Contrasti e armonie

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nero e viola 1di Irene Auletta

Certo, la mancanza di quel pulmino giallo che per anni ti ha accompagnata nei tuoi viaggi tra casa e scuola non è facile da superare però oggi sono certa che andrà meglio e mi avvicino molto fiduciosa al gentile autista che si dirige verso di noi per salutarci.

Che bello vedervi e come è diventata grande Luna. Me la ricordo ancora seduta in prima fila sempre intenta a guardare fuori dal finestrino e tranquilla! In effetti nel pulmino in sosta alle sue spalle, in attesa di far scendere un paio di piccoli passeggeri, si percepisce una certa confusione tra urla e una ragazzina che sbatte ripetutamente la testa contro il sedile.

Certi bambini sono davvero difficili da gestire e gli assistenti non hanno neppure le competenze necessarie. Fanno del loro meglio ma come si fa a fare un intero tragitto da scuola a casa in queste condizioni? L’autista sembra rispondere al mio sguardo interrogativo rivolto verso la scena che si sta svolgendo nell’abitacolo e nel frattempo, tu non perdi occasione per avvicinarti alla portiera del conducente ed aggrapparti al finestrino curiosa ed evidentemente molto desiderosa di salirci, ancora una volta.

La scena successiva, come raccontavo proprio ieri sera a due amiche, ha assunto tinte surreali. L’impossibilità di salire, la partenza del pulmino, il dispiacere e l’imbarazzo dell’autista, la tua rabbia per quel desiderio non accolto, sono rimasti tutti lì. La via in cui ci troviamo, fortunatamente non di troppo passaggio e riservata prevalentemente al posteggio auto dei vari condomini, è stata di recente asfaltata e risulta perfettamente liscia, quasi lucida con il riflesso della luce pomeridiana. I passanti e, meglio ancora, le persona affacciate al balcone non avranno potuto fare a meno di volgere lo sguardo proprio in quella direzione.

Tu, al centro della via, completamente sdraiata per terra in posizione supina che, con il tuo abitino viola, dipingi un bizzarro quadro da osservare. Quanto tempo, negli anni della nostra storia, ci ho messo a non provare a convincerti, a non rimanerci male, a non vergognarmi degli sguardi pesanti di giudizio o di semplice curiosità, a smetterla di sentirmi impotente e incapace. Ti guardo e ci osservo a distanza. Ma come, l’autista non ti aveva appena descritta come una meraviglia? Mi scappa da ridere, ma cerco di controllarmi perché in queste situazioni l’ultima cosa che voglio è farti sentire in qualche modo derisa.

Certo sarebbe un bel problema se ora arrivasse un auto. Tu rimani lì tranquilla finché non ti passa, ci pensa mamma a fare il vigile! Te lo dico inginocchiandomi al tuo fianco e mi rincuora la serenità del momento. Ma come ho fatto ad arrivarci?

Il dolore, maturando, apre vie inattese e pone ogni giorno di fronte a nuove avventure. Nella mia continua ricerca di significati so che ora sono arrivata fin qui e per un attimo mi gusto una nuova armonia.

Il contrasto nero asfalto e viola, è bellissimo.

Ricordi nell’aria

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ricordi nell'ariadi Irene Auletta

Attraverso la città in un’ora insolita e per giunta nella sua veste pigra della domenica mattina. Ferma ad un semaforo mi raggiunge un flashback.

Una ragazza attraversa la strada, quasi sempre li, con lo zaino in spalla e la faccia seria. Quel percorso ripetuto per cinque anni, riemerge pian piano dalla memoria. Lo sguardo sempre basso ad alimentare quella postura scorretta per cui tu mi hai preso un po’ in giro al nostro primo incontro e su cui lavoro ancora oggi grazie al contributo delle lezioni Feldenkrais.

Alza lo sguardo Irene, vedrai che ti verrà più facile respirare, sentirti più sicura e meglio sostenuta dalla colonna.

Oggi me lo ripeto quasi da sola ma la ragazza che attraversa quelle strisce pedonali ancora non lo sa e le sue spalle reagiscono come possono a quel carico di responsabilità che per lei è troppo. Lontana dalla donna che sono diventata, andatura goffa e corpo nascosto da pantaloni larghi e camicie lunghe, mi vedo incrociare la strada e la vita.

E dopo poco, seguendo il mio viaggio, eccomi li,  di fronte al luogo che mi ha visto muovere i miei primi passi professionali. Dopo tanti anni, ogni volta, tante emozioni. Sono accadute molte cose importanti in quegli anni ed è come se quella struttura, sempre originale, le avesse trattenute per proiettarle stamane al mio passaggio. Quanta vita, tra ricordi ed emozioni.

Siamo due signore di mezza età, ha detto di recente mia sorella. È vero. A volte sento i miei anni, a volte meno e a volte cento. Stamane quell’ombrosa quindicenne mi fa l’occhiolino e mi accorgo che, seguendomi con la coda dell’occhio, mi sta facendo un sorriso che mi guida a destinazione.

Sei sempre sorridente … nonostante tutto, mi dice mia madre appena mi vede arrivare. L’abbraccio, senza dire nulla ma dentro di me il messaggio è chiaro.

Ho imparato mamma, ho imparato.

Parole del cuore

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fiore di mandorlodi Irene Auletta

“Mandorla è la bambina felice di una ragazza madre piena di fantasia. Maria, la mamma, lavora come amministratrice d’immobili e ha lo speciale dono di trasformare ogni riunione condominiale in toccanti sedute di terapia di gruppo. Quando un tristissimo giorno…”.

 

Così inizia la descrizione, che è facile ritrovare in internet, del bellissimo libro di Chiara Gamberale uscito qualche anno fa.

Fin dalle prime pagine il lettore viene toccato e coinvolto in una specie di mantra recitato dalla protagonista, la ragazzina con il nome di un frutto dolce e amaro.

Mamma, mamma, mamma, mamma, mamma ….

Quella parola ripetuta come una ricerca, una speranza, una perdita e una mancanza, mi ha accompagnato nella lettura de Le luci nelle case degli altri, facendomi misurare ogni volta con un battito in gola. Sono anni che ci faccio i conti con quel dolore acuto della mancanza che sa di amaro, proprio come accade alle mandorle se assaggiate immature, ma che, nel tempo ha rivelato qualche dolce sorpresa.

Mi manca non sentirmi chiamare mamma e sarei un’ipocrita che dichiarassi il contrario. Ogni volta che qualcuno mi racconta dell’emozione di quella prima volta vengo travolta da un po’ di nostalgia e così, ogni tanto, ti ho immaginato con quella strana parola che forse ti gira nella testa. Mamma, mamma, mamma, mamma.

Ogni anno, per la festa della mamma, ci dedico pensieri speciali e non tanto perché attribuisco un particolare valore alla ricorrenza ma perché è un’occasione per fare il punto di come me la sto cavando e devo dire che, dopo quasi diciotto anni, non mi lamento. Mi piace pensare a che mamma sono diventata, a cosa porto con me ogni giorno della mia esperienza di figlia e a quella che potrebbe essere ancora la storia variopinta dei prossimi anni. Te lo racconto spesso, nel nostro speciale linguaggio d’amore e, ogni volta di più, facciamo i conti con le nostre mancanze e le nostre ricchezze.

Mamma di Luna, voglio diventare bionda come te. Mi è piaciuto sentirmi chiamare così e non da un’operatrice, ma da una tua compagna del centro che frequenti. Deve averlo capito, o forse ha visto e sentito quell’onda della mia emozione, perché ora capita spesso che mi saluta proprio così. Ciao mamma di Luna!

Mi gusto quell’accoglienza con la parola che sa di mandorla e penso a tutte le mamme che forse, dopo tanti anni, non si emozionano più. La festa della mamma, senza troppe ideologie o consumismo, è un’occasione di cuore, emozioni e pensieri d’amore. Mi piace pensarla così.

Auguri mamma, che sempre preziosa, sei ancora al mio fianco. Auguri mamma di Luna, perché ogni giorno io possa continuare ad emozionarmi e stupirmi per questa straordinaria avventura e per quei fiori inattesi e bellissimi che sui rami della nostra storia, non smettono di promettere spine e sorprese.

Cortesie belle

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LUna c cortesie belle

di Irene Auletta

In una sala d’attesa, di un luogo non molto piacevole, ci misuriamo con un tempo vuoto che ci consenta di stare nei tempi lunghi richiesti da alcune procedure burocratiche. Difficile da comprendere, forse, per chi non si confronta mai con taluni problemi. Con te non posso fare quasi nulla che non sia, appunto, stare con te. Al supermercato scappi di continuo tra le varie corsie, nei negozi tocchi tutto, negli uffici pubblici …. Insomma, tutto si concentra in tua assenza ma a volte l’urgenza urge!

Luogo angusto questa sala d’attesa. Insieme a noi un ragazzo perso nell’ascolto dei suoi auricolari e un anziano signore, alle prese con la lettura di un quotidiano, che ci sorride salutandoci appena entriamo. Con la tua abituale velocità ti dirigi verso un giornale posato al suo fianco e prima che io intervenga, il signore mi precede.

Le dispiace se faccio un regalo a questa signorina? dice indicandomi la rivista evidentemente di sua proprietà. Grazie, accettiamo volentieri ma devo avvisarla che le pagine verranno facilmente strappate. Il bello dei regali, replica il distinto signore, è che ognuno può farne ciò che vuole.

Ringrazio e apprezzo la gentilezza non invadente che accogliamo sempre volentieri e ricambiamo con i nostri sorrisi sinceri.

In giorni e tempi in cui pare di assistere a gare di “bicchieri mezzo vuoti” e alla mostra delle parti più spiacevoli dell’umano, il bello deve ritrovare la forza di mettersi in mostra sul palcoscenico delle relazioni e degli incontri.

Questo signore non lo saprà mai ma in una giornata un po’ cupa, insieme alla rivista, ci ha donato un respiro di speranza e fiducia.

Eredità saporite

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favedi Irene Auletta

Presa da un non abituale raptus da vera massaia, mi ritrovo a pulire fave fresche immaginandone una zuppa per la sera. In un attimo i pensieri che sono altrove vengono rapiti da una piccola emozione che passa attraverso le mie mani all’opera. Cosa mi ricorda questa gesto? Mia madre, di ritorno dal mercato, intenta a parlare con me e mia sorella. Me la rivedo proprio lì, seduta su quella sedia e con un contenitore in grembo.

Pensando alla potenza del ricordo e all’emozione scaturita da un piccolo gesto, non posso fare a meno di pensarmi come madre. Che fine faranno i miei gesti, le mie espressioni e quegli sguardi che non posso rintracciare nei tuoi occhi?

Stamane, ferma ad un semaforo, ho visto sfilare davanti alla mia auto un gruppo di giovani disabili accompagnati da alcuni adulti che ho immaginato essere i loro educatori o assistenti. E’ un attimo che gola e stomaco vanno per i fatti loro, lasciandomi con gli occhi pungenti.

Ma forse alcune reazioni parlano di una scarsa accettazione, dice una collega, riferendosi ad un episodio analogo in cui la madre in questione non è riuscita a trattenere l’emozione. Ormai, per mia fortuna, tante affermazioni che sento fare da operatori di vario genere, hanno trovato ottime vie per scivolarmi addosso senza lasciare tracce. Quelle relative al tema dell’accettazione però, riescono ancora a farmi sentire pizzichi in tutto il corpo.

Cosa vuol dire accettare? Che dovrei essere contenta del fatto che fra dieci anni in quel gruppo potrebbe esserci anche mia figlia? Che qualcuno dovrà sempre occuparsi di lei e che un giorno dovrò fare i conti con il fatto di non riuscirci più io? Se solo quegli operatori capissero cosa vuol dire emozionarsi mentre si mondano delle verdure, sentirei di lasciare mia figlia in un futuro meno spaventoso!

Per consolarmi ti chiamo. Mamma indovina cosa ho appena comprato e preparato per cena? lo sai che ti pensavo mentre le pulivo? Mi sono ricordata di quando …. Ridiamo un po’ di tutto e niente e pian piano il magone si allontana.

Mi organizzo per venire a prenderti e mi tornano in mente le risate che ci siamo fatte stamattina, mentre ti accompagnavo al centro. Di certo non mi ricorderai nei tuoi gesti ma sappi che, se la fortuna ci accompagna, non ho intenzione di andarmene tanto presto da quel suono cristallino.

Tanto per cominciare stasera ti regalo un gusto e un sapore della nonna. E’ questa la mia e la nostra preziosa eredità. Ogni giorno, ce la facciamo bastare.

A che gioco giochiamo?

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Perché non…si ma… E’ il titolo di uno dei tanti giochi descritti da Eric Berne negli anni ’60. Avete presente? Analisi Transazionale… Va beh, non importa. In sostanza questo gioco relazionale funziona così: Tizio parla a Caio di un suo problema, Caio si sente in dovere di aiutarlo e prova a dargli un consiglio del tipo: perchè non provi a… Non fa a tempo a terminare la frase che Tizio lo ringrazia e replica: sì certo si potrebbe fare, ma… E a quel “ma” segue una ridda di motivazioni che spiegano perchè Tizio non può seguire quel consiglio. Caio non si scoraggia e riprova: allora, perchè non…? Indovinate cosa risponde Tizio? La cosa può andare avanti all’infinito, ma probabilmente finirà assieme alla pazienza di Caio.

Pensavo a Berne e a questo gioco in questi giorni di polemiche roventi. Quali? su tutto direi. Viviamo tempi di polemiche al valor bianco su qualsivoglia argomento, figuriamoci ora con in ballo la legge elettorale, l’Expò e la (ennesima) riforma della scuola. Pensavo a Berne assistendo a questo psicodramma collettivo a due ruoli nel quale siamo tutti coinvolti. Con una variante sostanziale rispetto al gioco descritto da Berne: da una parte c’è chi prova a fare delle cose, probabilmente farcite di cazzate, dall’altra ci sono i “sì ma…” che si ingegnano a trovare mille e mille motivazioni per cui quelle cose non andrebbero fatte.

Non è mica difficile eh? Data una soluzione B a un problema A, è possibile indicare N motivi per dubitare che B serva a risolvere A. E’ molto più difficile provare a immaginare perchè una soluzione piuttosto idiota può funzionare comunque, piuttosto che elencarne i probabili fallimenti. Infatti i “si ma…” sono tantissimi e crescono di numero di giorno in giorno.

Sì ma…prima. Una delle varianti fondamentali del gioco berniano applicato alle relazioni sociali. Tu vuoi fare una cosa? guarda che prima di fare quella bisognerebbe farne almeno altre cinque. Dunque sbagli a partire da lì, e se lo fai significa che degli altri cinque punti di partenza non te ne frega nulla. Anzi, è probabile che tu voglia consapevolmente evitarli, saltarli, toglierli di mezzo.

Si ma…poi. Oh, ma lo capisci che se fai quello che hai detto, poi accadranno un sacco di cose spiacevoli se non addirittura terribili causate dalla tua insensatezza o, peggio, dalla tua perfidia? Quello che stai per fare provocherà danni permanenti e irreversibili in tutto ciò che vai toccando, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore sarà la bomba di fine di mondo, mio caro dottor Stranamore.

Si ma…ieri. Quello che ti accingi a fare mette in discussione tutto ciò che abbiamo fatto sino ad ora. Gli manca di rispetto, ne nega il valore, lo manda in soffitta, peggio, in discarica. Generazioni di fatiche gettate al vento dalle tue azioni. Assumiti almeno la responsabilità di affossare la nostra esperienza comune, la Storia e sinanco il senso del Mondo. Almeno così come l’abbiamo conosciuto sino ad ora. E che Dio abbia pietà di noi.

Si ma…vedrai. Ti dò un tempo x e poi succederà esattamente quello che ho previsto. E sarà tutta colpa tua, perchè non hai voluto ascoltarmi. Nel frattempo, sia chiaro, io non muoverò un dito perchè le cose che hai fatto vadano a buon fine. Anzi, farò di tutto per sabotarle così ti accorgerai che non potevano funzionare. E allora ne pagherai il fio.

Quest’ultimo a ben vedere è un altro dei giochi descritti da Berne. Si chiama: ti ho beccato figlio di puttana!

A fare delle scelte si fan delle cazzate. E’ inevitabile. Ed è probabile che fra qualche tempo, chi le ha fatte dovrà farci i conti. Magari compiendo altre scelte e commettendo altre cazzate. Non credo esista un’alternativa. Tranne scagliarsi contro ogni scelta. Tanto le motivazioni contro non mancano e, a prima vista, sono molto più razionali di ogni motivazione per. Ma è una falsa prospettiva.

Non credo siamo vicini all’Armageddon tra la Storia e il Futuro, tra il Vero da preservare e il Nuovo da far avanzare. Vedo con preoccupazione in grave pericolo le cose in cui ho sempre creduto, a causa delle spinte a tenerle in piedi a ogni costo: anche al costo di negare i problemi che hanno creato nel tempo. Un esercito agguerrito di “si…ma..”, lotta strenuamente per difendere idee anche mie, continuando a sostenerle come se fossero idee vergini ancora da sperimentare, mentre si sono trasformate, in molti casi e da tempo, in prassi prive di tensione ideale o ancorate a mondi che non esistono più.

Ho in casa una libreria pletorica e sovraffollata. Oggi cercavo A che gioco giochiamo di Berne e non l’ho trovato. Se voglio trattenere il valore di tenere in casa un certo numero di libri, dovrò decidermi a eliminare quelli, tanti, che fanno solo rumore di fondo, impedendomi anche solo di ricordarmi dove sono i pochi che contano veramente. Per conservare qualcosa occorre alleggerirla di tutto il superfluo e farlo con coraggio e dolore. Se non lo facciamo, prima o poi arriva lo sgombero solai e si porta via tutto, indiscriminatamente. Lasciandoci con l’amaro sapore delle cose perdute che non abbiamo saputo conservare per paura di buttarle via.

Ali piccole piccole

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La-Luna-Foto-dal-film-04di Irene Auletta

Mettetevi in piedi e ascoltatevi, facendo attenzione alle vostre spalle e in particolare alle scapole. Provate a camminare e mantenete la vostra attenzione sempre sulle scapole. Come le sentite, come si muovono e in che rapporto le sentite con lo sterno?

Ecco. Le lezioni Feldenkrais hanno sovente un avvio molto simile, che differisce nelle parti peculiari a cui rivolgere l’attenzione del momento dell’ascolto del proprio corpo che precede l’avvio della lezione stessa. Ogni tanto Angela, la nostra insegnante, ci pone quei semplici quesiti che riescono a farmi sentire quasi catapultata da un altro pianeta.

Dunque, ho idea di quali siano le scapole e anche della loro collocazione ma, sentirle mi risulta davvero parecchio difficile, anche se so che dovrebbero essere proprio lì. Tra noi del gruppo commentiamo sottovoce la nostra “sordità” certe che la fine dell’incontro ci lascerà, ancora una volta, stupite della scoperta, insieme alla nuova e diversa percezione del nostro corpo.

Mentre sono sdraiata a terra, con le braccia aperte lateralmente, l’immagine della croce mi raggiunge fin troppo velocemente. Ma va? Tornando all’ascolto delle scapole, seguendo le indicazione dell’insegnante, ecco che arrivano altre due immagini. Il libro Notti al circo e il film Maleficent, che mostrano entrambi, come protagonista, una donna alata che passa parecchi guai. Nel libro appare sin dalle prime scene come un fenomeno da baraccone e nel film subisce quella metamorfosi che la trasforma nella donna crudele che caratterizza la trama, proprio quando il suo amore la tradisce rubandole le ali.

L’immagine delle ali è sempre associata all’idea della libertà e del volare ma, nei due ricordi evocati dalla memoria, mi appare ancor più nitidamente il legame con la possibilità di sognare. Si vede bene nel film Maleficent dove, priva di ali, la protagonista abbandona sogni e speranze e viene travolta dalla sua stessa crudeltà.

Come vi sentite al termine di questa lezione? Come respirate ora e quali differenze percepite nelle spalle e nell’intera cassa toracica?

In macchina, nei giorni seguenti, mi sorprendo a ripetere mentalmente, e non solo, alcuni movimenti che di certo mi rendono parecchio buffa e insolita ai possibili sguardi esterni. Trattengo ancora la percezione delle mie scapole che mi appaiono come ali minuscole.

Ecco un’altra buona ragione per proseguire in un percorso di apprendimento dedicato al corpo.

Non perdere di vista i sogni.

Fitte di libertà

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fitte di libertàdi Irene Auletta

La cosa interessante e quasi sempre stupefacente dei momenti di pausa è la loro possibilità di svelare quello che, nel frenetico snodarsi della vita quotidiana, finisce col diventare una routine normalizzata.

Per chi si trova impegnato da anni in relazioni di cura è spesso difficile ricordare come era prima o immaginare come potrebbe essere altrimenti.

Ed ecco che una vacanza, anche di pochi giorni, può venire in soccorso per restituire vista e nuovi sensi.

Ti sei divertita in vacanza? Rispondo di si con poca convinzione e non perché in realtà non mi sia divertita ma perché, quello che vivo nella distanza, è talmente altro e differente che quasi mi ritrovo immersa in un clima onirico che può raccontare poco o nulla al momento del risveglio.

Io ci ho messo un sacco di anni a sentire, riconoscere e nominare le pressioni di cura che una figlia disabile impongono e richiedono. In questo i padri hanno visuali decisamente differenti e forse ci arrivano prima. Per le madri mi sembra qualcosa difficile da dire quasi che ciò possa in qualche modo scalfire quell’amore straordinario che molto più facilmente si esprime e condivide. Anche in questo però il passare degli anni gioca il jolly e alcune consapevolezze per emergere e, soprattutto per dichiararsi legittime e sane, trovano pertugi da cui uscire per respirare aria nuova, mentre i figli crescono.

Vedrai, vedrai … I figli ti cambiano la vita! Chi, ancora nel momento della gravidanza, non si è sentito rivolgere questa affermazione con accenni tra il dolce e l’ironico?

Da molti anni incontro per professione genitori e il tema della libertà non è certo tra quelli più richiesti. Eppure è la prima esperienza forte che ogni genitore si ritrova a vivere di fronte a quella nuova presenza che, nell’incontro con un’inedita esperienza di amore, pone da subito limiti e condizioni. Forse la paura del giudizio è ancora troppo dominante o può essere che l’idea di cura e dedizione siano divenuti sinonimi.

Riflettere sul valore della libertà osservando il proprio ruolo genitoriale può essere un’interessante occasione per estendere lo stesso sguardo anche alla relazione con i figli. Quante volte bisogna essere capaci di lasciarli andare nella conquista di quelle piccole e grandi libertà che segnano il loro percorso di crescita?

A volte è più semplice, a volte meno. Proprio dove è più complesso, sono i jolly che cambiano la vita, anche quando ti arrivano come un pizzico improvviso.

Patchwork esistenziali

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aprile 2015
 …

Viviamo scissi. Abitiamo molti luoghi, vestiamo numerosi ruoli, viviamo molteplici esperienze. E’ la complessità, bellezza! Ma il difficile non è passare da un parte all’altra, il difficile è ricordarci chi siamo, evitando di dissolverci in ogni luogo, in ogni ruolo, in ogni esperienza.

Gianni è un uomo di 37 anni, molto stimato sul lavoro, gestisce uno staff di dieci collaboratori molto efficiente e allegro al tempo stesso. Tutte i giorni alle cinque, sua moglie viene a prenderlo al lavoro. Gianni non guida più la macchina da tempo per le crisi di panico che lo assalgono appena mette piede fuori dall’ufficio.

Anna è una maestra elementare di lungo corso, insegna da più di vent’anni, stimata dai genitori, sembra avere un rapporto individuale con ognuno dei suoi allievi che ascolta e indirizza con attenzione e fermezza. Quell’attenzione e quella fermezza che non riesce ad avere con i suoi due figli. Luca e Veronica le rimproverano di avere occhi più per i suoi alunni che per loro. L’esatto contrario di Laura, splendida mamma e insegnante arcigna. Chi conosce Laura in entrambe le vesti non riesce a capacitarsi possa trattarsi della stessa persona.

Ruben è un maestro di arti marziali. Ha 42 anni e pratica da più di trent’anni. Ha imparato la disciplina, la tecnica, ha conosciuto e frequentato diversi maestri in diversi viaggi nella lontana Cina, ha vinto numerosi trofei, insegna il rispetto e la tolleranza. Nella sua palestra tutto è sempre in ordine e l’atmosfera serena e fraterna. Ruben ha una diffida del tribunale che gli vieta di avvicinarsi alla sua ex fidanzata dopo che, per numerose volte, ha perso il controllo e i suoi scatti d’ira sono arrivati pericolosamente alle soglie della violenza.

Che senso ha essere bravi da qualche parte se ci sentiamo nessuno in tutte le altre? Che senso ha imparare qualcosa e non farsene nulla al di fuori del luogo dove l’abbiamo imparata? Che senso ha essere un’ottima persona e un pessimo professionista, oppure il contrario, che fa lo stesso?

Frequentiamo insegnanti, formatori, terapisti, coach, counsellor, maestri, psicoterapeuti, guru alla ricerca continua di noi stessi, nel tentativo spasmodico di ricomporci. Viviamo consumando e per curarci dai mali del consumismo frenetico, d’istinto o per abitudine, consumiamo altre esperienze a raffica. Ma per ricomporsi non serve fare tante cose, serve farne alcune chiedendosi cosa c’entrino l’una con l’altra e, tutte insieme, cosa c’entrino con  ciò che siamo, sappiamo e vogliamo.

Tutto questo, in estrema sintesi, è la filosofia del Laboratorio di Sintesi Educativa in gestazione. E anche questo, in anteprima, è ciò di cui parlerò in Formazione self-service, secondo appuntamento del ciclo Formatore a chi?? Conferenze semiserie sui riti e i miti d’aula

 

Intelligenza al tappeto

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di Igor Salomone

*** 
E’ una nuova moda. Giovanile. Ovviamente iniziata negli Usa e ora in approdo da noi. Si chiama “Knock out games”, fatevi un giro in Internet per inorridire, se già non l’avete fatto. Sicché tu passeggi per strada, così, per conto tuo, magari assorto nei tuoi pensieri, oppure tuffato sin dentro lo schermo del tuo smartphone, e all’improvviso sbuca fuori un bastardo che ti ammolla un cazzotto deciso e preciso da metterti Ko. Questo è il suo obiettivo, metterti Ko, se no non vale. Altrimenti non fa punteggio.Non è che ce l’abbia con te per qualche motivo particolare. Tutt’altro. Quasi certamente tu non sai chi sia e lui non sa chi sei tu. Ti ha scelto proprio perchè eri assorto e distratto, sbuca fuori dal gruppo dei bastardi suoi compari e ti salta addosso senza il benché minimo segnale. Da nostalgia per il branco violento in cerca di vittime predestinate che, per lo meno, accompagna la sua violenza con un’aggressività manifesta, percepibile a distanza e dalla quale, con un po’ di training, puoi difenderti imparando a coglierne i segnali per tempo e dartela a gambe.

Qui no. Nessuna aggressività, mica ce l’hanno con te. Nessun preavviso. Potrebbe essere il tipo che è li vicino a te in questo esatto momento. Non ha dato alcun segno, niente che ti possa in qualche modo mettere in allarme. Poi, a un tratto si gira verso di te e sbang: ti atterra. Atterrandoti così, totalmente di sorpresa, ti rompe il naso e qualche dente. Se ti va bene e, cadendo, non batti la testa contro qualche spigolo. Fa scandalo questa violenza del tutto gratuita, ammantata addirittura di gioco sin nel nome. Brutta storia. E ancor più brutta la storia perchè si è trasformata in un fenomeno virale. Picchi a tradimento qualcuno per strada e finisci su Youtube. Sai quante visualizzazioni? Figo. Diciamo che una sola visualizzazione su, quante?, dieci, cento, mille? è accompagnata dagli applausi, sommersa dai fischi e dalla riprovazione con tanto di testa squotente delle altre nove (novantanove, novecentonvantanove). Insomma, non si fa e solo pochi pirla possono riderci sopra. Meno male. Un po’ di senso civico è rimasto persino in Rete.

***

Poi, sempre in Rete, trovi anche questo: altri idioti che si divertono a spaventare sulla pubblica via o nel metrò ignare vittime che se non crepano di infarto poco ci manca. In favore di telefonino anche in questo caso ovviamente. Quindi dritti su Youtube alla ricerca di clic: migliaia, centinaia di migliaia, milioni. Molti plaudenti in questo caso, temo, pochi i testasquotenti. Ma che differenza c’è, scusate, con il cazzotto che arriva all’improvviso? Rischiare l’infarto perchè un gruppo di deficenti si traveste da zombie e ti assedia in una carrozza del metrò è meno pericoloso di un naso rotto? Se non ti toccano non è violenza? Certo, se arrivasse a me il cazzotto inaspettato, finirei a terra come tutti, se invece mi fanno per strada un “buu” come quelli che si vedono in Rete, a terra ci finiscono loro. Ma sempre violenza è.

Intravedo un filo rosso che parte dalle gomme tagliate per fare uno sgarro, passa per gli spaventi perpetrati ai danni dei passanti e finisce (per ora) con i Knock Out games. Possiamo fare tutte le analisi sociologiche che vogliamo, ma resta che in ognuno di questi casi i responsabili sono, come li avevo definiti?, “codardi, privi di dignità e imbecilli”. Non serve che dica perchè, l’ho già fatto nel post Fatti non foste a viver come bruti. Buona ri-lettura.

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