Je suis Giobbe

2 commenti

di Irene Auletta e Anna Maria Manzo

Con l’amica Anna Maria condividiamo l’avventura della maternità, gli incontri estivi e una chat con altre donne dove si alternano i nostri racconti di madri, pensieri sui nostri figli, aneddoti e riflessioni sulla vita, più o meno leggeri a seconda dei giorni e dei momenti. Proprio ieri di fronte ai pensieri di Anna Maria le ho proposto la scrittura di un post a quattro mani e così è iniziato il suo racconto.

“Avere la pazienza di Giobbe”. La frase viene usata nei confronti di coloro che ‘sono molto pazienti, sopportano con rassegnazione molestie, ingiustizie e tribolazioni‘. Giobbe, principale personaggio dell’omonimo libro della Bibbia, è la personificazione del giusto che soffre mentre i malvagi prosperano, e che tutto sopporta inchinandosi al volere di Dio. Ecco, molte volte mi sento un Giobbe in gonnella. Mi meraviglio io stessa della mia infinita pazienza. “Sarà nervosa perché ha dormito poco? Avrà qualche dolore? Le dovrà tornare il suo ciclo? È il cambio di stagione? Sono gli effetti collaterali delle nuove medicine?” Boh? Chi può dirlo?

E intanto ecco che accontentiamo tutti i tuoi desideri, anzi, non facciamo in tempo ad esaudirli che già se ne presentano subito di nuovi. Certo, la cosa strana è che quando sei “con i piedi sotto al tavolo” magari in pizzeria circondata da persone che ti garbano, i tuoi malesseri passano come per magia! Allora sono capricci! Prendi in giro tua madre che “si fa il sangue amaro” per accontentarti, per vederti serena e sorridente cara la mia figlia viziata dalla nascita! Come si esce da questo empasse? Come si può sopravvivere e vivere senza farsi condizionare dal tuo umore?

Chiedo aiuto all’esperta in cabina. Una madre come me che però si vuole più bene di me perché ha capito che per curare gli altri bisogna innanzitutto curare se stessi!

Che assist potente mi hai offerto Anna Maria! La sfida alla nostra pazienza è qualche cosa che tanto spesso attribuiamo ai nostri figli mentre, come tu ben sottolinei, è il risultato di quello che noi genitori siamo stati e siamo ancora oggi in grado di fare. Imparare a prendersi cura di sé, forse passa proprio da questo primo step che prova ad abbandonare i “se avessi fatto …” e accetta con umiltà ciò che si è agito, come realisticamente possibile.

Certo, quando i figli sono piccoli alcune cose ci stanno ed è anche un po’ più semplice riprendersi da qualche scivolata educativa. Il fatto è che i nostri figli sono ormai giovani donne e giovani uomini e gestire alcune loro bizze diventa assai più complesso, banalmente anche solo in rapporto al loro corpo adulto che rivendica una volontà, un desiderio, un bisogno impellente.  E allora che si fa?

Si, cara Anna Maria, bisogna tornare a prendersi tempo per sé, per raccogliere energie, per condividere nuove strategie, per smetterla di fare le onnipotenti, per permettere a qualcuno di prendersi cura di noi, per gustarsi momenti di leggerezza e di allegria. Può essere che questo produca qualche effetto sorpresa anche nei nostri figli e nel nostro giocarci nella relazione con loro in modo più leggero, più chiaro e forse anche meno pronte a quei ricatti affettivi che tutti i figli sanno fare, senza alcuna eccezione o particolare comprensione per i figli disabili. 

Eccola lì, la nostra gioia e il nostro dolore. Di cosa ci sentiamo sempre in colpa? Chi dobbiamo ancora salvare? Cos’altro vogliamo prenderci sulle spalle?

La vita ci ha già messo in scacco tante volte, ma sono certa che ci sono ancora tanti spazi di libertà e di respiro ampio che possiamo ritagliarci. Dipende solo da noi volerlo, mettendoci la medesima tenacia che ogni giorno mettiamo in campo nel nostro essere madri. Non so quanto potrà cambiare mia figlia e quanto la tua, ma sono certa di quanto ancora possiamo cambiare noi, ogni giorno un po’. 

Je suis optimiste!

Le ombre di domani

Lascia un commento

di Irene Auletta

Cosa strana, ti svegliamo noi mentre fuori è ancora buio. Non lo realizzi subito, ma quando usciamo il tuo buonumore è evidente perchè l’albeggiare segnala una novità che ti piace, in questa nostra partenza al sorgere del giorno.

Come facciamo a spiegarti quello che sta per accadere quando tu sfoggi il tuo migliore sorriso dedicato alle nostre uscite per gite fuori porta? Proviamo a raccontartelo ma senza troppo insistere, consapevoli che le parole possono disperdersi. L’arrivo in ospedale ti vede già seria e quando entriamo in camera il sospetto si legge nei tuoi occhi anche se l’umore sembra celare una reale consapevolezza dei prossimi eventi.

Come già accaduto in questi casi, il babbo ti accompagna fin dentro la sala operatoria e ti lascia solo quando l’incoscienza dell’anestetico ti porta in un mondo altro. La tua fragilità, proprio in quel momento, esplode quasi in mille scintille che ci raggiungono impotenti e in attesa del tuo ritorno.

Quando ti vedo arrivare, ancora incosciente, i pizzichi al cuore mi segnalano fiducia e così, io e tuo padre, rimaniamo al tuo fianco per tutto il tempo del risveglio che oscilla tra quell’onirica sedazione e la realtà che, pian piano, torna a farsi strada nella tua coscienza.

Naturalmente, appena torni Tu, in un’attimo ti strappi la flebo insieme all’evidente intenzione di uscire dalla stanza. 

Si, mi rendo perfettamente conto del fatto che per una ragazza come lei sarebbe meglio tornare a casa, ma purtroppo le nuove procedure sono queste. Solo due anni fa, nello stesso ospedale e per lo stesso intervento le cose stavano diversamente. La dottoressa, come se io non fossi lì a meno di un metro da lei, dice all’infermiera che fanno presto gli “altri”, che poi sono i suoi colleghi, a consigliare le dimissioni. Tanto poi è lei che deve firmare ed assumersi la responsabilità!

Se questo è il problema firmiamo, dico senza il minimo di esitazione, ma con quel peso che chiede una scelta rispetto alla quale vorremmo almeno essere rassicurati in merito alle condizioni sanitarie, peraltro di loro competenza. Si, è chiaro però, mi dice sempre la dottoressa in questione, che noi decliniamo qualsiasi responsabilità.

Usciamo e tu sei già più serena, seppur provata dall’esperienza. Non mi aspettavo una condivisione di responsabilità ma mi avrebbe fatto molto piacere una piccola rassicurazione. Cosa sarà cambiato in soli due anni? 

Penso a quanto, per le persone come te, si parla tanto del DopodiNoi e oggi mi accompagna una nuova domanda. Ma dopo di noi, chi avrà il coraggio di fare delle scelte pensando solo a te e non alla tutela di se stesso?

Il nuovo giorno porta quella luce che appare ancora più dolce perchè capace di dissolvere le ombre del cuore. Gli interrogativi per ora, insieme a me, possono riposarsi un attimo. Me ne occuperò domani.

Sognandoti

Lascia un commento


 

di Irene Auletta

Ed eccomi, per la seconda volta in vent’anni, a parlare pubblicamente di te e di me. Del nostro primo incontro e di quella storia che insieme stiamo costruendo, continuando a narrarla. 

Il contesto si rivela da subito caldo e accogliente e anche la platea mista di genitori ed operatori, risulta attenta e disponibile all’ascolto e a quel rimando di dialoghi ed emozioni che pian piano danno vita all’incontro.

Il moderatore entra immediatamente in sintonia con il clima e conduce  il dialogo a due, quello tra me e un padre invitato come me a testimoniare della sua esperienza, allargando alla platea pensieri e parole, quasi a formare quei cerchi concentrici provocati da un sasso lanciato nello stagno.

Raccontiamo delle nostre esperienze, differenti ma capaci di riconoscersi in tanti passaggi di vita, la nostra e quella dei nostri figli e mi stupisco della serenità che mi accompagna mentre osservo negli sguardi dei presenti l’effetto dei nostri racconti. 

Non penso che mi troverò tanto spesso ad attraversare contesti analoghi ma già mentre lo scrivo penso che da anni, silenziosamente, ti porto come me, parlando di te e di me e intrecciando l’esperienza della vita con quella professionale. Solo non lo faccio in modo così esplicito come oggi, mentre il pubblico mi guarda, come mamma di Luna.

Al termine dell’incontro diversi genitori mi avvicinano raccontandomi della loro storia e dei loro figli, quasi a volermeli presentare con un brevissimo racconto o con poche parole. 

Mentre l’ascoltavo mi sono ritrovata in tanti passaggi ma per l’emozione non sono riuscita ad intervenire, mi dice una mamma. Ho ripensato anch’io alla nascita di mia figlia, venticinque anni fa, ma mi fa ancora troppo male parlarne.

Penso a quando, ormai circa dieci anni fa, ho iniziato a scrivere di questa mia avventura e di come nel tempo questa possibilità è diventata quasi terapeutica per me e per diverse persone che assiduamente leggono i miei scritti. Un’altra mamma, lì in veste di operatrice, mi racconta di come pur avendo una figlia quasi tua coetanea ma senza alcun problema, si è ritrovata nelle mie riflessioni che le hanno anche permesso di pensare a quanto sovente finisce con l’essere più attenta alle cose che la figlia fa a discapito di quello che è.

Si figlia mia, di te ho raccontato proprio questo. Di quanto è stato crudele vederti descritta tante volte per tutto ciò che non sai fare e di quanto la tua bellezza, ostinatamente, ha saputo farsi largo per mostrare ogni giorno ciò che sei. 

La strada non è stata mai facile e temo che continuerà ad essere tale ma mentre penso a te oggi, scopro tanta leggerezza possibile, di quella che piace a noi due che sa guardare molto seriamente all’allegria per incontrare la vita.

Ma cosa hai pensato quando ti hanno comunicato la diagnosi?

Penso, e lo racconto, al titolo di quella bellissima poesia di Danilo Dolci, Ciascuno cresce solo se sognato.  E così penso al mio sogno infranto di allora e a quello che ancora oggi nutro e mi nutre, prendendosi cura di noi. E allora lo dico, mentre un sorriso si allarga nel cuore. 

Oggi sogno Luna, tutti i giorni.

SuperIperissimo

Lascia un commento

di Irene Auletta

Che viviamo in un’epoca iperbolica lo sappiamo bene tutti quanti ma forse poi ne rimaniamo talmente coinvolti dal non riconoscere quanto spesso ne siamo  intrappolati senza neppure accorgercene.

Da mio figlio questo proprio non me l’aspettavo. E’ stato davvero un disastro e ci sono stati giorni molto difficili. Un disastro … un disastro … L’espressione del viso è solo un rinforzo alle parole.

La persona che da voce a questo pensiero è una collega che conosco da molti anni e che di certo non è mai stata nota per le esagerazioni eppure, quello che lei racconta, a me pare rientrare “semplicemente” nella categoria delle cose spiacevoli che possono accadere. Come sovente mi accade, rimango qualche minuto indecisa sul dirle cosa ne penso realmente oppure tacere, assumendo la faccia di circostanza a cui sono ormai parecchio abituata. 

Non sono da meno quelle facili espressioni che esprimono commenti positivi o, se penso allo specifico delle relazioni con i bambini più piccoli, i rinnovati bravissimo, intelligentissimo, sensibilissimo a cui si aggiungono a pioggia campione, sei un grande, il numero uno e via di questo passo. 

Insieme all’iperbole compulsiva sembra smarrito il senso della misura nelle emozioni, negli accadimenti quotidiani, nelle relazioni. Ciò che fino a non molti anni fa era assolutamente normale oggi ha assunto quelle tinte di eccezionale che davvero mi lascia tante volte disorientata. 

Un esempio per tutti. I miei genitori mi hanno sostenuto affinché continuassi a studiare ma con la stessa chiarezza mi hanno sempre restituito che questa era una mia possibilità e un’occasione. Prendere o lasciare. Nessuna ola per i risultati raggiunti e quando oggi vedo i pomposi festeggiamenti per diplomi o lauree, non posso fare a mano di ricordare che in occasione dei miei traguardi scolastici né i miei genitori, né quelli dei miei compagni di ventura erano presenti ad un rito tutto nostro.

Quando non ci sono cavalli anche i ciucci vincono! 

Mi torna in mente spesso questo modo di dire di mia madre quando nel mio lavoro e nella vita incontro tanta mediocrità. Forse abbiamo tutti tanto bisogno di tornare ad assaporare il gusto del limite, della mancanza, dell’imperfezione, ma per farlo dobbiamo imparare ad abbassare i toni, non solo della voce ma anche dei significati.

Il tepore degli sguardi

Lascia un commento

 

 

di Irene Auletta

Ultimamente mi sono ritrovata a riflettere sui gesti delle madri. Su quelli che agiscono e quelli che ricevono, anche in termini di sguardi. Non ho potuto evitare di pensare a me e a tante madri che, come me, a fianco di figli disabili incontrano un mondo differente, anche nei gesti e negli sguardi. 

Ricordo ancora molto bene la sensazione di parecchi anni fa, quando  prestai le mie braccia al figlio piccolo di un’amica. Eravamo in giro a fare una passeggiata e, proprio per differenza dalla mia quotidiana esperienza di madre, mi colpirono molto gli sguardi aperti e sorridenti, i commenti piacevoli e i sorrisi. Niente di particolare o straordinario, si potrebbe pensare. Le altre madri conoscono molto bene queste reazioni, spesso femminili e può essere che proprio la familiarità con queste esperienze, le trasformi in normalità quotidiane.

Io invece appartengo a quella categoria di madri non abituate a sguardi gentili. Anche se il passare degli anni ha reso il fardello assai più leggero, ancora oggi racconto spesso del carico che mi riporto a casa ogni volta che esco con mia figlia. 

Curiosità, compassione, timore, paura, dispiacere. I primi anni vedevo solo questi. Oggi il panorama è decisamente più ricco e, a fianco di queste reazioni ed espressioni, ogni tanto intravedo dolcezza, tenerezza e stima. Certo, inosservate mai!

Strade lunghe e tortuose le nostre che ingaggiano noi madri pellegrine in percorsi di crescita, tra dolori e nuovi possibilità, sconforti e sorprese, conferme e apprendimenti inediti.

A noi tutte, per la nostra festa, voglio fare l’augurio di sentirsi ogni giorno più leggere,  con la speranza di uscire per strada e incontrare, sempre più di frequente, sguardi tiepidi.

L’eredità spezzata – Recensione n° 4

Lascia un commento

recensioni-1

Ricevo dall’amica Raffaella e, volentieri, pubblico

Molto più di un romanzo
di Raffaella Dellera

“L’eredità spezzata” è uno di quei libri che hanno gli ingredienti per piacermi: una saga familiare, un’ambientazione storica intensa e Milano, la mia città, descritta in un momento storico particolare e tanto presente da essere quasi un personaggio.

Questo romanzo mi ha regalato ben altro: quella sensazione, una volta finito, quasi di “nostalgia” per averne terminato la lettura, ma anche molti spunti di pensiero.

La “verità”: nel libro vi si fa cenno più volte. Una verità legata ad un mistero familiare, che trova nel finale una possibile chiave di lettura che non è una soluzione, LA soluzione.

Chiuso il libro mi sono chiesta chi mi ricordasse…. E mi è tornato in mente Pirandello, sia quello di “Così è se vi pare” che dei “Sei personaggi in cerca d’autore”: la ricerca della verità e l’offerta di uno spunto altro, diverso, umano e relativo.

L’altra “verità” di cui si trova eco è quella legata alla Storia, quella che fa da sfondo alla vicenda familiare.

Un gioco di specchi, tra passato e presente, che richiama un dilemma etico e politico ancora attuale: esisteva una “parte giusta” dalla quale stare? Insomma, luci e ombre, tratteggiate con forza nel personaggio di Laura, a mio avviso per nulla secondario.

La “verità” nella ricerca dell’identità personale e familiare, che è il cuore del racconto e che accompagna il lettore come se si trovasse lì, sulla scena, con i protagonisti.

“L’eredità spezzata” è un libro con il fascino incantato di un romanzo e la profonda ricchezza di pensiero di un saggio.

Strade possibili

Lascia un commento

 

di Luigina Marone

L’incontro con gli altri può metterti a disposizione la loro storia e, se l’altro lo desidera e tu sei disposto, anche ciò che è importante imparare nella vita.

Ricordo da sempre che il maestro Daniele a lezione di Feldenkrais restituisce con forza: ma eri pronta per alzarti? Fai con calma. Cercate di stare nel comodo e di non strafare. Il suo dire mi arriva quasi come una stonatura per noi che siamo abituati ad essere subito pronti ed efficienti per svolgere “il compito assegnato”, che siamo lontani dall’ascoltarci e dal rispettare i nostri tempi, se non quando il corpo è ko, stanco e stremato, o si ammala. Questo atteggiamento influenza anche il modo di scegliere come muoversi e in che modo.

L’ultima lezione di Feldenkrais di qualche giorno fa si presenta da subito “tosta”, la fatica sta nella concentrazione richiesta ad ascoltare piccoli movimenti del corpo e nel dover fare il meno possibile per lasciare fare al corpo il movimento, secondo il suo funzionamento. A dirlo così è da non crederci, sembra facile, dai cosa ci vuole? Ma provando, ci si può rendere conto che non è sufficiente dirsi di non fare di propria volontà e di lasciar fare a lui, al nostro corpo, perché ci sono sovrastrutture culturali che ci inducono ad altro. Immaginate che per arrivare a sperimentare solo cosa vuol dire e avvicinarsi a quell’idea, noi partecipanti a quella lezione ci abbiamo messo un ora. 

Poi un brivido! Quello che vivo nel corpo e nella mente quando arriva una nuova scoperta sul mio funzionamento. Eccolo, funziona! Allungo il braccio e attendo che tutta la muscolatura sia pronta per sorreggerlo nell’alzata, senza fare fatica e assicurando di seguirlo con il respiro. Si il respiro, l’anima del movimento naturale e comodo. L’anima del vivere in armonia con sé  e gli altri.

Sarà che mi emoziona imparare cose nuove su di me, fare e rifare quando sento che è proprio quella la strada da intraprendere, quando arrivo a cogliere e percepire la natura dell’essere armonioso,  e vorrei proseguire all’infinito. Ed è proprio questa sensazione che mi aiuta nella costanza della pratica percepita come ricerca continua. Come dice Daniele, la meraviglia e’ sentire questo legame e questa intima conoscenza del proprio corpo, davvero a noi sconosciuto.

Mi sono chiesta: “sono queste le strade possibili anche nella vita?”. Forse. Se si impara a rispettarsi e a concedersi ciò che è possibile, non di più, dove la fatica deve essere equilibrata a ciò che si sta facendo, non di più, dove il limite può dialogare con ciò che è reale e non di più. Allora forse si può lasciar andare e far sì che le cose accadano, senza per forza dover mettere mano tutte le volte a ciò che si presenta, dando direzioni che esaudiscono a tutti i costi i propri desideri, le aspettative proprie e altrui.

Si, forse. Strade possibili che chiedono di destrutturare un pensiero culturale forte, sull’efficienza e l’efficacia, sul risultato da raggiungere a qualsiasi costo. E una sensazione mi accompagna, mi sembra strano, eppur può succedere, che siano nuove consapevolezze sul corpo, ad aiutarmi a sostenere e intravedere nel profondo il cambiamento di stile di vita.  Un sapere dal sapore antico, quello che alcuni popoli praticano per una vita sulla via della conoscenza. 

E dentro di me sento aprirsi un sorriso di piacevolezza!

Dillo a tuo padre

Lascia un commento

.

di Igor Salomone

Quinto appuntamento con le Pillole Pedagogiche. Cioè a metà, perchè mi sono dato l’obiettivo di arrivare sino a dieci, almeno per quanto riguarda gli Standard Educativi. Poi vedremo. Le Pillole serviranno anche per altri temi…

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

********************************
Ciao a tutti,

oggi parliamo di uno standard antico come il mondo e praticamente ubiquitario. Penso ci sia l’equivalente in ogni lingua esistente o esistita.

Del resto noi siamo animali parlanti e alleviamo da sempre la prole con la parola.  Educazione e linguaggio si sono evoluti insieme e gli standard educativi dovrebbero essere considerati patrimonio dell’Umanità e protetti dall’Unesco.

Quindi, anche se gli standard educativi abitano nel profondo del nostro cuore, spesso a nostra insaputa o contro la nostra volontà, dobbiamo guardarli con una certa indulgenza e un po’ di rispetto. Sia che li vogliamo tenere sotto controllo, sia che li vogliamo trasformare.

Dillo a tuo padre è uno standard pedagogico con varie sfaccettature. Innanzitutto c’è la variante di genere: dillo a tua madre. Poi ci sono le versioni più colloquiali: dillo a papà, dillo alla mamma, apparentemente più morbide e meno autoritarie. Tutte queste varianti, sono standard in modalità delega: dillo a…deciderà lui…o lei

Poi c’è la modalità minaccia: guarda che se non la smetti, oppure, guarda che se non fai, lo dico a tuo padre… o a tua madre.

La modalità minaccia è ovviamente più aggressiva, e fa leva sulla paura o sulla vergogna. Sulla paura quando minaccia delle conseguenze. In questo caso abbiamo la sottomodalità: rinvio a giudizio. Sulla vergogna quando minaccia di fare sapere ciò che si vorrebbe nascondere. E abbiamo quindi la sottomodalità delazione.

Lo standard pedagogico Dillo a tuo padre/madre funziona bene anche in modalità delega, detta anche Ponzio Pilato. Vuoi questa cosa? veditela con lui con lei, io me ne lavo le mani.

Però in questo standard non c’è soltanto la volontà di sbolognare una grana a qualcun altro o, peggio, quel po’ di cinismo vendicativo che pure alberga nel cuore dei genitori. C’è molto di più.

Dillo a tuo padre/tua madre oppure, lo dico a tuo padre/tua madre, segnala innanzitutto ai figli che i genitori sono due. Sembra banale, ma è facile dimenticarselo. Non che ci sono i genitori, che sono due. Ovvero, uno diverso dall’altro.

Delegare o minacciare l’intervento dell’altro genitore, fa a pugni con la convinzione diffusa secondo la quale l’educazione viene bene solo se siamo tutti d’accordo. Invece no.

Sopratutto nella modalità delega, Dillo a tuo padre/ a tua madre, indica il fatto che su alcune cose potremmo avere idee diverse, quindi è meglio che cambi interlocutore. Meglio per me che preferisco non esprimermi o, magari, meglio per te che puoi trovare più attenzione o meno severità. Oppure ancora meglio per noi (genitori) perchè tuo padre/tua madre sa tenere meglio in mano questa situazione e insegnarti quello che devi imparare in proposito.

Se non è semplice scaricabarile, questo standard parla anche di una alleanza e di una complicità tra i genitori. Certo, il mestiere dei figli è dividi et impera, ovvero ottenere dall’uno quello che non si riesce a ottenere dall’altro. Ma il loro bisogno è di misurarsi con strategie e stili  educativi diversi. Non certo di fare a pezzi lo slancio pedagogico dei genitori.

L’alleanza tra madre e padre non consiste nell’essere d’accordo su tutti gli obiettivi educativi, ma sul fatto che qualsiasi scelta debba avere degli obiettivi educativi. Anche se non sempre sono condivisi o anche se non sempre c’è accordo sulle strategie da adottare.

Lo standard Dillo a…parlane con… rende evidente questa dinamica.

Poi c’è la modalità minaccia con le due varianti rinvio a giudizio e delazione. Qui la faccenda si fa più delicata. La complicità tra genitori è perennemente in conflitto con la complicità  richiesta spesso dai figli a uno dei due. Richiesta legittima e anche pedagogicamente sensata.

Entra in campo il grande tema delle confidenze e dei segreti. Essere certi che la mamma dirà tutto al papà o il papà alla mamma, impedisce un rapporto di fiducia tra genitori e figli. Del resto, essere certi di poter dire o fare qualsiasi cosa con uno dei due genitori, perchè tanto l’altro non lo verrà a sapere, impedisce di avere fiducia nei loro rapporto. Ecco perchè la faccenda è delicata.

Il nostro standard odierno, se usato con prudenza, ci può venire in aiuto. Se i figli sanno che i genitori si parlano di ciò che i figli dicono e fanno, allora possono provare a confidare un segreto dicendo “però non dirlo a…”. Questa richiesta, apre una negoziazione, quindi è bene che venga formulata. Perchè permette di definire delle condizioni per mantenere il segreto. Tipo cosa dire e cosa no. Cosa è possibile tacere e cosa invece occorre che vada detto. Magari trovando insieme il modo.

Questo vale a maggior ragione per la modalità delazione. Se i figli combinano qualcosa che un genitore vede o viene a sapere e non vogliono che lo sappia anche l’altro, è sempre possibile definire insieme il cosa il quando e il come dirlo. In questo modo si può evitare la delazione, che non è mai un bell’insegnamento

E si può evitare anche la dinamica complementare del ricatto implicita nella variante

Non lo dico a tuo padre/tua madre, ma tu devi promettermi che…

 

Non sono mica tuo fratello

Lascia un commento

di Igor Salomone

E siamo alla quarta Pillola.

Intanto voglio ringraziare tutti gli amici che hanno voluto condividere questo video e questo post. Spero che andando avanti con la serie il numero delle condivisioni possa aumentare

Un grazie particolare va poi all’amico Franco Bastari. A partire dai suoi suggerimenti, ho fatto qualche piccola modifica scenica e di regia. Al di là di quello che riesco a dire, di certo sto imparando molto sul mezzo. Spero che i cambiamenti rendano più fruibile il video. Io sicuramente mi sto divertendo parecchio.

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

**************************

Ciao a tutti.

Questa pillola pedagogica, apre forse la serie degli standard desaparesidos. Anzi, lancio da subito un appello: chi di voi lo usa ancora?

E’ bene saperlo perchè potreste rientrare in un programma di protezione delle specie pedagogiche in via di estinzione.

Gli standard pedagogici, ovvero quei modi di dire, quelle frasi ripetitive che da figli abbiamo sentito più e più volte, in alcuni casi si insediano  nella mente e nel cuore per poi uscire a parti invertite dalla nostra bocca anche contro la nostra volontà. In altri casi, invece, appaiono scorie ormai smaltite di un passato irripetibile. Come, forse, il nostro standard odierno:

Non sono mica tuo fratello!

Non sono mica tuo fratello, perdonatemi la versione lombarda ma gli standard suonano spesso con accento locale, serve a rimettere i figli al loro posto.

Insomma, cos’è tutta questa confidenza? Abbassa i toni, giù le mani, modera il linguaggio. Insomma, impara a stare al mondo.

Che in effetti è un altro standard e ne parleremo in una prossima occasione.

Mi vengono in mente le immagini di quelle leonesse prese d’assalto dai loro cuccioli, viste innumerevoli volte tra una puntata di Quark e un documentario di Attenborough.

Le leonesse lasciano che i piccoli le mordicchino e le zampettino  sino al momento in cui con un ruggito, neanche troppo convinto, indicano ai pargoli un limite da non superare.

Facciamo così anche noi: Non sono mica tuo fratello! è uno di quei ruggiti.

Ci sono però in giro molti adulti presi d’assalto anche da un solo marmocchio, che potrebbe avere tipo da zero a 25 anni. Si lasciano tirare, spingere, assordare, perseguitare, trattare a male parole senza riuscire a trovare un argine alla sua furia.
Vien da pensare che il ruggito di quella leonessa, pacato e tutto sommato amorevole, sia andato perduto, sostituito da una lamentazione piagnucolosa e sconfitta,
dai, ma perchè fai così, smettila ti prego, per favore…

o, in altri casi, da scatti d’ira improvvisa e incontrollata che possono sfociare anche in atti di violenza estrema.

Certo, ruggire ai propri figli non sembra bello. Però non è bello neppure farsi sbranare da loro. Non è bello per i genitori e non è bello per i figli.

In fondo, Non sono mica tuo fratello, indica una presa di distanza. Significa che non siamo sullo stesso piano, che io sono sopra e tu sei sotto. Un modo per dire chi comanda, insomma. Possiamo giocare, possiamo discutere, ma alla fine decido io.

E tutto ciò, per la sensibilità pedagogica contemporanea, puzza di un autoritarismo stantio, improponibile.

La prossimità tra genitori e figli è aumentata di molto negli ultimi decenni. Più prossimità fisica, più cura del corpo affidata a entrambi i genitori, attenzione alle emozioni, marcatura stretta, giochi e attività condivise. Tutto questo riduce le distanze, ed è anche sollecitato da tutti ridurle. Poi però è più difficile ristabilirle.

La domanda quindi è: se siamo arrivati al punto di dire Non sono mica tuo fratello, cosa ha fatto pensare che potessimo esserlo?

Se non siamo fratelli, vuol dire che siamo qualcos’altro. Ma ribadire che siamo genitori, o per lo meno, adulti, oggi non basta più, perchè i rovesci educativi delle generazioni passate ci hanno lasciato con un ruolo di genitore, e di adulto, parecchio offuscati, con scarsa autorevolezza e del tutto privi di sex appeal.

Per essere qualcosa d’altro rispetto ai fratelli dei nostri figli, occorre avere uno spaziotempo da adulti diverso da quello condiviso con i figli, e al quale i figli non possano accedere.

E occorre  lasciare che i figli abbiano uno spaziotempo loro al quale non possiamo accedere noi.

Uno spazio tempo caratterizzato da discorsi, regole e persino luoghi  che appartengono agli uni e dal quale gli altri sono esclusi. E’ una questione di rispetto, non di egoismo e gelosia. E di responsabilità.

Senza il presidio di queste differenze, invece, il rischio diffuso è la colonizzazione unilaterale dello spaziotempo adulto da parte dei ragazzi e delle ragazze che inizia in tenerissima età con l’occupazione armata del letto coniugale.  Da lì in poi la strada è tutta in discesa.

Non si può parlare di qualsiasi cosa in qualsiasi momento con chiunque.
L’ambiente domestico non è una sala giochi globale tutta da usare a proprio piacimento.
La relazione familiare non è solo adulto-bambino ma anche bambino bambino e adulto adulto,
E queste sono tutte cose che vanno imparate.
E insegnate.

Assumendosi la responsabilità e anche, perchè no, la fierezza d’essere adulti.

Se non siamo fratelli, quindi, vuol dire che siamo qualcos’altro, ovvero io tuo padre/tua madre e tu mio/nostro figlio/a,

ma questa condizione deve essere visibile nelle cose che facciamo e diciamo e nel modo in cui le facciamo e le diciamo, altrimenti si riduce all’esibizione muscolare quando cerchiamo obbedienza.
E quasi sempre fallisce.

 

L’eredità spezzata – Recensioni n° 3 e 4

Lascia un commento

recensioni-1

di Igor Salomone

Raccolgo in questo post altre due recensioni, pubblicate anche su Amazon che mi hanno lusingato molto.

La prima è di Carmen Laterza, curatrice del sito Libroza.com, persona attenta e professionista precisa che ha curato l’editing del mio romanzo. Di parte direte voi, anche no. Alla fine Carmen non era affatto tenuta né a comprare né a rileggere il mio libro. Figuriamoci a fare una recensione su Amazon.

La seconda è arrivata su Facebook da parte di una persona che non conoscevo, Khoad Hogam. Ho capito poi trattarsi di uno pseudonimo che nasconde un’esperta di psicogenealogia. Sono corso immediatamente ad aggiornarmi e ora sto leggendo uno dei libri della sua fondatrice: La sindrome degli antenati. Ringrazio Khoad per la densità delle sue parole.

Buona lettura.

Una saga familiare appassionante
“L’eredità spezzata” è una saga familiare che appassiona, una storia che si dipana in luoghi ed epoche diverse per scoprire il segreto della famiglia Spadario, il cui nodo principale è il rapporto, profondo ma irrisolto, tra padri e figli. Soprattutto, però, “L’eredità spezzata” è un libro ben scritto, con frasi avvolgenti, scelte lessicali mai banali, salti temporali ben gestiti e un’alternanza di voci e di punti di vista che dimostra tutta l’esperienza dell’autore.
Se questo è il primo romanzo nella produzione letteraria di Igor Salomone, c’è dunque da augurarsi che sia solo il primo di tanti altri.
(Carmen Laterza)

Il filo d’Arianna della psicogenealogia
L’eredità spezzata: travolgente e compatta. Fuga singhiozzante, pause sinistre, vuoti che ne contengono altri, matrioska di significati. Il filo d’Arianna dellapsicogenialogia inoltra in un labirinto di domande, gravido di sensi multipli ed enigmatici come specchi. Un libro da leggere, animico e potente. Con-prende anche dove non si fa capire. Una storia, finalmente. Un ritmo da maestro per consegnarla, inesplosa, testimone di quella corsa che è di ognuno la vita.
(Khoad Hogam)

 

Older Entries Newer Entries