‘a mamma

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di Irene Auletta

Tipico modo di dire utilizzato in gran parte delle regioni del centro sud per rivolgersi ai propri figli. Sostituisce i vari amore, caro, tesoro più abituali in altri dialetti e, seppur utilizzato da molte donne, sembra restituire ogni volta una magica esclusiva proprio a quella relazione li’, tra quella madre e quel figlio.

Come donna con origini del sud mi capita spesso di utilizzare quest’espressione con mia figlia e in genere lo faccio quando quello che voglio dire e’ “non preoccuparti … c’è la mamma qui vicino” oppure per ribadire l’esclusività di quel nostro particolare momento e la mia attenzione alle sue richieste.

Così e’ accaduto qualche giorno fa quando, per l’ennesima volta, ho dovuto affrontare la ragazzina che ti stava facendo il verso per il tuo modo di ridere. La mamma tigre che sono e che ogni volta deve fare i conti con il suo dolore, si e’ messa per un attimo  in  disparte e mi ha lasciato fare.

Ho detto alla ragazzina, arrivando alle sue spalle inattesa, che tu stavi facendo una cosa molto difficile. L’ho invitata a provarci anche lei, ad esprimere una forte emozione ma, senza utilizzare le parole …. perché altrimenti e’ troppo facile!

Nel frattempo guardavo Luna e pensavo a cosa potesse percepire o comprendere di quel nostro scambio. La ragazzina ha abbandonato la faccia da presa in giro ed e’ diventata improvvisamente molto seria. Speriamo abbia imparato qualcosa e che la prossima volta, prima di prendere in giro qualcun’altro, ci pensi per una frazione di secondo in più.

Poi sono tornata vicino a te. “Anche per oggi, ‘ a mamma, ce la siamo cavata!”. Ti ho ricordato come faccio spesso che, semmai riuscirai a dire anche una sola parola e quella non sarà mamma ma una parolaccia, avrai tutta la mia solidarietà e comprensione.

Per favore non baciate i ranocchi

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“Come si chiama?” … ” Luna” … “quanti anni ha?”…”Quattordici, va per i quindici”…”E’ malata?”……”…no, è nata così”….”e si può curare?”….

Strani dialoghi si tessono in mezzo al mare a bordo materassino. Lei, dice, si chiama Giulia e ha nove anni. Si è avvicinata non so se attratta dai nostri giochi galleggianti, dalla evidente stranezza di mia figlia o dal fatto che ci fossi io che stavo giocando e lei avrebbe potuto farsi un giro. Ad ogni modo, l’approccio è stato da manuale: nome, età, numero di matricola e poi il tentativo di capire cosa avesse quella strana bambina con i braccioli.

“Nella tua classe non ci sono bambini disabili?”…”No”…”beh, Luna è fatta così, un bambino cieco è fatto così non è malato”…”Luna è cieca?”…”no, intendevo solo dire che è nata così”…”e si può curare?”….

Ora qualche bambinologo dirà che quella ragazzina cercava solo di darsi una spiegazione rassicurante: una “malata” si può curare appunto, dunque ha qualcosa che si può riparare. Prospettiva meno spaventosa del mio “è fatta così” che prefigura scenari terribili di ranocchi condannati a restare tali, nonostante i baci di un esercito di principesse. Ma non sono poi così sicuro che la spiegazione stia tutta nella psicologia infantile.

Mi sono chiesto in realtà come siano state presentate a Giulia le condizioni delle persone disabili che avrà certamente incontrato nei suoi nove anni di esistenza e come gliene avranno parlato i genitori, gli insegnanti, il prete, gli animatori del centro estivo. Sono tutte le Giulie del mondo che condizionano i loro interlocutori a definire “malate” le persone disabili, perchè è la spiegazione più facile da dare, oppure a forza di fornire spiegazioni facili, tutte le Giulie del mondo finiscono col credere che il mondo è Il Mulino Bianco e se qualcosa va storto è solo una malattia che, come tale, deve pur essere curata in qualche modo?

Mi spiace, ragazzina con la maschera incontrata stamane in mezzo al mare, Luna, mia figlia, non è malata. E’ nata così e non si può aggiustare. Ma non nel senso che è afflitta da una malattia incurabile, genere che prima o poi ti toccherà di conoscere, ma nel senso che in lei non c’è nulla da guarire. La prossima volta, magari tra qualche anno, magari quando sarai cresciuta, prova a chiedere a me se sono riuscito a guarire da ciò che mi ha procurato l’avere una figlia come mia figlia. Ti dirò di sì, e anche questo è rassicurante no?, e proverò a raccontarti come…

Into the bytes

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Non riesco a crederci ma sono venuto in Abruzzo senza le mie cartine. Una svolta epocale per me. Sono decenni che non mi muovo da casa senza una cartina appresso. Ho scatole stracolme di mappe d’ogni tipo recuperate ovunque sia andato nel corso degli anni. In pratica il rito di incontro con ogni luogo è sempre stato infilarmi in una cartoleria-giornalaio-ente del turismo e riempirmi delle carte del luogo.

Essendo che da queste parti, provincia di Teramo, transito dal 2001, non c’è mappa, carta turistica, carta dei sentieri dal 250.000 al 25.000 (sono scale, comunque non è fondamentale per il racconto) del Parco Nazionale del Gran Sasso, dei Monti della Laga, del Parco Nazionale dìAbruzzo, della Majella, che io non abbia accumulato e custodito gelosamente. E ora sono custodite gelosamente a casa, dove le ho lasciate, dimentiche, sole e impolverate…

Dunque preparo una gita e inizio la via crucis alla ricerca di una nuova cartina. Pare che qui al mare non sappiano neppure la differenza tra una guida e una cartina e trovarne una, nonostante la montagna sia qui dietro le spalle del lungomare, è praticamente impossibile. Rassegnato inizio a girare su google, google maps e google earth, scarico pdf dell’IGM (Istituto Geografico Militare) con i percorsi, salvo post che descrivono nei particolari ogni itinerario possibile e li carico su Evernote per averli a disposizione anche off line (ovviamente dove andrò non ci sarà campo). E’ tutto pronto per domani…

Insomma, alla fine in gita vado con l’iPhone con l’iPad e niente più carta piegata e ripiegata da sfoderare a ogni bivio. La mia condizione di paperless è ormai quasi assoluta. Forse è stato proprio il peso delle mie finestre elettroniche sul mondo nello zainetto, a farmi scordare quelle cartine lasciate a ingiallire tristemente dopo anni di onorato servizio…

Se gli americani si sentono ninja…

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20120814-104148.jpg Dear Mr. Obama,

Capisco che le lobbies delle armi siano potentissime e che buona parte dei suoi concittadini sia cresciuta con il mito di Wayne prima e di Rambo poi, ma il secondo emendamento (o è il primo non so e non importa) credo garantisca il diritto a portare armi per legittima difesa, non che tipo di armi. Allora mi permetto di avanzare un umile consiglio: vieti tutte le armi da fuoco e incentivi l’acquisto di coltelli, archi da tiro, nucha ku, tonfa e similari. Non che siano concettualmente migliori, ma quanto meno è piuttosto difficile farci una strage. E si puó sempre contare su un fatto: che gli idioti desiderosi di girare armati, si facciano male da soli, prima di far del male a qualcun altro.

Con stima
Igor Salomone
Italy

Difetti perfetti

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di Irene Auletta

L’ho già scritto diverse volte e altrettante mi sono ritrovata a dirlo in differenti contesti. A me, questa storia dei figli disabili che non sono disabili ma “speciali” non mi convince per nulla. Qualche giorno fa ho letto un articolo postato su fb, dove anche un famoso attore americano, sembra essere stato contagiato dal virus della negazione.

Tra l’altro, conoscendo bene la sindrome genetica a cui si riferisce, posso assicurare i lettori poco informati sulla questione, che si tratta di un handicap decisamente grave.

In realtà, a pensarci bene, il mondo dei genitori, e anche quello degli operatori socioeducativi, mi pare spaccato in due. Quelli che appartengono al gruppo dei figli e utenti “speciali” e quelli che, a volte anche tralasciando il nome delle persone di cui stanno parlando, esibiscono con disinvoltura la loro erudizione circa la patologia che affligge figli o utenti.

Lo so. Queste mie considerazioni verranno accolte da molti come antipatiche e probabilmente lo sono. Ma siccome la faccenda mi riguarda, e da molto vicino, penso di potermi permettere il lusso di esserlo, un po’ antipatica e, soprattutto, di voler andare oltre alcune forme che davvero mi stanno strette.

Quando alle cose, ai sentimenti, alle storie, alle persone, si cambia il nome, per me è un po’ come tradirle.

Sono cresciuta con l’incubo del “brutto male” e nella mia mente di bambina la cosa assumeva sembianze mostruose che avevano esattamente l’effetto contrario di quello a cui gli adulti auspicavano, non parlando direttamente di cancro o di tumore.

Ogni dolore può essere un’occasione per imparare qualcosa, sulla vita e sul nostro modo di viverla. Daccordo. Ma questo vale se il dolore rimane un dolore, la disabilità una disabilità altrimenti, che dolore è? Di che storia stiamo parlando?

Inoltre, quello che meno mi convince nel definire bambini o ragazzi disabili come “speciali”, è che mi pare una sorta di barbatrucco, come direbbero i bambini stessi, per mascherare la realtà.

La disabilità è una faccenda seria, che pesa nel cuore di chi la incontra, come un macigno, ogni giorno. Questo non corrisponde per forza a tristezza perenne, depressione, malinconia acuta. Anzi. Molti dei genitori che incontro, che hanno figli disabili, mi sembrano molto più sereni ed equilibrati di tanti altri che non hanno a che fare con queste storie.

Allo stesso modo non mi convincono quelli che parlano di sfortuna. Ogni volta che me lo sento rivolgere, come messaggio implicito o esplicito penso, e a volte lo dico pure ad alta voce, “ma guarda te come sei messo!”.

Insomma, non riesco a uscirne. Per me le cose stanno esattamente come stanno e mi piace utilizzare le parole giuste per definirle, senza imbellettamenti e senza imbrogli.

Può essere un difetto? Lo accetto, purchè non mi chiamiate difettosa.

Il peso delle parole

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di Irene Auletta

Inutile dirlo. Siamo circondati da un mondo che ha perso il senso della misura.

Tutto è troppo, tanto o poco che sia, ed è sovente fuori misura.

Ognuno fa la sua parte e immagino che ogni singolo individuo che ancora si tenga stretta la facoltà di pensare, si barcameni ogni giorno nel tentativo di non essere inglobato dalla follia.

Stamane l’articolo di Mario Calabresi spinge a pensare alla forza delle parole, quando possono infangare fino a far morire. Si, perchè l’infarto, tanto volte fa pensare proprio al mal di cuore e al suo “spezzarsi” di dolore. Magari non è stato così in questo caso, però le parole del giornalista fanno pensare.

Almeno, a me hanno fatto pensare a quanto, con facilità estrema sento esprimere facili e taglienti giudizi sulle persone, sulle vicende, sugli eventi, anche quando sono così distanti dalla nostra esperienza e dalla nostra conoscenza.

Può essere che io sia eccessivamente pudica o ingenua, ma mi ritrovo sovente a dire che di quella questione ne so troppo poco, che le mie conoscenze in quel campo sono troppo limitate per potermi esprimere e che, insomma, quando le cose sono complesse i facili giudizi o le valutazioni da ghigliottina, li sento sempre fuori luogo.

Il peso delle parole deve tornare a fare i conti con quello che si trova deposto sull’altro piatto della bilancia e che, quasi sempre, parla di emozioni, sentimenti e cuore.

Quanti infarti dobbiamo ancora attraversare per accorgercene?

Ma cos’è questa crisi?

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente allo strano fenomeno  che trasforma affermazioni importanti in luoghi comuni, con il rischio di non poter più godere neppure di quelli. Che fine ha fatto la mitica “non ci sono più le mezze stagioni” che va a braccetto con “si stava meglio quando si stava peggio”? E via di questo passo.

Sento spesso ripetere, in questi tempi complessi, l’idea di imparare dalle crisi e sovente, l’affermazione appare già una sorta di mantra svuotato del suo significato più profondo e autentico. Insomma come recitare, con banalità estrema, che grazie alle disgrazie abbiamo imparato questo e quello e che anche la morte, come esperienza estrema, è occasione e possibilità per potersi sempre portare a casa qualcosa.

Va bene. Ci sto. Ma poi dobbiamo provare a tradurre nel quotidiano cosa vuol dire tutto questo e soprattutto, cosa ce ne facciamo di quello che abbiamo imparato anche attraversando crisi, dolori e perdite.

La schizofrenia di chi si spertica a declamare questi principi, chiuso ogni giorno nella sua piccola storia che guarda solo se stessa, ho paura che possa essere contagiosa.

E’ per questo, che quasi ogni giorno torno a chiedermi cosa posso imparare da ciò che attraverso e come posso immediatamente farmene qualcosa nel condividerlo con altri.

Da tempo sono infastidita e allergica ai vari urlatori che mi sembrano interessati solo alla caccia al colpevole, come surrogato di quella alle streghe. Ma, siamo ancora qui?

Con questi atteggiamenti cosa possiamo imparare dal momento storico che stiamo attraversando, dal senso di precarietà che si respira ogni giorno, dall’incertezza del futuro, dalla possibilità di trasformare i problemi come occasione per mettere alla prova la nostra intelligenza e creatività cognitiva?

Ecco, forse questa può essere la mia strada. Continuare a chiedermi che cosa posso fare e come posso condividere la nuova strategia pensata.

E’ pochissimo, è vero.

Ma come dice stamane Massimo Gramellini nel suo articolo, a proposito dell’immaginare possibilità altre, “prendetemi per pazza, ma non per scema!”.

Radici paterne

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di Irene Auletta

Ogni volta che parlo con mio padre, riesce a riflettermi sfumature e aspetti che in qualche modo mi raggiungono ancora nuovi.

Il suo senso di responsabilità nei miei confronti, come figlia, e di mia figlia, come sua nipote, riescono sempre a stupirmi. Uomo di un’altra generazione.

Sentendolo parlare con me si potrebbe immaginare, come partner del dialogo, una giovane ragazza alle prese con le prime esperienze della vita e, invece….

Quando ero più giovane questo suo modo di fare mi infastidiva assai e quasi lo sentivo come un modo di non riconoscermi per quello che ero, per come ero cresciuta e, forse, anche per quello che valevo.

Oggi, ne percepisco possibilità nuove e sfumature altre.

In fondo, ho sempre sentito come stonate le parole di chi si rivolge ai propri genitori dicendo che, invecchiati, sono tornati come bambini e, ammetto, che mi piace fare la figlia e sentirmi tale.

Quando mio padre mi fa sentire che lui c’è, che per me è ancora una risorsa, che ha ancora voglia di occuparsi di me e di noi, lo sento vivo e presente e ogni giorno mi ricordo di non sprecare momenti preziosi.

Ieri, me lo ha ricordato per la duecentesima volta. Ti ricordi quando ti ho portata a teatro a vedere quello spettacolo e tu uscendo continuavi a ripetere tutta contenta “apriti sesamo!”.

Si papà, me lo ricordo bene, come fosse oggi.

Leggerezze possibili

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di Irene Auletta

Da qualche anno, parlando di proposte di vario genere rivolte a famiglie con bambini o ragazzi disabili, si parla sovente di attività o momenti di sollievo.

Non ho mai capito perchè il termine utilizzato mi ha sempre creato una sensazione di disagio.

Non che l’idea di sollievo non renda bene la situazione che molte famiglie si trovano ad attraversare, ma forse questo riguarda una pluralità di persone che va ben oltre una determinata categoria di genitori.

Forse, la mia perplessità è di ordine più generale e corrisponde alla difficoltà a stare dentro, e a riconoscersi, in un mondo che mi pare molto organizzato in definizioni di categorie.

Può essere anche però, che l’idea di sollievo, così come dice la parola stessa, rimandando ad un alleviamento di un dolore o di un disagio fisico o morale, mi evochi interrogativi rispetto al suo intreccio con quella peculiare relazione che riguarda genitori e figli.

Mi chiedo spesso se il sollievo, nominato pensando alle fatiche dei genitori, non debba essere allargato a tutte le dimensioni di fatica che possono attraversare anche i bambini e i ragazzi disabili, per il fatto di essere costretti, inevitabilmente, ad una presenza massiccia e continua dei loro genitori.

Ogni tanto, dietro gesti di stizza di mia figlia, che non si possono esprimere con le parole, mi immagino di sentire l’eco di quella frase spesso mormorata dai figli : “che palle, ‘sti genitori!”. E lei, neppure lo può dire. Spero solo che lo pensi spesso.

Dunque, tornando al sollievo per i figli, mi piacerebbe che si potesse dire, raccontare e presentare, anche come occasione per separarsi e per ritrovarsi, per sperimentare il mondo accompagnati da adulti diversi dalla mamma e dal babbo, per sentirne la loro mancanza e per incontrare adulti un po’ meno disponibili a capire sempre, che chiedono la fatica di esprimersi e di farsi comprendere.

Non succede forse così anche a tutti i bambini e ragazzi senza disabilità?

A me pare di si e, certamente, molti dei loro genitori, avrebbero lo stesso bisogno di proposte di sollievo.

Mi piace pensarla così. Ben vengano tutte quelle proposte di sollievo che vanno ad alleviare fatiche e dolore ma, al loro fianco auspico, sempre di più, momenti che permettano apprendimento, leggerezza, divertimento e nuove possibilità.

In fondo, che permettano di vivere e non solo di sopravvivere.

Tutto bene?

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di Irene Auletta

Stamane sentivo in radio una trasmissione, di quelle che gli ascoltatori chiamano e dicono la loro su qualche argomento.

Di fronte alla domanda “tutto bene?” e alla risposta “benino…” dell’ascoltatrice, parte la filippica del conduttore che, tutto felice, fa in modo che ci sia una correzione in diretta, fino ad arrivare al fantastico e atteso “tutto bene, anzi benissimo!”.

Vabbè.

Ma in fondo non succede lo stesso tutti i giorni nella vita? Forse anche questa è una delle tante mode con cui dobbiamo imparare a fare i conti, ma tante volte mi chiedo come mantenerci vigili sulla realtà delle cose, per non farci trascinare in quel vortice di banalità e luoghi comuni che si possono confondere con la realtà stessa.

Sai che ansia se da domani tutti iniziassimo davvero a rispondere come ci sentiamo e come stiamo! Vuoi dire che potrebbe essere una buona strategia per non farsi più rivolgere questa domanda?

In un’epoca che esalta il make up estetico credo sia arrivato il momento di chiederci come attivare anche un bel lifting relazionale che,  quanto meno, ci liberi da questa odiosa ecolalia.

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