Capirai quando sarai grande

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di Igor Salomone

Ecco a voi, con regolarità farmaceutica, la seconda somministrazione delle Pillole pedagogiche. La serie video con alcune riflessioni brevi attorno alle questioni fondamentali dell’educazione quotidiana.

Godetevi il video, quindi, totalmente in autoproduzione e realizzato con il contributo amichevole di chi mi ha aiutato con le riprese e con la correzione dei testi. Se non avete tempo e voglia di seguire il video, oppure non avete preso appunti visionandolo… di seguito trovate il testo della Pillola.

Arrivederci alla prossima che sarà sullo Standard: Questa casa non è un albergo

La pillola precedente, Quante volte te lo devo dire, la trovate invece qui

 

 

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Ciao a tutti
Oggi parliamo dell’antico monito Quando sarai grande capirai e di tutte le sue varianti: Vedrai quando avrai dei figli – Ne riparliamo tra vent’anni – Ho avuto anch’io la tua età 

e simpaticherie del genere.

“Quando sarai grande capirai” è un evergreen tra gli standard educativi, cioè quelle frasi sentite mille volte, che abbiamo giurato di non ripetere mai,  ma che prima o poi usciranno dalla nostra bocca.

Sentirselo dire non è mai piacevole. Dà sempre l’idea che gli adulti non vogliano darti spiegazioni, o che si siano stufati di farlo.

E poi questo far pesare l’esperienza, che fastidio! come se il fatto di esserci già passati conferisca automaticamente la capacità di prevedere cosa succederà a te in futuro. Ma che ne sappiamo del futuro?

Chi ammonisce i figli che solo da grandi capiranno, ha capito davvero quello che gli avevano detto i genitori a suo tempo

E poi, se ora un figlio non è in grado di capire, perchè rimproverarlo se non capisce?

A volte frasi del genere sembrano fatte apposta per chiudere un discorso e far passare la propria volontà senza discussioni.

Mi chiedo però quanto questo monito, mille volte sentito sino a una generazione fa, sia ancora in auge. Voi l’avete dovuto ascoltare? mi piacerebbe sapere se si usa ancora oggi oppure se è caduto in disgrazia e gli ultimi ad averlo ricevuto sono magari gli attuali quarantenni. 

Dai fatemi sapere.

Perché per quanto fastidioso, gettarlo nel dimeniticatoio temo significhi buttare anche qualcosa di buono che perderemmo per sempre.

Per esempio, che non tutte le cose importanti della vita si possano comprendere subito, è una verità delicata e importante. Nel film Capitain Fantastic c’è uno straordinario Viggo Morghensen nei panni di un padre che spiega sempre tutto ai figli indipendentemente dalla loro età e dall’oggetto della spiegazione. Vi consiglio di vederlo.

C’è una scena veloce e surreale nella quale uno dei figli più piccoli, sei anni circa, trova un libro sui campi di concentramento nazisti e chiede al padre perchè tutte quelle persone fossero in pigiama. Il padre in modo estremamente tranquillo gli spiega in dieci secondi la Shoah.

E’ l’immagine di un’abitudine educativa molto diffusa oggi. E anche piuttosto discutibile.

Certo, “capirai quando sarai grande” può anche significare continuare a considerare l’altro piccolo e non in grado di capire per mantenere il potere su di lui. Ma ho l’impressione che riempire di spiegazioni buone per tutte le stagioni i figli, sia il segno di uno smarrimento.

C’è un tempo per e un tempo per. Eliminare i tempi e i passaggi non aiuta.

Occorre accettare che le cose si possono imparare sempre, ma che le capiamo  solo quando è il momento.

Occorre capire che ogni fase della vita getta uno sguardo diverso sulle cose. Ed è questo il bello. Invece di dover rincorrere esperienze sempre nuove rischiando di arrivare a vent’anni avendo già fatto e visto tutto, significa poter    

coltivando così la capacità di stupirci e di meravigliarci

Quindi “capirai quando sarai grande” in fondo è un augurio. Quale augurio migliore si può fare a un figlio se non rassicurarlo 

che diventerà grande…
che avrà sempre qualcosa da capire…
e che il bello della vita è proprio questo?

 

Quante volte te lo devo dire?!

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di Igor Salomone

Con questo post inizia la serie video di Pillole pedagogiche. Ho pensato che una serie di riflessioni brevi attorno alle questioni fondamentali dell’educazione quotidiana, potesse essere un buon modo per offrire il mio contributo a un pubblico allargato.

Del resto è una strada chi ho già intrapreso con la pubblicazione del mio romanzo L’eredità spezzata.
Godetevi il video, quindi, totalmente in autoproduzione e realizzato con il contributo amichevole di chi mi ha aiutato con le riprese e con la correzione dei testi. Se non avete tempo e voglia di seguire il video, oppure non avete preso appunti visionandolo… di seguito trovate il testo della Pillola.

Arrivederci alla prossima che sarà sullo Standard: Questa casa non è un albergo!

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Ciao a tutti,

oggi parliamo di “quante volte te lo devo dire”, uno degli Standard educativi più diffusi e conosciuti.

Avete presente quelle frasi sentite migliaia di volte sin dalla più tenera età? quelle stesse frasi che abbiamo giurato e spergiurato di non usare ma? frasi che, invece, ci possiedono ed escono inesorabilmente anche dalla nostra bocca

Ecco, quelle frasi sono gli Standard educativi a cui è dedicata questa serie delle Pillole pedagogiche. E “Quante volte te lo devo dire” è una di queste.

Con le sue varianti: “te l’avevo detto” “non ascolti mai quello che ti dico” “fai sempre di testa tua” e così via.

Da ragazzo mi infastidiva parecchio e dentro di me pensavo “anche basta, grazie”. Oggi penso sia in fondo una dichiarazione di fallimento. Se non funziona, perchè continuare a ripetere le cose? O stai dicendo la cosa sbagliata, o non la stai dicendo nel modo giusto.

In passato forse, “quante volte te lo devo dire” funzionava. Bastava aggiungere: “non te lo fare più ripetere” e l’inevitabile minaccia “altrimenti…”.

Ma una minaccia senza timore non è credibile. E incutere timore non è più pedagogicamente corretto.
Nonostante ciò, continuiamo a ripeterlo.

Le abitudini sono dure a morire, lasciamo che facciano capolino di quando in quando e ridiamoci un po’ sopra. Siamo sopravvissuti noi, sopravviverà anche chi ci ascolta, sopportandoci.

Però vi devo dire che a me questo standard piace, come tutti gli standard educativi del resto. Mi dispiacerebbe trattarlo come un tic da tollerare.

Abbiamo comunque ereditato questa frase. Se è un rudere, un vestigio del passato, una moneta fuori corso, perchè continuiamo a usarla? Forse c’è un valore intrinseco nel ripetere le cose che non dobbiamo sottovalutare.

Le cose vanno dette, non basta mostrarle. Se bastasse, parleremmo ancora a gesti e grugniti e non ci saremmo presi la briga di sviluppare un linguaggio.

L’educazione è (anche) Parola e quando ripetiamo “quante volte te lo devo dire”, puntiamo il dito su una storia di cose dette, magari malamente, ma che non vogliamo sia dimenticata.

C’è un elemento sacrale nel dire le cose perchè l’altro impari che non va buttato via con l’acqua sporca delle frasi fatte.

Forse dobbiamo solo imparare a dire le cose in un mododiverso. Il problema infatti non sta nel dire una cosa, ma nel ripeterla sempre nello stesso modo.

Oggi per esempio, è diffusa l’abitudine  di ripetere infinite spiegazioni come se spiegare fosse l’unico modo di dire qualcosa. Eppure ci sono un sacco di altre possibilità: raccontare, alludere, indicare, mostrare, chiedere, scrivere una lettera, disegnare, inviare un messaggio, lasciar scoprire.

Non potendo contare sul timore delle punizioni, occorre insomma arricchire i modi con cui ripetiamo le cose. E invece di ripetere per l’ennesima volta “quante volte te lo devo dire”, possiamo provare a chiedere: “in quali altri modi posso dirtelo”.

E a voi? capita spesso di usare questo standard? vi ricordate quando lo usavano con voi? ha funzionato qualche volta e se sì cosa l’ha fatto funzionare? Vorreste liberarvene o ci siete affezionati? quali sono le vostre varianti? in quanti modi diversi riuscite a dire le cose per ripeterle efficacemente?

Bene, per questa volta abbiamo finito. Vi saluto e vi do appuntamento alla prossima pillola. Ricordate, vanno assunte con regolarità.

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