Dolori in saldo

6 commenti

di Irene Auletta

In questi giorni è impossibile non essere raggiunti da video o commenti che richiamano quanto accaduto in una scuola padovana, a seguito dell’intervento della polizia che ha coinvolto un bambino di circa 11 anni. Non è necessario indicare link o post perchè con una semplicissima ricerca si viene immediatamente travolti dall’inondazione che arriva da ogni angolo del web. Ci si perde a leggere articoli di quotidiani, post e commenti ai post. Il riflesso è quello di questo momento storico che, tra l’alternarsi di toni moderati e infiammati, fa emergere senza pietà un modo di comunicare fatto di insulti, accuse, punti esclamativi che si rincorrono con toni tronfi.

Non voglio entrare nel merito della questione specifica perchè, anche come addetta ai lavori, so bene quanto sono delicate alcune questioni e quanta complessità c’è dietro alla banalità di tante comunicazioni un po’ pret-a-porter.

Mi preme invece non farmi travolgere da queste modalità di dire, informare, comunicare e non solo perchè mi trovano in disaccordo, ma perchè mi portano a chiedermi in modo ricorrente cosa passano e trasmettono insieme ai contenuti stessi. Quanta tensione, aggressività, sfiducia nelle istituzioni e nei confronti delle persone che ne fanno parte.

Mi piacerebbe che si potesse discernere ciò che può far scattare un video da ciò che invece è possibile dire, commentare, conoscendo realmente una situazione e lo svolgersi degli eventi.

Detto questo, non credo ci si debba tirare indietro rispetto all’esprimere una sensazione o un pensiero di errore o di ingiustizia, ma da qui a generalizzare e armarsi di bandiere e slogan accusatori, ce ne passa.

Il guaio è che in tutto questo modo di trattare le vicende, soprattutto quelle così gravi, si finisce con il perdere di vista proprio quello che si dichiara di voler proteggere. Indubbiamente dietro tante storie c’è tanto dolore che faticando ad esprimersi si manifesta solo attraverso le forme del conflitto, della rabbia e dell’aggressività. Fermarsi a questo primo sguardo superficiale e non andare realmente a fondo dei significati, vuol dire non proteggere nessuno e colludere con una cultura che, una volta spenti i riflettori, spegne anche la riflessione intorno a tanti problemi cocenti.

Se realmente ci si vuole preoccupare dei tanti bambini, vittime di molte separazioni conflittuali, bisogna davvero chiedersi, con molta forza, cosa siamo in grado di fare prima che le situazioni esplodano e quanti e quali risorse possiamo pensare di attivare a sostegno di tali situazioni. Bisognerebbe certamente riflettere insieme sulla solitudine che incontrano molte famiglie ma anche sul sostegno costante che ricevono tante altre, con interventi mirati a sostenere sia i bambini che gli adulti che si trovano ad attraversare momenti di grande difficoltà.

Per fortuna, tutto il fango mediatico non copre quello che quotidianamente incontro e non offusca il lavoro, serio e rigoroso di tante persone. Se almeno si parlasse un pochino anche di quello che funziona, degli interventi riusciti, degli aiuti che si riescono ad offrire e dei tanti bambini e adulti che vengono accompagnati con successo in faticosi e complessi percorsi di vita.

Ecco, se si parlasse anche di questi, lo spirito critico di tutti noi potrebbe davvero aspirare a qualcosina di più.

Grazie a voi

4 commenti

di Irene Auletta

Quando si lavora con le persone, soprattutto con quelle che magari stanno attraversando seri momenti di difficoltà, si può avere sovente la sensazione di essere attori di una semina senza fine. Le situazioni si ripetono, gli interventi sembrano fallire o rimbalzare su comportamenti difficili da comprendere e, spesso, gli operatori condividono un senso di sconforto unitamente all’impressione di essere coinvolti in un complesso rompicapo senza fine.

Poi ci sono giornate come questa.

Nello sguardo di una giovane donna intravedo una leggera emozione che durante l’incontro prende una forma sempre più chiara e mi fa intravedere un piccolo canale luminoso che sembra essere comparso, per un momento, tra gli occhi e il cuore.

Una signora, che con una collega incontro da anni, ci saluta con una stretta di mano che sento per la prima volta, accompagnata da quei sorrisi autentici che ogni tanto sfuggono, a contrasto di quelle stereotipie facciali che mortificano le emozioni.

Allora, arriva il momento di fare un grande respiro per gustarsi qualcosa che non bisogna sprecare perchè quella è la fonte che giustifica tante fatiche e che, ogni volta, mi fa riscegliere il lavoro che ho scelto tanti anni fa.

Chissà se queste due donne nel tempo staranno meglio, se troveranno un nuovo equilibrio e se, anche solo in piccolissima parte, ci sarà anche il mio e il nostro contributo?

Molte volte queste domande sono destinate a rimanere sospese e impossibili da afferrare, perchè le storie vanno quasi sempre oltre e raramente è possibile incontrarle di nuovo per intravedere gli effetti  del nostro lavoro, delle nostre azioni e dei nostri pensieri.

Le storie sono così e le vite sono davvero fatte di incontri. Questo mi basta e oggi mi sento in pari.

Chiudo la porta di quel luogo dove ho lavorato per anni, penso all’ultima battuta di una simpatica collega, mi avvio verso la mia  auto e mi accorgo che sorrido.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: