Zincatura a caldo e sentimento

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Beh, mi piacerebbe che nel nostro settore, diciamo così, merceologico, imparassimo a utilizzare linguaggi così…

Avatar di Roberto S.ZAC 3.0

IL post di oggi nasce da una discussione molto istruttiva, nata su Linkedin all’interno di un gruppo di cui facciamo parte,  tra me e Ivan Casagrande, che ringrazio.

Lo ringrazio soprattutto perchè pur non essendo propriamente del settore ha dedicato parte del suo tempo per leggere il mio post e per commentarlo. A conclusione di uno dei suoi interventi egli scrive

[..]Pero’ non si puo’ mortificare il talento artistico degli artigiani imponendo
spessori, fori di dilatazione e forme semplici dei pezzi da zincare.
Il fabbro deve essere libero di realizzare il pezzo nella forma che ritiene,
deve essere l’azienda di zincatura ad avere la tecnologia per zincare
bene senza distorcere il pezzo.

Sarebbe interessante sapere anche la visione di altre figure professionali oltre la sua, e spero che ne arrivino.

Quello espresso da Ivan è proprio il sunto di tante osservazioni riportate anche dai miei clienti, ne cito alcune:

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Care drivers

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di Igor Salomone
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Pare che, mentre io e mia figlia costeggiavamo Milano godendoci la nostra crociera low cost, moltitudini di genitori fossero in giro, al seguito di figli impegnati in un qualche torneo, di un qualche sport, per una qualche associazione sportiva. A colazione oggi un mio amico l’ha buttata in matematica: sabato, paese dell’hinterland milanese, torneo di calcio, otto squadre, tot giocatori per squadra = tot genitori. Semprechè al seguito non ci fossero entrambi.
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Perchè non stiamo parlando di andare alla partita del figlio/a tipo dai che oggi vengo a vederti che te l’ho promesso un sacco di volte ma oggi giuro! Stiamo parlando di trascorrere mezzo week end portando figli/e sin sul luogo delle loro attività, aspettare che le svolgano, ricaricarli in auto e tornare indietro. Figo. E, mi dicono, questo vale in stagione per tutti i santi week end, ai quali naturalmente vanno aggiunti gli allenamenti infrasettimanali.
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Mi piacerebbe a questo punto offrire saggi consigli pedagogici, ma non mi vengono. Avere Luna come figlia mi rende un marziano attonito di fronte a questa deriva da tassisti assunta dalle vite familiari. Sarà che debbo con fatica inventarmi ogni giorno cosa fare con Luna. Ma alla fine, qualsiasi cosa mi inventi, la faccio con lei. Di ore in auto ne passiamo parecchie, ma non la porto mai da nessuna parte: ci andiamo insieme. Mi seccherebbe dover ammettere che un figlio disabile è la via più breve per dare un senso a quello che fai con tuo figlio. Di sicuro mi permette di evitare le pratiche diffuse e date per scontate. Perchè non funzionano e quindi mi tocca cercarne altre. Che culo.
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Poveri genitori, comunque. Ridotti a care drivers da un mondo che impone a ragazzi e ragazze una normalità affollata di impegni che non sono in grado di affrontare da soli. Facendone in sostanza dei disabili motori obbligati all’accompagnamento, proprio mentre si recano nei luoghi della prestanza fisica.
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E poveri ragazzi e ragazze. Costretti a tirarsi appresso ovunque i genitori, se vogliono fare ciò che desiderano fare. Magari dopo anni trascorsi ad essere trascinati ovunque dai genitori, per fare ciò che i genitori desideravano fare.
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Povera esperienza educativa, alla fine, se fare assieme qualcosa significa fare quello che vuoi tu adesso, perchè tu faccia quello che voglio io in un altro momento. Non so, ma a me pare che così si perda il piacere e l’opportunità di fare ciò che né tu né io faremmo, se non lo facessimo assieme. Fosse anche un tour circoncittadino a cavalcioni di una filovia.

Crociere low cost

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Eccoci sull’autobus. La 91. Detta anche Circolare destra, o sinistra, non riesco mai a ricordare. Anche perché se é una circolare mi sfugge la logica destra/sinistra. Tocca di inventarsi tutto con Luna, l’ho già detto, e di quel tutto il 90 per cento non é adatto a lei. Ho già detto anche questo.

Giornata uggiosa. Sembra sia lí per piovere, poi esce un occhio di sole, comunque bigio tutto: l’umore, il tempo, i riflessi del corpo. Niente gita, che il più delle volte salva la giornata weekendina. Speri che tv a gogò e fotogallery di vacanze familiari sparate sul 42 pollici bastino. Ma non bastano. Un sabato puô essere fottutamente lungo.

Sai cos’é Luna? Tra qualche giorno compi quindici anni. E io dovrei essere a casa in ansia, tu fuori con le amiche chissá dove, preso tra un film e un libro, in attesa del tuo ritorno. Invece tua madre e io ci siamo detti che dovevi uscire. Dove e a far che é giá un problema, ma alla fine é un problema piú grosso stare rinchiusi tra il divano e la cucina, dunque tanto vale vestirsi e andare. Poi si vedrà.

Eccoci sull’autobus. La 91. Detta anche Circolare perché fa il giro di Mlano, chissenefrega se a destra o a sinistra. Ed é da quando siamo saliti, anzi da prima, che ridi guardando tutto e tutti. E tutto e tutti ti sorridono, perché é impossibile resisterti quando sei felice. 1 euro e 50 di felicità, per me perché lei non paga. A volte la felicitá puó essere molto a buon mercato.

Viale Jenner. Saremo si è no a un terzo del nostro giro. Tranquilla Luna la nostra crociera urbana é ancora lunga. Hai tutto il tempo per godercela. È un refuso, stavo per correggerlo. Ma alla fine va bene così.

Dolori in saldo

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di Irene Auletta

In questi giorni è impossibile non essere raggiunti da video o commenti che richiamano quanto accaduto in una scuola padovana, a seguito dell’intervento della polizia che ha coinvolto un bambino di circa 11 anni. Non è necessario indicare link o post perchè con una semplicissima ricerca si viene immediatamente travolti dall’inondazione che arriva da ogni angolo del web. Ci si perde a leggere articoli di quotidiani, post e commenti ai post. Il riflesso è quello di questo momento storico che, tra l’alternarsi di toni moderati e infiammati, fa emergere senza pietà un modo di comunicare fatto di insulti, accuse, punti esclamativi che si rincorrono con toni tronfi.

Non voglio entrare nel merito della questione specifica perchè, anche come addetta ai lavori, so bene quanto sono delicate alcune questioni e quanta complessità c’è dietro alla banalità di tante comunicazioni un po’ pret-a-porter.

Mi preme invece non farmi travolgere da queste modalità di dire, informare, comunicare e non solo perchè mi trovano in disaccordo, ma perchè mi portano a chiedermi in modo ricorrente cosa passano e trasmettono insieme ai contenuti stessi. Quanta tensione, aggressività, sfiducia nelle istituzioni e nei confronti delle persone che ne fanno parte.

Mi piacerebbe che si potesse discernere ciò che può far scattare un video da ciò che invece è possibile dire, commentare, conoscendo realmente una situazione e lo svolgersi degli eventi.

Detto questo, non credo ci si debba tirare indietro rispetto all’esprimere una sensazione o un pensiero di errore o di ingiustizia, ma da qui a generalizzare e armarsi di bandiere e slogan accusatori, ce ne passa.

Il guaio è che in tutto questo modo di trattare le vicende, soprattutto quelle così gravi, si finisce con il perdere di vista proprio quello che si dichiara di voler proteggere. Indubbiamente dietro tante storie c’è tanto dolore che faticando ad esprimersi si manifesta solo attraverso le forme del conflitto, della rabbia e dell’aggressività. Fermarsi a questo primo sguardo superficiale e non andare realmente a fondo dei significati, vuol dire non proteggere nessuno e colludere con una cultura che, una volta spenti i riflettori, spegne anche la riflessione intorno a tanti problemi cocenti.

Se realmente ci si vuole preoccupare dei tanti bambini, vittime di molte separazioni conflittuali, bisogna davvero chiedersi, con molta forza, cosa siamo in grado di fare prima che le situazioni esplodano e quanti e quali risorse possiamo pensare di attivare a sostegno di tali situazioni. Bisognerebbe certamente riflettere insieme sulla solitudine che incontrano molte famiglie ma anche sul sostegno costante che ricevono tante altre, con interventi mirati a sostenere sia i bambini che gli adulti che si trovano ad attraversare momenti di grande difficoltà.

Per fortuna, tutto il fango mediatico non copre quello che quotidianamente incontro e non offusca il lavoro, serio e rigoroso di tante persone. Se almeno si parlasse un pochino anche di quello che funziona, degli interventi riusciti, degli aiuti che si riescono ad offrire e dei tanti bambini e adulti che vengono accompagnati con successo in faticosi e complessi percorsi di vita.

Ecco, se si parlasse anche di questi, lo spirito critico di tutti noi potrebbe davvero aspirare a qualcosina di più.

Domande bollenti

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di Irene Auletta

Oggi un giovane educatore, durante una supervisione, chiede ad un collega che sta presentando la complessa situazione di un ragazzo che segue da qualche anno: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Già. Per molti educatori questa è un’esperienza quotidiana e molto spesso tale quesito rimane inespresso, celato dal pudore o soffocato dalle pressioni delle contingenze operative. Eppure, molti operatori che lavorano nei vari contesti socio educativi devono fare i conti, tutti i giorni, con alcune difficili dimensioni dell’esistenza remando contro una realtà che, al contrario, fa di tutto per brillare di superficialità.

C’è qualcuno che si sente fortunato proprio per questo perchè, in fondo, la vita comprende tutte le sfumature delle emozioni e pensare di voler selezionare solo quelle classificate come belle o positive è francamente poco realista e forse anche un po’ immaturo. Tuttavia posso anche comprendere il bisogno di altri di mettere distanze, di difendersi e di resistere perchè avvicinarsi alla fatica e alla sofferenza è un processo di crescita lungo, tortuoso e assai complesso.

Però da stamane mi frulla nella testa quella domanda, posta con attenzione e gentilezza, quasi sottovoce: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Nel corso dell’incontro, ho scelto di accogliere quella domanda e di provare a trattarla insieme al gruppo di educatori, stranamente tutti uomini. Si è creata un’atmosfera molto accogliente e ognuno ha provato ad esprimersi rispetto all’interrogativo e al tema posto in rilievo. Ho assistito allo scambio di pensieri e di esperienze e l’incontro si è concluso con la sensazione di aver messo mano ad un oggetto importante che ha permesso a tutti i presenti di portarsi via qualcosa su cui continuare a riflettere.

Tante volte ci diciamo dell’importanza delle parole, dei contenuti e del loro peso.

Alcune fanno quasi male a pronunciarle, perchè siamo poco abituati a condividere le nostre fragilità in un contesto professionale e non terapeutico.

Oggi, avvicinandoci alle nostre debolezze abbiamo allungato la mano verso quelle altrui, sentendo, magari anche solo per un momento, di poterle finalmente sfiorare, senza la paura di scottarci.

Vecchia scuola

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di Irene Auletta

Ieri ho incrociato una giovane coppia che ha catturato la mia attenzione. Lei, con le braccia un po’ tese in avanti, sembrava avere tra le mani una bambola che invece, a guardar bene, era un neonato.

Al cinema, durante la visione di un film di animazione, di quelli che piacciono a bambini, ragazzi e adulti, un bambino piccolo si fa sentire con il suo pianto. Di certo non avrà avuto più di un anno.

In queste occasioni, lo ammetto, mi sento proprio di un’altra generazione e può essere che a peggiorare la situazione, ci si sia messa anche la mia scelta professionale e l’incontro con maestri e maestre, che mi hanno insegnato a guardare i bambini con uno sguardo di particolare attenzione.

La cosa che più mi colpisce è come, nel giro di non molti anni, i bambini siano diventati sempre di più “oggetti” da esibire e al tempo stesso, da portare con sè, in qualsiasi situazione quasi senza apparenti filtri. Sento raramente la domanda che interroga l’opportunità di una scelta o  il suo senso e sempre più spesso le motivazioni degli adulti mi pare che prendano il sopravvento.

Chissà quanti giovani genitori intravedono o intuiscono i numerosi fili rossi che collegano il gesto di oggi con il comportamento dei loro figli che dovranno gestire nei prossimi anni.

E vale per tutto. Per le scelte alimentari, l’abbigliamento e i luoghi da attraversare.

Schiacciati da un eterno presente abbiamo tutti bisogno, ogni tanto, di allargare lo sguardo e forse ultimamente, mi manca troppo spesso il respiro.

Mi volto, ti guardo e rido. Pensa che la mamma, in memoria di un bellissimo testo sulla salute del bambino, ha aspettato che avessi quasi quindici anni per farti mangiare la frutta secca!

Mio cuore

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di Irene Auletta

Era l’avvio di una famosa canzone degli anni ’60 ed è il modo affettuoso con cui spesso ci si rivolge ai propri amori. Noi del sud, che dobbiamo sempre aggiungerci il nostro tocco, lo pronunciamo al contrario … core mio!

La bellezza dei linguaggi dell’amore non ha limiti e purtroppo anche questi rischiano di essere impoveriti dalla globalizzazione verbale che rischia di far smarrire il valore dei significati profondi. Mi irrita quando sento adulti estranei che si rivolgono ai miei cari con nomignoli affettuosi a mio parere fuori luogo tipo cara, amore, tesoro, ma troppo spesso, questa mia reazione viene confusa con un possibile lato snob del carattere piuttosto che con il bisogno di difendere e proteggere il valore dell’intimità dei legami.

Oggi pensavo a mia madre che da quando chiama amore mia figlia, ogni tanto lo fa anche con me, cosa mai accaduta fino a non molti anni fa. Eppure non ho avuto mai dubbi sul nostro legame e sull’affetto profondo che ci legava e tuttora ci unisce. Le espressioni di amore possono essere molto differenti nelle diverse relazioni. Ricordo mia nonna che in dialetto usava una frase bellissima che tradotta suonerebbe come  sei la luce dei miei occhi ma, in dialetto e detta da lei aveva tutto un altro gusto.

Sarebbe bello riprendersi il valore di questi linguaggi e provare, ognuno nelle sue storie a inventarne di nuovi, come certamente accade a molti. Credo che ci aiuterebbe a non perdere di vista due questioni molto attuali. Da una parte il recupero del senso dell’intimità, oltre la vetrina quotidiana che tutti attraversiamo e dall’altra le differenze di affetti e di relazioni.

Mi sa che mi è venuta anche qualche bella idea da proporre ai genitori che incontro nel mio lavoro. L’educazione, i legami, l’amore e i suoi linguaggi, mi sembrano un bell’intreccio.

A voi i fili mentre io, grazie a nonna, vado ad aggiungere un nuovo colore alla mia tela.

Occhi sordi

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di Irene Auletta

Nel cortile di una scuola, un ragazzo disabile è quasi sdraiato a terra e subito accorrono alcuni adulti, commessi e insegnanti, che formano velocemente una sorta di cerchio intorno a lui. Dopo un primo sguardo, vedo un auto che sta uscendo dal cortile e capisco, per quelle immediate e quasi inspiegabili associazioni di idee, che il signore che si sta allontanando è il padre. Immediatamente la scena assume ai miei occhi un significato diverso. Il ragazzo non è caduto inciampando ma si è buttato a terra intenzionalmente e mentre gli adulti, con aria parecchio prescrittiva lo esortano ad alzarsi, lui si mette a carponi nel tentativo di spostarsi e andare a sdraiarsi poco più avanti.

La scena mi fa uno strano effetto e fatico a distogliere lo sguardo e la mia pancia, che accusa subito fitte di sofferenza.

Ma quante volte quegli adulti si saranno sentiti dire, o avranno detto loro stessi, che le difficoltà comunicative chiamano all’appello il corpo che arriva al galoppo, in sostituzione delle parole?  Come dire che quel corpo da ragazzo stava dicendo e urlando che non era daccordo, che non voleva lasciare il babbo o semplicemente non voleva entrare a scuola. O chissà quali altre motivazioni impossibili da dire.

E allora che si fa? Si accetta il comportamento in modo passivo?

Certo che no. Però mi chiedo quanta consapevolezza c’è dietro ad atteggiamenti che sembrano capaci solo di sottolineare l’inadeguatezza del comportamento e il bisogno che si trasformi nel più breve tempo possibile, in uno secondo noi più adeguato.

E’ come se ogni volta, di fronte a scene analoghe, avessi l’impressione di sentire un corpo che tenta anche molto goffamente di dire, di argomentare, di chiedere, ottenendo come risposta sempre e solo il solito “taci!”.

Di fronte ad un ragazzo che utilizza parole sconce, protesta, offende o impreca immagino un adulto capace di contenere, comprendere, spiegare o anche prescrivere con fermezza. La differenza che colgo invece di fronte a ragazzi con gravi difficoltà è la difficoltà stessa dell’adulto che sembra impoverirsi della sua intelligenza, delle sue capacità di analisi e delle sue molteplici possibilità strategiche. Ma oltre a prescrivere o a tentare di strattonare, in questi casi si potrà anche pensare di fare altro? Dico pensare perchè forse le reazioni immediate e impulsive precedono il pensiero e finiscono sovente per prenderne il sopravvento.

Mi allontano e immagino la scena di una sala cinematografica dove gli spettatori muniti di occhiali speciali si apprestano alla visione di un film in 3D. Forse ce ne vorrebbero di analoghi anche di fronte a situazioni di questo genere e, come pedagogista, inizio a fare mille pensieri mentre la madre che sono mi saluta, mettendosi i suoi  occhiali scuri.

 

 

Grazie a voi

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di Irene Auletta

Quando si lavora con le persone, soprattutto con quelle che magari stanno attraversando seri momenti di difficoltà, si può avere sovente la sensazione di essere attori di una semina senza fine. Le situazioni si ripetono, gli interventi sembrano fallire o rimbalzare su comportamenti difficili da comprendere e, spesso, gli operatori condividono un senso di sconforto unitamente all’impressione di essere coinvolti in un complesso rompicapo senza fine.

Poi ci sono giornate come questa.

Nello sguardo di una giovane donna intravedo una leggera emozione che durante l’incontro prende una forma sempre più chiara e mi fa intravedere un piccolo canale luminoso che sembra essere comparso, per un momento, tra gli occhi e il cuore.

Una signora, che con una collega incontro da anni, ci saluta con una stretta di mano che sento per la prima volta, accompagnata da quei sorrisi autentici che ogni tanto sfuggono, a contrasto di quelle stereotipie facciali che mortificano le emozioni.

Allora, arriva il momento di fare un grande respiro per gustarsi qualcosa che non bisogna sprecare perchè quella è la fonte che giustifica tante fatiche e che, ogni volta, mi fa riscegliere il lavoro che ho scelto tanti anni fa.

Chissà se queste due donne nel tempo staranno meglio, se troveranno un nuovo equilibrio e se, anche solo in piccolissima parte, ci sarà anche il mio e il nostro contributo?

Molte volte queste domande sono destinate a rimanere sospese e impossibili da afferrare, perchè le storie vanno quasi sempre oltre e raramente è possibile incontrarle di nuovo per intravedere gli effetti  del nostro lavoro, delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Le storie sono così e le vite sono davvero fatte di incontri. Questo mi basta e oggi mi sento in pari.

Chiudo la porta di quel luogo dove ho lavorato per anni, penso all’ultima battuta di una simpatica collega, mi avvio verso la mia  auto e mi accorgo che sorrido.

Kung fu fighting

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“Ma ci sono i kimoni?”. Era già la terza o la quarta domanda posta da quel padre alla quale abbiamo dovuto rispondere di no. Venuto con il figlio e un amico del figlio, entrambi quindicenni, per chiedere informazioni sul corso di Kung fu ai blocchi di partenza, ha falciato me e il mio socio Valerio con una raffica di domande imbarazzanti.

No, non sono previste gare, competizioni, tornei e simili. Il kung fu per noi è pratica ed esperienza di vita, l’agonismo non c’azzecca nulla.

No, niente cinture, gradi, esami. Il kung fu per noi è quello che in Cina diventi allievo e resti tale sino a quando, forse, diventi un maestro.

No niente divise, kimoni, karategi, judogi, kame. Anche perchè quella è tutta roba giappo e il kung fu è cinese, è povero e si pratica in pantaloni e maglietta. Volendo, pure nudi.

Sì, cazzo, la disciplina certo che c’è. Anzi, non è che “c’è” è esattamente ciò che facciamo: una disciplina. Ma temo che neppure in proposito fosse quello che quel padre voleva sentirsi rispondere.

Insomma, ma che accidenti di roba pallosa stiamo proponendo? Se il nostro inquisitore del giovedì è rappresentativo, e temo lo sia, la gente non sa nulla di arti marziali, ma quello che vede in giro, vestiti strani, rituali esoterici, parole incomprensibili, gare e cinture, maestri dagli occhi a mandorla, fisici scolpiti e acrobazie nell’aria è quello che sa, e quello che sa è quello che cerca. E noi in pratica proponiamo di venir sin qui a sudare e farsi il mazzo per una versione grigia e per nulla sexy di tutto ciò?

Allora, ripartiamo da zero perchè qui ci vuole una prospettiva cool, o non troveremo uno straccio di allievo disposto a non volere tutto ciò che l’immaginario delle arti marziali promette.

Parole-chiave per il prossimo futuro. Ovviamente inglesi… Contemporary, Free style, Casual e, sopratutto, For all and forever. Mica quella roba per giovani ormonati e flessibili, proibitiva per gli ultraventicinquenni. Hey gente! ma ci avete visto me e Valerio, un secolo e passa in due, su quel tatami a smanettare davanti alla folla plaudente durante le dimostrazioni?

Ecco, se possiamo farlo noi…

Forse così funziona meglio. Mi prude un po’ per l’anglofilia, ma è il marketing, bellezza.

Poi, una volta attratti e avvolti nelle nostre spire, i corsisti scopriranno d’essersi infilati in una sorta di laboratorio del gesto tecnico, a metà tra il circolo culturale e un Fight club. Chissà se riesco a trovare un logo….

Comunque io e il mio socio ieri abbiamo anche messo a punto lo slogan:

Se avete voglia di lottare e combattere in un ambiente amichevole e protetto, vi offriamo piena libertà mentale e la tecnica necessaria per poterlo fare in sicurezza

 

E’ abbastanza cool…?

 

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