Scomode verità di comodo

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di Igor Salomone

“Angelo annui controvoglia. Avrebbe preferito chiuderla lì, lasciando l’amico con i suoi dubbi, le sue domande e le sue cattive impressioni. Ma anche lui aveva visto un se stesso nuovo e inquietante. A questo punto la verità sui fatti svelati dal diario di suo padre e dalle lettere di suo zio era troppo rumorosa per poterla seppellire nuovamente e troppo cruda per poterla accettare. Avrebbe voluto ripudiare i lati oscuri di se stesso emersi in quella vicenda, ma gli appartenevano da sempre e lo sapeva. Erano solo nascosti molto bene e sarebbero restati tali ancora a lungo, magari per il resto della vita, se non si fosse realizzata quella miscela esplosiva di bombardamenti, macerie, morte, sciacallaggio, ricordi pesanti della propria adolescenza e racconti atroci sulla propria famiglia.”
(da L’eredità spezzata, cap 7, L’inseguimento)

Narrazioni familiari e verità di comodo. Chi non ha in valigia almeno qualcuna di queste verità? La vita di una famiglia è intessuta di storie. Quelle raccontate, quelle dette a mezza bocca con un misto di vergogna e timore, quelle taciute del tutto e quindi assordanti e, appunto, quelle di comodo.
Le storie di comodo si riconoscono dall’odore. Puzzano di artificioso. E anche dall’inquadratura. C’è sempre qualcosa fuori fuoco, o un particolare mancante, oppure di troppo. Insomma, lasciano perplessi gli spiriti inquieti, però acquietano chi preferisce accomodarsi su una qualche versione dei fatti rassicurante.
Anch’io ne ho diverse nel campionario familiare. E siccome appartengo alla razza degli spiriti inquieti, mi sono sempre state strette.
Però, lo devo ammettere, sono anche sempre state fonte di equilibrio.
Il conflitto interiore di Angelo, è anche il mio. Quando scoperchi non sai mai cosa trovi. E una volta che l’hai trovato, non puoi più far finta di averlo smarrito. E ti riguarda perchè è anche una tua storia.
Ancora una volta si tratta di scegliere tra un sereno oblio, finché dura e finché è sereno, e crescere, anche se non sai in che direzione.

Cover-EBOOK_Leredita-spezzata ridimensionata piccola   L’eredità spezzata è sia un libro cartaceo, sia un ebook. Può essere acquistato su Amazon e in ebook nelle principali librerie on line.
Può anche essere acquistato direttamente dall’Autore con un bonifico di 13 € compresi spese di spedizione e sconto sul prezzo di copertina (15 €) al seguente IBAN IT02H0558401601000000020023, precisando causale e indirizzo di spedizione.
Su richiesta la copia sarà autografata.

 

L’eredità spezzata – Recensione n° 4

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Ricevo dall’amica Raffaella e, volentieri, pubblico

Molto più di un romanzo
di Raffaella Dellera

“L’eredità spezzata” è uno di quei libri che hanno gli ingredienti per piacermi: una saga familiare, un’ambientazione storica intensa e Milano, la mia città, descritta in un momento storico particolare e tanto presente da essere quasi un personaggio.

Questo romanzo mi ha regalato ben altro: quella sensazione, una volta finito, quasi di “nostalgia” per averne terminato la lettura, ma anche molti spunti di pensiero.

La “verità”: nel libro vi si fa cenno più volte. Una verità legata ad un mistero familiare, che trova nel finale una possibile chiave di lettura che non è una soluzione, LA soluzione.

Chiuso il libro mi sono chiesta chi mi ricordasse…. E mi è tornato in mente Pirandello, sia quello di “Così è se vi pare” che dei “Sei personaggi in cerca d’autore”: la ricerca della verità e l’offerta di uno spunto altro, diverso, umano e relativo.

L’altra “verità” di cui si trova eco è quella legata alla Storia, quella che fa da sfondo alla vicenda familiare.

Un gioco di specchi, tra passato e presente, che richiama un dilemma etico e politico ancora attuale: esisteva una “parte giusta” dalla quale stare? Insomma, luci e ombre, tratteggiate con forza nel personaggio di Laura, a mio avviso per nulla secondario.

La “verità” nella ricerca dell’identità personale e familiare, che è il cuore del racconto e che accompagna il lettore come se si trovasse lì, sulla scena, con i protagonisti.

“L’eredità spezzata” è un libro con il fascino incantato di un romanzo e la profonda ricchezza di pensiero di un saggio.

Dillo a tuo padre

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di Igor Salomone

Quinto appuntamento con le Pillole Pedagogiche. Cioè a metà, perchè mi sono dato l’obiettivo di arrivare sino a dieci, almeno per quanto riguarda gli Standard Educativi. Poi vedremo. Le Pillole serviranno anche per altri temi…

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

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Ciao a tutti,

oggi parliamo di uno standard antico come il mondo e praticamente ubiquitario. Penso ci sia l’equivalente in ogni lingua esistente o esistita.

Del resto noi siamo animali parlanti e alleviamo da sempre la prole con la parola.  Educazione e linguaggio si sono evoluti insieme e gli standard educativi dovrebbero essere considerati patrimonio dell’Umanità e protetti dall’Unesco.

Quindi, anche se gli standard educativi abitano nel profondo del nostro cuore, spesso a nostra insaputa o contro la nostra volontà, dobbiamo guardarli con una certa indulgenza e un po’ di rispetto. Sia che li vogliamo tenere sotto controllo, sia che li vogliamo trasformare.

Dillo a tuo padre è uno standard pedagogico con varie sfaccettature. Innanzitutto c’è la variante di genere: dillo a tua madre. Poi ci sono le versioni più colloquiali: dillo a papà, dillo alla mamma, apparentemente più morbide e meno autoritarie. Tutte queste varianti, sono standard in modalità delega: dillo a…deciderà lui…o lei

Poi c’è la modalità minaccia: guarda che se non la smetti, oppure, guarda che se non fai, lo dico a tuo padre… o a tua madre.

La modalità minaccia è ovviamente più aggressiva, e fa leva sulla paura o sulla vergogna. Sulla paura quando minaccia delle conseguenze. In questo caso abbiamo la sottomodalità: rinvio a giudizio. Sulla vergogna quando minaccia di fare sapere ciò che si vorrebbe nascondere. E abbiamo quindi la sottomodalità delazione.

Lo standard pedagogico Dillo a tuo padre/madre funziona bene anche in modalità delega, detta anche Ponzio Pilato. Vuoi questa cosa? veditela con lui con lei, io me ne lavo le mani.

Però in questo standard non c’è soltanto la volontà di sbolognare una grana a qualcun altro o, peggio, quel po’ di cinismo vendicativo che pure alberga nel cuore dei genitori. C’è molto di più.

Dillo a tuo padre/tua madre oppure, lo dico a tuo padre/tua madre, segnala innanzitutto ai figli che i genitori sono due. Sembra banale, ma è facile dimenticarselo. Non che ci sono i genitori, che sono due. Ovvero, uno diverso dall’altro.

Delegare o minacciare l’intervento dell’altro genitore, fa a pugni con la convinzione diffusa secondo la quale l’educazione viene bene solo se siamo tutti d’accordo. Invece no.

Sopratutto nella modalità delega, Dillo a tuo padre/ a tua madre, indica il fatto che su alcune cose potremmo avere idee diverse, quindi è meglio che cambi interlocutore. Meglio per me che preferisco non esprimermi o, magari, meglio per te che puoi trovare più attenzione o meno severità. Oppure ancora meglio per noi (genitori) perchè tuo padre/tua madre sa tenere meglio in mano questa situazione e insegnarti quello che devi imparare in proposito.

Se non è semplice scaricabarile, questo standard parla anche di una alleanza e di una complicità tra i genitori. Certo, il mestiere dei figli è dividi et impera, ovvero ottenere dall’uno quello che non si riesce a ottenere dall’altro. Ma il loro bisogno è di misurarsi con strategie e stili  educativi diversi. Non certo di fare a pezzi lo slancio pedagogico dei genitori.

L’alleanza tra madre e padre non consiste nell’essere d’accordo su tutti gli obiettivi educativi, ma sul fatto che qualsiasi scelta debba avere degli obiettivi educativi. Anche se non sempre sono condivisi o anche se non sempre c’è accordo sulle strategie da adottare.

Lo standard Dillo a…parlane con… rende evidente questa dinamica.

Poi c’è la modalità minaccia con le due varianti rinvio a giudizio e delazione. Qui la faccenda si fa più delicata. La complicità tra genitori è perennemente in conflitto con la complicità  richiesta spesso dai figli a uno dei due. Richiesta legittima e anche pedagogicamente sensata.

Entra in campo il grande tema delle confidenze e dei segreti. Essere certi che la mamma dirà tutto al papà o il papà alla mamma, impedisce un rapporto di fiducia tra genitori e figli. Del resto, essere certi di poter dire o fare qualsiasi cosa con uno dei due genitori, perchè tanto l’altro non lo verrà a sapere, impedisce di avere fiducia nei loro rapporto. Ecco perchè la faccenda è delicata.

Il nostro standard odierno, se usato con prudenza, ci può venire in aiuto. Se i figli sanno che i genitori si parlano di ciò che i figli dicono e fanno, allora possono provare a confidare un segreto dicendo “però non dirlo a…”. Questa richiesta, apre una negoziazione, quindi è bene che venga formulata. Perchè permette di definire delle condizioni per mantenere il segreto. Tipo cosa dire e cosa no. Cosa è possibile tacere e cosa invece occorre che vada detto. Magari trovando insieme il modo.

Questo vale a maggior ragione per la modalità delazione. Se i figli combinano qualcosa che un genitore vede o viene a sapere e non vogliono che lo sappia anche l’altro, è sempre possibile definire insieme il cosa il quando e il come dirlo. In questo modo si può evitare la delazione, che non è mai un bell’insegnamento

E si può evitare anche la dinamica complementare del ricatto implicita nella variante

Non lo dico a tuo padre/tua madre, ma tu devi promettermi che…

 

Non sono mica tuo fratello

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di Igor Salomone

E siamo alla quarta Pillola.

Intanto voglio ringraziare tutti gli amici che hanno voluto condividere questo video e questo post. Spero che andando avanti con la serie il numero delle condivisioni possa aumentare

Un grazie particolare va poi all’amico Franco Bastari. A partire dai suoi suggerimenti, ho fatto qualche piccola modifica scenica e di regia. Al di là di quello che riesco a dire, di certo sto imparando molto sul mezzo. Spero che i cambiamenti rendano più fruibile il video. Io sicuramente mi sto divertendo parecchio.

Chi invece avesse perso le pillole precedenti, può trovarle seguendo questo link. Non hanno scadenza. Però, attenzione, tenetevi ben sintonizzati, prenderle tutte assieme per recuperare potrebbe procurare fastidiosi effetti collaterali…

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Ciao a tutti.

Questa pillola pedagogica, apre forse la serie degli standard desaparesidos. Anzi, lancio da subito un appello: chi di voi lo usa ancora?

E’ bene saperlo perchè potreste rientrare in un programma di protezione delle specie pedagogiche in via di estinzione.

Gli standard pedagogici, ovvero quei modi di dire, quelle frasi ripetitive che da figli abbiamo sentito più e più volte, in alcuni casi si insediano  nella mente e nel cuore per poi uscire a parti invertite dalla nostra bocca anche contro la nostra volontà. In altri casi, invece, appaiono scorie ormai smaltite di un passato irripetibile. Come, forse, il nostro standard odierno:

Non sono mica tuo fratello!

Non sono mica tuo fratello, perdonatemi la versione lombarda ma gli standard suonano spesso con accento locale, serve a rimettere i figli al loro posto.

Insomma, cos’è tutta questa confidenza? Abbassa i toni, giù le mani, modera il linguaggio. Insomma, impara a stare al mondo.

Che in effetti è un altro standard e ne parleremo in una prossima occasione.

Mi vengono in mente le immagini di quelle leonesse prese d’assalto dai loro cuccioli, viste innumerevoli volte tra una puntata di Quark e un documentario di Attenborough.

Le leonesse lasciano che i piccoli le mordicchino e le zampettino  sino al momento in cui con un ruggito, neanche troppo convinto, indicano ai pargoli un limite da non superare.

Facciamo così anche noi: Non sono mica tuo fratello! è uno di quei ruggiti.

Ci sono però in giro molti adulti presi d’assalto anche da un solo marmocchio, che potrebbe avere tipo da zero a 25 anni. Si lasciano tirare, spingere, assordare, perseguitare, trattare a male parole senza riuscire a trovare un argine alla sua furia.
Vien da pensare che il ruggito di quella leonessa, pacato e tutto sommato amorevole, sia andato perduto, sostituito da una lamentazione piagnucolosa e sconfitta,
dai, ma perchè fai così, smettila ti prego, per favore…

o, in altri casi, da scatti d’ira improvvisa e incontrollata che possono sfociare anche in atti di violenza estrema.

Certo, ruggire ai propri figli non sembra bello. Però non è bello neppure farsi sbranare da loro. Non è bello per i genitori e non è bello per i figli.

In fondo, Non sono mica tuo fratello, indica una presa di distanza. Significa che non siamo sullo stesso piano, che io sono sopra e tu sei sotto. Un modo per dire chi comanda, insomma. Possiamo giocare, possiamo discutere, ma alla fine decido io.

E tutto ciò, per la sensibilità pedagogica contemporanea, puzza di un autoritarismo stantio, improponibile.

La prossimità tra genitori e figli è aumentata di molto negli ultimi decenni. Più prossimità fisica, più cura del corpo affidata a entrambi i genitori, attenzione alle emozioni, marcatura stretta, giochi e attività condivise. Tutto questo riduce le distanze, ed è anche sollecitato da tutti ridurle. Poi però è più difficile ristabilirle.

La domanda quindi è: se siamo arrivati al punto di dire Non sono mica tuo fratello, cosa ha fatto pensare che potessimo esserlo?

Se non siamo fratelli, vuol dire che siamo qualcos’altro. Ma ribadire che siamo genitori, o per lo meno, adulti, oggi non basta più, perchè i rovesci educativi delle generazioni passate ci hanno lasciato con un ruolo di genitore, e di adulto, parecchio offuscati, con scarsa autorevolezza e del tutto privi di sex appeal.

Per essere qualcosa d’altro rispetto ai fratelli dei nostri figli, occorre avere uno spaziotempo da adulti diverso da quello condiviso con i figli, e al quale i figli non possano accedere.

E occorre  lasciare che i figli abbiano uno spaziotempo loro al quale non possiamo accedere noi.

Uno spazio tempo caratterizzato da discorsi, regole e persino luoghi  che appartengono agli uni e dal quale gli altri sono esclusi. E’ una questione di rispetto, non di egoismo e gelosia. E di responsabilità.

Senza il presidio di queste differenze, invece, il rischio diffuso è la colonizzazione unilaterale dello spaziotempo adulto da parte dei ragazzi e delle ragazze che inizia in tenerissima età con l’occupazione armata del letto coniugale.  Da lì in poi la strada è tutta in discesa.

Non si può parlare di qualsiasi cosa in qualsiasi momento con chiunque.
L’ambiente domestico non è una sala giochi globale tutta da usare a proprio piacimento.
La relazione familiare non è solo adulto-bambino ma anche bambino bambino e adulto adulto,
E queste sono tutte cose che vanno imparate.
E insegnate.

Assumendosi la responsabilità e anche, perchè no, la fierezza d’essere adulti.

Se non siamo fratelli, quindi, vuol dire che siamo qualcos’altro, ovvero io tuo padre/tua madre e tu mio/nostro figlio/a,

ma questa condizione deve essere visibile nelle cose che facciamo e diciamo e nel modo in cui le facciamo e le diciamo, altrimenti si riduce all’esibizione muscolare quando cerchiamo obbedienza.
E quasi sempre fallisce.

 

L’eredità spezzata – Recensioni n° 3 e 4

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di Igor Salomone

Raccolgo in questo post altre due recensioni, pubblicate anche su Amazon che mi hanno lusingato molto.

La prima è di Carmen Laterza, curatrice del sito Libroza.com, persona attenta e professionista precisa che ha curato l’editing del mio romanzo. Di parte direte voi, anche no. Alla fine Carmen non era affatto tenuta né a comprare né a rileggere il mio libro. Figuriamoci a fare una recensione su Amazon.

La seconda è arrivata su Facebook da parte di una persona che non conoscevo, Khoad Hogam. Ho capito poi trattarsi di uno pseudonimo che nasconde un’esperta di psicogenealogia. Sono corso immediatamente ad aggiornarmi e ora sto leggendo uno dei libri della sua fondatrice: La sindrome degli antenati. Ringrazio Khoad per la densità delle sue parole.

Buona lettura.

Una saga familiare appassionante
“L’eredità spezzata” è una saga familiare che appassiona, una storia che si dipana in luoghi ed epoche diverse per scoprire il segreto della famiglia Spadario, il cui nodo principale è il rapporto, profondo ma irrisolto, tra padri e figli. Soprattutto, però, “L’eredità spezzata” è un libro ben scritto, con frasi avvolgenti, scelte lessicali mai banali, salti temporali ben gestiti e un’alternanza di voci e di punti di vista che dimostra tutta l’esperienza dell’autore.
Se questo è il primo romanzo nella produzione letteraria di Igor Salomone, c’è dunque da augurarsi che sia solo il primo di tanti altri.
(Carmen Laterza)

Il filo d’Arianna della psicogenealogia
L’eredità spezzata: travolgente e compatta. Fuga singhiozzante, pause sinistre, vuoti che ne contengono altri, matrioska di significati. Il filo d’Arianna dellapsicogenialogia inoltra in un labirinto di domande, gravido di sensi multipli ed enigmatici come specchi. Un libro da leggere, animico e potente. Con-prende anche dove non si fa capire. Una storia, finalmente. Un ritmo da maestro per consegnarla, inesplosa, testimone di quella corsa che è di ognuno la vita.
(Khoad Hogam)

 

Quante volte te lo devo dire?!

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di Igor Salomone

Con questo post inizia la serie video di Pillole pedagogiche. Ho pensato che una serie di riflessioni brevi attorno alle questioni fondamentali dell’educazione quotidiana, potesse essere un buon modo per offrire il mio contributo a un pubblico allargato.

Del resto è una strada chi ho già intrapreso con la pubblicazione del mio romanzo L’eredità spezzata.
Godetevi il video, quindi, totalmente in autoproduzione e realizzato con il contributo amichevole di chi mi ha aiutato con le riprese e con la correzione dei testi. Se non avete tempo e voglia di seguire il video, oppure non avete preso appunti visionandolo… di seguito trovate il testo della Pillola.

Arrivederci alla prossima che sarà sullo Standard: Questa casa non è un albergo!

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Ciao a tutti,

oggi parliamo di “quante volte te lo devo dire”, uno degli Standard educativi più diffusi e conosciuti.

Avete presente quelle frasi sentite migliaia di volte sin dalla più tenera età? quelle stesse frasi che abbiamo giurato e spergiurato di non usare ma? frasi che, invece, ci possiedono ed escono inesorabilmente anche dalla nostra bocca

Ecco, quelle frasi sono gli Standard educativi a cui è dedicata questa serie delle Pillole pedagogiche. E “Quante volte te lo devo dire” è una di queste.

Con le sue varianti: “te l’avevo detto” “non ascolti mai quello che ti dico” “fai sempre di testa tua” e così via.

Da ragazzo mi infastidiva parecchio e dentro di me pensavo “anche basta, grazie”. Oggi penso sia in fondo una dichiarazione di fallimento. Se non funziona, perchè continuare a ripetere le cose? O stai dicendo la cosa sbagliata, o non la stai dicendo nel modo giusto.

In passato forse, “quante volte te lo devo dire” funzionava. Bastava aggiungere: “non te lo fare più ripetere” e l’inevitabile minaccia “altrimenti…”.

Ma una minaccia senza timore non è credibile. E incutere timore non è più pedagogicamente corretto.
Nonostante ciò, continuiamo a ripeterlo.

Le abitudini sono dure a morire, lasciamo che facciano capolino di quando in quando e ridiamoci un po’ sopra. Siamo sopravvissuti noi, sopravviverà anche chi ci ascolta, sopportandoci.

Però vi devo dire che a me questo standard piace, come tutti gli standard educativi del resto. Mi dispiacerebbe trattarlo come un tic da tollerare.

Abbiamo comunque ereditato questa frase. Se è un rudere, un vestigio del passato, una moneta fuori corso, perchè continuiamo a usarla? Forse c’è un valore intrinseco nel ripetere le cose che non dobbiamo sottovalutare.

Le cose vanno dette, non basta mostrarle. Se bastasse, parleremmo ancora a gesti e grugniti e non ci saremmo presi la briga di sviluppare un linguaggio.

L’educazione è (anche) Parola e quando ripetiamo “quante volte te lo devo dire”, puntiamo il dito su una storia di cose dette, magari malamente, ma che non vogliamo sia dimenticata.

C’è un elemento sacrale nel dire le cose perchè l’altro impari che non va buttato via con l’acqua sporca delle frasi fatte.

Forse dobbiamo solo imparare a dire le cose in un mododiverso. Il problema infatti non sta nel dire una cosa, ma nel ripeterla sempre nello stesso modo.

Oggi per esempio, è diffusa l’abitudine  di ripetere infinite spiegazioni come se spiegare fosse l’unico modo di dire qualcosa. Eppure ci sono un sacco di altre possibilità: raccontare, alludere, indicare, mostrare, chiedere, scrivere una lettera, disegnare, inviare un messaggio, lasciar scoprire.

Non potendo contare sul timore delle punizioni, occorre insomma arricchire i modi con cui ripetiamo le cose. E invece di ripetere per l’ennesima volta “quante volte te lo devo dire”, possiamo provare a chiedere: “in quali altri modi posso dirtelo”.

E a voi? capita spesso di usare questo standard? vi ricordate quando lo usavano con voi? ha funzionato qualche volta e se sì cosa l’ha fatto funzionare? Vorreste liberarvene o ci siete affezionati? quali sono le vostre varianti? in quanti modi diversi riuscite a dire le cose per ripeterle efficacemente?

Bene, per questa volta abbiamo finito. Vi saluto e vi do appuntamento alla prossima pillola. Ricordate, vanno assunte con regolarità.

L’eredità spezzata – Premiazione del secondo e lancio del terzo contest

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di Igor Salomone

Credevate me ne fossi scordato eh? o, peggio, che avrei fatto finta di nulla… E invece no! E’ arrivato il momento di premiare il secondo contest organizzato per il lancio del mio romanzo. Per chi ne avesse smarrito memoria, il concorso riguardava tutti coloro che avrebbero condiviso il post.

Purtroppo però, il notaio che doveva redigere il regolamento per l’estrazione dei tre fortunati vincitori ha cambiato nome, città, Paese, sesso. Di conseguenza ora non so come effettuare l’estrazione. Che, per correttezza, dovrebbe essere pubblica.

Pensa che ti ripensa, alla fine mi son detto che il blog e Facebook sono sufficientemente pubblici, quindi per addivenire alla premiazione del secondo contest, lancio il secondo-bis: la copia omaggio de L’eredità spezzata andrà ai primi tre finalisti che commenteranno e condivideranno questo post direttamente sul blog oppure su Facebook. I risultati saranno facilmente verificabili sia da una parte che dall’altra.

Terzo contest. Non avevo idea di quanto lavoro ci voglia per promuovere un libro. Alla fine, scriverlo è stata la cosa più facile. Ora sono impegnato con l’organizzazione delle presentazioni. Ho maturato una lunghissima esperienza di serate per portare in giro Con occhi di padre, credo di averne fatte circa un centinaio, quindi mi sono chiesto come avrei potuto presentare L’eredità spezzata in modo originale. E mi è venuta un’idea. Vediamo chi tra voi si avvicina di più all’idea che ho avuto. O che magari mi aiuta ad arricchirla. Anche in questo caso in palio una copia omaggio del romanzo e, mi voglio rovinare, un invito personale alla prima presentazione o, in alternativa, alla presentazione più vicina alla residenza del vincitore.

Astenersi perditempo e quelli che lo sanno già perchè gliene ho già parlato…

Elenco dei finalisti del secondo contest:

Monica Frullichini, Stefano Bonfanti, Laura Catalisano, Graziella Iacoponi, Monia Podda, Alessandro Curti, Claudio Persico, Cristina Cortesi, Davide Landoni, Pier Paolo Fabretti, Massimo Impiccini, Beatrice Conti, Rob PoinGuard Perillo, Lucia Marcuccio, Paola Stefanazzi, Chiara Marchisio, Luigina Marone, Salvatore Sepe, Guglielmo Landi, Anna Fortunato, Annalisa Falcone, Simona Ibba Testa, Cesarina Cattaneo, Giovanna Pasquini, Pietro Manfredi, Silvia Primucci, Donatella Bardelli, Davide Bessegato, Marco Trezzi, Sara Saretta Belotti, Cinzia Bettinaglio, Patty Ascari, Beatrice Conti, Elena Cristina Grassi, Massimo Potenzoni, Gregorio Querzoli, Veronica Arrigoni, Patrizia Sgualdi, Alberto Zatta, Paola Fabrizio, Nadia Andreina, Antonella Brambilla, Martina Ebbasta, Paola Eginardo, Elisa Benzi, Alice Tentori, Liliana Ghiringhelli, Paolo Nenzi, Marco Luigi, Anna di Figlia, Daniela Mignogna, Annalisa Grimoldi, Donatella Miscioscia, Clelia Nontiscrodardime, Nadia Di Luzio, Sguardiper, Anna Maria Manzo, Monica Simionato, Raffaella Dellera, Elisabetta Tenedini

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