Questione di punti

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punto-di-domandadi Irene Auletta

Ne avete mai incrociati anche voi di quei personaggi che, dopo poche ore o giorni di conoscenza, esibiscono certezze proprio laddove voi, dopo anni, brancolate ancora tra le ombre? Io ne ho incontrati parecchi, sia nella cerchia professionale che in quella più delicata della mia vita privata e devo riconoscere, che se in passato mi creavano diversi pruriti, ora sto imparando a osservarli da una certa distanza.

Proprio da questa prospettiva non vedo più persone sicure, dotate di fine intelligenza intuitiva e capaci in un attimo di capire tutto, ma solo insicurezza, superbia, superficialità e sovente, tanta ma tanta ignoranza.

Si signora, è chiaro che suo figlio si comporta così perché … Quella madre non sarà mai capace di attenzioni diverse….  I due genitori sono irrecuperabili… Più di così con quel tipo di disabilità, non è possibile fare … E via di questo passo a raccogliere sentenze più che valutazioni, giudizi vuoti più che pensieri ancorati seriamente alla realtà e a un qualche sapere.

Anni fa tacevo, per inesperienza e giovane età. Ora basta. Ho scelto di fare una professione che mi porta a contatto con le persone e con le loro storie, con operatori impegnati quotidianamente in un lavoro educativo, in un mondo dove parlare di educazione non è solo un vezzo ma un valore imprescindibile di ciascuna azione.

Qualche giorno fa, durante un convegno dedicato al tema della Narrazione, ho incontrato persone che da anni, e a vario titolo, lavorano con grande serietà nel mondo dei servizi rivolti alla persona e alla prima infanzia nello specifico. Ho sentito molte domande e riflessioni aperte, ho raccolto tante emozioni, ho avvertito quel sapore frizzante che solo la passione educativa fa riconoscere.

Non ci posso pensare che facevamo anche noi molti di questi lavori e ora il nulla! Non posso credere che tutto sia andato perso e che per molte colleghe lavorare con i bambini non sia più una ricchezza e il cuore del nostro lavoro. Ma cosa possiamo fare secondo te? Un’educatrice con cui ho lavorato per molto tempo anni fa, di fronte all’esperienza di altre colleghe esibita durante il convegno, non è riuscita a trattenere lacrime di dispiacere per ciò che non c’è più nella sua realtà e, di gioia, per quanto ancora è possibile fare altrove.

In occasioni come queste si incontrano sempre persone che anche dopo molti anni di professione sono ancora lì per imparare, riflettere, interrogare e confrontarsi e altre che devono esserci per raccogliere il minimo monteore di formazione obbligatorio, previsto dai loro servizi.

Non è necessario essere particolarmente perspicaci per riconoscerne le differenze. Per fortuna, nei miei incontri, le appartenenti alla prima categoria sono ancora la maggioranza e sono quelle che restituiscono ogni volta senso al mio lavoro. Le altre le vedo sempre più lontane, perse tra i loro punti esclamativi a rinforzarsi delle loro insipide certezze.

Il Dio delle cose minuscole

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sul filo della luna

di Irene Auletta

Sono anni che ci muoviamo alla ricerca di quelle piccole autonomie che ti permettano di stare meglio nella relazione con gli altri e, soprattutto, di poter determinare frammenti nelle storie che ti circondano.

Su questo fronte purtroppo abbiamo raccolto davvero pochissimo. In tutti questi anni è sicuramente cresciuta la tua curiosità, il desiderio di provare e sperimentare senza smettere mai di coltivare nei nostri vasi speciali i toni della meraviglia e dello stupore.

Su alcune dimensioni però dobbiamo riconoscere di essere ancora ai blocchi di partenza. Non c’è verso di farti fare qualcosa su richiesta o di farti attivare comportamenti spontanei su questioni legate alle tue piccole autonomie. Prendi pure quello che vuoi in frigo. Vai in bagno quando hai bisogno. Mi passi la maglietta?

Noi insistiamo tenacemente ma ci muoviamo smarriti di fronte alla scarsa chiarezza di alcune tue comunicazioni. Tanto appari presente, attenta, consapevole in talune circostanze, tanto in altre sembri abitare quel pianeta lontano, lontano di cui porti il bellissimo nome.

E così, in questi giorni riesci a stupirci attivando in due particolari occasioni quel comportamento spontaneo che abbiamo provato a suggerirti infinite volte. Tuo padre mi racconta che qualche giorno fa, mentre lui era in un’altra stanza, hai aperto il frigo, preso uno yogurt e ti sei seduta a tavola …. Ad aspettarlo? Stasera vai in bagno spontaneamente mentre io sto facendo altro e mi chiami per esprimermi chiaramente un tuo bisogno.

Ti sorrido senza enfatizzare troppo e nel frattempo mi accorgo che il cuore mi batte all’impazzata. Accadrà ancora domani? È scattato qualcosa di nuovo? Vuol dire che stai iniziando ad agire anche in queste occasioni quella tenacia e perseveranza che ti contraddistinguono sin dai primi giorni di vita?

Non importa mi dico, mentre ringrazio non so neppure chi di questa piccola grande novità. Forse qualcuno si prende a cuore anche tali enormità che agli occhi dei più appaiono minuscole e stasera, il suo sguardo è rivolto a noi.

S-GRIDA-RE

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post Nadia 2di Nadia Ferrari

Ho sgridato mia madre si. L’ho fatto “forte” proprio come si fa con i bambini indisciplinati quando si é raggiunto il limite della sopportazione e dopo aver tollerato diverse torture. Uno s-grido! che potesse mettere fine. L’ho fatto prima crocifiggendola con i fatti, poi combattendo contro le sue bugie, le sue fughe, le sue sleali giustificazioni e resistenze ed infine, ammonendo e minacciando una più severa punizione (fantasmatica e impraticabile) se le cose non fossero immediatamente migliorate.

L’ho fatto senza alcuna delicatezza spinta dalla furia, sono stata informata dei suoi litigi e atteggiamenti sociali scorretti verso altre persone anziane e senza sentire ragioni sono scoppiata. Ancora? Ancora problemi? L’ho fatto in realtà non proprio così facilmente, prima dell’esplosione ho attraversato la sorpresa (mia madre ha sempre avuto il dono di sorprendermi, più verosimilmente di allibirmi) poi l’incredulità ed infine la vergogna.

Ecco la vergogna. Una vergogna complessiva a più dimensioni verso di te mamma per come sei fatta o per la mia impossibilità di identificarmi in una anche minuscola parte del tuo carattere; e verso la ricaduta delle tue azioni sugli altri. Quando invecchiano non li si riconosce più, non si sa come trattarli e ci si attacca alla infinita serie di luoghi comuni che soli abitano le nostre interpretazioni: “tornano bambini, fanno i capricci, diventano egoisti, bisogna sgridarli”. Diventano… ritornano… restano… Come se la cosa non ci riguardasse. Sarebbe più corretto usare i verbi in prima persona: diventiamo… ritorniamo … scatterebbe forse anche in me un minimo di empatia.

La verità è che noi mamma non ci riconosciamo e non siamo riconoscenti. Le argomentazioni che mia madre dà dei suoi comportamenti sono desuete, démodé, sono scadute. Non è nemmeno escluso che una volta andavano bene: forse nel suo tempo, nel suo contesto, nel suo mondo si poteva litigare ed offendersi con più leggerezza.

Mia madre ha 84 anni l’ho sgridata “forte” per delle azioni alle quali io non ero presente. Ho infilato una dietro l’altra azioni pedagogiche di sicuro insuccesso lo so. Ad una certa età ti tocca educare tua madre? tocca a me farlo? E’ legittimo accompagnarla così nella fase finale della vita? Domande aperte nella loro chiusura: intesa come combinazione che permetterebbe di vincere la partita.

La vergogna dà un dolore profondo e mina l’identità, dopo averla sgridata “forte” ora, distolgo lo sguardo quando incrocio i suoi occhi desolati e lo abbasso quando entrando al Centro incrocio quello del personale che la accudisce in mia assenza. Si può spiegare la vergogna come eccesso di difesa?

Sono stata sulla difensiva mamma non ti ho compreso e non ti ho difeso… Non l’ho fatto non solo perché tu sei indifendibile ma perché io ho smarrito il valore di ciò che stavo difendendo. Avrei forse dovuto uscire allo scoperto, osare, riconoscere che la vita è comunque è sempre una sfida e provare ad investire energia ancora su di noi ma riuscirò mai a chiudere le crepe con dell’oro rendendole preziose?

Forse sono ancora in tempo.

Mondi in volo

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Figli con le ali

di Irene Auletta

Ancora oggi non ci conosciamo di persona e i nostri primi contatti sono nati attraverso Facebook e gli scambi relativi ai miei post pubblicati su questo Blog. Il 16 ottobre del 2013 (potenza delle tracce scritte!) ricevo un tuo messaggio privato in cui mi proponi di leggere un tuo racconto. Mi colpisce subito la delicatezza della tua domanda e accolgo la richiesta sperando di poter offrire un contributo significativo.

Mi ritrovo qualche giorno dopo a leggere la tua storia che in molte sfumature riflette la mia. Osservo tra le pagine la crescita di tua figlia e della vostra relazione, sorridendo per quelle vostre piccole grandi conquiste e sentendo una strizzata al cuore di fronte alle delusioni e allo sconforto.

I miei timori di trovarmi di fronte ad una narrazione troppo intimistica, svaniscono sin dalle prime pagine e mi scopro a leggerti in un soffio con grande emozione, tornando dopo qualche giorno a rileggerti per gustare con maggiore quiete l’onda del tuo narrare.

Proprio di recente il tuo libro è stato pubblicato e fra pochi giorni farai la prima presentazione a Palermo, nella tua città, proprio mentre insieme ad altre madri stiamo cercando di organizzare prossimi momenti di incontro anche nelle nostre città, sparse tra Nord, Centro e Sud. Immagino la tua emozione e anche la gioia per la realizzazione di un progetto che si è preso tempo per crescere e maturare, esattamente come accade ai nostri figli.

Mi hai fatto un bel dono chiedendomi di scriverne una breve presentazione e spero che le mie parole introducano il lettore nell’avventura della storia, permettendogli di incontrare la tua nella sua unicità, pur nel riconoscimento di molte sfumature familiari.

Non ci conosciamo ancora di persona e sono certa che accadrà a breve, ma quando le nostre mani si stringeranno sapremo con certezza di esserci già scambiate mondi.

Grazie Fiorella e buona fortuna!

Lo vedi che la cosa è reciproca?

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furio2di Irene Auletta

Ve la ricordate la citazione di Carlo Verdone in una delle sue scene comiche tra le più amare ed esilaranti? Ecco, oggi ho evocato proprio quella, pensando a me come genitore.

Ho sempre immaginato che nei tuoi e nostri confronti potesse scattare una sorta di pregiudizio e di certo, avere a che fare con me e con tuo padre, nei nostri panni di genitori, non deve essere facile. Purtroppo per te, questo ti tocca.

Ma in questi giorni, proprio nel confronto con operatori che hai già incontrato o potresti incrociare sulla tua strada, mi sono resa conto del potere inverso del mio pregiudizio.

La cosa, parlando di servizi per la disabilità e di operatori, mi riguarda in modo molto forte e quando si incrocia con la mia storia di madre fa scintille. Forse per le tante storie incontrate, per le esperienze deludenti, per la paura di vederti riflessa laddove non vorrei mai.

Ne parlavo proprio oggi con Fiorella, una mamma che, come me, si è cimentata con il suo doppio ruolo nei panni di insegnante, misurandosi quotidianamente con le idee, i pensieri, i gesti e le considerazioni relative all’inserimento dei disabili nella scuola.

Devo riconoscere che gli anni di professione mi hanno insegnato a prendere distanza e a trattare quei commenti lapidari e giudicanti sulle persone, mi hanno fatto scoprire molte sorprese affatto prevedibili ad un primo sguardo superficiale, mi hanno dato la possibilità di incontrare molte esperienze ricche, importanti e di alta qualità.

Però, ora che i servizi li sto incontrando come genitore, so che devo trovare un nuovo equilibrio e non è strano che tuo padre, su tali aspetti, sia decisamente più sereno. Se avevo bisogno di un ulteriore conferma sulle nostre differenti visuali, eccola.

Solo di recente ho iniziato a non considerare la mia professione come un ulteriore handicap della nostra storia e ora so che, proprio grazie ad essa, posso orientare diversamente il mio sguardo e, anche solo per un attimo, mettere a riposo quell’emozione sconsiderata che mi fa tua madre. Quello che da questa prospettiva è possibile vedere a volte fa male ma, molto spesso, restituisce anche nuovi spiragli di luce e di possibilità.

Proprio quelli voglio continuare ad attraversare per tutelare te e il tuo diritto di imparare ma anche per proteggere me, da quelle derive che il dolore può trasformare in vite piene di astio e rancore.

Genitori e pizzichi

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di Irene Auletta

Mi è sempre piaciuto lavorare con i genitori e, posso dirlo con assoluta certezza, ho iniziato a farlo quando ancora non era di moda. Dedicando molto tempo ai servizi per la prima infanzia ho avuto modo di incontrare soprattutto madri che, negli anni, ho imparato a guardare e ascoltare, cogliendo quelle tante sfumature che sovente si perdono in passaggi frettolosi.

Ho visto che ha imparato a fare … Adesso è capace di … Ma è normale se fa questo? Ieri ha detto per la prima volta ‘mamma’ …. Cammina da una settimana. Sono le primissime battute di quell’incontro genitore e figlio che segneranno una storia intensa destinata a crescere, insieme ai suoi protagonisti principali.

Proprio ora, che il dolore si è fatto meno acuto mi accorgo che, anche grazie a questi incontri, negli anni ho raccolto e nutrito comprensione per me e per le madri e i padri che, sin dall’avvio della loro storia iniziano invece a fare i conti con ciò che manca, che è lento, in ritardo e che forse, non accadrà mai.

Ho sempre sostenuto a gran voce che i bambini e i ragazzi disabili sono molto altro di ciò che sanno fare e devo riconoscere che forse mi ha dato forza proprio l’impossibilità di accettare che la meraviglia del nostro incontro e tutta la sua complessità, potesse risolversi in quelle categorie di apprendimento che, appunto, riguardano chi incontra la vita non portandosi nel suo speciale zainetto una qualche disabilità.

La mia esperienza di genitore mi ha chiesto, necessariamente, di interrogare il ruolo e di prendere contatto con qualcosa che conoscono bene le persone che attraversano esperienze analoghe. Nel farlo, e nel confronto quotidiano con la mia ricerca professionale, ho ritrovato quei fili comuni che uniscono, quei toni caldi che accompagnano, quegli sguardi che raccontano incontri. Ho trovato storie di genitori.

Grazie per questo confronto, mi ha detto di recente una madre impegnata in un difficile momento con la figlia diciassettenne. Mi sono sentita davvero molto accolta e compresa. Posso farle una domanda personale … anche sua figlia frequenta il liceo?

A volte alcune domande aprono mondi, altre producono solo un piccolo pizzico al cuore. No, ho risposto, però è una bella maestra di opposizione e ogni giorno mi costringe a imparare qualcosa di nuovo!

Balliamo?

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balliamo?

di Irene Auletta

E anche oggi, al tuo arrivo a casa, eccola puntuale. Una serie di non voglio agita come sai fare tu e con quella tenacia che facilmente rischia di farmi scivolare in un corpo a corpo che, ogni volta, mi lascia con la sensazione di un vuoto. Oggi pomeriggio ai soliti rituali si aggiungerà anche lo shampoo. Urge un pensiero creativo per non arrivare a sera distrutta.

Protesti per salire a casa, per spogliarti, per andare in bagno e infine di fronte alla vasca, il tono della tua voce non lascia dubbi sul dissenso. Mentre ti lavo i capelli provo a raccontarti qualcosa ma percepisco subito che il nervoso aumenta e quindi opto per il silenzio.

Come andranno le tue giornate? Che prove devi affrontare? Come riesci a farti capire? Cosa vogliono dire le proteste che in questi giorni caratterizzano il nostro incontro al tuo rientro dal Centro?

Ecco, forse ho trovato la strada, la nostra solita ricetta magica. A operazione completata ti abbraccio forte, forte e in silenzio ti consolo solo con il pensiero. Angela, la nostra maestra Feldenkrais, ci ha insegnato il valore dell’immaginazione e dei suoi effetti subito percepiti nel corpo. Funzionerà anche in questo caso? Nella mente ti racconto di quanto ti capisco, di come a volte la tua rabbia mi racconta storie, di quella comprensione che nasce nella pancia e a volte neppure arriva alla testa.

E rimaniamo così per qualche minuto in silenzio, con il mio desiderio telepatico di raggiungerti in qualche modo e le tue braccia che mi stringono senza pausa. Dall’esterno forse appariamo bizzarre ma in assoluto silenzio mi accorgo che balliamo e giuro che sento una musica. La senti anche tu tesoro?

Sarà un buon pomeriggio.

Figli nel ricordo

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(In occasione della giornata internazionale della Sindrome di Angelman)

di Irene Auletta

Ci sono situazioni in cui le parole sembrano inutili e inopportune eppure, proprio nelle parole, si può trovare un modo per trasmettere pensieri, vicinanza e solidarietà. E così, di fronte alla possibilità di scrivere qualche riga per ricordare il piccolo Davide e la giovane Nicoletta, mi ritrovo a interrogare il senso delle parole e il bisogno di trovarne alcune capaci di parlare del dolore, della perdita, dell’amore, della speranza e della tenerezza del ricordo.

Ho visto mia madre perdere un figlio e, senza attingere alle frasi di circostanza che rischiano di banalizzare emozioni importanti, l’ho vista portare segni sulla carne che negli anni sono diventati al tempo stesso più leggeri e profondi. Quando ti muore un figlio perdi un pezzo di te stesso, mi ha detto una madre e io, in quel pezzo vuoto, ci sono cresciuta come figlia.

Come madre sono stata molto vicina alla perdita di mia figlia e, da allora, quell’esperienza drammatica ha cambiato per sempre la mia vita e il mio sguardo sul mondo. E’ con questa umiltà e delicatezza che provo a guardare il dolore individuale di quei genitori che chiede silenzio e rispetto e che forse trova un filo di respiro in quell’espressione di dolore collettivo di chi può sentire vicino perché la stessa storia potrebbe riguardarli.

Qualcuno ha detto “non so dove si va quando si muore ma so per certo dove si resta” ed è in questa certezza che il nostro cuore collettivo trattiene immagini, pensieri ed emozioni.

Farne dono può essere un modo per essere semplicemente vicini e oggi, nel ricordo di Davide e Nicoletta spero, come fanno i bambini, in un pensiero magico che trasformandosi in brezza leggera, possa portare carezze ai cuori dei loro cari che, ogni giorno, si misurano con la loro mancanza scaldandosi al calore del loro ricordo.

Tremori tremendi

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tremori tremendidi Irene Auletta

In questi ultimi giorni la si può quasi toccare con mano quella tensione che attraversa persone, luoghi e pensieri. Ho provato a chiudere gli occhi e a premere forte le mani sulle orecchie ma alla fine non ce l’ho fatta e, insieme a molti altri, ho dovuto vedere.

Così sono partita alla ricerca di significanti capaci di comprendere l’indicibile, di parole chiamate a dire il dolore e la paura, di battiti collettivi che hanno unito i cuori di tutto il paese.

Bambini piccoli e giovani disabili picchiati, umiliati, derisi e mortificati. Immagini inquietanti che sono entrate con prepotenza nelle case a violare quell’intimità che tante volte crediamo al sicuro.

Le parole e i commenti si sono rincorsi sul web e attraverso i vari mezzi di informazione alternando banalità e profondità, delusione e speranza, possibilità e sconforto. Insomma, si è detto di tutto e di più, come sovente accade in tali casi e in questi tempi un po’ barbari.

Molti cuori sono rimasti in sospeso, incapaci di trasformare i loro battiti in parole. La rabbia e il dolore si sono abbracciati stretti insieme alle tante mani che, anche a distanza, hanno provato a intrecciarsi per cercare forza nella solidarietà e nel bisogno di ritrovare sensi smarriti di fronte allo sgomento.

Ci vuole maggiore controllo! Bisogna mettere telecamere ovunque! Prenderli a manganellate questi disgraziati! Per fare certi lavori e occuparsi di persone così indifese ci vuole tanto amore!

Ecco, non so se mi ha disturbato di più l’idea delle manganellate o la diabetica dichiarazione sull’amore. Da tempi non sospetti penso che le competenze professionali possono e devono sostenere le fatiche e, ora più che mai, il dialogo continuo tra la madre e la pedagogista che sono, mi proietta ogni giorno verso l’urgenza di cercare e interrogare i saperi dei professionisti impegnati nella cura.

Non ho ancora capito cosa potrà voler dire per me quel Dopo di noi così carico di ansia e preoccupazione, ma so per certo cosa vuol dire per me oggi continuare a sostenere e nutrire quella cultura che, smettendola di enfatizzare i bisogni e le smancerie affettive, assuma sempre di più il coraggio di nominare e di rivendicare i diritti.

Dopo di noi, vorrei questo.

Punti ciechi

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di Igor Salomone

Se qualcuno tocca mio figlio, lo ammazzo. Quante volte l’ho pensato? Quante volte l’abbiamo pensato. Chi non l’ha mai fatto, chi non è mai stato sfiorato da questo moto di rabbia interiore? Se c’è scagli la prima pietra. Nessuno? eppure di pietre ne stanno volando parecchie in queste ore, in questi giorni. Succede sempre così.

Violenza genera violenza. E, di solito, in quantità maggiore. Alcune persone di una determinata categoria compiono atti tremendi, tutte le persone di quella categoria vanno controllate perché potenzialmente pericolose. E’ normale, lo so. Ci vuole un attimo a scatenare in ognuno gli istinti più primordiali, me compreso. Ho fantasticato più volte di avere per le mani un ipotetico aggressore di mia figlia, almeno cinque minuti, prima di doverlo consegnare alla polizia. Mi sono sorpreso molte volte a sentire dentro di me il germe di una violenza inaudita. Non credo di essere sbagliato, è un istinto primario, è l’altra faccia della cura che non è fatta solo di gesti dolci, morbidi, accoglienti. E’ fatta anche di denti digrignati, urla, morsi indirizzati a chiunque si permettesse di maltrattare chi amiamo.

E’ l’istinto.
Per questo occorre metterci di mezzo la testa. Anche perché, una volta sfoderati, denti, unghie e pugni non si sa mai contro chi se la prenderanno.

Ci vuole un attimo per rendersi conto, usando la testa, che la conseguenza della nostra rabbia va contro i nostri stessi desideri. Ci sono rimedi peggiori del male perché contribuiscono a farlo crescere. E’ già accaduto con il DDT prima e con gli antibiotici poi: abbiamo scoperto a nostre spese che più aumentavamo gli uni e gli altri per sconfiggere zanzare e batteri, più zanzare e batteri si facevano furbi mentre noi ci indebolivamo. Perché con le telecamere da Grande Fratello orwelliano dovrebbe essere diverso? Più ne mettiamo, più la violenza si fa furba, modifica le proprie strategie, impara a muoversi nascondendosi, sviluppa la capacità di esprimersi in forme meno o per nulla riconoscibili.

Girano filmati terribili sulle violenze in alcune scuole dell’infanzia e in alcuni centri per disabili o pazienti psichiatrici. Tutti quelli che chiedono a gran voce, e ne comprendo profondamente i sentimenti, di mettere telecamere ovunque, dimenticano che quei video sono stati possibili perché nessuno sapeva delle telecamere. Ma alla lunga non puoi nascondere ai batteri che fai uso di dosi sempre più massicce di antibiotici…
Vogliamo prevenire le violenze oppure che i violenti imparino a esserlo in modo più sottile?

Non firmerò nessuna petizione, quindi. Credo che le videoriprese debbano restare strumenti nelle mani degli inquirenti da attivare su precise segnalazioni. Altrimenti il prossimo passo sarà chiedere di installare webcam anche nelle abitazioni private. Dopotutto è un dato ormai acquisito che il luogo nel quale si consumano le peggiori violenze contro minori, disabili, anziani, persone mentalmente disturbate (e donne), sono le mura familiari. A meno di non credere che noi siamo gli unici ad avere il diritto di maltrattare i nostri cari.

Per il resto occorre cambiare sguardo e riconoscere che aver cura di qualcuno produce in egual misura empatia e aggressività. Lo sappiamo tutti, dobbiamo solo smettere di negarlo continuando a fantasticare un mondo buono come Il Mulino Bianco. Buttiamo nella spazzatura, magari nell’umido perché si può certamente riciclare, l’ideologia del buon cuore e dei buoni sentimenti e ammettiamo che l’altro, quando ha bisogno di aiuto, spesso fa incazzare. E’ il primo passo per imparare a tenere sotto controllo la propria ira che, come tutti i vizi capitali, è sempre il prodotto di un eccesso di virtù.
Ed è anche il primo passo per chiedere che chi di cura si occupa per mestiere, venga formato a proteggere l’altro anche dai propri eccessi, imparando a controllare l’invadenza dei propri gesti, a chiedere aiuto al collega o a fornirglielo se è il momento di fermarsi o fermarlo, a fare un passo indietro quando è necessario.

Certo, per tutto questo occorre tempo e denaro. Ma probabilmente meno di quanto ne occorrerebbe per trasformare ogni luogo della cura nella peggior edizione del Big Brother sia mai andata in onda.

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