Il gusto dei pensieri

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Edu-gusto CARTOLINA ultima

di Irene Auletta

Pronti per iniziare. I bambini portano con sé aria frizzante, in quella loro impazienza di scoprire cosa si cela dietro quella porta chiusa. Gli adulti, più prudentemente, cercano di capire cosa accadrà, visto che hanno appena compreso che oggi la nostra proposta di laboratori prevede adulti e bambini separati nel loro percorso di ricerca.

Mentre i bambini si affidano, con fiducia e curiosità, alle colleghe che vestono i loro speciali panni di scienza-chief , a me il compito di condurre il gruppo di adulti nel loro laboratorio delle scoperte. Si, perché il nostro progetto Edu-gusto, vuole focalizzare proprio l’attenzione su aspetti diversi, con la finalità di far emergere quel complesso dialogo tra leggerezza e profondità, tra divertimento e apprendimento, tra sapori e saperi.

A disposizione dei genitori ingredienti semplici come pane, frutta fresca e secca e biscotti, affinché la riflessione sia accompagnata dalla preparazione di una piccola merenda per i loro bambini. Le mani si orientano subito al lavoro, mentre invito a raccogliere pensieri sparsi. Cosa vi immaginate stiano facendo i vostri figli nell’altra stanza? Cosa vuol dire per voi ritrovarvi insieme a preparare qualcosa per loro e come li pensate in questo momento? Cosa ne dite se mentre un gruppo prepara la merenda l’altro raccoglie i fili di ciò che accade per costruire una storia da raccontare dopo ai bambini?

Il cibo viene subito trasformato e compaiono immagini che invito a nominare, per quelli che potrebbero essere alcuni dei personaggi della nostra storia per i bambini. L’atmosfera è di gioco e, mentre alcuni adulti si fanno guidare nelle scoperte/riflessioni che pian piano prendono forma ed emergono, altri rimangono scettici ad osservare la scena. Sollecitati, rispondono che forse si aspettavano di lasciare i bambini e andare a bere un caffè, forse avevano immaginato di fare qualcosa insieme o forse ancora di aspettarli senza fare nulla. Vuoi dire che è più semplice manipolare cibo che pensieri?

Come dico anche a loro sarà molto interessante vedere cosa accadrà poco dopo quando, come previsto dal nostro progetto, adulti e bambini si incontreranno nuovamente per raccontarsi cosa è accaduto nei singoli laboratori. Gli ingredienti che metto a loro disposizione sono le domande, le curiosità, gli stimoli per alcune riflessioni intorno al tema “educare al gusto” e la possibilità di scoprire insieme che l’incontro con il cibo può essere un modo per approcciare il gusto nelle sue molteplici sfumature.

Nella scena successiva ci ritroviamo insieme, adulti e bambini, uniti dal racconto dell’esperienza, dall’esibizione di quanto i bambini hanno sperimentato e dall’offerta del cibo preparato dai genitori, insieme alla loro storia. I bambini sono seri, emozionati e desiderosi di raccontare le loro molteplici scoperte trattenute, dopo la sperimentazione, sui tanti disegni appesi al muro e che, al termine, potranno portare a casa per continuare a raccontarle ai loro genitori. I genitori, nel clima festoso, sono di fronte alla possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. A loro la scelta di coglierla o meno.

Mentre la sala è vuota e siamo rimaste sole nell’opera della raccolta, del riordino e dello scambio delle prime positive impressioni sulla giornata, lo sguardo rivolto al muro ci rivela che metà dei disegni sono rimasti lì.

Nuovi battiti

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nuovi battitidi Irene Auletta

Ogni passaggio dei nostri figli segna tappe importanti e ce lo ripetiamo ogni volta, soprattutto quando i cambiamenti portano con se’ nuove difficoltà o prove diverse da affrontare. È l’esperienza che conoscono bene tutti i genitori fin dall’ inserimento nel nido o alla scuola per l’infanzia. Io, ho in mente burrasche.

Quando anni fa, sconfitta dall’esperienza totalmente inutile della scuola materna, andai a visitare per la prima volta la scuola speciale, dove poi hai trascorso anni importantissimi, rimasi così turbata che all’uscita dovetti aspettare oltre mezz’ora per calmare il pianto e capire dove avevo posteggiato l’auto. La ferita era ancora sanguinante e faticavo a immaginare l’esperienza leggera e densa di possibilità che poi invece si è rivelata, anche grazie all’incontro con due straordinarie insegnanti. Forse per questo l’inevitabile passaggio al compimento dei tuoi quindici anni è stato difficile da elaborare più per me che per te. Forse.

Nei due anni successivi ho acceso e spento speranze vedendo appassire quella possibilità che tu non finissi proprio in uno dei servizi dove arrivano quelli definiti più gravi. E così riprendiamo la strada in salita, il colloquio di presentazione, la visita ad un nuovo Centro, l’incontro con nuovi operatori e con tuoi nuovi possibili compagni di viaggio.

E il cuore mi impazzisce insieme allo stomaco e se ne frega di quello che, con calma e pazienza, prova a suggerire il cervello. Ma cosa centra mia figlia in questo posto? Com’è possibile che non possa essere diversamente? Sorrido e dentro rantolo. Si sentirà il rumore?

Alcune cose che accadono durante il colloquio, non riferite alle due operatrici che al contrario mi sembrano molto attente e accoglienti, fanno alzare l’asticella della mia rabbia. Sale fino a quando non arrivo in auto e nel silenzio provo a guardarla in faccia fino a farmi travolgere dal dolore. Eccolo, innominabile. Non vorrei mai che proprio questo accadesse a te ma, ancora una volta mi devo arrendere e forse, come accaduto in passato, nascerà qualcosa di buono.

Quando ti ritrovo, all’uscita del Centro che attualmente frequenti, cerco di nascondere la mia tempesta interiore e spero proprio di riuscirci. Quando mi abbracci, penso che è questo il mio pensiero felice del giorno. Sulla via di casa, i colori di questo strano autunno fanno intravedere un paesaggio dipinto dalla luce del sole tra un filo di nebbiolina e le prime ombre della sera. Il cuore è pensante mentre ti osservo assorta chissà dove.

Almeno, stavolta l’auto l’ho ritrovata subito.

In cerca di bellezza

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cercasi bellezzadi Irene Auletta

Che carina che sei oggi vestita così! Ogni volta che sento quest’affermazione mi auguro che il messaggio vada oltre la superficie, sia per chi lo pronuncia che per te, mentre lo ricevi. Mi perdo a pensare che la parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”. Certo, l’estetica è un concetto ben più complesso e qui forse stiamo parlando solo di apparenza. Tu guarda dove mi portano oggi i pensieri!

Insomma, come siamo vestiti non conta nulla perché quello che valiamo lo dimostriamo con i fatti e non certo per come siamo abbigliati! La dichiarazione arriva da una collega che racconta infastidita di come, soprattutto in passato, le abbiano più volte fatto notare che il suo abbigliamento e alcune sue modalità relazionali, fossero poco consone al ruolo professionale di psicologa. Certo che detto così non fa una piega e rischia di somigliare un po’ troppo alla scontata battuta “l’abito non fa il monaco”. Ma davvero alcuni aspetti della nostra apparenza hanno così poco a che fare con i significati veicolati nell’incontro con l’altro?

Guardo alcuni tuoi compagni del centro e non posso, con tristezza, non trovarli trascurati. Ogni volta che il tuo maldestro contatto fisico invade lo spazio altrui, spero sempre che porti anche sensazioni piacevoli. Cosa vuol dire per te, e tanti ragazzi disabili come te, farti valere per quello che sei, oltre l’apparenza?

E poi eccomi stamane a scambiare pensieri con altre madri di figlie disabili e a porci interrogativi su possibili trattamenti estetici, parrucchieri e tinte. Sarà giusto coinvolgere ragazze o donne in qualcosa di cui magari non comprendono neppure il senso?

Come al solito, le categorie giusto o sbagliato mi stanno strette, soprattutto di fronte a quesiti analoghi. Però, sento forte più che mai il bisogno di ripescare quell’idea di bellezza che non coincide con le griffe o il make-up. Credo che, noi tutti, abbiamo urgenza di dare valore a quello stato dell’anima capace di nutrire gli incontri di respiro nuovo e di portare luce proprio laddove la vita, inesorabilmente, si ostina a imporre le sue ombre. Sarà anche questa la bellezza?

Stamane mettiamo questa maglia con la stella brillante che ne dici? Mi guardi perplessa e forse davvero per te questa cosa non ha alcun senso. Giunte al Centro l’educatrice e una tua compagna mostrano di apprezzare quel luccichio. Ti volti, mi guardi e mi abbracci lasciandomi nel naso quel profumo spruzzato ridendo delle tue facce buffe.

Si, è questa la bellezza, e so che per me è vitale continuare a cercarla.

Io, innamorato dell’Arte marziale

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di Igor Salomone

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Vi piacciono i karategi, i kimoni, le divise variamente colorate e setate, le spade, le alabarde spaziali, gli incensi, la cerimonia del Tè, la danza del leone e tutto l’armamentario che alberga l’immaginario collettivo dai film di Hong Kong degli anni ’70 in poi?
Non vedete l’ora di calzare un paio di guantoni e salire su un ring per tentare di portarvi a casa qualche coppa in qualche campionato, fosse anche quello rionale?
Volete imparare a difendervi da rapinatori, scippatori, stupratori e bulli assortiti?
Insomma, se siete appassionati di arti marziali e appartenete alla folta schiera di coloro che almeno una volta nella vita ne hanno praticata o anche solo desiderato praticarne una, rivolgetevi pure a me, vi indirizzerò da qualcun altro. Nel frattempo potete smettere di leggere questo post.

Se invece di tutto questo non vi importa un bel nulla, o comunque non tanto da farvi scegliere di iscrivervi a un corso di karate o di Kung fu, ma da qualche parte, in qualche modo, in qualche momento della vostra vita, in qualche angolo della vostra mente vi siete chiesti a cosa serve l’Arte marziale, vi prego, continuate a leggere.

Non nego che anch’io sono stato sedotto a suo tempo dai riti, dagli ambienti, dai colori, dai nomi in giapponese in gioventù e in cinese da adulto; non nego di aver sognato qualche momento di gloria o di affrontare dai cinque ai dieci malintenzionati riducendoli all’impotenza a suon di calci volanti. Ma era un’altra stagione della vita. In realtà dei riti mi sono stufato, sono da tempo fuori età per le competizioni sportive e non ho particolare desiderio di allenarmi per ore, mesi e anni, coltivando la sindrome del Deserto dei tartari, in perenne attesa che prima o poi qualcuno mi aggredisca armi in pugno.

Nonostante tutto ciò continuo ad amare l’Arte marziale. E questo potrebbe interessarvi, se non avete ancora abbandonato la lettura. Magari scoprite altri buoni motivi per salire su un tatami oltre a quelli che a voi non interessano, no? In questo caso, se vi rivolgerete a me, potremo fare parecchie cose assieme. Sapete dove trovarmi.

Dunque, perché a quasi sessant’anni di vita e trenta di pratica amo ancora l’Arte marziale, anzi, l’amo più di prima? Andiamo per ordine.

L’amo perché è il mio modo di muovermi, di camminare per strada, di fendere la folla, di scarpinare in montagna. L’amo perché è nel mio respiro, nella mia postura, nel mio sguardo. L’amo perché è nel modo stesso di percepire il mio corpo nello spazio e nella relazione con gli altri.
L’amo perché mi ha sostenuto nelle innumerevoli volte in cui ho rischiato di andare a sbattere contro qualcosa, di cadere malamente o di venire sopraffatto da un pericolo incombente.

L’Arte marziale è al mio fianco ogni volta che incontro qualcuno, che sia una persona cara o una moltitudine di sconosciuti sulla banchina del metrò. Mi aiuta a percepire le distanze, a proteggere le vicinanze, a difendere gli spazi altrui difendendo i miei, a incontrare l’altro miscelando intenzione, prudenza e rispetto.

Infine l’Arte marziale mi ha insegnato e ancora mi sta insegnando a evitare lo scontro. Qualsiasi tipo di scontro: dai pugni che volano per un sorpasso alle liti al veleno con i colleghi, gli amici e le persone care, con le quali magari non rischia di scorrere il sangue, ma fiumi di rabbia e di dolore sì. E se non riesco a evitare lo scontro, mi sta insegnando a ridurlo ai minimi termini e, in ogni caso, mi insegna a sostenerlo quando, fallito ogni altro tentativo, mi tocca di affrontarlo.

E’ questo tipo di amore che coltivo ed è questo tipo di pratica che insegno a quel 10% in cerca di un’esperienza, arte marziale compresa, capace di parlare alla vita quotidiana.
Ho coniato più di dieci anni fa ormai il marchio “Difesa Relazionale”. In tanti mi hanno chiesto di cosa mai si tratti. Ecco “Difesa Relazionale” non è che l’Arte marziale posta al servizio della propria sicurezza, del proprio benessere, della capacità di star meglio con se stessi e nella relazione con gli altri.

Se questo non è amore…

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Igor Salomone

T 3394312466
Mail igor.salomone@me.com
Blog Cronachepedagogiche
Sito igorsalomone.it 
Pagina Fb Kung fu strategico e difesa relazionale

corso il mercoledì sera dalle 20.00 in via Tito Livio 23, Milano

 

Mandaluna

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mandaluna

 

di Irene Auletta

Anche stavolta dobbiamo ringraziare tuo padre.

Cosa ne dici se per festeggiare il diciottesimo compleanno di Luna pensassimo ad una festa? In realtà in tutti questi anni abbiamo attraversato esperienze tanto differenti. Feste in famiglia, solo noi tre, con i tuoi amici e le insegnanti di quella scuola che hai frequentato per parecchi anni e, purtroppo, tante volte a curarti da quelle fasi acute di malattia che rendevano impossibile qualsiasi proposta.

Quest’anno è un anno importante, tu stai bene e abbiamo imparato a non posticipare nulla perché domani, chissà. Ma io vengo presa subito da mille preoccupazioni e d’altronde, come spesso mi rimprovera tuo padre, sono una grande esperta nel cercare sempre e trovare, qualcosa di cui preoccuparmi. Sarà un problema per te incontrare tante persone? Le emozioni rischieranno di farti stare male? E se poi fosse una giornata storta di quelle che passi il tempo a protestare, urlare e a buttarti per terra?

Aiuto, così non va bene. Torno a fidarmi della persona che tante volte mi ha preso per mano aiutandomi a districarmi dal garbuglio di interrogativi che sovente rischiava di intrappolarmi. D’accordo proviamoci.

Giornata bellissima, tempo perfetto, location accogliente nonostante cimici e vespe un po’ impertinenti, invitati speciali tutti, ognuno a suo modo per una parte peculiare di storia vissuta insieme a te e a noi. Tu da subito comprendi che sta per accadere qualcosa di importante. Te lo abbiamo detto solo poche ore prima per non caricare troppo un’attesa che rischiava di essere difficile da sostenere.

All’inizio accogli felice le prime persone che incontri e pian piano i saluti diventano sempre più calorosi e ogni incontro ti illumina di quella gioia che esce da ogni poro della tua pelle, dalle tue risate, dal tuo continuo movimento. Sei molto emozionata ma resisti fino alla fine, respirandoti quella gioia pura che mi riempie il cuore e che in diverse occasioni non riesce a farmi trattenere le lacrime.

Oggi non c’è spazio per i pensieri tristi, per le preoccupazioni, per quei tremori che hanno rischiato di rovinare la tua festa ma che, per fortuna, hai saputo gestire bene proprio come una ragazza grande. Oggi c’è spazio solo per i sorrisi, per gli abbracci, per quegli occhi lucidi che ogni tanto si incontrano, per il mandala nel bosco, per le parole sussurrate o innalzate come canto di auguri.

Oggi c’è spazio solo per il tuo cuore che batte forte, all’unisono con il nostro e con quello dei nostri amici, in una straordinaria danza d’amore.

Cielo per te

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di Irene Auletta

Alla tua età ho preso la patente, facevo progetti per il futuro e mi sono cimentata con il primo impiego per contribuire ai miei studi e concedermi qualche extra. Tu impegnati a studiare che al resto ci penso io! Il nonno era stato chiaro ma già da allora ero molto orgogliosa e l’idea di essere autonoma mi è piaciuta sempre. Con le mie compagne di classe abbiamo festeggiato quella maggiore età che pareva aprirci strade inattese e mondi solo per noi.

L’idea di una figlia diciottenne era lontana e tu eri ancora là a vagare in universi paralleli. Mi hai aspettata? Mi hai scelto? Il nostro incontro è stato un puro caso? Le teorie si affastellano e oggi non mi interessano più perché Tu sei mia figlia e nessun’altra potrebbe prendere il tuo posto.

Sei una ragazza di diciotto anni e il tuo compleanno speciale mi trova ancora una volta emozionata a riconoscerti universo tra universi.

Per dono nessuna patente di guida, viaggi o similari tanto desiderati dai tuoi coetanei. Per te esperienze, incontri, luci, colori, musica ed emozioni. Il resto non ti riguarda e trattengo negli occhi e nel cuore la tua espressione di meraviglia quando incontri quel mondo per te possibile, unico e importante.

Buon compleanno figlia, con tutto il mio orgoglio di madre.

Buon compleanno a te che ogni giorno mi insegni a misurarmi con limiti impossibili e con un amore immenso.

A te che sei luce brillante ed eclissi oscura. Auguri a te, mio incanto, che mi riporti sempre con i piedi per terra costringendomi a mantenere lo sguardo rivolto al cielo.

Condannati alla gioventù

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di Igor Salomone

Oggi, anticipando di un paio di giorni il tuoi diciott’anni, entro ufficialmente nel mio sessantesimo anno di vita. Se dovessi fare come mio padre, che alla mia età neanche ci è arrivato, dovrei prepararmi per la pensione. Tu, se dovessi fare come tuo padre, dovresti iscriverti all’università e prendere la patente.
Non era destino.

Mi aspettano almeno altri quindici anni di vita lavorativa, mentre in pensione, in compenso, ci andrai tu, condannata a passare dalla minore alla terza età senza poter gioire delle delizie e delle croci del diventare adulti.

Potrei dirmi fortunato, in fondo: i figli che crescono sono lo specchio del proprio invecchiamento. A me quello specchio manca, o si è rotto, di certo non dovrò mandarlo in frantumi io quando mi dirà che mia figlia è la più intelligente, la più preparata, la più indipendente, la più sana del Reame. Perché non me lo dirà mai. La più bella sì, ma mi assomiglia e non sarà certo per questo che le sguinzaglierò dietro il guardiacaccia.

E’ strano arrivare ogni anno ai nostri natali quasi insieme e ogni anno vedere me e te così lontani da ciò che dovrebbe attenderci: tu che non puoi crescere, io che non posso invecchiare.
Poi, in realtà, io invecchio comunque e tu, a modo tuo, diventi grande. Ma abissalmente lontani da ogni canone.

Per la tua maggiore età abbiamo organizzato una festa con una moltitudine di amici e parenti miei e di tua madre. Sarà bellissimo, ma ti sembra una cosa normale? Dal canto mio, invece di organizzarmi un hobby per quando sarò in pensione, come si diceva una volta, mi sto imbarcando in una nuova impresa, una start up come si dice oggi, nemmeno avessi trent’anni. E se mi devo confrontare con qualche altro genitore, finisce che lo devo fare appunto con i trentenni ancora alle prese con pannolini, notti insonni e baby sitter.

I problemi sono destinati a mutare con il tempo, se non mutano allora il tempo scompare, o si arresta, per lo meno rallenta. Almeno quello mentale. Ci pensano poi ossa, muscoli e articolazioni a rimettere le lancette al loro posto.

Per un verso o per l’altro, cara figlia mia, siamo entrambi costretti alla gioventù. O meglio, tu sei costretta a un’infanzia eterna costantemente accudita, io a una maturità prolungata all’infinito. Un vecchio può tenere sulle ginocchia i nipoti se qualcuno glieli porta e, sopratutto, se dopo un tempo molto breve se li riporta via, mentre io dovrò tenerti per mano sin che morte non ci separi. Quindi mi tocca restare un aitante uomo maturo ancora per molto tempo, o per lo meno ci provo.

Sono fortunato, sì: rimanderò sine die il sogno di una sedia a dondolo adagiata su un patio cigolante e tornerò a gettarmi nella mischia.

Onde di sguardi

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imagedi Irene Auletta

Lo ricordo ancora molto bene quel sentimento di anni fa. Primo convegno organizzato dall’organizzazione sindrome di Angelman, primo incontro con altri genitori e primo confronto con altri bambini e ragazzi che sulle spalle si portavano quella tua stessa diagnosi a noi nota solo da pochi anni.

Lo ricordo bene il mio sguardo che posandosi su ciascuno di loro si misurava con un rinnovato tuffo al cuore. Ma tu assomigli davvero a quel bambino? Diventerai così crescendo? Dietro al sorriso a volte un po’ forzato di quei genitori si cela lo stesso batticuore e quella morsa alla gola che ora sembra impedirmi di respirare? Mi vedo ancora muovermi negli spazi, quasi attaccata alle pareti, con gli occhi abbassati per celare le onde delle lacrime.

Sono passati tanti anni e da allora la madre che sono diventata ha fatto parecchia strada, tra salite e discese. Oggi sono qui senza di te ma, con un emozione quieta dolceamara, ti ritrovo in quella camminata, nella risata di una bambina, negli occhi attenti di un ragazzo. Il dolore, anni fa aspro e quasi insopportabile, mi pare addolcito dal tempo e mostra tinte tenui che quasi mi fanno tenerezza.

Vedo te in tanti bambini e ragazzi presenti e vedo me negli occhi di molte madri che incrocio. Tante mi salutano parlando dei miei post, di quanto si ritrovano nei miei scritti e di come vi intravedano ogni volta il riflesso dei loro pensieri e delle loro emozioni.

Ma quante cose sono cambiate in questi anni? Allora è proprio vero che il tempo cura le ferite? Il dolore può essere addolcito dalle carezze dei giorni?

In incontri come questi si viene di certo per ascoltare e cogliere i nuovi progressi della scienza ma, ancora di più, mi pare si partecipi alla ricerca di nuove alleanze emotive, sintonie di cuore e comuni fili di speranza.

Insieme, fianco a fianco, occhi negli occhi, sembra di farcela un po’ di più e i cuori che battono all’unisono ci regalano una musica …. degli angeli.

 

Mamma apprendista

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note e silenziodi Irene Auletta

Siamo in auto e subito, come ogni mattina, mi chiedi di ascoltare la musica. Ti piace tanto e non mi dai neppure il tempo di accomodarmi mentre le tue mani hanno già toccato tutti i pulsanti possibili.

La tua immancabile faccia appoggiata, quasi spalmata, al finestrino, in questi ultimi tempi è stata sostituita da quella che a me pare una strana e innaturale postura, che porta tutto il corpo quasi a voler aderire alla portiera.

Stai seduta bene, guarda che sei tutta storta, cosa fai rannicchiata così contro la portiera? Come sempre domando a te per chiedere a me. Cosa vorrà dire questo tuo comportamento che di certo si allontana parecchio dall’immagine della ragazzina “a modo” seduta comodamente a fianco della mamma?

Eri piccina quando, attratta dalle altalene, distribuivi equamente il tuo piacere tra il farsi dondolare dal seggiolino e il rimanere in piedi con l’orecchio premuto contro le sbarre di ferro della loro struttura. Strana bambina, sembravano sottolineare ogni volta gli sguardi altrui di adulti e bambini. Poi un giorno ho messo il mio orecchio vicino al tuo e ho scoperto un mondo inesplorato di suoni e di vibrazioni. Ecco cosa stavi ascoltando tesoro, è bellissimo!

Al termine di una lezione Feldenkrais la nostra insegnante ci invita ad ascoltare i cambiamenti del corpo, prima e dopo la seduta. Stupitevi e meravigliatevi di tutti i piccoli cambiamenti che, attraverso questo nuovo ascolto, vi permetteranno di trattenere nuovi apprendimenti.

Così oggi, ferma al semaforo, provo a imitarti e di nuovo il mio corpo scopre i tuoi segreti. La musica attraverso gli altoparlanti, va oltre le orecchie, si diffonde nelle portiere e, attraverso le vibrazioni che si possono ascoltare standoci appoggiate, racconta di nuove melodie. Mi guardi e ridi quando capisci che alla fine, ho smesso di parlare, ho provato e ti ho raggiunto, anche solo per un attimo, nel tuo mondo.

Stupore e meraviglia, scoperta e possibilità. Ma come ho fatto a non arrivarci prima?
Ogni giorno imparo qualcosa e tu cara figlia, pazientemente, mi aspetti.

Quando si dice cuore.

Donne

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donnedi Irene Auletta

Mi ha colpito molto questo post recuperato in rete grazie all’indicazione di un’amica. Sarà che non sono più una giovane madre o sarà che di alcuni temi ho iniziato ad occuparmene circa trent’anni fa, ma l’ho trovato poco stimolante e forse anche poco utile, pensando a quelle giovani madri che invece proprio oggi si trovano a vivere l’attualità della questione. Che il pediatra illustri il valore dell’allattamento al seno non è di certo una novità e francamente trovo anche abbastanza datato il discorso pedagogico che in qualche modo mi pare sottolineare più quella libertà di scelta che sposta lo sguardo sull’identità di un femminile alla ricerca della sua essenza, che verso il delicato e complesso dialogo tra i diversi ruoli.

L’articolo tuttavia rimane solo uno spunto e, al di là di quello che riporta o di ciò che io sono riuscita a trattenere, offre interessanti suggestioni per provare a trattare un tema antico cercando di rintracciare possibili nuovi punti di vista. Tra le altre cose, la lettura mi ha subito fatto collegare ad un altro dato molto attuale che vede un gran numero di donne orientate verso quella che, anni fa, veniva definita come medicalizzazione del parto. Mi riferisco sia alla scelta del parto cesareo che alla richiesta di interventi anestetici, decisi preventivamente. Inutile dire, credo, che sono escluse da queste considerazioni tutte quelle situazioni dove tali interventi risultano necessari e imprescindibili per la salute della donna e del bambino.

Raccogliere delle domande può aiutarci, ancora una volta, sia a sospendere giudizi sterili che ad aprire nuove riflessioni. Come vede oggi una donna il momento del parto e come si prefigura quello successivo dell’allattamento al seno? Con quali rappresentazioni si avvicina a queste esperienze e trasformazioni che andranno a dare nuove forme alla sua vita? E’ ancora possibile porsi quesiti pedagogici circa l’attraversamento di nuove esperienze?

Da madre ho fatto scelte personali che sono il mio ricordo più prezioso e forse le uniche, per molti anni successivi, che hanno permesso la realizzazione di quello che allora erano i miei desideri. Lo stesso rispetto rivolgo alle scelte individuali di ciascuna donna. Come pedagogista invece, non posso che interrogarmi rispetto a quello che avverto come crescente bisogno di organizzare un’esperienza così importante, lasciando meno spazio alla scoperta, ai nuovi apprendimenti, alla curiosità dell’imprevisto e alla possibilità di trovare, anche nel dolore e nella fatica, nuovi significati per la propria esistenza.

Se il parto naturale è diventato solo un incontro gratuito con il dolore e l’allattamento al seno un impiccio che costringe la donna a rituali forzati e limiti di libertà, forse le scelte più recenti sono perfette. Io ho ancora parecchi dubbi e credo che proprio le differenze permettano quel respiro culturale che consente al vecchio e al nuovo di incontrarsi insegnandosi reciprocamente qualcosa. La scelta di partorire con diverse modalità non parla della stessa esperienza, così come non lo è l’allattamento al seno o quello artificiale. Il che non vuol dire subito etichettarle come giuste o sbagliate, belle o brutte. Vuol dire, al contrario, non buttare via il valore delle differenze, riconoscendole e nominandole.

L’importante tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, o tra i diversi ruoli che attraversano l’esistenza, dovrebbe davvero arricchirsi di quelle molteplici sfumature che caratterizzano i diversi ruoli delle donne. Andiamo avanti tutti troppo veloci alla ricerca di quelle situazioni più facili, meno dolorose, più efficienti o efficaci, più alla moda che, temo, portino un po’ a banalizzare le scelte come tutte uguali. Io credo nel valore delle differenze, ce lo diciamo tante volte, ma forse è più difficile farle entrare nelle nostre vite, trovandogli senso e significato.

Come donne, nel rispetto di quello che siamo, dovremmo sul serio continuare a parlare di questo facendoci dono delle nostre scelte differenti, delle diverse esperienze e di quelle molteplici domande che ogni giorno possono dare sapore alla vita, se la smettono di essere solo un macigno etico.

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