C’è magia

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zittituttidi Irene Auletta

Quanto mi piacciono le sere così. Quelle in cui torno e ti trovo allegra ad accogliermi dopo che, poche ore prima, mi avevi salutata guardandomi male per averti lasciata appena tornata dal Centro per un impegno di lavoro. Proprio stasera che non c’è neppure tuo padre.

Guarda questo bel film con Inna e vedrai che appena finisce mamma torna! Se potessi spiegarti che vado a incontrare dei genitori per fare un incontro sul tema del passaggio dalla scuola dell’infanzia a quella primaria, chissà cosa mi risponderesti.

Ma tu non immagini neppure cosa faccio quando esco e tantomeno che, in ogni momento, sei nelle pieghe delle mie riflessioni, soprattutto quando lavoro con i genitori.

In questi giorni mi ritrovo spesso a pensare che la nostra storia arricchisce sempre i miei incontri professionali e, anche a distanza, tu sei lì con me insieme a quello che ogni giorno mi hai chiesto di imparare per poterti incontrare.

È stato bello ascoltarla, se ha figli saranno di sicuro molto fortunati! Capita di sentirselo dire a chi fa il mio lavoro ma per la prima volta stasera, insieme al sorriso e alle parole “di circostanza”, una frase mi è scappata dal cuore. Sono una madre molto fortunata e spero che un pochino anche mia figlia possa sentirsi così.

Ceniamo accompagnate da quel silenzio pieno di noi che mi da gusto più del cibo. È una sera magica, di quelle in cui la fortuna arriva frizzante e mi pizzica la gola fino al bacio della buonanotte e a quella frase che ti ripeto tutte le sere prima di addormentarti.

Da lassù fino a te, Luna della terra ….. e nel mezzo tutte le nostre parole segrete.

Tra sogni e pensieri

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tra sogni e pensieridi Irene Auletta

E poi ci sono quei periodi in cui ti sembra di essere intrappolata in un frullatore che, nell’impossibilità di distinguere giorno e notte, conferisce alle giornate quei toni onirici che ti raggiungono come ovattati. Problemi con il sonno ne hai sempre avuti e sicuramente abbiamo passato anni davvero difficili, ma stavolta pensavamo di averla scampata e invece, da diverse settimane, eccoci ancora qui a darci il turno di notte, io e tuo padre.

Eppure, proprio mentre ti sto aspettando di ritorno dal Centro, mi accorgo che il mio stato d’animo è completamente diverso da quel passato che mi ha visto tante volte disperata. Con i nostri altri e bassi, mi pare di essere sempre alle prese con qualche problema o qualche difficoltà nuova che, negli anni, sembrano essere diventati la nostra normalità. Vuoi dire che è per questo che tutto sommato mi sento serena?

Certo la stanchezza ogni tanto aggiunge nuove bandierine al tabellone delle fatiche a segnalare che urgono nuove soluzioni, ma lo stato d’animo è assai differente da quando mi pareva che non sarei sopravvissuta ai ritmi che hai imposto alla mia vita, quando sei arrivata.

Mamma … Mamma…. Mamma… Mentre sto sistemando il tuo balcone sento in strada il pianto forte di un bambino piccolo che il probabile nonno sta cercando di consolare mentre la madre si allontana voltandosi più volte per fare un cenno di saluto con la mano. Quel pianto e quel richiamo mi raggiungono nel cuore e mi collegano subito a te che in queste ultime settimane stai affrontando tanti cambiamenti. Vorresti ogni tanto urlare mamma, mamma pure tu, anche se sei una ragazza? Vorresti protestare perché non ti stanno bene alcune cose? Vorresti esprimere la gioia per una bella esperienza e nuovi incontri? Chi lo sa.

Io impazzirei a non capire, mi dice una collega che non sa di trovarsi difronte a qualcuno che ha imparato a ingoiare pietre e che tante volte ha avuto l’impressione di “uscire pazza”.

E poi ripenso alle nostre ultime notti insonni, alle domande nuove, ai dubbi, alla tua e alla nostra stanchezza. Ci sono genitori che si sentono quasi degli eroi quando raccontano di essere sopravvissuti alle notti insonni dei primi tre anni di vita dei loro figli e ce ne sono altri che in una chat privata la mattina si raccontano con ironia, leggerezza e affetto della notte dei loro figli di diciotto, diciannove, trentatré e trentasette anni. Ognuno a suo modo affronta la propria avventura.

Noi abbiamo dovuto imparare che la notte svela misteri e, a volte, rivela incontri inattesi e sorprendenti tra cuori alla ricerca.

Compiti tecnologici

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compiti

Di Igor Salomone

L’altro giorno su Fb il tema erano le chat-genitori e i registri elettronici, grazie a questo post che ho condiviso. Di condivisione in condivisione il succo del dibattito è stato: il problema non è la tecnologia, ma l’uso che se ne fa. Tesi piuttosto diffusa che voglio confutare.

Un fucile è un fucile. Puoi farne molteplici usi, ma resta sempre uno strumento costruito per lanciare proiettili a gran velocità contro un bersaglio che il più delle volte è un essere vivente. Stesso discorso per un’automobile, un ferro da stiro, una penna stilografica. Nessun strumento è neutro rispetto all’uso che se ne può fare, per definizione. Infatti nella nostra lingua si dice sempre “strumento per”.

Dunque, prima di dire che l’uso di una chat tra genitori di una stessa classe o l’uso di un registro elettronico in una scuola “dipendono dall’uso che se ne fa”, occorre chiedersi quale sia la funzione di una chat o di un registro scolastico.

Una chat è uno strumento di condivisione. Comunque la usi e qualsiasi contenuto trasmetti, resta uno strumento di condivisione. Dunque la domanda corretta è: cosa è legittimo che i genitori di una stessa classe scolastica condividano tra loro? Quindi non “come”, ma “perché”. Che è esattamente il tipo di domanda che l’autrice di quel post poneva a proposito dei compiti dei figli.

I “compiti” sono per definizione uno strumento pedagogico a disposizione dell’insegnante per stimolare l’allievo a esercitarsi e ad apprendere. Quindi sono sostanzialmente un rapporto tra il singolo insegnante e il singolo allievo. Trattandosi di compiti comuni, poi, il “compito” diventa anche una questione che riguarda il gruppo degli allievi nel suo assieme.

Nel tempo, anche i genitori sono stati progressivamente tirati dentro questo cerchio e stiamo ancora cercando di capire sino a che punto sia giusto. Il rischio era ed è che una questione che riguarda squisitamente il rapporto insegnante-allievi, subisca un processo di delega nei confronti dei genitori. Facendo progressivamente smarrire il senso stesso del “compito”.

Se questo è lo stato dell’arte, la domanda da porsi è: come trasforma il senso stesso di ciò che chiamiamo “compito”, il fatto che diventi oggetto di condivisione collettiva tramite chat da parte dei genitori? Non ho una risposta, ma questa mi sembra una domanda sensata sull’uso della tecnologia che chiamiamo “chat” in ordine al problema compiti scolastici.

Ovviamente per il registro elettronico, occorre fare il medesimo percorso.

Riflessi

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margheritadi Irene Auletta

Entriamo quasi insieme nello stesso piccolo cortile interno e posteggiamo ai due lati opposti le nostre auto. Le portiere si aprono ed entrambi rimaniamo in attesa che il “misterioso” passeggero decida di uscire, con i suoi tempi. Mi sembra di riconoscere gli stessi toni di incoraggiamento e il delicato sollecito e quando i nostri sguardi si incrociano ci scambiamo un timido sorriso pieno di tanti discorsi e commenti muti.

Mentre sto cercando di convincerti a salire la scala, senza dover ricorrere all’ascensore, il signore di mezza età e il suo giovane figlio arrivano dietro di noi. Salite pure prima voi perché noi siamo sicuramente più lente, dico rivolgendomi ad entrambi. Il padre mi sorride e il ragazzo evita il mio sguardo, preso in un dialogo tutto suo. Voi due non frequentate lo stesso Centro e riconosco in quel ragazzo tratti e caratteristiche incrociati tante volte anche altrove e che mi hanno sempre creato tanta inquietudine.

Anche il signore ci rivolge un saluto e tu rispondi con uno dei tuoi sorrisi che cerchi di far passare anche attraverso gli occhi. Come ti chiami? ti chiede e subito, con molta delicatezza, aggiunge che se non ti dispiace può dirglielo anche la mamma. Seguono commenti sul nome, sulla tua espressione e sulla nostra nuova conoscenza con quel contesto. Davvero una bella ragazza, mi dice guardandoti e vedo nei suoi occhi una malinconia familiare che probabilmente rivolge ogni giorno a quel figlio che sembra tutto concentrato in un suo mondo parallelo.

Quando oggi arrivo a prenderti l’episodio mi ritorna subito in mente proprio mentre chiedo ad un operatrice di non tenerti bloccata per il polso, visto che ora ci sono io. Non smetterò mai di star male per quelle mani addosso tante volte inopportune e non smetterò mai di restituirne all’altro l’invadenza e, sovente, il non senso.

Il contrasto tra la delicatezza di quel padre e il gesto dell’operatrice, mi arriva forte come un odore pungente. Per fortuna non è lei la tua educatrice di riferimento, penso con un sospiro di pancia mentre la razionalità mi ricorda di non giudicare frettolosamente da un singolo gesto. Quando qualcosa ti riguarda il confronto fra testa e cuore è spesso un gran casino.

Cosa ne dici della nuova educatrice? ti chiedo mentre siamo in auto dirette verso casa. A me piace e mi sembra molto bello anche il suo nome di fiore, dico mentre mi guardi e mi ascolti ripeterlo scandito. Ridi e muovi le braccia con quel tuo gesto che esprime felicità. Buon segno.

Speriamo nei suoi petali.

Già, proprio così.

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gia, proprio cosìdi Irene Auletta

Ma sarà sempre così?

Stamane sei già frizzante come l’aria e quando ti ricordiamo che andrai al nuovo Centro con il pulmino sembri attenta e pronta alla nuova ritrovata autonomia. Per due anni hai dovuto rinunciare a quella piccola possibilità, tornando ad affidarti agli accompagnamenti dei tuoi genitori da un capo all’altro della città. Anche quello ci ha riservato belle sorprese e già so che mi mancheranno i nostri viaggi, con la musica di sottofondo o nel silenzio delle nostre conversazioni d’amore.

Figurati se non mi commuovo solo a scriverne. Cavolo che lagna che è diventata tua madre.

Scaccio i pensieri delle nuove preoccupazioni che sono tornate a bussarmi nel petto. Come te la caverai nella nuova esperienza? Riuscirai a farti capire e un pochino rispettare? Vedranno in te qualcosa di diverso da quello che sai fare per incrociare il cuore di ciò che sei?

Non posso fare a meno di sbirciarti dal balcone e mi vergogno a dirlo anche a tuo padre che per fortuna ti accompagna verso la nuova abitudine con quella giusta distanza che lui sa mantenere nei confronti delle tue nuove esperienze. Per anni i viaggi con il pulmino sono stati il tempo della distanza tra casa e scuola e viceversa. Un tempo tuo per fare pausa dalle esperienze e dalle emozioni. Ora si ricomincia e spero farai buoni viaggi, figlia mia.

Ci accontentiamo di piccole cose noi che riusciamo a dare valore ai granelli di felicità e che, rispecchiandoci in essi, ritroviamo ogni volta il senso della vita. Almeno, per me è di certo così.

Ti guardo andare e il freddo accompagna quelle due righe sulle guance, amiche di tanti giorni.

Si figlia, credo proprio che sarà sempre così.

Paradisi a termine

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Di Igor Salomone

Calda, scrosciante, bollente. Casca sulla mia testa e cola lungo i capelli, il collo, le spalle, giù giù sino ai piedi. Sembra che lo scarico della vasca la chiami a raccolta per prendere la rincorsa e tornare sempre più bollente a percorrere un altro giro, e poi un altro e un altro ancora.

In realtà non è così, l’acqua che mi massaggia caldissima è sempre nuova e sempre nuovamente riscaldata dal preziosissimo amico che se ne sta in cucina dentro un armadietto, in paziente attesa, ora dopo ora, minuto dopo minuto, che un rubinetto da qualche parte lo svegli dal suo torpore. Quando ci riesce, perché talvolta lo scaldabagno non si risveglia affatto ed è in quel momento che mi accorgo del lusso incredibile al quale sono ormai abituato.

Acqua, tanta, calda quanto voglio e per quanto tempo voglio. Torno dalla corsa mattutina e non aspetto altro. Forse vado a correre proprio per la doccia che viene dopo. Inizio a temperatura media, giusto il tempo di abituare la pelle, poi gradualmente spingo il miscelatore verso il rosso, e spingo e spingo. La temperatura arriva al limite dello scorticamento e indugio. Mamma quanto indugio! Ci resterei tutta mattina lì sotto. Shampoo, insaponatura, risciacquo…indugio. Tento una prima sortita, freddo, torno indietro. E chi mi scolla di qui?

Mi vengono in mente i deserti, le popolazioni assetate, il riscaldamento globale. Dai, l’acqua è una risorsa rinnovabile, non è che proprio la sprechi. Il gas no però, ma quanto vuoi che ne stia consumando? Mi sento in colpa per una frazione di secondo. Una colpa istantanea, talmente veloce che non me ne accorgo nemmeno, lavata immediatamente via dallo scroscio magico che mi sta cullando in un tripudio di calore umido.

Va bene, adesso però mi faccio violenza ed esco. Questo penso: mi faccio violenza. In quel mentre arriva mio padre. Nella mia testa ovviamente, lui è morto ormai da un’eternità. “Violenza? in che senso? ti prendi a pugni per uscire dalla doccia?” “…no, in effetti no, è un modo di dire, sta a significare che mi devo imporre di fare qualcosa che non vorrei fare ma che devo fare” “Ah si? mi sembrava di averla sempre chiamata volontà…”.

Già, la maledetta volontà, da quando si è trasformata in “farsi violenza”? In realtà io non voglio stare indefinitamente sotto la doccia bollente, lo desidero. Voglio e desidero, desidero e voglio: fortunatamente sono due cose diverse, altrimenti non mi godrei mai una doccia bollente, oppure ci annegherei sotto.

Chiudo il flusso di magia, indosso l’accappatoio ed esco dalla vasca. Dovrò scrivere qualcosa su questa storia del “farsi violenza”, ho l’impressione nasconda la fantasia di poter eliminare il conflitto tra i propri desideri e le proprie scelte.

Quieteggiando

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Abbazia Casoretto facciata-smbdi Irene Auletta

E così, con l’esperienza al nuovo Centro, siamo arrivati al termine di questa prima settimana. Troppo presto per fare bilanci che potrebbero risultare sbilanciati da una notte passata da entrambe quasi insonne. Che ne dici se andiamo a vedere questa bella Abbazia praticamente attaccata al tuo nuovo Centro?

Incredibile come le vie risuonino nel tempo di nuovi significati. Quella zona milanese e’ ben nota sia per il mitico centro sociale di via Leoncavallo che per la tragica fine di due ragazzi che, quasi trent’anni fa, persero la vita diventando, loro malgrado, un’icona di resistenza che dura nel tempo.

L’Abbazia l’ho vista tante volte dall’esterno ma mai visitata. Chi avrebbe immaginato che sarei tornata da queste parti tenendoti per mano diretta verso una chiesa? Non abbiamo fortuna perché troviamo il portone chiuso ma questo non ci impedisce di fare una passeggiata tra i portici che trattengono tutta la magia dei luoghi antichi. Attraverso i nostri passi silenziosi passano le piccole tensioni e le preoccupazioni di questi giorni. L’aria fredda, il cielo terso e un tiepido sole invernale infondono pensieri ottimisti.

Stamane hai resistito ad entrare e tutto l’entusiasmo dei primi giorni è apparso mitigato da una nuova consapevolezza. Hai ragione a resistere figlia, i cambiamenti fanno sempre un po’ paura e tanti incontri nuovi in pochi giorni hanno bisogno di tempo per essere assimilati. L’eccitazione esagerata di poco fa, quando sono arrivata a prenderti, lascia il posto alla quiete scandita dai nostri passi.

Vuoi dire che quest’Abbazia accoglierà anche le nostre anime in subbuglio? Ti prometto che ci torneremo per visitarla anche all’interno e, nel dirtelo, mi rassicura l’idea di un luogo che ci potrà accogliere nei giorni lieti e in quelli più amari.

Ce ne saranno figlia, di tutti i gusti, ma fino a quando troveremo luoghi dove rifugiarci e ritrovarci, credo proprio che ce la faremo.

Destini raccomandati

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di Igor Salomone

Andata. Luna è inserita nel centro diurno che l’accompagnerà nei prossimi anni, probabilmente molti, se tutto va bene.

“Mi raccomando”, le ho detto stamattina mentre l’accompagnavo in questo penultimo viaggio, prima che il pulmino torni finalmente ad alleggerire tempo e pneumatici venendola a prendere sin sotto casa, “fatti valere”.

Cosa deve fare un padre se non ricordare alla propria figlia chi è e cosa può fare quando si sta apprestando ad affrontare il mondo? Certo, un mondo molto piccolo per una diciottenne, piccolo e lungo, di quelli che hai tutta la vita davanti, ma sai già cosa ti aspetta. Però sarà il suo e io, come nelle migliori tradizioni, devo accompagnarla al debutto.

Ricordati Luna che sei curiosa, è forse la principale delle tue qualità, indossala con leggerezza e determinazione. Aiuta le persone che staranno con te a capire che vuoi vedere, guardare, osservare, esplorare, ascoltare, toccare tutto ciò che incroci. E che niente ti piace di più che andare, girare, muoverti per poter incrociare persone, cose e paesaggi. Con la manipolazione sei un po’ ai blocchi di partenza, quindi fatti aiutare, sarai in un luogo che potrà permetterti di fare molto più di quello che oggi riesci a fare, ma convinci chi ti aiuterà che al fondo sei un’esploratrice, non una costruttrice, e puoi riempirti occhi, orecchie e mani oltre ogni limite, prima di crollare esausta e satura di ciò di cui ti sei riempita.

E poi ridi e sorridi, mi raccomando. Non smettere mai di farlo portando con te il sole ovunque tu vada. La tua allegria è contagiosa, ho visto sconosciuti illuminarsi per strada semplicemente incrociando il tuo sguardo o trattenere a stento il riso sentendoti gorgogliare divertita con tutto il corpo. Cerca di non esagerare, come a volte ti succede quando la situazione ti eccita o ti imbarazza troppo. Ascolta chi ti metterà un limite, perché il valore della tua gioia non va sprecato con l’eccesso e il fuori luogo. Però continua a farne dono al mondo. Sei ricca di una ricchezza di cui c’è gran bisogno e non appena il tuo mondo se ne renderà conto, ricambierà. Dagli solo il tempo.

Infine, poi giuro che la smetto, ti tocca di mostrare quel tuo modo particolare di stare insieme, quel tuo esserci sempre che fa di te una presenza rasserenante e certa. Con te non ci si può sentire soli, anche nel bel mezzo dei tuoi lunghi silenzi. Sei l’incarnazione stessa dell’incontro che non ha bisogno di parole per esistere perché la sua sostanza è fatta di corpi, sguardi ed emozioni. Talvolta eccedi in ognuna di queste tre qualità, lo sappiamo entrambi. Impara e fatti insegnare a contenerti: non sempre e non con tutti la tua compagnia funziona. Le persone hanno anche voglia di stare un po’ da sole, quindi ogni tanto dovrai anche ritrarti, come del resto sai chiedere a chi ti sta attorno, quando quella che si vuole ritrarre sei tu. Ma fai capire a tutti che quando arrivi tu qualcosa si riempie, lasciando un vuoto riconoscibile appena te ne vai.

Lo so Luna, i padri sono sempre un po’ pedanti, ma in questi giorni si sta avviando il tuo destino. Qualche tempo fa mi hanno chiesto di tenere una relazione sul “progetto di vita” delle persone disabili. Ho detto che non ci voleva molto, quel tipo di progetto è già bello che dato. Alle persone come te non manca un progetto, manca un progetto alternativo.

Però quanto abbiamo atteso questo esito ovvio ma non scontato? Ora che ne stiamo varcando la soglia, vedo nei tuoi occhi carichi di attesa e nel tuo corpo lanciato alla conquista del nuovo mondo, quanto sia importante avere un posto tuo. Non un posto dove stare, ma dove andare e dal quale tornare, perché è in questo movimento da e per l’altrove che risiede il senso della vita.

E’ un destino un po’ triste e un po’ amaro il tuo e il nostro, figlia mia. Mi vengono in mente almeno cento altri futuri che non avremo e cinque minuti in un centro diurno per disabili sono più che sufficienti per ricordarceli. Ma noi umani siamo fatti così: quando accettiamo un destino, quale esso sia, possiamo anche esserne felici. Per questo mi sono raccomandato tanto, Luna. Stiamo iniziando una nuova avventura, tu sei felice anche se nei prossimi giorni probabilmente dovremo affrontare le prime difficoltà che ogni nuova avventura comporta e io, anche questa volta sono felice di viverla insieme a te.

CyberSorellanza

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cybersorellanzadi Irene Auletta

Da tempo torna a farmi visita la nozione di sorellanza che mi ritrovo a condividere con diverse amiche e colleghe, a fianco di storie e progetti comuni.

A volte è come essere cullate dalle onde di un mare quieto altre, come in questi giorni, è come un paesaggio con nuvole all’orizzonte che minacciano un temporale. Condivido, con un gruppo di mamme, storie simili legate alle peculiarità dei nostri figli che, anche per alleggerire il peso del nostro amore, ogni tanto definiamo pazzerelli.

In questi giorni però nelle nostre parole non c’è allegria perché vicende tristi di una storia che ci assomiglia, ci tolgono la voglia di essere leggere. Un figlio malato, intrappolato nelle ombre tra la vita e la morte, è forse la peggiore delle esperienze riservate ad una persona. Non è naturale vedere un figlio che soffre così, me lo disse anni fa mia madre tra le lacrime nei giorni di perdita del mio caro fratello.

Noi, madri di figli diversi, consapevoli di condividere lo stesso sentimento con le altre madri, ci sentiamo più vulnerabili rispetto a possibili sgambetti del destino, perché ogni giorno ne sperimentiamo l’incertezza e la precarietà.

Così, nei nostri messaggi passano parole di speranza, di sostegno, di paure tenute segrete nei cassetti che apriamo per noi, per dare luce a quel filo rosso che partendo da Palermo, attraversa il nostro paese fino ad arrivare nella mia città.

Le nuove forme di comunicazione permettono miracoli e oggi sento strette nelle mie altre mani lontane chilometri. Possiamo solo pregare, ognuno a suo modo e sperare che il calore di questa energia arrivi anche lì, a stringere la mano della persona a cui in questi giorni rivolgiamo pensieri e battiti del cuore.

Figli tra le braccia

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figli tra le braccia 1di Irene Auletta

Mi fai sempre una grande tenerezza quando ti avvicini e, quasi alla mia stessa altezza, alzi le braccia in alto con quel tipico comportamento infantile che sostituisce la domanda mi prendi in braccio? Crescendo accade sempre più raramente ma non per questo è venuto meno il tuo piacere di rifugiarti fra le braccia per farti coccolare, consolare o anche solo semplicemente accogliere.

Le giovani madri sperimentano questa emozione con i figli piccoli e, con il passare del tempo, forse dimenticano quel delicato dialogo che passa attraverso un contatto unico, antico e profondo.

Noi e tanti altri genitori, insieme alle fatiche e ad una realtà che pare non evolvere mai, abbiamo la possibilità di non interrompere tali fili delicati, a testimonianza di quell’intimità di comunicazioni d’amore trattenute in un cofanetto di gesti appartenenti ad un’infanzia perenne.

Certo, ora che sei cresciuta, sono cresciute anche le forme di quel contatto richiesto a sostituzione di tutte le parole mancate. Da anni ti permetto di sederti sulle mie ginocchia esplicitandoti che non posso più prenderti in braccio come quando eri piccola. Lo sai che anche a me piaceva tanto sedermi in braccio alla mia nonna? Te l’ho già raccontato di quella volta che, a quasi sette anni, sono stata rimproverata dalla bisnonna proprio per questo motivo?

Ritrovo queste tracce nelle mie emozioni e nei miei ricordi e penso che se oggi la nonna fosse ancora tra noi, potresti trovare un rifugio accogliente e sicuro anche da quelle parti. Ma lasciala stare ‘ma che a me fa piacere tenerla in braccio. E’ il nostro modo di raccontarci le storie e se Irene vorrà sedersi sulle mie gambe anche quando sarà grande io sarò contenta!

Mi accorgo spesso che raccontandoti riemergono ricordi rimasti nascosti a lungo chissà dove e mi piace continuare a farlo per gustarmi quelle storie che non potrò mai consegnarti e che sono destinate a vivere nel presente del nostro incontro.

Stamane ti svegli ballerina e fai prove con il corpo sperimentando la sensazione di scivolo favorita dalle nuove calze che indossi. Gesti da piccola in un corpo grande, quel perenne contrasto che trattiene intrecciato un unico sentimento di tenerezza e malinconia. Rispondo al tuo abbraccio raccontandoti che nei prossimi giorni ci saranno cambiamenti importanti e ti stringo forte quasi a voler rassicurare entrambe.

Tu vai felice e io so che le mie braccia saranno qui ad aspettarti. Sempre.

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