Spalle ballerine

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di Irene Auletta

Ieri sera prima lezione di Feldenkrais, ripresa dopo la pausa estiva.

Il sentimento iniziale è spesso di fatica perchè organizzare tutto per uscire di casa alle otto di sera è cosa non sempre molto semplice, ma poi, già nel breve viaggio che intraprendo per arrivare alla sede del corso, recupero il senso e mi avvio a gustarmi il piacere dell’incontro.

Come primo incontro c’è una breve presentazione del metodo mentre tutti siamo già sdraiati a terra e l’insegnante ci introduce ad alcuni significati e alle peculiarità che hanno guidato la ricerca scientifica del suo ideatore.

Poi si entra subito nel cuore del lavoro e i partecipanti vengono guidati a compiere alcuni movimenti con il corpo, sempre con l’invito a fare lentamente e soprattutto, ad ascoltarsi e ascoltare ciò che accade. Attraversare una lezione per me è spesso un momento quasi magico, dove il resto del mondo viene sospeso e tutta la concentrazione è solo lì, in quello che sta accadendo a me e al mio corpo.

Ad un certo punto Angela, l’insegnante, invita a fare un movimento velocemente ma senza fretta e precisa subito che fra le due modalità c’è una grande differenza. “La fretta irrigidisce e crea contrazioni mentre la velocità libera”. Questa cosa mi sa che la devo sperimentare per capirla un po’ meglio ma già detta così mi intriga e mi pare esportabile a tanti altri contesti dell’esistenza.

La lezione si conclude e io mi sento decisamente meglio, anche se dare un nome al cambiamento non è sempre facile e, forse, non è neppure necessario.

Salgo in auto per ritornare a casa accompagnata da una musica di sottofondo e lì accade. Le mie spalle hanno voglia di ballare.

Tutti alla lavagna!

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di Irene Auletta

Una professoressa è stata condannata a 15 giorni di reclusione dopo aver punito uno studente di 11 anni facendogli scrivere per cento volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”.

Stamane è stato impossibile non incrociare articoli o post che riportavano la notizia con i relativi commenti e mi pare importante dire qualcosa, come chi incontra quotidianamente l’educazione anche per motivi professionali.

Non ho potuto di fare a meno di chiedermi cosa può aver spinto quell’insegnante a un simile gesto e mi sono immaginata un possibile corposo elenco fatto di lamentele, di denuncia di carenze, di solitudini. Non mi sento di esprimere alcun giudizio verso un gesto di stizza, che ci sta e posso immaginare che nessun insegnante, per quanto competente e preparato, ne sia totalmente esente. Ma mi chiedo anche, oltre la prima reazione impulsiva, se c’era idea di un messaggio educativo perchè tante volte, purtroppo, il gesto educativo è altrettanto violento della violenza che si propone di redimere.

Cosa può aver imparato quell’alunno di undici anni, terminata la scrittura della centesima frase? E, al tempo stesso, cosa possono aver imparato l’intera classe che ha assistito all’evento e la stessa insegnante? Forse quell’insegnante ha perso l’occasione per fermarsi un momento, andando oltre l’esasperazione di quel frammento di tempo, per condividere la domanda con i suoi alunni.

Mortificare per insegnare a non farlo mi pare una strategia ormai vecchia e sorpassata, anche se è ancora incisa nel nostro codice genetico educativo. Parlare di quanto accaduto con i nostri amici, figli, alunni non commettendo lo stesso errore dell’insegnante e provando a porsi domande, può essere un modo per andare oltre la singola notizia e chiederci anche noi, insieme, cosa possiamo imparare da queste cose che, comunque, accadono?

La scomparsa dell’imprevisto

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente a scene alquanto bizzarre che mostrano senza alcuna pietà la perdita del rapporto con le cose che semplicemente accadono e che, di fronte a qualcosa che va fuori dai nostri schemi rigidissimi, fanno saltare i nervi unitamente alla possibilità e alla voglia di trovare nuove strategie per affrontarle.

Ieri sera ero al supermercato. Sarà stato il fatto che era lunedì, oppure che gran parte delle persone sono rientrate dalle vacanze, oppure ancora il tilt della spesa con lettore autogestito dal cliente. Chissà. Coda interminabile alle casse e tensione crescente nella fila. In queste occasione si ascolta davvero di tutto ma, la certezza della ripetizione dei luoghi comuni, mi fa davvero impazzire.

Alla fine diventa sempre colpa del governo di turno, della politica, dell’eccesso di tasse e dello scarto tra chi se la passa bene e chi fa fatica a tirare a fine mese.

Ho deciso di non farmi contagiare dalle reazioni dominanti perchè, come mi accade sempre più spesso, alcuni modi di vivere il quotidiano mi stanno davvero troppo stretti.

Così ho iniziato ad analizzare il fenomeno da osservatore, almeno ci ho provato, trovando ad un certo punto anche la complicità di un altro cliente sorpreso come me dalla follia che si respirava.

Possibile che sia sufficiente qualcosa che devia dai nostri programmi per trasformare un’attesa di dieci o quindici minuti in una sorta di anticamera dell’inferno? Non ci posso credere e, soprattutto, non posso pensare che non ci siano vie d’uscita da questa follia collettiva. Con il mio vicino di fila abbiamo iniziato a ridere e a scherzarci sopra. Il tempo è passato, la cassiera ci ha ringraziato per il nostro sorriso e per il fatto che non abbiamo aggiunto insulti o vari brontolii a quelli che aveva già collezionato.

Ma in fondo cosa è stato? Nulla. Solo un piccolo slittamento di qualche minuto nei programmi serali di ciascuno.

O forse qualcosa è accaduto. Abbiamo smarrito completamente l’incontro con l’imprevisto, con ciò che non possiamo controllare e dominare, con quello che ci rivela tutta la nostra umanità di fronte ad una realtà fortunatamente non perfetta e non prevedibile. Come qualcuno a casa ha subito commentato, “se va tutto perfettamente secondo i nostri piani, siamo già stressati!”.

Cosa diceva Siddharta di Hermann Hesse, nel suo misterioso percorso alla ricerca della saggezza? So aspettare, ascoltare e digiunare.

Arrivederci alla prossima coda!

Lavori sporchi

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“Hai lasciato a me il lavoro sporco…”. Questo ho detto ieri a Francesca Rigotti, filosofa, milanese di nascita, residente a Gottinga, docente a Lugano, subito dopo il suo intervento e prima del mio al convegno I percorsi della felicità, Ca’ Roman, Chioggia, Cnca, 7-9 settembre…

In effetti condensare una riflessione sulla Felicità in tre quarti d’ora non è facilissimo. E Francesca è stata veramente brava a compendiare, in un tempo così ridotto, l’intero pensiero filosofico occidentale, interrogandolo a partire dal tema assegnato. In più, lo devo ammettere, con navigata esperienza da conferenziere: testo scritto, ma non si capiva perchè sembrava parlasse a braccio, slide che sottolineavano i concetti in modo spesso divertente, diversi accenni personali, insomma, quarantacinque minuti corsi via con un respiro concettuale imponente e insieme leggero. Finale a effetto, applausi prolungati, coffee break o poi il sottoscritto.

Avrei voluto prendere i miei appunti e stracciarli platealmente a dire con enfasi che, in pratica, tutto quello di cui avrei voluto parlare io – la Felicità come diritto, come valore, come sentimento e come virtù – l’aveva già detto lei. Ma non potevo perchè i miei appunti erano sull’iPad. E poi non era del tutto vero, qualcosa mi restava: parlare della Felicità dal punto di vista educativo. Il lavoro sporco, appunto.

Durante il viaggio di ritorno, mi sono chiesto perchè mi fosse venuta in mente questa immagine, che negli ultimi tempi ho utilizzato più volte e che anche dopo il mio intervento continuava a girarmi per la testa. Perchè parlare di educazione, o peggio ancora farla, sarebbe il “lavoro sporco”? Un lavoro che sporca le mani evidentemente e che, di conseguenza, non tutti vogliono fare? Insomma, cosa è accaduto in quel di Ca’ Roman nei pressi di Chioggia duettando di Felicità con una preparata e piacevole filosofa?

E’ accaduto che ci siamo suddivisi tacitamente i pronomi: lei ha ragionato sulla Felicità dal punto di vista dell’io, io ne ho pontificato dal punto di vista del tu. Insomma, una cosa è cercare la Felicità per me, altra è cercarla per te. Questo, alla fine, è il lavoro sporco. Che poi l’educazione, a seconda delle scuole di pensiero, delle epoche storiche e delle latitudini indichi, prescriva, imponga, solleciti, promuova, aiuti a cercare o consegni chiavi in mano la Felicità, resta sempre un lavoro sporco perchè si fa comunque gli affari tuoi. Del resto, e come si suol dire, qualcuno lo deve pur fare…

NB: devo l’accostamento di questo modo di dire con il lavoro educativo al racconto di Yuri, un educatore di Milano, narrato durante una delle serate di Agorà intitolato Raccolta differenziata. Ovvero quanto pesa il cibo all’osteria dell’educazione

Domande impossibili

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di Irene Auletta

Ogni volta ci provo, mi impegno e ritento. Ma non c’è niente da fare, l’eccesso di convivialità, i ritrovi in grandi gruppi, lo “stare tanto insieme”, non fanno per me.

Poi però, proprio in questi giorni, mi sono chiesta se anche per me non valga la storiella della volpe e dell’uva.

Cioè, se mi fossa ritrovata in un gruppo di adulti, bambini e ragazzi, con una figlia diversa dalla mia, sarebbe cambiato qualcosa? Magari, in un’altra vita, anche a me sarebbe piaciuto scambiare chiacchiere al parchetto sotto casa, intrattenermi con le altre mamme davanti alla scuola, trascorrere fine settimana con altre famiglie permettendo ai nostri figli di giocare tutti insieme, inventandosi ogni volta, in posti nuovi, nuovi modi per stare insieme.

Chissà. Questa è una delle tante cose che non saprò mai anche se, a naso, ho qualche perplessità.

Però ogni volta ho la conferma di cosa mi rende l’esperienza ancora più insopportabile, proprio a partire da quella che è la mia realtà.

Sfilare quasi sempre sotto sguardi che ti inseguono, tollerare le solite domande di adulti e bambini, sentirsi sempre un pianeta altro. I ragazzi  per fortuna non si filano nessuno e quindi ci graziano! E ancora. Tollerare le frasette quasi sempre in falsetto, come quelle un po’ schiocchine che si utilizzano con i bambini piccoli, nel linguaggio dell’amore o con gli anziani non più tanto in sè.

Intendiamoci, a me queste frasette piacciono assai, ma se a pronunciarle sono appunto i protagonisti delle relazioni d’amore o di affetto, gli amici, i nonni. Altrimenti mi mandano al manicomio.

Facile a dirsi tutte le spiegazioni super razionali del caso e a darsi le varie motivazioni. Provate però a moltiplicare tutto, ma proprio tutto, per quasi quindici anni e poi provate a chiedervi quanto vi sentireste tolleranti e disponibili a comprendere che anche l’altro, ha le sue difficoltà.

Insomma, anche questa volta non esco dal garbuglio. Mi piacerà l’uva?

Raggi gamma

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Un figlio disabile è una fonte radioattiva a bassa intensità. Le dosi giornaliere possono anche essere minime, persino sul medio periodo potrebbero risultare tollerabili. Ma negli anni si accumulano e rischiano di diventare letali.

Forse per questo ci sono giorni in cui sbarello per una cazzata: perchè non è la cazzata in sè, ma il fatto che è la medesima da anni interminabili. Il bello di una crescita normale è che i problemi ci sono sempre, ma cambiano. Quando invece la radiazione è sempre la stessa e si accumula inesorabilmente giorno dopo giorno’ ci vorrebbe uno di quei rilevatori da portare appesi al bavero. Per lo meno mi renderei conto in anticipo quando il livello di guardia sta per essere superato a causa di un solo maledettissimo raggio…

Come passa ‘o tiemp

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di Irene Auletta

Mi sono sempre piaciuti quei programmi Tv che, in una sorta di collage, ricostruiscono memorie tematiche attraverso spezzoni di programmi televisivi del passato.

Così, mentre mi ritrovo a ricordare e a riconoscere scene, attori e vari personaggi, vedo sfilare in basso il nome del programma e l’anno di riferimento.

All’inizio non ci faccio molto caso e mi concentro di più sui miei ricordi e sulle risate di mia figlia che commentano alcune immagini. Poi, all’improvviso, faccio due conti.

Ma, in che senso quel programma lì era della metà degli anni ’70?

Me lo ricordo bene, ma quanti anni sono passati?

Venti, trenta, quaranta … e io me li ricordo e mi ricordo di me mentre li guardavo allora.

Vabbè, da ora in poi basta leggere le date!

Diversità precise

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Dopo tre ore trascorse davanti alla tv a ridere con i video infiniti girati con gli iphone di casa, Luna urla di disappunto perchè lo spettacolo è terminato. E non vuole saperne di alzarsi dalla poltroncina.

Sua madre alza gli occhi dal romanzo che ha appena iniziato, dopo aver finito in meno di un giorno quello precedente, e con disappunto riprende la figliola per la sua incapacità di interrompere ciò che le piace fare, anche se le sta facendo da ore.

Getto uno sguardo periferico alla scena senza scollare le dita dalla tastiera del Mac sulla quale armeggio da stamattina, e grugnisco che è proprio così e che non capisco perchè quella ragazzina non è proprio in grado di mollare il colpo…

Leggerezza

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Sono molte le cose che non posso avere a causa della presenza di Luna nella mia vita. Moltissime. Non parlo di fare o essere, ma proprio di avere. Più mi guardo intorno, più scorgo cose che non avrebbe senso possedere e persino desiderare. E di tutto ciò non posso che esserle grato.

E io che c’entro?

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Due notizie del giorno: il tipo a New York che spara e uccide il capo che l’ha licenziato, ai piedi dell’Empire State Building e l’ennesimo campione dopato. Che c’entrano? Cosa avranno mai in comune un gesto omicida folle e una pratica consapevole e diffusa che trucca i risultati sportivi? L’opinione pubblica direi.

Strano animale l’opinione pubblica. Appare sempre qualcosa al di fuori di se stessi: io la penso in un certo modo, poi c’è quello che pensano gli altri. E, in ogni caso, tra ció che io penso e quello che accade, anche di brutto, molto brutto, non è dato scorgere alcun rapporto.

Credo fermamente, in quanto cittadino americano, che ogni individuo adulto abbia il diritto di girare armato? Certo, è un mio diritto! Se poi nel breve volgere di qualche settimana in giro per gli Usa si susseguono stragi perpetrate da “cittadini americani” armati sino ai denti, io che c’entro? Nulla ovviamente. Quelle sono eccezioni, casi fuori dalla norma e io continuo a sostenere il mio diritto a girare armato.

Me ne sto incollato allo schermo televisivo ogni volta che mezzi superuomini compiono imprese sportive inimmaginabili, tifo sfegatatatemente per loro,mi aspetto che facciano sempre di piú che polverizzino ogni record, che si dimostrino sovrumani compiendo ció che nessun essere umano ragionevolmente dovrebbe essere in grado di compiere? Certo, perchê no!? Sono uno “sportivo” dopotutto! Che poi è come se un voyeur si considerasse un campione di prestazioni sessuali. Se poi nel breve volgere di qualche settimana i campioni di ogni disciplina saltano come birilli ai controlli antidoping, io che c’entro? Nulla ovviamente. Quelle sono eccezioni, casi fuori dalla norma e io continuo a restare incollato alla tv ad attendere il nuovo record.

Ipocrisia. Ecco cos’hanno in comune queste due notizie del giorno. Ch poi è la sorella gemella dell’irresponsabilità che ci si attribuisce sempre, d’ufficio. Un saluto, corro a comprarmi colt e fondina, in attesa della prossima impresa sportiva disumana…

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