S-GRIDA-RE

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post Nadia 2di Nadia Ferrari

Ho sgridato mia madre si. L’ho fatto “forte” proprio come si fa con i bambini indisciplinati quando si é raggiunto il limite della sopportazione e dopo aver tollerato diverse torture. Uno s-grido! che potesse mettere fine. L’ho fatto prima crocifiggendola con i fatti, poi combattendo contro le sue bugie, le sue fughe, le sue sleali giustificazioni e resistenze ed infine, ammonendo e minacciando una più severa punizione (fantasmatica e impraticabile) se le cose non fossero immediatamente migliorate.

L’ho fatto senza alcuna delicatezza spinta dalla furia, sono stata informata dei suoi litigi e atteggiamenti sociali scorretti verso altre persone anziane e senza sentire ragioni sono scoppiata. Ancora? Ancora problemi? L’ho fatto in realtà non proprio così facilmente, prima dell’esplosione ho attraversato la sorpresa (mia madre ha sempre avuto il dono di sorprendermi, più verosimilmente di allibirmi) poi l’incredulità ed infine la vergogna.

Ecco la vergogna. Una vergogna complessiva a più dimensioni verso di te mamma per come sei fatta o per la mia impossibilità di identificarmi in una anche minuscola parte del tuo carattere; e verso la ricaduta delle tue azioni sugli altri. Quando invecchiano non li si riconosce più, non si sa come trattarli e ci si attacca alla infinita serie di luoghi comuni che soli abitano le nostre interpretazioni: “tornano bambini, fanno i capricci, diventano egoisti, bisogna sgridarli”. Diventano… ritornano… restano… Come se la cosa non ci riguardasse. Sarebbe più corretto usare i verbi in prima persona: diventiamo… ritorniamo … scatterebbe forse anche in me un minimo di empatia.

La verità è che noi mamma non ci riconosciamo e non siamo riconoscenti. Le argomentazioni che mia madre dà dei suoi comportamenti sono desuete, démodé, sono scadute. Non è nemmeno escluso che una volta andavano bene: forse nel suo tempo, nel suo contesto, nel suo mondo si poteva litigare ed offendersi con più leggerezza.

Mia madre ha 84 anni l’ho sgridata “forte” per delle azioni alle quali io non ero presente. Ho infilato una dietro l’altra azioni pedagogiche di sicuro insuccesso lo so. Ad una certa età ti tocca educare tua madre? tocca a me farlo? E’ legittimo accompagnarla così nella fase finale della vita? Domande aperte nella loro chiusura: intesa come combinazione che permetterebbe di vincere la partita.

La vergogna dà un dolore profondo e mina l’identità, dopo averla sgridata “forte” ora, distolgo lo sguardo quando incrocio i suoi occhi desolati e lo abbasso quando entrando al Centro incrocio quello del personale che la accudisce in mia assenza. Si può spiegare la vergogna come eccesso di difesa?

Sono stata sulla difensiva mamma non ti ho compreso e non ti ho difeso… Non l’ho fatto non solo perché tu sei indifendibile ma perché io ho smarrito il valore di ciò che stavo difendendo. Avrei forse dovuto uscire allo scoperto, osare, riconoscere che la vita è comunque è sempre una sfida e provare ad investire energia ancora su di noi ma riuscirò mai a chiudere le crepe con dell’oro rendendole preziose?

Forse sono ancora in tempo.

Danza o tiro alla fune?

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domande-e-risposte--illustrazione-astratta-a-base-di-domanda-e-punto-esclamativodi Irene Auletta

Sala d’attesa di un ambulatorio medico, di quelli frequentati periodicamente dalle donne, per quegli esami di controllo tanto importanti come prevenzione. Ho appena avuto uno scambio muto con una signora che, non accorgendosi della già avvenuta accettazione e della sola consegna di una ricevuta, mi passa oltre con un tono acido ricordando all’impegnato che il numero chiamato è il suo. Vabbè.

Mentre smanetto con il mio cellulare esce dall’ambulatorio, con un certo trambusto, una coppia madre e figlia. La ragazza borbotta trafficando con la maglietta e qualcosa che tiene nella mano inveendo contro chi le ha appena fatto un esame.

Ma che cazzo, che fastidio gli dava anche se lo tenevo! La madre cerca di spiegare con calma e per tutta risposta arriva ma secondo te, se una si rifà il seno deve ancora farla la mammografia? Ma che palle!

Osservando la scena e la ragazza semisdraiata sulla sedia, la colgo intenta a rimettersi il piercing all’ombelico. La fonte del suo disturbo è stata la richiesta di toglierlo da parte del medico che ha eseguito l’ecografia. La madre appare in chiara difficoltà di fronte a quella figlia adolescente, catalizzatrice dell’attenzione delle donne presenti nella sala d’attesa.

Ma tu lo sai cosa vuol dire avere un tumore al seno? La voce che irrompe gentilmente nella sala proviene da un’infermiera partecipe alla scena e che evidentemente si sente in dovere si dire qualcosa, anche solo per sostenere l’imbarazzante balbuzie genitoriale. Ecco. A questo punto potrebbe sollevarsi il coro dell’avrà fatto bene o no l’infermiera a intervenire? Ma io non sono interessata a questo tipo quesiti perché sono travolta, come sovente mi accade di fronte a situazioni simili, da altri interrogativi. Che fine hanno fatto gli adulti e la loro capacità di porre limiti, indicare confini e, in buona sostanza, contenere quelle schegge impazzite peculiari di un processo di crescita? Cosa avrei fatto in una situazione simile e come può essere aiutata una madre di fronte ad un simile impasse?

Forse anch’io avrei potuto trovarmi a vivere una medesima scena e in questi casi, dolorosamente, so che non avrò mai una risposta. Poi però penso a quello che cerco di insegnarti ogni giorno, ai tentativi falliti e alle piccole soddisfazioni. Penso alla mia tenacia nell’insistere e alla tua nel resistere e nell’imparare. Nelle nostre differenze non siamo molto diverse da altre coppie di madri e figlie.

Il compito educativo pone sempre di fronte a gioie e fatiche, salite e discese, soddisfazioni e delusioni. Bisogna solo scegliere se rimanere in pista oppure uscire, rinunciandoci. A noi la scelta.

A me piace ballare.

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