L’eredità spezzata – Recensione n° 4

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Ricevo dall’amica Raffaella e, volentieri, pubblico

Molto più di un romanzo
di Raffaella Dellera

“L’eredità spezzata” è uno di quei libri che hanno gli ingredienti per piacermi: una saga familiare, un’ambientazione storica intensa e Milano, la mia città, descritta in un momento storico particolare e tanto presente da essere quasi un personaggio.

Questo romanzo mi ha regalato ben altro: quella sensazione, una volta finito, quasi di “nostalgia” per averne terminato la lettura, ma anche molti spunti di pensiero.

La “verità”: nel libro vi si fa cenno più volte. Una verità legata ad un mistero familiare, che trova nel finale una possibile chiave di lettura che non è una soluzione, LA soluzione.

Chiuso il libro mi sono chiesta chi mi ricordasse…. E mi è tornato in mente Pirandello, sia quello di “Così è se vi pare” che dei “Sei personaggi in cerca d’autore”: la ricerca della verità e l’offerta di uno spunto altro, diverso, umano e relativo.

L’altra “verità” di cui si trova eco è quella legata alla Storia, quella che fa da sfondo alla vicenda familiare.

Un gioco di specchi, tra passato e presente, che richiama un dilemma etico e politico ancora attuale: esisteva una “parte giusta” dalla quale stare? Insomma, luci e ombre, tratteggiate con forza nel personaggio di Laura, a mio avviso per nulla secondario.

La “verità” nella ricerca dell’identità personale e familiare, che è il cuore del racconto e che accompagna il lettore come se si trovasse lì, sulla scena, con i protagonisti.

“L’eredità spezzata” è un libro con il fascino incantato di un romanzo e la profonda ricchezza di pensiero di un saggio.

L’eredità spezzata – Recensioni n° 3 e 4

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di Igor Salomone

Raccolgo in questo post altre due recensioni, pubblicate anche su Amazon che mi hanno lusingato molto.

La prima è di Carmen Laterza, curatrice del sito Libroza.com, persona attenta e professionista precisa che ha curato l’editing del mio romanzo. Di parte direte voi, anche no. Alla fine Carmen non era affatto tenuta né a comprare né a rileggere il mio libro. Figuriamoci a fare una recensione su Amazon.

La seconda è arrivata su Facebook da parte di una persona che non conoscevo, Khoad Hogam. Ho capito poi trattarsi di uno pseudonimo che nasconde un’esperta di psicogenealogia. Sono corso immediatamente ad aggiornarmi e ora sto leggendo uno dei libri della sua fondatrice: La sindrome degli antenati. Ringrazio Khoad per la densità delle sue parole.

Buona lettura.

Una saga familiare appassionante
“L’eredità spezzata” è una saga familiare che appassiona, una storia che si dipana in luoghi ed epoche diverse per scoprire il segreto della famiglia Spadario, il cui nodo principale è il rapporto, profondo ma irrisolto, tra padri e figli. Soprattutto, però, “L’eredità spezzata” è un libro ben scritto, con frasi avvolgenti, scelte lessicali mai banali, salti temporali ben gestiti e un’alternanza di voci e di punti di vista che dimostra tutta l’esperienza dell’autore.
Se questo è il primo romanzo nella produzione letteraria di Igor Salomone, c’è dunque da augurarsi che sia solo il primo di tanti altri.
(Carmen Laterza)

Il filo d’Arianna della psicogenealogia
L’eredità spezzata: travolgente e compatta. Fuga singhiozzante, pause sinistre, vuoti che ne contengono altri, matrioska di significati. Il filo d’Arianna dellapsicogenialogia inoltra in un labirinto di domande, gravido di sensi multipli ed enigmatici come specchi. Un libro da leggere, animico e potente. Con-prende anche dove non si fa capire. Una storia, finalmente. Un ritmo da maestro per consegnarla, inesplosa, testimone di quella corsa che è di ognuno la vita.
(Khoad Hogam)

 

L’eredità spezzata – Recensione n°2

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di Igor Salomone

Ecco la seconda recensione al mio romanzo L’eredità spezzata da parte dell’amico Davide Locastro. Pubblicata sulla sua bacheca Fb, mi è sembrato giusto dargli spazio anche sul blog. Grazie Davide, come ti ho risposto il giorno in cui l’hai pubblicata, per averlo letto e per avermi restituito il tuo prezioso sguardo. Nelle tue parole ho ritrovato le mie. Quelle del romanzo e quelle della vita.

La prima recensione la trovate qui

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“Ci sono libri che restano per il talento immenso di chi li ha scritti; altri restano per la potenza della storia che raccontano; altri ancora per le emozioni che trasmettono, per il segno che riescono a lasciare in chi legge.
Igor di talento ne ha, anche se è dal vivo, nella realtà di una relazione fatta di corpo, gesti, sguardi, voce, a volte lacrime e sudore, che ha costruito quello che per me (e per molti altri) è il suo personale mito. La storia c’è, anche se è una non storia, fatta di silenzi, vuoti mai riempiti, cose non dette; una storia non è fatta solo di ciò che accade, ma anche (e soprattutto) di ciò che non accade, di ciò che sarebbe potuto accadere. E poi ci sono le emozioni, quelle raccontate, che appartengono al romanzo e a quelle di chi legge o, meglio, a quelle che nascono dall’incontro della storia con il suo lettore.
L’eredità spezzata è un libro dentro ad un altro libro; è la costruzione di un’eredità negata e tuttavia presente; è la storia di padri che generano figli e diventano a loro volta padri e della loro incapacità di lasciare un segno che diventi storia.
Ho letto questo libro con occhi di padre. L’ho letto pensando a mio padre e a mio figlio. Lasceremo comunque un’eredità, che lo vogliamo oppure no.”

Davide Locastro

Boss nella culla

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di Igor Salomone

Bel film Baby boss. Uno di quelli che dal trailer ti sembra un po’ stupidino, ci vai giusto perchè piove e tua figlia tutti gli altri li ha già visti. E invece ti stupisce sin dalle prime sequenze.

E’ sapiente il modo in cui il regista (lo stesso di Madagascar e Megamind) immerge sin dall’inizio lo spettatore nel fantastico ed eroico mondo immaginario del protagonista-narratore, che non è il Boss, ma suo fratello maggiore, quello che lo vede piombare inaspettato e indesiderato nel “triangolo perfetto” primogenito-madre-padre, facendolo a pezzi.

Il film è una cipolla e va sfogliato strato per strato. In battuta il tema è la fatica di un figlio di accettare l’arrivo di un fratello. Molto ben descritta, gustosa e divertente. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. C’è molta immaginazione nel racconto del bambino in crisi da abbandono affettivo, costretto a dividere l’amore con il nuovo arrivato, un amore in quantità limitata che il baby per sua natura consuma a piene mani lasciandone pochissimo a chi era arrivato prima di lui (“Sei vecchio!” gli dice il baby parlante).

Ma tra le pieghe dell’immaginario infantile si intravedono fatti estremamente concreti. Una casa che si trasforma radicalmente saturando ogni angolo con la presenza del neonato e dei mille oggetti che riempiono il mondo familiare dopo il suo arrivo. Due genitori perennemente in corsa (fantastica la sequenza in cui il ragazzino se ne sta attonito in mezzo al corridoio mentre madre e padre entrano ed escono dalle stanze sotto forme di scie tipo Flash Gordon con le braccia cariche di biberon, giochini, pannolini, pappe, tutine). Geniale la festa dei neonati trasformata in un meeting. Estremamente efficace la descrizione di una coppia genitoriale che trasforma il nuovo arrivato nel centro di gravità attorno al quale ruota ogni cosa. Nel Boss della situazione, appunto. E qui le reazioni del bambino più grande vanno sullo sfondo, il punto è cosa succede agli adulti quando perdono il senso della misura, lasciando che una cosa importante come la nascita di un nuovo figlio, trasformi il proprio mondo come se esistesse solo il figlio nuovo.

Ma ancora non siamo andati al cuore più profondo della storia che il film racconta.
Evitando gli spoiler, si può dire che l’intera narrazione attorno alla quale si snoda la pellicola è una sorta di spystory, in perfetta congruenza con l’immaginario del figlio maggiore, il cui esito è salvare il mondo dalla messa in commercio di un nuovo tipo di cagnolino destinato a mettere in crisi non i fratelli maggiori, ma l’esistenza stessa dei bambini: un cucciolo costruito per restare sempre un cucciolo e non crescere mai.

Perchè il vero problema dei bambini, è che smettono di essere tali nel giro di pochi anni, trasformandosi in antipatici e brufolosi adolescenti che fanno rimpiangere i tempi delle coccole e dell’affetto incondizionato. E il desiderio genitoriale rischia di trasfigurarsi in una sindrome di Peter Pan alla rovescia in cui la fantasia di restare bambini in eterno migra dal bambino all’adulto, mettendo a rischio, come racconta il film, non solo e non principalmente la salute mentale dei figli, ma la loro stessa esistenza e con essa il mondo.

Per fortuna però, sembra dirci questo film, i bambini esistono e la loro voglia di crescere assieme ci salverà.

Due padri a confronto tra le pagine

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 di Irene Auletta

In questi giorni mi circondano commenti, riflessioni, battute intorno a due testi che, in modo molto differente mi sono vicini.

Con occhi di padre di Igor Salomone, oggi in uscita, nella sua terza edizione con testi inediti e Zigulì di Massimiliano Verga al suo esordio.

Conosco gli autori e conosco i figli di cui parlano, quando si raccontano come padri.

Mi immagino questi due testi a confronto, intenti a parlarsi tra di loro e a raccontarsi storie di padri che vivono in comune l’esperienza con un figlio disabile.

Me li immagino incontrarsi su alcuni sentimenti e pensieri ed essere invece molto distanti rispetto ad atri. Più che distanti diversi, come l’esperienza che ciascuno narra di figli visti attraverso i loro aspetti che, diversamente, li caratterizzano.

Si, perchè l’espressione diversamente abile l’accetto solo se chi parla è disposto a presentarsi come “abile uguale a tutti gli altri” …. altrimenti non credo mi possa dire nulla di nuovo o di interessante.

Vale per i figli e vale per i genitori.

Igor e Massimiliano hanno scritto due libri che possono rappresentare una grande ricchezza per chi li riesce a incrociare dando valore alle differenze e agli sguardi complementari.

Il testo di Massimiliano mi ha fatto l’effetto che ho provato a una mostra che esponeva immagini dell’Olocauso. Un pugno nello stomaco. Diretto, immediato, forte, anzi fortissimo.

Leggere il libro di Igor mi ha invece ricordato le mie nuotate, il piacere di guardare i fondali con la maschera e di scoprire mondi inattesi, accompagnata da un respiro che a volte si fa corto per la sorpresa e a volte torna quieto per ciò che lo sguardo riesce a intravedere e a scoprire.

“Ti piace più il primo o più il secondo?” Impossibile rispondere, troppo diversi e troppo diversa la mia storia con loro.

Però penso di poterli consigliare entrambi, come possibilità di far nascere un nuovo dialogo “a tre”, insieme al lettore che avrà voglia di guardare foto e di immergersi nel mare.

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