L’embolo pedagogico

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di Irene Auletta

Giorni strani.

Nei vari servizi che sto attraversando per lavoro sembra sia scattato una sorta di conto alla rovescia in attesa della fine del mese di luglio e della prossima pausa estiva.

Fin qui nulla di strano, anzi.

La costante che più mi colpisce e’ l’accavallarsi dei racconti degli operatori circa la loro stanchezza e il senso di fatica che oserei definire dilagante.

Ma, anche questo, ci sta.

Quello che invece mi stona, sempre, anche durante il corso dell’anno, è la concentrazione sulle vicende o faccende che riguardano sempre  di più gli operatori, con il rischio di lasciare, inevitabilmente sullo sfondo, gli utenti dei vari servizi.

Diciamo che, in questi giorni, proprio per rimanere in tema, mi piacerebbe accogliere, un po’ di più, anche quesiti che possono riguardare la stanchezza dei bambini, le fatiche dei ragazzi o le preoccupazioni dei genitori.

Da quanto nei servizi educativi o socioeducativi, gli operatori hanno iniziato a occupare gran parte della scena? Oppure è sempre stato un po’ così e io non me ne rammento?

Di fatto, negli ultimi tempi, ogni tanto devo richiamare me stessa per non correre il rischio di scivolare in facili giudizi e far parlare più la mia stizza che il mio sguardo critico.

E poi, tutta questa fatica e stanchezza! Vogliamo parlarne e, al tempo stesso, provare a comprendere cosa ci stanno dicendo?

Delle due l’una.

O queste nuove generazioni di operatori sono geneticamente più deboli oppure dobbiamo trovare, proprio nell’educazione, nuovi spiragli interpretativi che ci aiutino a capire.

Almeno come antidoto per non crollare tutti, di stanchezza.

Il cuore in una pentola

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di Luigina Marone

Qualche giorno fa un’educatrice mi chiama al telefono e mi dice: “Luigina riesci a passare dal nido oggi a mangiare? Sei stata invitata dalla mamma di..marocchina che oggi porta a pranzo qualcosa per noi.”

La mattinata è volata per una serie di incontri che si sono succeduti e alle 13.30 in bicicletta mi sono recata al nido. E pedalando penso a questo appuntamento che porta qualcosa di diverso alla mia giornata e immaginavo qualche dolce e il tè, preparato per noi da questa mamma in segno di ringraziamento.

Si, alcuni genitori alla fine dell’esperienza al nido, compiono gesti d’affetto con una lettera, un dono da lasciare al nido per i bambini che arriveranno, come se ritengono importante un saluto nel lasciarsi e dire grazie!

Entrata al nido una mano lungo il corridoio mi sollecita a raggiungerle dicendomi: “Luigina tu non immagini cosa c’è qui”…. e quando entro nella sala da pranzo tanti brividi scorrono lungo tutta la pelle nel vedere quella tavola imbandita. E vengo accolta da un abbraccio ….

Tutti piatti nuovi per me e quindi ho chiesto a questa mamma di accompagnarmi nel percorso di conoscenza della sua terra: soia con uvetta e mandorle e zucchero a velo, poi il pollo cotto nel tagijn, un’altra carne con prugne e mandorle, tante salse di verdura che accompagnavano la carne e diverse verdure fresche come il cetriolo, la rapa rossa, l’insalata e pomodori per rinfrescarsi la bocca. Mi dice mentre assaggiamo che quello è il pranzo che al suo paese all’interno vicino a Marrakech si usa offrire alle persone ai matrimoni.

Intanto parliamo della sua famiglia di origine, delle tradizioni marocchine, del figlio che a due anni voleva scappare dal quel posto così diverso e che ha riabbracciato forte piangendo in Italia un amico al rientro. Parliamo di questa nuova vita in Italia e della difficoltà di accettare ora alcune imposizioni culturali della sua terra di origine. Lei è molto contenta di questo gesto d’affetto che ci sta offrendo, sorride e intanto racconta della generosità di sua madre che ogni cosa che le figlie le portano dall’Europa la divide con la gente del paese.

Racconta che a casa loro la porta è sempre aperta, ogni volta che entra qualcuno su due piedi preparano qualcosa da mangiare e da bere per lui … non è come qua. Lo ripete tante volte “non è come qua” e ci fa assaporare climi familiari … e ride con noi di quella volta che ha portato alla madre del formaggio grana e lei lo ha scambiato per il sapone da lavare. Si respira un aria di semplicità, di autenticità, di amore. 

Ad un certo punto mi guarda e mi dice grazie! Grazie per tutto quello che avete fatto per me e per il mio bambino durante questo anno. E’ stato trattato bene qui, aveva tante difficoltà e tu sai … io non ero capace di trattarlo perché lui piangeva sempre e loro mi hanno aiutato, ogni giorno.

Mi racconta di altri aiuti avuti da colleghi che hanno mediato tra lei marocchina e il marito egiziano sui comportamenti da tenere in Italia per il rispetto reciproco. Mi hanno aiutata!

Grazie a te mamma del Marocco, queste parole e questo gesto lo ricorderemo per tanto tempo e tanti motivi tra cui che vale la pena fare fatica con i genitori e i bambini nei momenti di difficoltà..e questo può lasciare qualcosa di importante a tutte e due …. nel cuore!

Terminiamo il pranzo con il tè alla menta servito con il rito marocchino e un buonissimo dolce.

Non senso a go-go

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di Irene Auletta

Non ho mai fatto mistero del fatto che la mia esperienza, come genitore della scuola per l’infanzia, è stata tra le peggiori per me possibili. Unica consolazione è quella di aver condiviso, insieme ad un folto gruppo di altri genitori, l’esperienza di un incontro totalmente inutile, assolutamente giudicante e certamente molto capace di aver incrementato la situazione di disagio che allora stava già sfiorando le sue vette più estreme.

Mi sono chiesta in questi anni, e da allora ne sono passati parecchi, se mai, anche solo vagamente, queste insegnanti abbiano riflettuto sulle loro modalità, sul senso dei loro interventi, sull’inopportunità e totale ignoranza delle loro valutazioni.

Proprio oggi, leggevo lo scritto di un collega che, seppur parlando di un contesto completamente differente, richiama più volte il tema della riflessività e autoriflessività dell’operatore.

Si perchè, per dirla tutta, la cosa che più mi dispiace, ora che è passato del tempo e che la mia rabbia ha trovato vie molto più utili per me e per la mia salute, è pensare che la fatica, mia e della mia famiglia, non sia servita a nulla.

Capisco che si può sbagliare, sempre.

E comprendo anche il fatto che a volte le insegnanti si possono trovare a gestire situazioni più grandi di loro, che magari le spaventano e allora che fare? Beh … se magari prima di colpevolizzare i genitori della loro situazione si provasse ad attivare anche un’opzione B o C, non sarebbe affatto male!

Tuttavia, più come tecnico che come genitore, tutti i tasselli vanno al posto giusto quando a distanza rivedo la situazione quasi come fossi in un setting di supervisione.

Già. Lì capisco proprio tanto e quasi quasi, riesco anche ad empatizzare con le difficoltà e i limiti di queste signore.

Poi, il caso vuole, che mi capiti tra le mani una foto.

Ritrae mia figlia, il giorno del suo sesto compleanno … ora ne ha quattordici.

E’ seduta ad un tavolino e di fronte a lei si vedono chiaramente una torta con tanto di candeline, una corona di cartoncino rosa che, evidentemente, si è rifiutata di indossare e il suo broncio, accompagnato da uno sguardo che pare esprimere qualcosa che sta nel mezzo tra lo scoramento e la sfida.

Cosa c’è di strano, direte voi?

La torta è finta, perchè le norme vigenti impediscono di utilizzare cibo commestibile.

Mia figlia, ancora oggi, non sa spegnere le candeline.

La sola idea di mettere qualcosa in testa la fa incavolare da matti.

Forse, non chiedevo poi così tanto.

Contiamo insieme

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 di Irene Auletta

Ascoltando le conversazioni tra genitori e figli si possono imparare un sacco di cose e anche fare parecchie riflessioni.

Sono in un’altra città per lavoro e, passeggiando per il centro storico, vedo un bambino di circa cinque anni che saltella su una grata  che, evidentemente, il babbo considera pericolosa visto che continua a ripetergli di spostarsi da lì. Ma il bambino “non ci sente” perchè quel gioco gli piace troppo e continua a saltare ignorando le richieste paterne.

Il tutto dura finché la voce maschile adulta si altera e, alzando la mano aperta, inizia a scandire uno, due e ….

Quante volte l’abbiamo sentito o noi stessi l’abbiamo recitato con i nostri figli, con quell’idea di avvisare che il tempo a disposizione sta scadendo e insieme ad esso, anche la nostra pazienza?

Cambia scena e cambia la città.

Un padre sta camminando seguito da due bambini.

Uno dei due piagnucola raccontando che l’altro gli ha fatto qualcosa, insomma, storie di bisticci tra fratelli. Il padre appare parecchio irritato e per ben due volte, con tono molto serio ripete “la prossima volta che succede, tu dagli un pugno in faccia. Capito? Ma di quelli che fanno male. Un pugno proprio in faccia!”.

La scena mi scorre davanti agli occhi e mi chiedo quanto quel genitore sia consapevole di quello che, forse suo malgrado, sta insegnando.

Siamo spesso spettatori di scene educative che paiono ignorare completamente i messaggi che trasmettono.  Ne parlavo, proprio qualche sera fa, con un gruppo di genitori.

Quante volte proclamiamo l’importanza del rispetto assumendo, nei confronti dei nostri figli, atteggiamenti molto poco rispettosi? Lo stesso accade sovente con l’ascolto, la curiosità e il riconoscimento delle altrui possibilità.

Una carrellata di prediche e prescrizioni educative, sconfermate dalle azioni e dai gesti degli adulti.

Non ci sono ricette e, anche in questo caso, vale la pena fare molta attenzione a non alzare il nostro “ditino pedagogico” esordendo con qualche proclama , a  conferma della nostra complicità in quella confusione e ambivalenza che stiamo cercando di trattare.

Forse possiamo aiutarci alzando la mano aperta e  iniziando a scandire uno, due e….

Come dire, fermiamoci e pensiamoci un attimo insieme, ritornando a ragionare sul senso  dei nostri insegnamenti, ma anche dei nostri limiti e delle nostre possibilità.

Figli da lontano

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di Irene Auletta

Proprio ieri,  guardando una foto di mia figlia, mi hanno ricordato che un medico antroposofo anni fa,  a proposito del suo sguardo, disse “viene da lontano”.
Non ebbi allora la prontezza di chiedere come sono i bambini che arrivano “da vicino” forse perché in cuor mio già la sentivo una figlia che mi avrebbe fatto attraversare mondi di esperienze e di significati.
Ma l’esperienza di diventare ed essere genitori non offre a tutti la medesima possibilità?
Quanti di noi guardando le prime ecografie e poi il proprio figlio appena nato hanno avuto la sensazione di trovarsi di fronte ad un vero miracolo?
Forse, anzi quasi certamente, quel medico voleva anche dire altro, ma mi piace l’idea di trattenere qui solo alcuni aspetti della sua affermazione per parlare delle misure dell’incontro tra genitori e figli.
Perché di incontro si tratta e troppo spesso rischiamo di dimenticare che il bello e’ di scoprirsi e conoscersi pian piano, di non darsi per scontati e di non abbandonare la meraviglia della sorpresa che può risultare’ offuscata dalle nostre aspettative deluse.
In fondo, ripescare quel commento e quel ricordo, ha dato voce, dopo parecchi anni, alla domanda “che figlia sei ?” .
Può essere che ogni genitore abbia in mente lo stesso interrogativo che magari ogni tanto fa capolino in particolari occasioni della sua storia.
Ricordarlo, o anche solo provare a nominarlo, può essere un modo per riportare alla memoria le tracce dell’incontro, le sorprese della nuova conoscenza e il proprio essere e percepirsi in una storia che si costruisce e si protegge narrandosi.
Te l’ho già raccontato figlia mia? Quando eri piccola un medico guardandoti ci disse….

Sociometria del parco giochi

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Esiste una legge sociomatematica che dovrebbe funzionare più o meno così: dato uno spazio s e un numero n di bambini che lo occupano, quando n/s è maggiore di una costante Q, i bambini smettono di giocare e iniziano a urlare, correndo in tondo.

Domande impossibili

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di Irene Auletta

Il nostro paese si è mosso quasi all’unisono, di fronte ad una tragedia.

I feriti sono tanti e certamente per ciascuno la tragedia assume tinte e intensità differenti.

L’attacco all’istituzione scolastica, alla cultura, alla giustizia, alle persone.

Ed è proprio a queste ultime che volgo il mio pensiero più forte.

Una ragazza di sedici anni che ha perso il futuro, senza alcuna possibilità di replica.

Un’altra, che sta lottando per avere ancora qualche chance e che probabilmente ancora non sa che nulla potrà più essere come prima.

Genitori distrutti dalla perdita e dal dolore.

Li immagino con lo sguardo vuoto, alla ricerca di un senso impossibile da ritrovare.

Ma quale può essere il senso di tutto questo?

Triangoli calciopedagogici

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C’è un campo di calcio a Bonassola – racconta un signore seduto in prima fila – troppo piccolo per avere un bordo campo con relative linee. Beh, dico fra me e me, in effetti è persin difficile pensare che in quel paesino arroccato sulle coste delle Cinque Terre possa esercì spazio per giocare a pallone. Salvo doverlo recuperare tra gli scogli dopo ogni tiro teso. Dunque – continua il nostro amico – non esisteva il fallo laterale. Cerco di capire dove voglia andare a parare. Mi stuzzica quell’incipit, ma non riesco proprio a intuire che c’entri con quello che stavamo dicendo.

Franco Bomprezzi e io dialogavamo da un’oretta attorno al mio libro, Con occhi di padre, durante la presentazione milanese di ieri alla libreria Odradek. Franco aveva appena letto quel lungo passaggio che inizia con “Hai fatto caso, Luna, che strano universo ti si è stretto attorno?”(p- 108) seguito dal lungo elenco degli incontri che segnavano allora e in gran parte segnano ancora la sua/nostra quotidianità. Voleva sottolineare che la disabilità, alla fine, è questo: relazione. Vale per tutti noi, ovviamente. Ma l’esperienza della disabilità rende evidente ció che potremmo rischiare di dimenticarci. Io ne avevo approfittato per dire che le relazioni creano un mondo e il mio ruolo di padre è ricomparso, dopo anni di oblio, quando ho iniziato a occuparmene, di quel mondo, dandogli la possibilità di esistere e prendendomene cura.

Lui, il padre-spettatore-uomo, continua con la partita a Bonassola raccontando che, al posto delle linee laterali, c’era un muro. Un muro che i giocatori utilizzavano per il dribbling, facendovi rimbalzare la palla quando dovevano scartare un avversario. Inventandosi una sorta di calciosquash. Questo mi fa venire in mente – conclude – che noi siamo abituati  ad agire sempre in linea diretta. Soprattutto con i figli. Invece si tratta di triangolare con il mondo. Come a Bonassola.

Fantastico…

Grazie, padre-spettatore-uomo. Non potevi regalarmi un’immagine piú convincente per cercare di dire quello che sto cercando di dire da anni sul ruolo paterno. Come ti ho detto ieri, la userò. Iniziando da qui e aggiungendo che il calcio bonassolese insegna anche un’altra cosa: il mondo va triangolato per quello che è, non per quello che si vorrebbe fosse o secondo le prescrizioni dettate dalle regole ufficiali. Ed è esattamente in questo modo che è possibile trasformarlo, abitandolo.

Grazie ancora a tutti. E alla prossima…

I colori della fatica

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di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Con occhi di padre alla libreria Odradek di Milano

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Beh, pubblicare questo invito il giorno della Festa della mamma non è male no….? comunque sono contento di questa nuova presentazione. L’ultima fatta a Milano è stata nel 2006, la seconda subito dopo l’uscita del libro. Ricordo una serata intensissima e con più di cento persone. Ricordo un grandissimo abbraccio collettivo. Ricordo Charmet, invitato a presentare il libro, stupito da un pubblico così numeroso e anche dalla fitta partecipazione: dopo diciotto interventi (18) abbiamo dovuto chiudere perchè ci stavano buttando fuori dalla sala Lazzati…

Sono passati molti anni, e anche parecchia acqua sotto i ponti. Giovedì sera parlerò del libro con Franco Bomprezzi e sarà ancora una volta un’esperienza nuova. Spero in una partecipazione numerosa anche questa volta. E poi ricordo a chi nel caso fosse sfuggito, che il libro è nuovo non solo perchè edito da Erickson, ma anche perchè ci sono parti nuove inedite.

 

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