Virtù in saldo

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Sollevare il figlio

di Igor Salomone

Mio padre mi ha insegnato che fare la cosa giusta non significa fare qualcosa di un po’ meno sbagliato degli altri.
Mio padre mi ha anche insegnato che essere migliore non vuol dire essere “il” migliore, e neppure meglio del peggio che mi sta attorno.
La virtù non può essere comparativa, e neppure superlativa, e nemmeno una somma algebrica con un segno “+” come risultato.
Ho passato l’intera infanzia, in effetti, a veder smantellate ogni sorta di giustificazioni.
Per questo con me non funzionano.
Sono diventato un esperto di fama mondiale in scuse, a forza di cercarne di sempre più sofisticate. Le conosco tutte. Allo stesso tempo, però, so cosa sono. So che giustificare un proprio comportamento a partire da quello altrui è il contrario di ogni forma di virtù. Ci si casca, certo, e spesso. Non si può mica essere sempre virtuosi. E la virtù non è uno stato, è una continua ricerca.
Per questo chi si proclama virtuoso senza se e senza ma, mi insospettisce.
Alla fine il più grande insegnamento di mio padre è che una scusa è una scusa. Può avere delle ragioni, ognuno ne cerca, ma nasconde sempre una debolezza e qualche lezione che deve ancora essere imparata.
La cosa più importante è riconoscerlo.
La cosa più grave è negarlo, trasformandola in un valore che gli altri devono rispettare.

L’umano e la condivisione della sofferenza

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Stralcio del mio intervento al convegno del 19 ottobre scorso F@reDiversamente a Lainate. Trovate tutti i riferimenti qui.

E poi la notte è diventata giorno

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di Irene Auletta

luci al mattinoStanotte ci siamo incontrate ancora, in uno dei nostri incontri che negli anni siamo riuscite a trasformare nella nostra speciale possibilità. Mentre intorno alle quattro di mattina sperimentavi assai curiosa un’interessante colazione fatta di biscotti che galleggiavano nel bicchiere del the, pensavo ad una recente conversazione avuta proprio a proposito dei problemi legati alla gestione del sonno da parte di genitori con bambini piccoli.

Non vedo l’ora che finisca. So che poi passa, ma mentre la vivo mi sembra di essere in un incubo!

Così mi dice una madre che, al terzo figlio, si ritrova immersa nella gestione di un momento che finora non le era ancora capitato di dover affrontare. Forse, in questo caso, la consapevolezza del cambiamento anziché essere di aiuto finisce con l’essere come un piede schiacciato sull’accelerazione della crescita, mostrando la fatica di sostare nei passaggi, anche gustandone e scoprendone sfumature inattese.

Un figlio che cresce molto lentamente e fa intravedere un orizzonte molto simile al presente, se non trascina in una crisi depressiva e di malinconia perenne, può essere un’interessante occasione per permettere al genitore di crescere insieme, lentamente, trovando nuove possibilità anche in quelle scene che sembrano ripetersi da anni sempre uguali.

Nell’ultima lezione Feldenkrais, l’insegnante ci ha guidato ad eseguire un movimento offrendoci l’immagine di una lentezza che sa aspettare. 

Attendere i tempi dell’altro, quando la crescita assume l’andamento a lumaca in un mondo di sfreccianti Ferrari, non vuol dire rimanere pietrificati nell’immobilismo o colludere con stereotipie patologiche, ma trovare nel valore di ciò che evolve pian piano, nuove possibilità creative.

Spesso, ragionando anche per professione sui temi della genitorialità, mi perdo a pensare a quanto i genitori potrebbero reciprocamente insegnarsi a seconda delle differenti esperienze che stanno attraversando e del peculiare rapporto con il tempo. Figli piccoli o grandi, sani o malati, abili o disabili, naturali o adottati, maschi o femmine e via discorrendo.

Lo slogan della differenza come possibilità è uno di quelli che trovo ad oggi tra i più stucchevoli ma non ho perso la speranza di cercare nuovi significati da esplorare e nuove pratiche da sperimentare ogni giorno.

Adda passà ‘a nuttata è una famosa frase contenuta nella commedia Napoli milionaria! di Edoardo De Filippo, divenuta nel tempo celeberrima. 

Mi piace condividerne la vena ottimista perchè, oltre a prefigurarsi l’alternanza di luce e ombra, invita al movimento e alla fiducia della ricerca, anche se si muove al buio.

E così sono arrivate le sei e mezza … seconda colazione o sonno?

Quella giusta

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eclissidi Irene Auletta

A volte ritornano. Quelle citazioni che sotto forme diverse sembrano tenersi tutte a braccetto anche quando hanno tonalità differenti. Chissà quante volte abbiamo sentito dire che le cose accadono a chi è in grado di sopportarle, che Giobbe è stato un grande esempio per molti di noi, che le persone travolte da grandi dolori si trasformano in qualche modo in adulti o bambini “speciali”.

Mio padre mi osserva ridere e scherzare con mia madre e mia sorella e nei suoi occhi mi sembra di scorgere un punto di domanda legato a quello che sa preoccuparmi molto, proprio in questi giorni. Non poteva che capitare a te, con quella voglia di ridere che hai sempre! mi dice. Poi, quasi stupito dalla sua stessa affermazione aggiunge la storia dell’eclissi che va bene per tutte le stagioni.

Si, mi porto appresso questa storia praticamente da sempre. Sono nata in una mattina di eclissi totale e così come mia madre non finisce mai di raccontarmi il buio improvviso alle nove di mattina in sala parto, mio padre giustifica quelle che per lui sono mie stranezze o doti particolari, citando questo evento.

Chissà. Certo che a proposito di luci e ombre l’eclissi totale si presta a parecchie interpretazioni e spiegazioni possibili.

Giorni fa mentre chiacchiero con una mia cara zia ad un certo punto capisco che non riesce a trattenersi quando mi dice che le dispiace molto di alcune cose che devo affrontare aggiungendo che proprio io, non me le meritavo.

Ed eccole che ritornano. Quelle frasi un po’ senza senso che però, proprio quando sono espresse da persone care a cui vuoi bene, ti permettono di andare oltre per afferrarne altri significati di cui sono portatrici.

Essere dispiaciuti per le difficltà che una persona sta affrontando è una cosa ma parlare di merito o demerito introduce chiavi interpretative che riecheggiano di una  resistente cultura cattoqualchecosa che ancora una volta fa riemergere la categoria dei peccatori, con tutti gli annessi e i connessi di punizioni e perdoni.

Mi colpisce sempre leggere di come molti genitori sono riusciti ad affrontare una bastardissima sindrome genetica manipolando il nome dello scienziato che l’ha scoperta al punto da farne diventare tutti i bambini che ne sono affetti degli angeli. Il pediatra che per primo l’ha riscontrata si chiamava Harry Angelman.

Capisco che alcune spiegazioni fanno ancora la parte della copertina di Linus e se tengono al caldo e rassicurano, vanno benissimo e forse ognuno, quando affronta qualche difficoltà o dolore, deve imparare a trovare quelle giuste per sè.

Se però penso all’educazione e al ruolo dei genitori ho bisogno di esplorare anche altre strade, perchè credo profondamente che si possa sempre insegnare qualcosa ma solo  a partire da quello che sta accadendo nella realtà.

Quindi per te, ragazza mia, niente ali e per me, nessuna croce o medaglia. Attraversiamo insieme luci e ombre tenendoci strette e chissà che l’effetto eclissi non ci dia una mano.

Le conoscenze degli altri

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14-anestesiaLe dovremo inserire l’agocannula. Mi dice l’anestesista mentre si prepara ad addormentare mia figlia per l’ennesimo esame. Non prima però di approfittarne per un bel salasso di sangue. Sempre per altri esami, ovviamente.

Le dico che non c’è problema, Luna è abituata a fare prelievi e l’infermiera del centro analisi che la segue da anni, la nostra “vampira” preferita, ha da un bel po’ capito che è il sistema migliore.

Le dico… Diciamo che tento di dirglielo, ma lei continua a spiegarmi cos’è l’agocannula e perchè la deve inserire in vena a mia figlia.

Sembra un po’ preoccupata la dottoressa per le numerose provette da riempire. Probabilmente le vene minute di quella ragazzina esile non le promettevano il gettito abbondante necessario al megaprelievo in agenda. Si arma di siringhe ed estrae non senza fatica il necessario dall’agocannula. Strano, di solito basta inserire le provette direttamente nell’adattatore e il sangue di mia figlia sgorga copioso senza necessità di risucchiarlo. Avrei voluto dirlo all’anestesista. Se mi avesse dato retta.

Si sa, in giro per gli ospedali si incontra gente arrogante e insensibile, sorda a tutto ciò che non appartenga al proprio ristretto circolo di competenze.

Sbagliato.
Quell’anestesista era squisita, attenta, simpatica, delicata, inoltre si era resa disponibile per una procedura per niente ortodossa che le aveva chiesto di assumersi un plus di responsabilità. Dunque? Dunque c’è qualcosa nel sapere professionale che va ben oltre le qualità delle persone che lo incarnano. E per la classe medica vale a maggior ragione. Un paziente è, appunto, paziente. Non “sapiente”. Di conseguenza io non potevo sapere nulla di prelievi e agocannule. Fa nulla che seguo da sedici anni mia figlia al sanguomat…

Il bello è, poi, che non avevo conoscenze paterne autoctone da spacciare. Mai fatto un prelievo in prima persona e spero proprio non doverlo fare mai. Ho solo visto un’infinità di volte tecnici che lo facevano e ho potuto constatare empiricamente cosa ha funzionato meglio e cosa no. Ma sono un medico io? No. Sono forse un infermiere? No. Dunque la mia esperienza non conta un tubo.

Il risultato è che Luna si è incazzata molto per quel prelievo, perchè è durato più del necessario e, giusto per prendermi anche la mia parte, glielo ho anche fatto fare sdraiata, mentre lei d’abitudine lo fa seduta. Potendo controllare così minuto per minuto quello che le succede.

In quel piccolo anfratto della radiologia, in preparazione alla risonanza in sedazione, si è consumato così, tra mille attenzioni e dolcezze, un microdramma della conoscenza, negata a me dalla specialista e negata a mia figlia dal sottoscritto.

Carezze, sguardi attenti, corpi morbidi, voci accoglienti e dimostrazioni d’amore non sono sufficienti se mettono in mora il cervello. L’anestesista sapeva, io sapevo, Luna voleva sapere.

E’ facile indovinare chi abbia perso.

Cesti e cestini

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cesti e cestinidi Irene Auletta

Pensate mai a quelle frasi ricorrenti che vi piacerebbe non sentire più o gettare  in un virtuale cestino dei luoghi comuni? Ce ne sono una serie che mi sembrano assai frequenti anche attraversando differenti contesti.

Attirano in particolare la mia attenzione quelle che restituiscono una grande confusione di confini e significati tra la vita personale e quella professionale.

La priorità è la mia famiglia! è tra le più gettonate e resiste stoica a tutte le mode. Poi ci sono quelle di contorno che parlano con esasperazione di grandi fatiche, persone sempre più stressate, rabbie e frustrazioni per scarsi riconoscimenti professionali o economici e via discorrendo in un personale elenco che ciascuno può arricchire a partire dalla propria realtà.

L’atteggiamento trasversalmente comune, in queste circostanze, mostra un andamento che oscilla tra il depressivo e l’aggressivo con tendenze al lamento costante e alla rivendicazione a oltranza, per qualsiasi cosa. Ho la sensazione che proprio i professionisti impegnati nelle relazioni educative e di aiuto siano tra i più colpiti da questi sintomi e da una forma di incontinenza comunicativa che osservo tra il preoccupato e il curioso, anche alla ricerca di opportune e necessarie contromisure.

Poi, per fortuna, arrivano le sorprese.

Sono in pensione da diversi anni ma ora mi sento veramente stanca e annoiata. Ho insegnato per tanti anni e non sentivo mai la fatica. Il lavoro era la mia energia e l’incontro con i ragazzi era per me un continuo stimolo.

Scambio in ascensore con una signora che abita nel mio palazzo e che incrocio spesso costruendo piccole storie a puntate relative alle nostre scelte professionali. Pensando  al suo ultimo commento riconosco che la differenza la fa proprio la passione ed è quella che si sente nelle relazioni che trasmettono buona energia e quella voglia di interrogare anche le difficoltà e le fatiche, alla ricerca di nuove possibilità.

Ma come si fa ad insegnare la passione? mi chiede una giovane insegnante mentre parliamo proprio di tale questione.

Si possono insegnare la curiosità, la fiducia, il rispetto, l’ottimismo, la speranza, l’allegria, l’amore per il sapere? Possiamo immaginare la fatica come portatrice di nuove risorse e il dolore come occasione per dare anche senso alle nostre esistenze?

Quando le mie risposte saranno negative di certo non sarò più qui a scriverne. Per ora, mi sa che impacchetto un po’ di queste domande e ne faccio cesti natalizi!

Sorprese di Natale

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sorprese di Nataledi Irene Auletta

Non sono un’amante delle feste scolastiche e in genere questo è il momento che finora mi ha sorpreso più a disagio sia come genitore che come operatore. In verità mi è capito spesso di confrontarmi anche con molti altri genitori perplessi e può essere che il bisogno di certi rituali di festeggiamento abbia talmente preso la mano da far un po’ smarrire i reali destinatari e il senso della proposta stessa. Parlo di ciò che accade dall’asilo nido in poi e di certo, in una struttura che accoglie bambini e ragazzini disabili, la questione si pone allo stesso modo e forse con qualche accento interrogativo in più.

Con questo spirito e stato d’animo ho accolto la comunicazione del festeggiamento odierno a cui per fortuna i genitori non erano invitati e così arrivo a prenderti al Centro che frequenti da pochi mesi e che ancora mi interroga sul senso della tua presenza lì.

Mi accoglie un’atmosfera giocosa, rumorosa, frizzante e caotica. I ragazzi eccitati ciondolano nella stanza, accennando balli e strani minuetti accompagnati da quel chiacchiericcio e da quelle risate da adolescenti che in più occasioni mi hanno fatto chiedere se quello è il posto giusto per te. Tu mi sembri sempre un altro pianeta tra diversi pianeti ma questo pomeriggio ti trovo perfettamente a tuo agio nella scena che mi si presenta appena apro la porta.

Mi vedi e mi saluti subito ma è chiaro che non intendi lasciare quella situazione di festa e che neppure desideri coinvolgermi in modo particolare nei preparativi in atto. Come dire, rimani pure qui ma stai al tuo posto!

Mi faccio da parte e ti osservo mentre non perdi neppure un frammento di ciò che ti accade intorno e cerco un continuo equilibrio tra emozioni assai differenti che viaggiano tra la gola e lo stomaco. Vieni coinvolta in una danza e mentre ti sorrido provando a nascondere alcuni pensieri, mi accorgo che il tuo sguardo inizia a rassicurarmi.

Mentre io ho paura che inciampi, che gli altri non riescano a seguire il tuo ritmo, che per te sia troppo, mi guardi felice e perfettamente a tuo agio in quella scena per me nuova e quando incroci i miei occhi il tuo divertimento per me diviene inconfondibile tanto da farmi dimenticare tutti i timori.

Quando dopo un po’ per te è il momento di andare, me lo chiedi senza alcuna esitazione e solo quando siamo vicine alla nostra auto mi abbracci in un modo parecchio diverso dal solito. Cosa vuoi dirmi tesoro? Che sei contenta, che ti sei divertita, che posso stare tranquilla? Oggi pomeriggio mi hai dato una bella lezione. Stavolta, io sono decisamente indietro.

Abbi pazienza figlia mia, la mamma è davvero lenta!

 

Quando sei nativo, non puoi più nasconderti

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nativo digitale

Questo post è un po’ tardivo. Mi ci è voluto del tempo per digerire l’articolo di Paolo Attivissimo, “Per favore non chiamateli Nativi Digitali”,  dal quale nasce. Attivissimo e il suo blog, Il disinformatico, sono per me da diversi anni un punto di rifferimento fondamentale per districarmi in Rete. Quante volte grazie a lui sono riuscito a sgamare le bufale che arrivano da Internet avvisando a mia volta le persone che conosco? moltissime.

Dunque se trovo un suo post che  smonta l’idea appena nata e da poco diffusa dei “nativi digitali”, lo leggo con attenzione, lo rileggo e poi ci rifletto sopra. Anche in virtù delle riflessioni e degli interventi che in materia ho già avuto modo di fare e pubblicare.

In sostanza la tesi di Attivissimo è che l’enfasi sulla supposta abilità digitale dei ragazzi nati dal 2000 in poi, è mal riposta. Muovendo dalla sua pratica di insegnamento nelle scuole, dove va ad alfabetizzare sulil tema della sicurezza in Rete, sostiene che al contrario i giovanissimi sanno sempre meno di  informatica, sono sempre più semplici utenti e persino del tutto acritici. Arriva addirittura a definirli “polli da batteria”. O che, per lo meno, rischiano di diventarlo.

Hai molte ragioni Attivissimo. Iniziando dal fatto che mode e grancasse mediatiche finiscono sempre col creare immagini semplificate  e di comodo della realtà. Però rovesciarle nel loro opposto non è che aiuti  granché. Hai certamentrre ragione nell’indicare tutti i singoli segnali che fanno temere scarse competenze da users in chi fa coincidere la Rete con Facebook e non riesce a distinguere un Url farlocco da uno credibile. Ma che c’entra tutto questo con la denuncia accorata della progressiva separazione tra uso di uno strumento e la conoscenza del suo funzionamento?

Andiamo per gradi.

I ragazzini, denuncia Attivissimo, non sanno distinguere tra un’applicazione e l’infrastruttura di rete sulla quale viaggia. E allora? Se chiedi a un bambino se viaggia in autostrada è probabile che ti dica di no, che lui viaggia in automobile. E mi pare del tutto logico. Il passaggio dall’uso dei browser all’uso delle app che ti permettono di navigare in modo più mirato, mi sembra francamente un guadagno netto. Esattamente come lo è stato a suo tempo cliccare un’icona sul desktop con il mouse, invece di digitare faticosamente stringhe di comando su uno schermo verdognolo. Sembra che ogni progresso tecnologico preluda alla nascita di una qualche forma di rimpianto nostalgico per quando le cose erano meno evolute. Non mi è mai appartenuto un simile sentimento, non ho mai rimpianto i  primi giochi elettronici che facevano bip bip rimbalzando una palllina virtuale da una parte all’altra dello schermo. Non sbavo davanti alle auto degli anni ’60 e non mi dispero per il fatto di usare molto più la tastiera che la penna. Però evidentemente un certo feticsmo la tecnologia lo suscita sempre: quello per le cose nuove e luccicanti e quello, opposto, per ciò che era nuovo e luccicante quando eravamo più giovani. E ci sta. Però non posssiamo imputare a dei ragazzini il fatto di non sentirsi attratti da quest’ultimo….

Seconda considerazione di Attivissimo. I ragazzini usano sistemi chiusi che non sanno smontare e non possono costruire. Questa francamente mi pare una nostalgia da ingegneri. Sarà che io non ho mai saputo montare un pc per conto mio e ho iniziato a usare il portatile quando non  è stato più necessario assemblare pezzi e scrivere stringhe di comando, ma non capisco proprio perchè questa dovrebbe  essere un sintomo di una perdita di competenza.

All’origine, trent’anni fa, chi si avvicinava al mondo dell’informatica era destinato a occuparsi di informatica. Ma per questa via l’informatica sarebbe rimasta una bizzarria da tecnofili. I primi possessori di auto alla fine dell’800 erano anche provetti meccanici. Non poteva essere diversamente considerata l’assenza di infrastrutture e la necessità di provvedere da sè per ogni evenienza. Quando ho preso la patente, era ancora di qualche utilità conoscere a grandi linee il funzionamento del motore. Ho personalmente smontato lo spinterogeno e pulito le candele più di una volta, ma oggi non ha più alcun senso. Quello che ci si deve aspettare da un automobilista in termini di competenze è ben altro. Tipo usare la freccia per farmi capire dove va mentre io sono lì fermo che sto aspettandolo a un dare precedenza e poi lui gira prima. Chissenefrega se non sa come funziona l’iniezione elettronica! A ben vedere, il rapporto tra Uomo e strumento muove  da millenni nella direzione di dividere il mondo tra chi fabbrica e chi usa e la tendenza è da sempre che ognuno usi il 99 per cento delle cose che non  sa assolutamente fabbricare. La chiamano Civiltà…

I ragazzini, infine ricorda sempre Paolo Attivissimo non hanno  alcuna idea della sicurezza dell’uso degli strumenti che hanno per le mani. Vero. Ma vale anche per tricicli e  palloni. Qualsiasi bambino impara prima a usare una cosa e poi a usarla con criterio, cercando di non romperla e di non farsi male. Si chiama sviluppo. E, fra parentesi, una quota più che importante di sventatezza è fondamentale per imparare qualsiasi cosa. Senza incoscienza, i processi di apprendimento si bloccano di fronte alla paura di sbagliare, di rompere qualcosa o di farsi/fare del male. Lo dimostra la maggioranza di quelli che hanno dovuto alfabetizzarsi in età adulta davanti a un pc, quasi del tutto incapaci di avventurarsi in un qualsiasi clic se non glielo dice qualcun altro o non ci sono istruzioni precise che consigliano, meglio, impongono di farlo. La competenza digitale chiede di misurarsi con un’intelligenza stocastica, fondata sulla prova-errore, che la maggior parte di noi ha perso e i bambini, fortunatamente, possiedono in abbondanza. Finchè non gliela tarpiamo, ovviamente.

nativi digitali

Dunque, caro Paolo, secondo me i Nativi Digitali sono tali perchè nati in un mondo digitalizzato, non perchè siano campioni di quel mondo o destinati a esserlo. Nè più né meno dei nativi delle isole Samoa che non nascevano campioni di pesca delle perle, dovevano diventarlo. Nè, del resto, lo diventavano tutti. Il punto, quindi, è cosa possiamo fare noi adulti per aiutarli i Nativi Digitali a diventare buoni cittadini del mondo nel quale sono nati, visto che noi le perle non le abbiamo mai pescate, a differenza dei genitori samoani… Mi permetto da educatore, pedagogista e immigrato digitale di suggerire alcune raccomandazioni in proposito.

Prima di tutto, senza abbandonare una legittima nostalgia per un mondo che non c’è più. occorre liberarsi dell’idea che quel mondo fosse migliore di quello attuale. Come si fa a imparare a stare in un certo posto, se chi dovrebbe aiutarti non perde occasione per dirti che in un altro tempo e in un altro posto le cose erano decisamente migliori? E rimpiangere le lavatrici a mano, le tv in bianco e nero o il commodore 64, piuttosto che il pc autoassemblato, è una differenza esclusivamente generazionale. Con l’aggravante che quando ero ragazzo io i nostalgici dei bei tempi andati avevano 30/40 anni più di me, oggi se la giocano tra i ragazzi del 2000 e quelli dei “mitici” ’90. Di questo passo aspettiamoci che, al prossimo giro, i ragazzini di oggi rimpiangeranno le tavolette solide e lucide con le quali sono cresciuti e hanno imparato, giocato, incontrato amici, guardando con sospetto i ragazzini futuri usare fogli digitali trasparenti e arrotolabili, o magari dei device epidermici o direttamente connessi alla rete neurale, e li rimprovereranno per qualcosa che oggi non riusciamo neppure a immaginare.

In secondo luogo, occorre che gli adulti acquisiscano una cittadinanza digitale, smettendola di nascondersi dietro paure e pruriti antiteconologici. Sopratutto quegli adulti che hanno responsabilità educative nei confronti dei Nativi Digitali. perchè per accompagnarli a prendere possesso del loro mondo, custodendolo, arricchendolo senza farsi stritolare e senza smarrirsi, occorre che sappiano in che mondo si trovano e che imparino ad abitarlo.

Infine, e questo è il consiglio che dò in particolare a te caro Paolo, te lo devo dopo tutti quelli che tu hai dato a me, occorre non confondere la competenza digitale con l’ingegneria informatica. Noi dobbiamo attenderci e dobbiamo lavorare duramente affinché ragazzi e giovani diventino utenti evoluti e critici di ciò che usano. Questo vale per gli strumenti informatici, ma in realtà è un principio educativo contemporaneo universale. Essere utente evoluto di qualcosa non significa affatto conoscere come funziona la cosa che si usa, o come è stata fabbricata, o essere in grado di farlo in prima persona. Per lo meno può essere così per una nicchia di utenti, quelli che chiamiamo “appassionati”, non per la maggioranza.

La maggioranza degli utenti di qualcosa è bene che impari a usare quel qualcosa nel rispetto degli altri, in sicurezza, per gli scopi che si prefigge, limitandosi nell’uso quanto basta, esagerando quando si può, capendo quali siano i diritti e i doveri connessi al suo uso, distinguendo ciò che serve da tutto ciò che è possibile sapere ma non è necessario, analizzando criticamente ciò che dovrà usare, smettendo di usarla quando diventerà inutile e riciclandola attentamente.

Come si può capire facilmente, si può essere dei veri campioni del mondo digitale, senza avere la minima idea di cosa sia uno script, un byte, il codice binario, il kernel, un sistema operativo, un dns o cosa significhino www e http.

Quindi io credo che Nativi Digitali sia proprio un bel nome collettivo per la generazione nata dopo il 2000. Nel senso che sono nativi di un mondo affascinante e pericoloso nel quale viviamo però anche noi adulti. Ci piaccia o meno. E non possiamo star qui ad aspettare che siano loro a salvarci da un mondo che ci trova impreparati e riottosi. Dobbiamo condividere l’avventura della sua esplorazione: loro ci devono mettere curiosità, intraprendenza, energia; noi responsabilità unita al coraggio, prudenza unita alla determinazione, saggezza unita alla voglia di imparare.

Onde vicino al cuore

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onde vicino al cuore

 

di Irene Auletta

Spesso mi interrogo sull’opportunità’ di pubblicare quello che scrivo e ogni volta che un post appare sul blog e’ come se avesse superato un test. Scrivere di cose che accadono nella vita non e’ facile soprattutto se si ambisce ad intrecciarle con una professione che nel suo oggetto di studio ha proprio l’educazione e quindi la vita stessa. Eppure ogni volta mi accorgo che c’entra soprattutto quando la fatica e il dolore urlano una ricerca di senso che sembra smarrita.

Secondo lei per questi figli il bene non è più grande? La dottoressa che ti sta facendo l’ecografia non nasconde la sua espressione seria di fronte alla tua cartella clinica e agli ultimi esami che da un reparto all’altro si sono rincorsi in una frenetica settimana di ricovero ospedaliero.  E aggiunge, ma ha solo lei? Anche tale domanda in questi ultimi giorni mi e’ stata rivolta in diverse occasioni e la immagino ricorrente nella storia di molti genitori con figli disabili o malati. Tante volte di fronte alla mia risposta affermativa l’espressione e a volte le parole non trattengono un dispiaciuto  … peccato!

Io spero sempre che tu, proprio in quel momento, sia distratta con la mente e le orecchie rivolte altrove. E così, raccolgo e accumulo rabbia e dolore che mischiate in modo indissolubile in questi giorni mi fanno sentire come una tigre in gabbia. La fiera delle banalità che riesce a raccogliere la malattia grave mi sorprende ogni volta e cerco nel silenzio e nelle voci amiche,  un nuovo equilibrio possibile. Ripenso alla domanda della dottoressa e provo a fantasticare su risposte raccolte da altri genitori in situazioni analoghe. Ci penso anche perché detesto le generalizzazioni vuote e i luoghi comuni.

L’accompagnare un qualsiasi figlio nella crescita ha di certo tanti punti in comune anche  tra esperienze molto diverse tra loro. Ma un figlio che ogni giorno incontra una fatica, una sofferenza, una nuova prova da affrontare, fa la differenza tra le differenze. Un figlio che va e viene tra le onde della vita e’ come se ogni volta ti chiedesse di sceglierlo ancora e ancora, per quello che e’. Se accade, ogni volta l’amore segna un nuovo punto di profondità nella gioia e in quelle fitte vicino al cuore che non ti lasciano mai.

E’ troppo superficiale  e frettoloso  dire che chi e’ genitore può capire, anche perché a volte la più grande vicinanza si può raccogliere proprio da chi non ha figli forse perché meno tentato dal bisogno impellente di omologare tutto e di schivare la sofferenza. La differenza a mio parere la fanno sempre la disponibilità ad ascoltare seriamente ciò che accade e  la forza di trasformarla in una nuova possibilità’ accogliendo, anche in assenza di parole, i giorni di mare mosso.

Ti potrei volere più bene di così? Se non fossi tu sarebbe differente l’amore che mi brucia in gola?

Il cuore in tabella in questi giorni si e’ guadagnato nuove ferite ma, mentre distese a letto guardiamo i filmini del mare, ridiamo delle onde e delle nostre facce buffe.

Ti tengo forte amore! Questo e’ il mio bene.

Narcosi

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Saturimetro
di Igor Salomone
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No Luna, dai, non puoi alzarti adesso, ti sei appena svegliata dall’anestesia. Anzi, non ti sei ancora svegliata del tutto e fatichi persino a metterti seduta sul letto, dove vuoi andare, scusa? Finisci almeno di aprire gli occhi che le palpebre sembrano di piombo…
Un turbinio di personaggi ha lasciato da poco la stanza. Ausiliari, infermieri, anestesisti, gli ultimi ci hanno lasciato in custodia un saturimetro, o saturometro?, insomma, uno di quegli aggeggi che serve a capire se hai abbastanza ossigeno nel sangue e ti fa stare incollato con il naso sul display a seguire il su e giù dei numeri. Siamo stati un quarto d’ora in quattro a tifare per uno striminzito 90 per cento, al ritmo irregolare da un bip noioso e insistente.
Ora tu potresti riposare, o comunque darti il tempo di riemergere da un’anestesia generale che non è mai uno scherzo e invece stai contorcendoti sul letto per metterti seduta.
Provo ad accarezzarti, a parlarti dolcemente e sottovoce vicino alle orecchie, ti scaldo le mani freddissime, mi siedo vicino a te per darti sicurezza, ad abbracciarti caso mai il risveglio ti spingesse a un contatto fisico più diretto e consolante. Niente… Vuoi alzarti. E’ che non hai affatto l’aria di riuscire a reggerti in piedi. Oh insomma! fai un po’ quello che vuoi, tirati su e vediamo…!
Luna, con uno sforzo pazzesco, anzi due, per mettersi a sedere sul letto e tenere gli occhi almeno un poco aperti, butta giù le gambe dal letto, non accenna minimamente ad alzarsi, ruota verso il fondo del materasso, allunga le mani, afferra il saturi(o)metro, fissa per qualche secondo il display e poi se lo porta all’orecchio, tornando a sdraiarsi…
Tanto per cambiare non ho capito un tubo. Tanto per cambiare la prima cosa che mi viene in mente è che tu voglia fare qualcosa che per me non ha senso. Tanto per cambiare riesci a darmi una lezione anche se non ti sei ancora liberata del tutto dal Penthotal. La domanda, in effetti, è chi dei due fosse quello anestetizzato.
Vederti svanire verso la sala operatoria, anche se per una “banale” endoscopia, intontita ma sveglia, mentre ci cerchi ancora con gli occhi senza avere neppure la più vaga consapevolezza del motivo per cui ti abbiamo portata sin lì, dopo una preparazione pesantissima, e poi abbandonata nelle mani di estranei, è un costo insostenibile che, alla fine e come sempre, dobbiamo sostenere.
Vederti risorgere dal nulla e sgomitare per tornare te stessa il prima possibile, senza un solo lamento, con determinazione, con la vita tra i denti, ancora una volta, non ha prezzo.

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