Eredità saporite

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favedi Irene Auletta

Presa da un non abituale raptus da vera massaia, mi ritrovo a pulire fave fresche immaginandone una zuppa per la sera. In un attimo i pensieri che sono altrove vengono rapiti da una piccola emozione che passa attraverso le mie mani all’opera. Cosa mi ricorda questa gesto? Mia madre, di ritorno dal mercato, intenta a parlare con me e mia sorella. Me la rivedo proprio lì, seduta su quella sedia e con un contenitore in grembo.

Pensando alla potenza del ricordo e all’emozione scaturita da un piccolo gesto, non posso fare a meno di pensarmi come madre. Che fine faranno i miei gesti, le mie espressioni e quegli sguardi che non posso rintracciare nei tuoi occhi?

Stamane, ferma ad un semaforo, ho visto sfilare davanti alla mia auto un gruppo di giovani disabili accompagnati da alcuni adulti che ho immaginato essere i loro educatori o assistenti. E’ un attimo che gola e stomaco vanno per i fatti loro, lasciandomi con gli occhi pungenti.

Ma forse alcune reazioni parlano di una scarsa accettazione, dice una collega, riferendosi ad un episodio analogo in cui la madre in questione non è riuscita a trattenere l’emozione. Ormai, per mia fortuna, tante affermazioni che sento fare da operatori di vario genere, hanno trovato ottime vie per scivolarmi addosso senza lasciare tracce. Quelle relative al tema dell’accettazione però, riescono ancora a farmi sentire pizzichi in tutto il corpo.

Cosa vuol dire accettare? Che dovrei essere contenta del fatto che fra dieci anni in quel gruppo potrebbe esserci anche mia figlia? Che qualcuno dovrà sempre occuparsi di lei e che un giorno dovrò fare i conti con il fatto di non riuscirci più io? Se solo quegli operatori capissero cosa vuol dire emozionarsi mentre si mondano delle verdure, sentirei di lasciare mia figlia in un futuro meno spaventoso!

Per consolarmi ti chiamo. Mamma indovina cosa ho appena comprato e preparato per cena? lo sai che ti pensavo mentre le pulivo? Mi sono ricordata di quando …. Ridiamo un po’ di tutto e niente e pian piano il magone si allontana.

Mi organizzo per venire a prenderti e mi tornano in mente le risate che ci siamo fatte stamattina, mentre ti accompagnavo al centro. Di certo non mi ricorderai nei tuoi gesti ma sappi che, se la fortuna ci accompagna, non ho intenzione di andarmene tanto presto da quel suono cristallino.

Tanto per cominciare stasera ti regalo un gusto e un sapore della nonna. E’ questa la mia e la nostra preziosa eredità. Ogni giorno, ce la facciamo bastare.

A che gioco giochiamo?

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Perché non…si ma… E’ il titolo di uno dei tanti giochi descritti da Eric Berne negli anni ’60. Avete presente? Analisi Transazionale… Va beh, non importa. In sostanza questo gioco relazionale funziona così: Tizio parla a Caio di un suo problema, Caio si sente in dovere di aiutarlo e prova a dargli un consiglio del tipo: perchè non provi a… Non fa a tempo a terminare la frase che Tizio lo ringrazia e replica: sì certo si potrebbe fare, ma… E a quel “ma” segue una ridda di motivazioni che spiegano perchè Tizio non può seguire quel consiglio. Caio non si scoraggia e riprova: allora, perchè non…? Indovinate cosa risponde Tizio? La cosa può andare avanti all’infinito, ma probabilmente finirà assieme alla pazienza di Caio.

Pensavo a Berne e a questo gioco in questi giorni di polemiche roventi. Quali? su tutto direi. Viviamo tempi di polemiche al valor bianco su qualsivoglia argomento, figuriamoci ora con in ballo la legge elettorale, l’Expò e la (ennesima) riforma della scuola. Pensavo a Berne assistendo a questo psicodramma collettivo a due ruoli nel quale siamo tutti coinvolti. Con una variante sostanziale rispetto al gioco descritto da Berne: da una parte c’è chi prova a fare delle cose, probabilmente farcite di cazzate, dall’altra ci sono i “sì ma…” che si ingegnano a trovare mille e mille motivazioni per cui quelle cose non andrebbero fatte.

Non è mica difficile eh? Data una soluzione B a un problema A, è possibile indicare N motivi per dubitare che B serva a risolvere A. E’ molto più difficile provare a immaginare perchè una soluzione piuttosto idiota può funzionare comunque, piuttosto che elencarne i probabili fallimenti. Infatti i “si ma…” sono tantissimi e crescono di numero di giorno in giorno.

Sì ma…prima. Una delle varianti fondamentali del gioco berniano applicato alle relazioni sociali. Tu vuoi fare una cosa? guarda che prima di fare quella bisognerebbe farne almeno altre cinque. Dunque sbagli a partire da lì, e se lo fai significa che degli altri cinque punti di partenza non te ne frega nulla. Anzi, è probabile che tu voglia consapevolmente evitarli, saltarli, toglierli di mezzo.

Si ma…poi. Oh, ma lo capisci che se fai quello che hai detto, poi accadranno un sacco di cose spiacevoli se non addirittura terribili causate dalla tua insensatezza o, peggio, dalla tua perfidia? Quello che stai per fare provocherà danni permanenti e irreversibili in tutto ciò che vai toccando, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore sarà la bomba di fine di mondo, mio caro dottor Stranamore.

Si ma…ieri. Quello che ti accingi a fare mette in discussione tutto ciò che abbiamo fatto sino ad ora. Gli manca di rispetto, ne nega il valore, lo manda in soffitta, peggio, in discarica. Generazioni di fatiche gettate al vento dalle tue azioni. Assumiti almeno la responsabilità di affossare la nostra esperienza comune, la Storia e sinanco il senso del Mondo. Almeno così come l’abbiamo conosciuto sino ad ora. E che Dio abbia pietà di noi.

Si ma…vedrai. Ti dò un tempo x e poi succederà esattamente quello che ho previsto. E sarà tutta colpa tua, perchè non hai voluto ascoltarmi. Nel frattempo, sia chiaro, io non muoverò un dito perchè le cose che hai fatto vadano a buon fine. Anzi, farò di tutto per sabotarle così ti accorgerai che non potevano funzionare. E allora ne pagherai il fio.

Quest’ultimo a ben vedere è un altro dei giochi descritti da Berne. Si chiama: ti ho beccato figlio di puttana!

A fare delle scelte si fan delle cazzate. E’ inevitabile. Ed è probabile che fra qualche tempo, chi le ha fatte dovrà farci i conti. Magari compiendo altre scelte e commettendo altre cazzate. Non credo esista un’alternativa. Tranne scagliarsi contro ogni scelta. Tanto le motivazioni contro non mancano e, a prima vista, sono molto più razionali di ogni motivazione per. Ma è una falsa prospettiva.

Non credo siamo vicini all’Armageddon tra la Storia e il Futuro, tra il Vero da preservare e il Nuovo da far avanzare. Vedo con preoccupazione in grave pericolo le cose in cui ho sempre creduto, a causa delle spinte a tenerle in piedi a ogni costo: anche al costo di negare i problemi che hanno creato nel tempo. Un esercito agguerrito di “si…ma..”, lotta strenuamente per difendere idee anche mie, continuando a sostenerle come se fossero idee vergini ancora da sperimentare, mentre si sono trasformate, in molti casi e da tempo, in prassi prive di tensione ideale o ancorate a mondi che non esistono più.

Ho in casa una libreria pletorica e sovraffollata. Oggi cercavo A che gioco giochiamo di Berne e non l’ho trovato. Se voglio trattenere il valore di tenere in casa un certo numero di libri, dovrò decidermi a eliminare quelli, tanti, che fanno solo rumore di fondo, impedendomi anche solo di ricordarmi dove sono i pochi che contano veramente. Per conservare qualcosa occorre alleggerirla di tutto il superfluo e farlo con coraggio e dolore. Se non lo facciamo, prima o poi arriva lo sgombero solai e si porta via tutto, indiscriminatamente. Lasciandoci con l’amaro sapore delle cose perdute che non abbiamo saputo conservare per paura di buttarle via.

Ali piccole piccole

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La-Luna-Foto-dal-film-04di Irene Auletta

Mettetevi in piedi e ascoltatevi, facendo attenzione alle vostre spalle e in particolare alle scapole. Provate a camminare e mantenete la vostra attenzione sempre sulle scapole. Come le sentite, come si muovono e in che rapporto le sentite con lo sterno?

Ecco. Le lezioni Feldenkrais hanno sovente un avvio molto simile, che differisce nelle parti peculiari a cui rivolgere l’attenzione del momento dell’ascolto del proprio corpo che precede l’avvio della lezione stessa. Ogni tanto Angela, la nostra insegnante, ci pone quei semplici quesiti che riescono a farmi sentire quasi catapultata da un altro pianeta.

Dunque, ho idea di quali siano le scapole e anche della loro collocazione ma, sentirle mi risulta davvero parecchio difficile, anche se so che dovrebbero essere proprio lì. Tra noi del gruppo commentiamo sottovoce la nostra “sordità” certe che la fine dell’incontro ci lascerà, ancora una volta, stupite della scoperta, insieme alla nuova e diversa percezione del nostro corpo.

Mentre sono sdraiata a terra, con le braccia aperte lateralmente, l’immagine della croce mi raggiunge fin troppo velocemente. Ma va? Tornando all’ascolto delle scapole, seguendo le indicazione dell’insegnante, ecco che arrivano altre due immagini. Il libro Notti al circo e il film Maleficent, che mostrano entrambi, come protagonista, una donna alata che passa parecchi guai. Nel libro appare sin dalle prime scene come un fenomeno da baraccone e nel film subisce quella metamorfosi che la trasforma nella donna crudele che caratterizza la trama, proprio quando il suo amore la tradisce rubandole le ali.

L’immagine delle ali è sempre associata all’idea della libertà e del volare ma, nei due ricordi evocati dalla memoria, mi appare ancor più nitidamente il legame con la possibilità di sognare. Si vede bene nel film Maleficent dove, priva di ali, la protagonista abbandona sogni e speranze e viene travolta dalla sua stessa crudeltà.

Come vi sentite al termine di questa lezione? Come respirate ora e quali differenze percepite nelle spalle e nell’intera cassa toracica?

In macchina, nei giorni seguenti, mi sorprendo a ripetere mentalmente, e non solo, alcuni movimenti che di certo mi rendono parecchio buffa e insolita ai possibili sguardi esterni. Trattengo ancora la percezione delle mie scapole che mi appaiono come ali minuscole.

Ecco un’altra buona ragione per proseguire in un percorso di apprendimento dedicato al corpo.

Non perdere di vista i sogni.

Fitte di libertà

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fitte di libertàdi Irene Auletta

La cosa interessante e quasi sempre stupefacente dei momenti di pausa è la loro possibilità di svelare quello che, nel frenetico snodarsi della vita quotidiana, finisce col diventare una routine normalizzata.

Per chi si trova impegnato da anni in relazioni di cura è spesso difficile ricordare come era prima o immaginare come potrebbe essere altrimenti.

Ed ecco che una vacanza, anche di pochi giorni, può venire in soccorso per restituire vista e nuovi sensi.

Ti sei divertita in vacanza? Rispondo di si con poca convinzione e non perché in realtà non mi sia divertita ma perché, quello che vivo nella distanza, è talmente altro e differente che quasi mi ritrovo immersa in un clima onirico che può raccontare poco o nulla al momento del risveglio.

Io ci ho messo un sacco di anni a sentire, riconoscere e nominare le pressioni di cura che una figlia disabile impongono e richiedono. In questo i padri hanno visuali decisamente differenti e forse ci arrivano prima. Per le madri mi sembra qualcosa difficile da dire quasi che ciò possa in qualche modo scalfire quell’amore straordinario che molto più facilmente si esprime e condivide. Anche in questo però il passare degli anni gioca il jolly e alcune consapevolezze per emergere e, soprattutto per dichiararsi legittime e sane, trovano pertugi da cui uscire per respirare aria nuova, mentre i figli crescono.

Vedrai, vedrai … I figli ti cambiano la vita! Chi, ancora nel momento della gravidanza, non si è sentito rivolgere questa affermazione con accenni tra il dolce e l’ironico?

Da molti anni incontro per professione genitori e il tema della libertà non è certo tra quelli più richiesti. Eppure è la prima esperienza forte che ogni genitore si ritrova a vivere di fronte a quella nuova presenza che, nell’incontro con un’inedita esperienza di amore, pone da subito limiti e condizioni. Forse la paura del giudizio è ancora troppo dominante o può essere che l’idea di cura e dedizione siano divenuti sinonimi.

Riflettere sul valore della libertà osservando il proprio ruolo genitoriale può essere un’interessante occasione per estendere lo stesso sguardo anche alla relazione con i figli. Quante volte bisogna essere capaci di lasciarli andare nella conquista di quelle piccole e grandi libertà che segnano il loro percorso di crescita?

A volte è più semplice, a volte meno. Proprio dove è più complesso, sono i jolly che cambiano la vita, anche quando ti arrivano come un pizzico improvviso.

Patchwork esistenziali

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aprile 2015
 …

Viviamo scissi. Abitiamo molti luoghi, vestiamo numerosi ruoli, viviamo molteplici esperienze. E’ la complessità, bellezza! Ma il difficile non è passare da un parte all’altra, il difficile è ricordarci chi siamo, evitando di dissolverci in ogni luogo, in ogni ruolo, in ogni esperienza.

Gianni è un uomo di 37 anni, molto stimato sul lavoro, gestisce uno staff di dieci collaboratori molto efficiente e allegro al tempo stesso. Tutte i giorni alle cinque, sua moglie viene a prenderlo al lavoro. Gianni non guida più la macchina da tempo per le crisi di panico che lo assalgono appena mette piede fuori dall’ufficio.

Anna è una maestra elementare di lungo corso, insegna da più di vent’anni, stimata dai genitori, sembra avere un rapporto individuale con ognuno dei suoi allievi che ascolta e indirizza con attenzione e fermezza. Quell’attenzione e quella fermezza che non riesce ad avere con i suoi due figli. Luca e Veronica le rimproverano di avere occhi più per i suoi alunni che per loro. L’esatto contrario di Laura, splendida mamma e insegnante arcigna. Chi conosce Laura in entrambe le vesti non riesce a capacitarsi possa trattarsi della stessa persona.

Ruben è un maestro di arti marziali. Ha 42 anni e pratica da più di trent’anni. Ha imparato la disciplina, la tecnica, ha conosciuto e frequentato diversi maestri in diversi viaggi nella lontana Cina, ha vinto numerosi trofei, insegna il rispetto e la tolleranza. Nella sua palestra tutto è sempre in ordine e l’atmosfera serena e fraterna. Ruben ha una diffida del tribunale che gli vieta di avvicinarsi alla sua ex fidanzata dopo che, per numerose volte, ha perso il controllo e i suoi scatti d’ira sono arrivati pericolosamente alle soglie della violenza.

Che senso ha essere bravi da qualche parte se ci sentiamo nessuno in tutte le altre? Che senso ha imparare qualcosa e non farsene nulla al di fuori del luogo dove l’abbiamo imparata? Che senso ha essere un’ottima persona e un pessimo professionista, oppure il contrario, che fa lo stesso?

Frequentiamo insegnanti, formatori, terapisti, coach, counsellor, maestri, psicoterapeuti, guru alla ricerca continua di noi stessi, nel tentativo spasmodico di ricomporci. Viviamo consumando e per curarci dai mali del consumismo frenetico, d’istinto o per abitudine, consumiamo altre esperienze a raffica. Ma per ricomporsi non serve fare tante cose, serve farne alcune chiedendosi cosa c’entrino l’una con l’altra e, tutte insieme, cosa c’entrino con  ciò che siamo, sappiamo e vogliamo.

Tutto questo, in estrema sintesi, è la filosofia del Laboratorio di Sintesi Educativa in gestazione. E anche questo, in anteprima, è ciò di cui parlerò in Formazione self-service, secondo appuntamento del ciclo Formatore a chi?? Conferenze semiserie sui riti e i miti d’aula

 

Intelligenza al tappeto

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di Igor Salomone

*** 
E’ una nuova moda. Giovanile. Ovviamente iniziata negli Usa e ora in approdo da noi. Si chiama “Knock out games”, fatevi un giro in Internet per inorridire, se già non l’avete fatto. Sicché tu passeggi per strada, così, per conto tuo, magari assorto nei tuoi pensieri, oppure tuffato sin dentro lo schermo del tuo smartphone, e all’improvviso sbuca fuori un bastardo che ti ammolla un cazzotto deciso e preciso da metterti Ko. Questo è il suo obiettivo, metterti Ko, se no non vale. Altrimenti non fa punteggio.Non è che ce l’abbia con te per qualche motivo particolare. Tutt’altro. Quasi certamente tu non sai chi sia e lui non sa chi sei tu. Ti ha scelto proprio perchè eri assorto e distratto, sbuca fuori dal gruppo dei bastardi suoi compari e ti salta addosso senza il benché minimo segnale. Da nostalgia per il branco violento in cerca di vittime predestinate che, per lo meno, accompagna la sua violenza con un’aggressività manifesta, percepibile a distanza e dalla quale, con un po’ di training, puoi difenderti imparando a coglierne i segnali per tempo e dartela a gambe.

Qui no. Nessuna aggressività, mica ce l’hanno con te. Nessun preavviso. Potrebbe essere il tipo che è li vicino a te in questo esatto momento. Non ha dato alcun segno, niente che ti possa in qualche modo mettere in allarme. Poi, a un tratto si gira verso di te e sbang: ti atterra. Atterrandoti così, totalmente di sorpresa, ti rompe il naso e qualche dente. Se ti va bene e, cadendo, non batti la testa contro qualche spigolo. Fa scandalo questa violenza del tutto gratuita, ammantata addirittura di gioco sin nel nome. Brutta storia. E ancor più brutta la storia perchè si è trasformata in un fenomeno virale. Picchi a tradimento qualcuno per strada e finisci su Youtube. Sai quante visualizzazioni? Figo. Diciamo che una sola visualizzazione su, quante?, dieci, cento, mille? è accompagnata dagli applausi, sommersa dai fischi e dalla riprovazione con tanto di testa squotente delle altre nove (novantanove, novecentonvantanove). Insomma, non si fa e solo pochi pirla possono riderci sopra. Meno male. Un po’ di senso civico è rimasto persino in Rete.

***

Poi, sempre in Rete, trovi anche questo: altri idioti che si divertono a spaventare sulla pubblica via o nel metrò ignare vittime che se non crepano di infarto poco ci manca. In favore di telefonino anche in questo caso ovviamente. Quindi dritti su Youtube alla ricerca di clic: migliaia, centinaia di migliaia, milioni. Molti plaudenti in questo caso, temo, pochi i testasquotenti. Ma che differenza c’è, scusate, con il cazzotto che arriva all’improvviso? Rischiare l’infarto perchè un gruppo di deficenti si traveste da zombie e ti assedia in una carrozza del metrò è meno pericoloso di un naso rotto? Se non ti toccano non è violenza? Certo, se arrivasse a me il cazzotto inaspettato, finirei a terra come tutti, se invece mi fanno per strada un “buu” come quelli che si vedono in Rete, a terra ci finiscono loro. Ma sempre violenza è.

Intravedo un filo rosso che parte dalle gomme tagliate per fare uno sgarro, passa per gli spaventi perpetrati ai danni dei passanti e finisce (per ora) con i Knock Out games. Possiamo fare tutte le analisi sociologiche che vogliamo, ma resta che in ognuno di questi casi i responsabili sono, come li avevo definiti?, “codardi, privi di dignità e imbecilli”. Non serve che dica perchè, l’ho già fatto nel post Fatti non foste a viver come bruti. Buona ri-lettura.

Seconda stella a destra

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sindrome-di-peter-pan 

di Igor Salomone 

“Resterò, per sempre un bambino, è questo il destino che incontrerò”. Parole che riecheggiano ossessivamente per casa, cantate dalla sigla di uno dei tanti Peter Pan televisivi, mandati in onda a ripetizione su un qualche canale per bambini.

Peter Pan. La metafora di una Verità bruciata in fretta e che ieri, come avrebbe detto Dalla, era vera. In origine la favola raccontava del desiderio di eterna fanciullezza che si contrappone alla necessità di diventare adulti. Un racconto sulla crescita e i suoi costi, insomma. Poi è arrivata la stagione del coltiva il bambino che è in te. L’infanzia è divenuta il nuovo mito, restare un po’ bambini il must di una società opulenta e irresponsabile. Dal film con Robin Williams in poi, Peter Pan non è più un rischio da evitare, ma un destino al quale tornare.

Succede così con le Verità, se si vive abbastanza a lungo: ci credi, le abbracci, lotti perchè i più possano vederle, poi, quando i più le vedono, mutano di forma e si trasformano nel nuovo problema. Restare per sempre un bambino era uno slogan libertario, stava a indicare che una condizione adulta connotata solo da doveri, responsabilità, sacrifici, era un destino di tristezza e, in definitiva, di malessere. Tempo un paio di generazioni, quello slogan da libertario è diventato pubblicitario e vende molto bene. Niente come il desiderio di eterna giovinezza riesce a moltiplicare i bisogni e, si sa, se i bisogni si moltiplicano, si moltiplicano anche i prodotti creati per soddisfarli.

Il sogno collettivo, oggi, è passare dalla gioventù alla vecchiaia senza passare dal Via. Evitando anche la vecchiaia,  morendo giovani  magari. Possibilmente intorno ai novant’anni.  E la tristezza, almeno da parte mia, sta nel vedere in tutto ciò il risultato di una Verità che sembrava rivoluzionaria. Dovevamo evitare il rischio di incontrare un Capitan Uncino torvo e vendicativo, cioè noi stessi da grandi dopo aver perduto tutti i nostri sogni, e invece ci siamo persi nei sogni evitando di diventare grandi.

Diventare grandi è la cosa più bella del mondo e restare per sempre un bambino un incubo terribile. Ce l’ho davanti agli occhi tutti i giorni questo incubo, materializzato dalla disabilità di mia figlia. Bisogna rischiare di smarrire la seconda stella a destra, per capire che diventare adulti è la vera isola che non c’è. O, per lo meno, che rischia di non esserci più.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

Difendere le relazioni

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Laboratorio di Sintesi Educativa

un’idea di Igor Salomone
Approfondisci il tema di questo post seguendo il progetto in progress sulla pagina del sito igorsalomone.it

Leggevo l’altro giorno su Repubblica questo articolo, annunciato con un occhiello sul fondo della prima pagina. Il titolo è un programma: Studenti contro Prof. Così le nostre classi diventano un ring. Inquietante. Apre scenari destinati a mandare in soffitta tutto un genere cinematografico, da La scuola della violenza, con Sidney Poitier a Meri per sempre con Michele Placido, passando per tutti gli epigoni dell’uno e dell’altro. Almeno lì i “prof” non le prendono. L’articolo invece racconta che le prendono, eccome.

Mi chiedono sempre più spesso cosa mai sia “Difesa relazionale”. Quella che vado proponendo ormai da una decina d’anni nelle situazioni più svariate e che d’acchito appare incomprensibile nel nome stesso. Ecco, una difesa relazionale è esattamente ciò di cui ci sarebbe bisogno nelle situazioni raccontate in quell’articolo.

Nella maggior parte dei corsi di difesa personale, insegnano ad affrontare situazioni di pericolo con un obiettivo unico: portare a casa la pelle. Ammesso e non concesso sia possibile obbligare tutti gli insegnanti “a rischio” a un corso di quel tipo, che se ne farebbero? Nessuna delle aggressioni raccontate mette nelle condizioni di doversi salvare la pelle. Un calcio nel sedere, uno schiaffo, delle spinte, degli strattoni, delle ingiurie urlate a un dito dalla faccia, mettono a rischio la tua dignità se le prendi e la tua libertà se le dai. Dunque saper atterrare o mettere fuori combattimento un minore che ti sbeffeggia non serve a nulla, anzi potrebbe essere pericoloso. Cosa serve allora?

Serve innanzitutto avere coscienza delle proprie reazioni di fronte a un atto aggressivo. Ho visto decine di operatori rispondere a un gesto percepito come violento o anche solo invasivo con l’intero repertorio delle cose che non andrebbero fatte. Tipo irrigidirsi, alzare la voce, alzare il corpo, gonfiare il torace, smanacciare cercando di afferrare le braccia del proprio presunto aggressore e simili. Diciamo che un po’ di consapevolezza, non guasterebbe, perchè non è mai dato sapere se un gesto aggressivo è gratuito, oppure se è una risposta al nostro maldestro modo di difenderci.

In secondo luogo serve chiedersi da dove viene ciò che ci sta accadendo quando l’altro ci mette le mani addosso. I problemi non cadono dal cielo, e se un ragazzo arriva a prendere a calci un professore, quell’atto va letto come l’ultimo di una catena di fatti non governati in precedenza. Esistono le violenze “da strada”, come usa dire, perpetrate da sconosciuti in luoghi sconosciuti per motivi sconosciuti. Ma sono casi estremi. Ciò che mostra l’articolo di Zunnino è quello che sappiamo tutti da tempo ma non ci decidiamo ad accettare: chi ci aggredisce nella maggior parte dei casi è una persona conosciuta, con la quale addirittura abbiamo una qualche relazione se non addirittura una reponsabilità di ruolo. Dunque qualsiasi nostra reazione avrà conseguenze su quella relazione in futuro, e non possiamo escludere che l’attacco subito oggi non sia la conseguenza di qualcosa che abbiamo fatto ieri.

In terzo luogo, ma è il fattore probabilmente più importante, la violenza non va considerata come una qualità del nostro aggressore, ma come una condizione generata dal contesto della nostra relazione. I rapporti di potere (come quello tra insegnante e studente), il sovraffollamento dei corpi, la costrizione fisica e la promiscuità prolungata, sono generatori di stress che possono sprigionare aggressività con esiti anche violenti. Occorre dunque fare un intenso lavoro di prevenzione sia lavorando sulla scena educativa per tentare di renderla meno pericolosa, perchè ogni scena educativa è pericolosa e bisogna imparare a vederlo, sia imparando ad ascoltare come il proprio corpo l’attraversa per poterlo mettere in sicurezza relativa.

Ecco, questo è “difesa relazionale”. E riguarda tutti: insegnanti, educatori, operatori sociali, genitori, donne. Non solo quindi per pochi patiti di sport da combattimento disposti a sudare tre quattro volte alla settimana in una palestra per dieci o vent’anni, ma per chiunque viva contesti relazionali intensi nei quali possa prodursi un conflitto che possa sfociare in uno scontro anche violento. 

Nel Laboratorio di Sintesi Educativa, quando ci sarà e avrà avviato le sue attività, sarò felice di accogliere tutte quelle persone per cercare assieme la via di un’autodifesa etica e consapevole. Che miri a difendere la relazione con l’altro, anche quando ci aggredisce. Che abbia in conto la protezione di entrambi. Che sappia creare le condizioni per evitare l’escalation. Che metta in sicurezza i luoghi dell’incontro.

Amico vento

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Moon-and-Star-ornaments-doors-decorated-metal-font-b-tube-b-font-font-b-wind-bdi Irene Auletta

Mi ci abituerò mai? Allora signora, partendo da quell’episodio di grave crisi del duemilauno ci racconta un po’ come sono andate le cose?

Ecco. Ci risiamo a ripercorrere una narrazione da via crucis nonostante l’accoglienza dei medici e l’immediato senso di fiducia che mi trasmettono. In certe situazioni il cuore va per i fatti suoi e io cerco di non perdere di vista mia figlia che rischia di rimanere sempre più sullo sfondo, quasi sbiadita rispetto a tutte quelle parole difficili e complesse.

Le diagnosi, i sintomi e le terapie, quando si parla di malattie serie, tolgono il fiato soprattutto se ad ascoltarle c’è un genitore.

In quel momento quasi mi dimentico della disabilità e rammento che sempre più di frequente mi ritrovo ad incrociare esperienze che le mettono entrambe in scena. La disabilità appunto e la malattia. Problemi diversi che insieme, ancora dopo tanti anni, mi provocano una forte vertigine. E poi, proprio in certi momenti, chissà come ti vengono in mente quelle frasi sentite tante e tante volte. “No, no, non l’ho fatta l’amniocentesi perché comunque non avrei mai interrotto la gravidanza!”.  “La madre è  un’ansiosa e lo tratta troppo da piccolo”. “Si è vero, avrà anche delle difficoltà, però è furbo e ci marcia”.

Proprio voi, cari signori con tutte queste belle certezze, provate a sbirciare in questo ambulatorio, ad ascoltare cosa i medici stanno commentando in presenza dei genitori e come descrivono lo stato di salute di questa ragazzina. Lo sentite? Tum. Tutum. Tum. Tutum. Non è un’eccezione in occasione di un qualche imprevisto. È un battito amico che non ti lascia mai e, se non impari a volergli un po’ di bene, è un vero casino. Solo dopo aver fatto questo, posso ascoltare e rispettare tutte le vostre “indiscutibili” affermazioni che forse neppure immaginano di cosa stanno parlando.

Già che ci siamo facciamo una rivalutazione a trecentosessanta gradi. Ancora? Ma quanti cavolo di giri intorno al mondo abbiamo fatto in poco meno di diciotto anni? Davvero non mi aspettavo di vederla così bene, dice il tuo medico storico che, ora in età da pensione, sta facendo il passaggio del testimone ad una nuova equipe. Solita storia anche questa. I tuoi esami dicono alcune cose e la tua persona, le tue espressioni, la tua tenace seppur lenta crescita ne raccontano altre. E vabbè, vorrà dire che vorremo bene pure all’ambivalenza eterna.

Mentre ci dirigiamo verso la nostra auto il vento forte ti fa ridere con quella tua risata infantile irresistibile. Vento, vento forte, porta via la preoccupazione e le paure!

Il cielo è blu e il cuore più quieto. Il vento non si smentisce mai.

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