dal punto di vista educativo come una pandemia può offrire inediti paesaggi anche per la scuola a partire dalla voce dei bambini.   



#StandardPedagogici: i podcast dedicati alla ricerca sul senso dell’esperienza educativa.

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di Igor Salomone

Siamo al terzo degli standard pedagogici analizzati in questo podcast.

Uno standard forse un po’ obsoleto, ma che nasconde ancora nel suo intimo un senso profondo dell’esperienza educativa umana: il suo trasmettersi prima di tutto come esperienza educativa. 

Ma chi ti ha insegnato l’educazione è anche il titolo di un libro del 2012 libro di Giorgio Prada, un amico che non potevo non citare. Milano, Angeli Edizioni. Lo trovate a questo link:https://www.amazon.it/insegnato-leducazione-Genitori-sulla-educativa/dp/8856848317

Ascoltalo sul podcast Pillole pedagogiche con..


Mondoluna

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di Irene Auletta

Con il babbo e’ bravissima, dice l’autista del pulmino con il suo dolce accento toscano. Sarà che è una persona che mi piace molto per la sua gentilezza che osservo da qualche anno, ma quel suo “bravissima” stamane scivola via leggero.

In effetti oggi è la prima volta che ti accompagno e, ancora una volta, queste tue differenze nel saluto trattengono memorie antiche da cui a volte è forse difficile prendere distanza. Invece di salire ti riavvicini a me e quando ti invito a farlo mi indichi che vuoi andare altrove. Poi, facilmente cedi ma mi saluti con il viso serissimo.

Commentiamo la decisione che mostri sempre nelle tue scelte e scopriamo che il ragazzo che svolge il ruolo di accompagnatore ha la tua stessa età. Strana la vita dice quasi sottovoce e così comincia la giornata.

Il pensiero mi porta in un attimo altrove, ai tanti sentimenti che hanno affollato la mia mente in questi mesi, anche di fronte a qualche inciampo della tua salute. Ogni volta un respiro profondo per respingere le tracce timorose di quello che abbiamo attraversato in passato e la preoccupazione che di nuovo l’odioso visitatore della malattia autoimmune bussi alla nostra porta. Altro che pizzichi al cuore!

Tuo padre mi prende sempre in giro imitando le mie possibili frasi, con le quali ogni volta vorrei assumere su di me e nella mia carne quello che purtroppo non posso evitarti e oggi, fortunatamente, riusciamo a riderne insieme. 

Eccomi che ritorno al presente. Solo poche ore di distanza in queste prime sperimentazioni che dopo mesi ti tengono lontana da casa e da noi. Abbiamo tutti bisogno che circoli aria nuova nelle nostre relazioni che si sono saturate di tanta presenza.

Eppure come te, mentre ti allontani, mi osservo seria riflessa in una vetrina.

Quell’equilibrio complesso tra mente e cuore che affianca da sempre la nostra storia ricordandoci chi siamo, oggi mi rammenta che ho una figlia adulta.

Touche’

Il bello di te

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di Irene Auletta

Chissà quanti genitori sono orgogliosi dei propri figli come lo siamo noi?

La domanda di tuo padre mi raggiunge, non come sorpresa, mentre parliamo di te, raccontandoci quello che osserviamo, i cambiamenti, particolari inediti, nuove speranze.

Per qualche giorno mi rimane a girovagare nella mente e ogni tanto ritorna a fare capolino, confermandomi che di sicuro anche molti altri genitori lo sono. Ma allora perchè torna a incuriosirmi? Il nostro è un orgoglio differente? Sia chiaro, non migliore o peggiore, ma differente?

In effetti non mi capita raramente di raccogliere testimonianze di orgoglio ma forse, pensandoci un po’, mi pare che tanti genitori possano rischiare, più di noi, di rimanere inconsapevolmente intrappolati, nelle reti-mito delle prestazioni e delle competenze. Penso che sia facilmente riconoscibile quell’orgoglio che sboccia di fronte a qualcosa che si materializza in un fare, in un’azione, in un pensiero. Che bella cosa hai fatto, detto o pensato! 

Eccola qui la nostra differenza. Noi possiamo molto, ma molto raramente, essere orgogliosi per ciò che fai, ma lo siamo costantemente per ciò che sei. O almeno, abbiamo imparato ad esserlo. Al tempo stesso, non rischiamo la delusione di quelle attese malriposte, che possono essere un peso non indifferente per qualsiasi figlio.

Gli amori fragili sono spesso i più forti, anche nella tenacia della ricerca, forse perchè si nutrono di fili d’essenza al gusto dello straordinario. Devo ammettere, sinceramente, che la dimensione delle “cose esibite” mi manca e credo mi mancherà sempre senza però nulla togliere a questa forma differente di quel sentimento che quasi accarezza la gola quando si chiama orgoglio.

Essere orgogliosi nel limite, parente stretto della delusione, pare quasi qualcosa di impossibile anche solo da dire e di sicuro, per me, è un percorso di ricerca che mi accompagna altrove, dove non avrei mai scelto di andare, dove devo quasi ogni giorno rianimare la fiducia, dove spesso vorrei richiudermi per scomparire dalla pesantezza degli sguardi altrui.

Ma, stare in questa ricerca, vuol dire anche riemergere nello stupore, ispirare la bellezza dell’inatteso e soprattutto, godersi ogni infinitesimale frammento di possibilità, con un respiro pieno di orgoglio.

Si, di te lo siamo eccome.

Ascolta ora il nuovo Podcast: “Questa casa non è un albergo!”

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di Igor Salomone

 “Questa casa non è un albergo”, più che invitare a non confondere la propria casa  con un hotel, chiede di capire cosa sia quella che chiamiamo “casa”. E non una casa qualsiasi, quella della nostra famiglia, nella quale siamo cresciuti e dalla quale a un certo punto iniziamo ad allontanarci, pur continuando ad abitarla.

Ecco il punto è proprio questo: perchè iniziamo ad allontanarcene? Il distacco dalla casa dei propri genitori è un processo lungo. Si consuma quando facciamo le valige e traslochiamo in una casa tutta nostra, ma inizia molto tempo prima, moltissimo tempo prima. 

Ricordo le prime volte che sono uscito di sera e ho iniziato a tornare molto, molto tardi. O le prime notti trascorse altrove, o le prime vacanze per conto mio. Ma non crediate sia solamente una faccenda adolescenzial-giovanile. Oggi il distacco da casa inizia al nido e tenendo conto che un figlio, prima di andarsene sul serio, potrebbe avere più di trent’anni, fate un po’ voi i conti. 

Quindi abitiamo un posto per lungo tempo e in pratica sin da subito iniziamo a distaccarcene. Perchè?

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Tratto da: Standard pedagogici. Questa casa non è un albergo!

Racconti fiorati

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di Irene Auletta

Ci sono momenti in cui accadono cose tutte da gustare perchè chissà quando accadranno di nuovo. 

Quando arriva qualcuno a trovarci a casa, e a volte questo accade anche al rientro mio o a quello di tuo padre, la tua reazione può variare sensibilmente tra un’accoglienza gioiosa e affettuosa e una totale distanza, con un comportamento di apparente disinteresse. La spiegazione più ricorrente che negli anni abbiamo confezionato è la tua difficoltà a stare in quel cambiamento di situazione ma forse, a volte, semplicemente sei un po’ di più nel tuo mondo e non vuoi, o non riesci, uscirne facilmente.

Aspettiamo i nonni a pranzo e poi non li vedremo per parecchio tempo. Ti anticipo che la nonna è davvero molto stanca e forse avrà bisogno del nostro aiuto per stare un po’ meglio. Sai cosa sarebbe davvero bello? ti dico mentre mi ritrovo a ripercorrere tentativi comunicativi molto familiari ma sovente senza effetti entusiasmanti, sarebbe bello se accompagnassi nonna a vedere i bellissimi fiori che ci sono sul tuo balcone.

E così poco dopo ci provo, proprio mentre mia madre sta apprezzando i fiori sul davanzale della cucina, chiedendomi come si chiamano. Le sto raccontando che il balcone più bello è il tuo e in quel momento, vedendoti arrivare, ci provo e mi gioco il jolly.

Ti faccio una domanda semplice e diretta e, qualche istante dopo, osservo le tue mani prendere quelle della nonna e accompagnarla fino alla tua camera. Quando lei si ferma al centro della stanza le fai strada sorridendo ed esci sul balcone, osservando lei e poi i fiori. Io rimango commossa ad osservarvi ma cerco di rimanere in silenzio e mi gusto quel momento magico che voglio tenere impresso negli occhi e nel cuore.

La nonna ti segue e dopo qualche tempo, riemersa dal suo torpore al colore del tramonto, commenta il tuo cambiamento, la tua chiarezza nel farti capire e la tua serenità. Chi l’avrebbe mai detto, dice quasi sottovoce, e so che si riferisce ai tuoi anni più difficili, quelli a cui oggi non voglio pensare.

E di nuovo ascolto le stesse frasi del nostro ultimo incontro. Che è stanca, tanto, e che forse presto chiuderà gli occhi per sempre. E tu e Luna ce la farete vero? Io ormai quasi non respiro e prendo fiato per rassicurarla.

Ci mancherai sempre mamma e già ci manchi in quella parte di te che non sei più, ma oggi è successo qualcosa di magico e spero che ti rimanga nel cuore anche se già smarrito nella memoria.

Quando restiamo sole ti dico che hai fatto un regalo bellissimo alla nonna e anche a me. Ti racconto dei fiori. Ma sai che anche mia nonna amava tanto i fiori?

Una volta è successo  che …..

Ci vuole un fisico bestiale

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di Irene Auletta

Tra gli aspetti ricorrenti di una grave disabilità c’è sovente quell’aspetto fisico che tradisce l’età. Si, perché il ritardo si dipinge frequentemente sul volto e nel corpo, mantenendo a lungo tratti assai infantili per poi cedere di colpo, per quanti vanno avanti negli anni, in una sorta di vecchiaia precoce, dando spesso l’impressione di trovarsi di fronte a bambini vecchi.

E così, mentre faccio questi pensieri affatto lieti, incrocio il tuo sguardo dolcissimo e proprio lì ritrovo la causa. Difficile trattarti da adulta quale sei, mantenere sempre la lucidità necessaria per non cedere a facili infantilismi, essere semplice, rispettando le tue reali possibilità, ma senza banalizzarti.

La cosa che mi colpisce, e dispiace, e’ quando anche insegnanti e operatori scivolano nelle stesse trappole dei genitori, perdendo così l’occasione di aiutare le famiglie, esibendo altre possibilità. Dobbiamo fare ancora tanta, tanta strada in questa direzione.

Mentre mi ascolti seria, facciamo uno dei nostri patti segreti. Ci proverò sempre, ogni giorno, a rispettare i tuoi anni, le tue esperienze e la tua storia. Continuerò sempre a chiederti un po’ di più di quello che puoi fare facilmente e cercherò di sorridere anche di fronte a quelle “bocche storte” che mi considerano troppo severa, in altalena al loro “ma poverina!”. 

I nostri linguaggi d’amore non mancheranno mai ma, allo stesso modo, non dobbiamo smettere di sperimentare dialoghi e modi di stare che sappiano aprire anche altre possibilità. Ce lo dobbiamo reciprocamente e, sicuramente, la continua ricerca non ci farà mai stancare del nostro incontro.

Eh già, perchè anche questo è un bello sgambetto della vita. Io e tuo padre che siamo sempre alla ricerca di novità, che non ci fermiamo mai di fronte a ciò che abbiamo raggiunto, che siamo affascinanti, seppur in modi differenti, dalle possibili trasformazioni, da ormai quasi ventitré anni ci troviamo a ripetere gli stessi gesti e comportamenti. Continuare a cercare, provando a non farsi sopraffare da quel gusto amaro che non mi lascia mai, è una gran bella scommessa. 

Quando si ama un figlio, non lo si ama perché è venuto come ci aspettavamo. Il vero amore per i figli è l’amore per la difformità del figlio, dice lo psicoterapeuta Massimo Recalcati. Forse, in questa nostra avventura, vuoi vedere che partiamo pure in vantaggio?

Ci vuole un fisico bestiale, diceva una simpatica canzone di parecchi anni fa, e così, mentre te la canticchio, incrocio le dita. Siamo forti, ti dico sorridendo, dici che ce la facciamo? 

Derive e orizzonti

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di Irene Auletta

Proprio in queste ultime settimane, trovandomi più volte a confrontarmi con sguardi, pensieri ed emozioni di alcuni genitori con figli disabili, ho pensato tanto ai rischi sempre in agguato di scivolare in angoli bui.

Pensarsi sempre in credito con il mondo rivendicando un atteggiamento risarcitorio, descriversi ogni volta con quel livello di bisogno in più, percepirsi e viversi come un mondo a parte che tanto gli altri non possono capire e, via di seguito, verso questa direzione che molti potranno facilmente riconoscere. No, non sono mai state queste le mie traiettorie di vita e mi auguro non lo diventeranno mai.

Mi dispiacerebbe assai per me e per te, per la nostra storia d’amore e per tutto quello che stiamo costruendo in questo nostro strampalato e non semplice incontro. Ho imparato molto con te e come ha detto di recente tuo padre, sei la cosa più bella che ci è successa. Senza nulla togliere alla fatica e a tutti gli annessi e connessi di vicende analoghe alla nostra.

Ho imparato che la felicità e il dolore possono stare vicini, scritti nella stessa frase e nascosti timidamente nello stesso angolo del cuore. Così come il dispiacere e l’orgoglio, la pena e il sollievo, le ombre del futuro e la tenace speranza.

La Covid, ho scoperto di recente che pare si dica al femminile, “ti farà un baffo, dopo quello che hai attraversato in questi anni!”, mi ha detto oggi una persona che non sentivo da parecchio tempo. Non so se è proprio così, ma so per certo che anche in queste settimane, ho cercato di non farmi travolgere dal “povera me che sono pure bloccata a casa con una figlia disabile!”. La tentazione è forte e la comprendo benissimo. Sospendo davvero il giudizio verso chi rimane intrappolato in pensieri come questo, ma io non posso accettarlo e per me sarebbe davvero un danno collaterale insostenibile e troppo oneroso.

Ma allora, come sono andate queste settimane, mi chiedo? Ti ho vista crescere, inciampare e rialzarti come sempre fai nella tua vita, stupirci ogni volta per la disponibilità a stare in un cambiamento per te senza senso ed essere sempre la perla lucente del nostro trio. 

Ti guardo curiosa, ammirata e ancora una volta, grata. Ciò che ci accade , in moltissime circostanze, non possiamo cambiarlo ma, di sicuro, possiamo cambiare sempre il nostro modo di viverlo e di starci.

Sta a noi scegliere tra il respiro corto o la luce negli occhi rivolti all’orizzonte e noi scegliamo, ogni giorno.  Grazie Luna della Terra.

Le nostre valigie

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di Irene Auletta

Ci sono quei giorni che diventano occasione per pensare, fare il punto e fermarsi un attimo. Questo dedicato alle mamme per me è quasi sempre uno di quelli. Non che ciò, rispetto alla maternità, accada solo a maggio, anzi, ma il risuonare della parola, degli scritti, delle emozioni, dei fiori e delle poesie, mi porta lì, vicino, vicino al mio battito.

Di fronte alle definizioni e agli aggettivi possibili, continuo a preferire i riflessi che cerco in me e intorno a me, come madre, come figlia, come persona. Le mie radici di figlia ormai sono intrecciate a quelle di madre e tante volte nelle mie parole e nei miei gesti di oggi, mi rivedo bambina ad ascoltarle e riceverle. Sono stata molto fortunata e forse quel bagaglio lì, del mio ieri, si stava già sistemando per aiutarmi ad affrontare quello che da ventidue anni incontro ogni giorno, con tutte le ambivalenze del mio amore.

Ci sono madri e ci sono storie con tante sfumature simili e tante, tante differenze. Qualche giorno fa, in un momento di difficoltà, ci guardavo a distanza, con tenerezza e un pizzico. Io che, come tante mie coetanee potrei essere nonna, a tenere tra le braccia una ragazza sconsolata, ad aiutarti nei piccoli gesti quotidiani, a sostenere quello che tante volte mi pare impossibile e ci condisce la vita di straordinario.

Una storia, la nostra, che si trasforma nel tempo che passa ma pochissimo nei gesti e che tante volte mi chiede come il Barone di Münchhausen di tirarmi fuori e guardarci da prospettive differenti, per non vederti solo indifesa e per non farmi travolgere dalla potenza della tua fragilità, o da quella che come madre percepisco così. Per noi, il ritornello della famosa e datata canzone, e gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà! può assumere a volte tinte crudeli.

Sta a noi, ogni giorno, non smettere di cercare la bellezza, sorriderci mentre ci medichiamo reciprocamente le nostre ferite e resistere per non farci oscurare dalle ombre della fatica, della preoccupazione e dell’incertezza.

E allora lo sguardo, quasi fosse un teleobiettivo, ci inquadra proprio ieri, alla luce del sole a raccontarci il mondo nei nostri dialoghi muti. Faccio un gesto e tu sei lì, occhi negli occhi a ridere di gusto. Perle di gioia pura.

Guardo un attimo dentro di me e, tra la confusione di questi giorni impossibili, con tutte le tonalità delle emozioni e dei pensieri, ti ritrovo lì, a darmi forza e a battermi forte nel cuore, facendomi ogni giorno tua madre.

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