Per favore, connetti@moci

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di Irene Auletta

Ci sono tante mode che ci circondano e una di queste è quella di disquisire sui pro e contro delle nuove forme di comunicazione e dei nuovi luoghi di incontri virtuali.

Proprio negli ultimi tempi ho avuto modo di riflettere su un aspetto peculiare legato al fatto di aver scritto e pubblicato un post raccogliendo commenti e valutazioni, unitamente a critiche e restituzioni di offesa personali.

In realtà, mai quando commento qualsiasi cosa penso di offendere qualcuno, ma è evidente che determinate riflessioni intorno ad alcuni comportamenti possono toccare i singoli individui, suscitando in ciascuno differenti reazioni, di solidarietà, di stizza o, anche, di offesa.

Mi è venuto così da pensare, che questo è proprio un effetto collaterale del rendere pubblico il proprio pensiero in forma scritta, perchè le parole si sa….

Mi piace farlo e credo che continuerò a farlo ogni volta che ne sentirò in qualche modo l’esigenza e il bisogno.

Cercherò di fare sempre più attenzione, consapevole però che potrò ancora urtare qualche sensibilità e di questo già mi scuso in anticipo.

So che continuerò a farlo con piacere, interesse e senso di ricerca, perchè alcune cose mi piacciono, in particolare, di questa forma e delle possibilità che offre.

Mi piace prendersi la responsabilità delle proprie azioni, sempre.

Mi piace provare a trovare una coerenza tra i propri pensieri e le azioni che si traducono anche in forme scritte e pubbliche.

Mi piace ammettere i propri punti forza, di originalità e anche di debolezza, non nascondendosi sempre dietro uno stucchevole: “non volevo dire questo!”.

“Essere connessi” è anche un modo di dire utilizzato dai giovanissimi che forse finora non avevo ancora compreso fino in fondo e che può essere voglia anche dire “fammi vedere se sei quello che dici”.

I miei doni più preziosi

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di Irene Auletta

Quando racconto a qualcuno di come a mia figlia piace correre faccio sempre un po’ fatica a conciliare, soprattutto per chi la conosce, la sua andatura goffa fortemente impedita dalle difficoltà motorie, con quello che sto cercando di condividere con la mia affermazione.

In realtà proprio ultimamente ho capito perchè.

Pensando alla corsa, a tutti noi sfilano nella mente una serie di immagini che coinvolgono tutto il corpo in un movimento spesso molto atletico.

Per vedere correre mia figlia invece bisogna guardarla, perchè lei corre negli occhi.

Così, come accade sovente la mattina mentre ci prepariamo per affrontare la nostra giornata. Lei balla. Di un ballo tutto suo e io le dico che lei è una ballerina nel cuore e solo chi la guarda e l’ascolta davvero lo può capire.

Sono doni molto preziosi e come tutti quelli davvero importanti, non si possono offrire a tutti.

Le madri che non sopporto

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di Irene Auletta

Immagino di essere una fonte non sospetta e forse, proprio per questo, credo di potermi permettere qualche piccola stizza, dopo anni che dedico il mio interesse culturale e professionale alle mamme e alle riflessioni intorno ai  temi del materno.

Chi mi conosce sa che tempo fa sono stata in una piccola città nei dintorni di Bologna per presentare un libro, insieme alle curatrici&editrici del testo stesso, dal titolo “Maternità possibili”.

Una bella idea, sostenuta dalle curatrici del testo, è stata quella di ingaggiare anche le autrici abitanti in loco, coinvolgendole nella presentazione.

Eccoci al giorno della presentazione, la seconda in realtà, perchè anche il giorno prima ci aveva ospitato una bella biblioteca della cittadina.

Una delle autrici avvisa con sms che è in ritardo per un sopraggiunto problema e che farà di tutto per raggiungerci quanto prima. Arriva trafelata sul finire della presentazione e, in un piccolo spazio che le viene dedicato per salutare il pubblico, motiva il ritardo riferendosi proprio al suo essere mamma, ad un figlio lontano da casa che ha richiesto il suo tempestivo intervento, al suo fare mille corse perchè le dispiaceva rinunciare a questo impegno. Abbiamo intuito dalle sue parole che, il tempestivo intervento,  riguardava un versamento in posta o qualcosa di simile.

Alla fine conclude dicendo: “insomma, scusatemi tanto, ma visto che è stato presentato proprio questo libro …. devo dirvi che ha vinto il mio cuore di mamma!”.

Perchè dare queste spiegazioni? Esprimere il dispiacere per il ritardo legato a un impegno sopraggiunto non basta? Si pensa di fare bella figura, trascurando il piccolo particolare delle altre persone presenti tra il pubblico (forse mamme con poco cuore?) e delle altre tre presentatrici provenienti rispettivamente da Sofia e da Milano?

Questo tipo di spiegazioni fa davvero il paio con le persone che, mentre stai parlando di lavoro ti dicono, solitamente per disdire un impegno o una responsabilità, che la loro priorità è il figlio e la famiglia.

Lavoro con donne da tanti anni e tante volte mi sono sentita ripetere questa frase.

Oggi mi viene l’orticaria, solo a intuirne la possibilità, di queste spiegazioni in arrivo.

Nessuno è tenuto a entrare nel merito della sua vita privata ma, tutti noi siamo tenuti, quando siamo in qualsiasi relazione, a chiederci se quello che stiamo dicendo (o evacuando, si potrebbe dire in  uno psigologhese pret-a-porter), non rischia di ferire chi abbiamo di fronte o, peggio ancora, di offenderlo o mortificarlo, a seconda dei casi.

Ma ogni tanto, stare zitte, no?

A ognuno il suo, se l’altro glielo dà

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di Irene Auletta

Ricevo una mail da una famiglia incontrata in una recente consultazione pedagogica che mi ringrazia per le indicazioni date rispetto al loro figlio di cinque anni e alle loro difficoltà.

La mail evidenzia come la neuropsichiatra infantile, che ha di recente incontrato loro e il bambino, si sia stupita dell’invio precoce e, soprattutto, avvenuto da parte di una pedagogista.

Faccio un passo indietro per recuperare un passaggio importante.

Nel primo incontro con i genitori, raccolto le loro difficoltà nella gestione di alcuni comportamenti del loro unico figlio. Faccio le domande di rito per raccogliere informazioni su quanto accade nella loro relazione genitoriale, da parte del padre e della madre, entrambi molto disponibili a raccontarsi.

Durante il racconto emerge una situazione molto complessa che mi spinge a riconoscere con chiarezza alcune domande educative ma, al tempo stesso, mi restituisce elementi sulle difficoltà del bambino che mi sembrano coinvolgere altre sfere dello sviluppo e della crescita.

Man mano che la narrazione si arricchisce di particolari, prende forma l’idea di un invio per una valutazione neurologica e, nonostante sia solo il primo incontro, valuto l’urgenza e la necessità di non prolungare ulteriormente questo livello di indagine.

Lo propongo alla famiglia, esponendo le differenze tra quelli che mi sembrano problemi squisitamente educativi e quelli che ritengo opportuno approfondire meglio, per evitare di banalizzarne la lettura con la sola chiave interpretativa pedagogica.

Lo faccio con il tatto che ho imparato a esibire negli anni soprattutto quando devo guardare lo smarrimento e il dolore negli occhi dei padri e delle madri. Però lo faccio convinta che sia importante aiutarli a guardare qualcosa di importante che riguarda la storia del loro figlio e, rispetto al quale, il loro racconto lascia pochi dubbi.

E così arriviamo alla mail ricevuta che, in effetti, mi conferma anche altri problemi, oltre a quelli educativi.

Da qui la strada non sarà facile e io mi auguro di farne, ancora un po’, al loro fianco.

Quante volte gli psicologi avranno fatto lo stesso, riconoscendo un chiaro problema educativo? Quante volte avranno riconosciuto il loro limite inviando i genitori da un pedagogista?

Mi sa che che ci vorrà ancora tanta pazienza.

Treni persi

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di Irene Auletta

Vi verrebbe mai in mente di salutare una ragazza di quattordici anni facendole una carezza sulla testa, quando lei neppure se lo aspetta

Vi siete mai ritrovati a parlare con adulti o ragazzi estranei utilizzando il tono in falsetto che sovente si utilizza con i bambini piccoli o nelle private relazioni d’amore?

Non ho bisogno di interrogare oltre la faccenda o di essere esperta di qualche magia per immaginare che dall’altra parte del vostro incontro ci potrebbe essere, con molta probabilità, un ragazzino disabile o un adulto con difficoltà, facilmente un anziano colpito nelle sue principali funzioni cognitive o comunicative.

Ogni volta che incontriamo la differenza, e quelle di questo tipo in particolar modo, abbiamo in genere, come minimo, due possibilità.

Cogliere l’occasione per imparare qualcosa di noi stessi, del nostro personale disagio e del nostro impaccio. Riconoscere la difficoltà ad incontrare il diverso da sè, per andare oltre le banalizzazione e i luoghi comuni che circondano l’idea di accettazione.

Oppure, possiamo rimanere di pietra, facendoci scivolare addosso l’incontro e attribuendo all’altro qualsiasi problema.

Ecco, così di certo, abbiamo perso una grande occasione per tacere, per stare fermi, per ascoltare e per dimostrare il nostro dichiarato valore.

Peccato.

La stessa voce

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Di Irene Auletta


Oggi pomeriggio, supervisione a un gruppo di educatori.

Tra questi, qualche tempo fa, ho riconosciuto la figlia di una collega incontrata all’inizio della mia vita professionale e che ormai non è più tra noi da parecchio tempo.

La collega era di nazionalità argentina e oggi, per la prima volta, ho sentito la figlia parlare la sua lingua d’origine.

Ero nella stanza accanto e, a rischio di fare l’invadente e la poco educata, mi sono regalata l’ascolto di quella telefonata.

A occhi chiusi non ho avuto dubbi, quella era proprio la voce di Annalia che non sentivo da oltre vent’anni e mi sono gustata una grande emozione.

Appena la figlia è entrata nella stanza, dove mi ero accomodata, non ho potuto nascondere quello che avevo appena vissuto e così le ho detto: “certamente ti avranno già detto che hai la stessa identica voce di tua madre!”.

Con gli occhi lucidi, che hanno incontrato i miei ancora commossi, mi ha detto che nessuno le aveva mai fatto notare questo particolare e che mi ringraziava di cuore per il bel regalo che le avevo appena fatto.

Il ricordo, la memoria, la stessa voce e un incontro di emozioni.

Ecco quello in cui credo, senza il bisogno di andare oltre.

E ciò in cui credo, oggi mi ha riempito il cuore.

Amare il proprio ruggito

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Di Irene Auletta

Per anni ci hanno insegnato a trattenerci, a non esprimere, a mantenere le buone maniere e così siamo diventati esperti di quel sorriso tirato che ho riconosciuto tante volte sul mio viso e riflesso in quello di tanti altri, donne e uomini.

Ci sono voluti anni di lavoro, l’incontro con la bioenergetica, la provocazione continua della vita e gli schiaffi sempre più forti dei drammi dell’esistenza, per farmi alzare lo sguardo e volgerlo altrove.

Ci è voluto l’incontro con il mio limite e la pazienza degli eventi che, come gocce cinesi, non hanno smesso di far incontrare fuoco e benzina.

Una maestra mi ha aiutato a vedere, incontrare ed avvicinare lo strano minuetto giocato dalla rabbia e dal dolore, dalla passione e dalle emozioni, dall’insegnamento di trattenere e dal bisogno di lasciar andare.

Alla fine ce l’ho fatta. 

Prima è comparso il rantolo, soffocato, chiuso in gola e trattenuto negli occhi.

Poi è esploso il ruggito o, come direbbe Clarissa Pinkola Estes, ho incontrato la lupa  e con lei, ho iniziato una folle corsa.

Tutto il resto è una nuova storia, ma oggi, negli occhi altrui, nei finti sorrisi, nelle parole di circostanza, negli sguardi sinceri, scopro mondi nuovi e ricchi di significati.

Ogni tanto lo sento, il mio ruggito, e gli sorrido perchè ho imparato a volergli bene e a capire cosa sta cercando di dirmi. 

O quanto meno ci provo.

Stupidità al quadrato

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Di Irene Auletta

Qualche giorno fa, una signora, girando qua e là su Facebook va a curiosare sulla bacheca dell’insegnante di suo figlio e trova commenti spiacevoli su un bambino della classe.

Non sappiamo cosa spinga questa signora e mamma ad avvisare subito la mamma del bambino in questione ma, siccome le battute dell’insegnante sul suo alunno sono davvero pesanti, succede il finimondo.

Un’altra piccola nota di folclore.

Sempre sulla bacheca della stessa insegnante compare uno scambio con una collega della medesima scuola, anche lei insegnante del bambino citato che, non solo non prova a bloccare la cosa avvertendo un gran odore di bruciato, ma rincara la dose aggiungendo una serie di pessime battute.

Per dirla tutta, se non siamo nati ieri, sappiamo bene che a volte tutti noi possiamo fare commenti relativamente a persone, piccoli o grandi, con cui lavoriamo o che incrociamo nella nostra vita professionale. Non ci scandalizziamo.

La cosa grave quindi non è questa, bensì la totale stupidità e ignoranza di questa signora che decide di farlo in piazza, probabilmente senza neppure rendersene conto.

Da una parte, immaginate la reazione di una madre che si trova a leggere commenti poco felici, che riguardano suo figlio, in un luogo pubblico.

Dall’altra provate a pensare a quell’insegnante, alla sua collega, alla dirigente che verrà coinvolta inevitabilmente in questa situazione.

Già sento le battute sull’utilizzo di Facebook  e quindi facciamo molta attenzione a non aggiungere, con i nostri commenti, stupidità a stupidità, altrimenti sarebbe un guaio.

Il problema qui, chiaramente, non riguarda Facebook, ma l’incapacità della persona di discernere luoghi e contesti e, se mi permettete, per un’insegnante, questa non è cosa da poco.

Se ci si vuole scambiare messaggi in via riservata è possibile per chiunque trovare il modo per farlo e quindi, torno a chiedere, cosa ha impedito all’insegnate in questione di pensare prima alle conseguenze pesanti del suo superficiale gesto?

Non so rispondere con esattezza e neppure mi interessa farlo. Temo ci sia parte di verità nell’incapacità, crescente, di interrogare le conseguenze dei propri gesti. 

Chiunque può commettere errori ed è la nostra stessa umanità a non metterci al riparo da questa possibilità, tuttavia abbiamo bisogno di chiederci cosa possiamo imparare da questa storia, perchè sia valsa la pena, almeno in piccola parte, del dolore di quella madre.

Spero che lo stesso valga per questa insegnante e per tutte le sue colleghe e mi auguro che la questione non si risolva solo con una “tirata di orecchie” e con la cancellazione    della propria pagina Facebook.

A proposito di assumersi le proprie responsabilità.

 

Piedi a terra e sguardo all’orizzonte

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di Irene Auletta

Occupandomi di educazione, in questi anni mi sono imbattuta tante volte in differenti teorie pedagogiche e in altrettante sfumature interpretative.

Ad oggi, la cosa più faticosa è ritrovare i nessi e le connessione tra ciò che si attraversa nelle pagine di un testo e quello che ogni giorno si incontra nel proprio lavoro.

Non sono rari gli scarti abissali fra grandi affermazioni di principio e una pratica educativa che fatica ad esibire quanto sostenuto e a farne rinvenire le tracce attraverso i gesti e le azioni.

Oggi però, un giovane educatore, mi ha favorevolmente colpita, dichiarando che nella sua breve esperienza sente di aver incontrato un buon libello di competenza tecnica e di sentirsi orgoglioso di questa appartenenza professionale.

Nella stessa riunione un altro suo collega, altrettanto giovane, ha espresso i suoi dubbi circa il senso di alcuni interventi educativi rilanciando un quesito aperto che più o meno diceva “ma, aiutare alcuni ragazzi, ne vale davvero la pena?”.

Di certo in gioco c’è anche un incontro fra operatori di differenti generazioni e forse, proprio a partire dall’incrocio di questi sguardi, possiamo rilanciare domande, dubbi, pensieri, senza avere immediatamente il bisogno di confermarne l’intelligenza o, semplicemente, il buon senso.

Insisto spesso sull’idea di dar valore alle domande e anche quando l’interlocutore, si schernisce esplicitando il timore di una domanda stupida, mi piace restituire che la stupidità sta, di frequente, più nel bisogno di dare immediatamente risposte o in risposte superficiali, che nella domanda stessa.

O meglio, esempi quotidianamente sotto i nostri occhi, ci confermano che, a volte, anche le domande sono veramente stupide, ma solo perchè la persona che le pone mostra fatica a collegare il suo cervello con ciò che esce dalla sua bocca.

Ma questa è un’altra storia.

Tornando ad oggi, alle riflessioni condivise con questo gruppo di lavoro, ho sentito forte più che mai, l’esigenza di dare un nome alle cose nominate, di definire un confine e di trovare vie di collegamento tra i pensieri e le azioni narrate.

Per farlo a volte ci vuole un atto creativo, insieme alla serietà e alla coerenza.

Spesso, non guasta neppure avere i piedi ben piantati per terra, fare attenzione a non farsi imbrogliare da seduttive chiacchiere prive di spessore e ricercare insieme il significato delle cose, non perdendo occasioni per aiutare a sollevare il mento e per stupirsi della nuova visuale.

A volte i nonni

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di Irene Auletta

Sono nata e cresciuta a Milano ma, durante la mia infanzia, ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con i miei nonni in Basilicata e, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita milanese ma decisamente lucana.

Mio nonno paterno, uomo austero di altri tempi, ha sempre esibito con fierezza la sua autorità e quando oggi sento emergere il mio piglio militaresco, lo ritrovo come parte di me.

Tutti i miei cugini lo temevano ma io l’ho sempre sentito affettuoso e attento, con la voglia di insegnarci anche le piccole cose. Se chiudo gli occhi lo vedo così. Mentre prende l’acqua dal pozzo, con un gesto particolare per non far entrare quella sporca della superficie, mentre sbuccia i cetrioli, mentre pulisce il pesce appena pescato.

Aveva un dono particolare nonno Nicola. In paese molti si rivolgevano a lui, prima che al medico, per problemi articolari, di forti contusioni o anche di fratture. Ricordo da bambina quante volte gli ho visto chiudere la porta per proteggere l’intimità dei suoi gesti e manipolare con serietà a competenza la parte dolente del “paziente”.

Tante volte poteva fare lui una medicazione e a volte dichiarava il suo limite invitando ad andare dal medico. Con orgoglio sentivo dire : “Cumpà Nicola, ma non potete fare voi? Non mi fido di ‘sti medici”.

Avevo sei anni quando seguendo i miei cugini maschi nelle loro acrobazie, ho fatto una brutta caduta. Gomito dolente e timore di dirlo al nonno che, dietro di me, non aveva perso la scena. Mi ha preso in braccio per portarmi a casa, mentre trattenevo le lacrime per non mostrare il dolore. Ero così già allora! “Ti conviene piangere, Irene, altrimenti ti dò la sculacciata che ti meriti per non avermi ascoltato”.

Il braccio è guarito e quando oggi ogni tanto ancora mi duole, ricordo il tocco del nonno che lo curava.

La nonna paterna invece la ricordo sempre impegnata a fare qualcosa, seria, mai con un gesto esplicito di affetto, ma sempre molto attenta a non farmi mancare nulla. Ha vissuto in silenzio, all’ombra di suo marito e così se n’è andata, senza disturbare nessuno.

Lei mi ha sempre ricordato il nonno materno, anche lui taciturno e sullo sfondo della nonna materna, la grande matrona.

La nonna mi ha insegnato la gentilezza, la cura, l’amore per le cose belle, il rispetto della vita e dei fiori. A lei devo in particolare quello che ha lasciato a mia madre e che mia madre ha lasciato a me. La nostra risata, simile e diversa, ma sempre sonora, liberatoria e proveniente dal cuore. “La vita è già difficile, facciamoci una bella risata che poi passa!”. Così ha affrontato la vita e le sue difficoltà e prima di andarsene, ha voluto salutare i suoi figli, uno per uno, dicendogli quanto gli dispiaceva di andarsene e di lasciarli.

Le piaceva scoprire cose nuove e, nelle sue visite a Milano, non finiva mai di apprezzare le differenze con il piccolo paese del sud. Non l’ho mai sentita esprimere facili giudizi e quando si permetteva qualche pettegolezzo o battuta lo faceva con quel sorriso che le permetteva di dire tutto senza alcuna cattiveria. Mi piacerebbe diventare come lei, con i capelli bianchi, gli occhi brillanti e il sorriso sempre acceso.

Oggi, mi riconosco sempre più parti di ciascuno di loro e quando le riscopro dentro di me, sento meno il dispiacere della loro assenza e così, come per magia, la loro vita sembra continuare nel mio ricordo.

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