Numeri in libertà

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di Irene Auletta

Ed eccoli in arrivo, fra pochi giorni, i miei prossimi anni con un nuovo zero. Mia madre di recente ha avuto da ridire sulla cifra perchè secondo lei sono dieci di meno. Ma sei sicura? Secondo me ti sbagli e poi comunque la differenza la fa come uno si sente! Il bello di una mente al tramonto è che a volte non smette di riservare sorprese che strappano un sorriso. Va bene mamma, io le età le tengo buone tutte e due e poi decido di giorno in giorno quale scegliere.

In realtà, se proprio devo essere sincera, non saprei dove orientarmi perchè a partire dal numero venti, ogni decennio è arrivato al suo compimento in un momento critico della mia vita personale. Forse questo accade perchè lo zero ricorda un cerchio. Raccoglie, chiude e si ricomincia. Con questo pensiero mi accingo alla mia lezione Feldenkrais che per fortuna in questi tempi mi sostiene e aiuta nel prendermi cura del mio corpo e di me, affinché io possa continuare a farlo nei confronti di chi mi circonda.

Mentre distesa ascolto e mi ascolto, in un bel dialogo muto con il mio scheletro, cosa che sicuramente conoscenti e amanti di questo metodo potranno maggiormente apprezzare, l’immaginazione trasforma le mie braccia da piccole estremità iniziali ad ampie ali.

Negli anni ho imparato a trovare nuove tinte possibili alla libertà, cercando di godermi al massimo attimi rubati in una vita che è la mia. Ho imparato che i voli possono condurre altrove oppure dentro di noi, a scoprire avventure nella ricerca delle nostre possibilità.

Oggi le mie ali, la mia voglia di andare, di scoprire, di sperimentare, hanno trovato nicchie dove tutto è possibile e ancora una volta mi ritrovo a pensare che questa mia figlia con un nome che appartiene al cielo mi insegna ogni giorno a stare con i piedi per terra, a scoprire che anche i pertugi nascondono sorprese di luci inattese.

Per lo stesso motivo devo ringraziare anche mia madre che mi ha insegnato a cercare sempre, soprattutto nel buio, la bellezza e questo non l’ho mai dimenticato.

Con questo stato d’animo ti aspetto nuovo zero, con la voglia di proseguire nell’avventura e la speranza di continuare a imparare attenta a non perdere mai di vista la mia innata gioiosità e con lei me stessa.

A tutto il resto, tanto, ci pensa la vita.

Condannati alla gioventù

5 commenti

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di Igor Salomone

Oggi, anticipando di un paio di giorni il tuoi diciott’anni, entro ufficialmente nel mio sessantesimo anno di vita. Se dovessi fare come mio padre, che alla mia età neanche ci è arrivato, dovrei prepararmi per la pensione. Tu, se dovessi fare come tuo padre, dovresti iscriverti all’università e prendere la patente.
Non era destino.

Mi aspettano almeno altri quindici anni di vita lavorativa, mentre in pensione, in compenso, ci andrai tu, condannata a passare dalla minore alla terza età senza poter gioire delle delizie e delle croci del diventare adulti.

Potrei dirmi fortunato, in fondo: i figli che crescono sono lo specchio del proprio invecchiamento. A me quello specchio manca, o si è rotto, di certo non dovrò mandarlo in frantumi io quando mi dirà che mia figlia è la più intelligente, la più preparata, la più indipendente, la più sana del Reame. Perché non me lo dirà mai. La più bella sì, ma mi assomiglia e non sarà certo per questo che le sguinzaglierò dietro il guardiacaccia.

E’ strano arrivare ogni anno ai nostri natali quasi insieme e ogni anno vedere me e te così lontani da ciò che dovrebbe attenderci: tu che non puoi crescere, io che non posso invecchiare.
Poi, in realtà, io invecchio comunque e tu, a modo tuo, diventi grande. Ma abissalmente lontani da ogni canone.

Per la tua maggiore età abbiamo organizzato una festa con una moltitudine di amici e parenti miei e di tua madre. Sarà bellissimo, ma ti sembra una cosa normale? Dal canto mio, invece di organizzarmi un hobby per quando sarò in pensione, come si diceva una volta, mi sto imbarcando in una nuova impresa, una start up come si dice oggi, nemmeno avessi trent’anni. E se mi devo confrontare con qualche altro genitore, finisce che lo devo fare appunto con i trentenni ancora alle prese con pannolini, notti insonni e baby sitter.

I problemi sono destinati a mutare con il tempo, se non mutano allora il tempo scompare, o si arresta, per lo meno rallenta. Almeno quello mentale. Ci pensano poi ossa, muscoli e articolazioni a rimettere le lancette al loro posto.

Per un verso o per l’altro, cara figlia mia, siamo entrambi costretti alla gioventù. O meglio, tu sei costretta a un’infanzia eterna costantemente accudita, io a una maturità prolungata all’infinito. Un vecchio può tenere sulle ginocchia i nipoti se qualcuno glieli porta e, sopratutto, se dopo un tempo molto breve se li riporta via, mentre io dovrò tenerti per mano sin che morte non ci separi. Quindi mi tocca restare un aitante uomo maturo ancora per molto tempo, o per lo meno ci provo.

Sono fortunato, sì: rimanderò sine die il sogno di una sedia a dondolo adagiata su un patio cigolante e tornerò a gettarmi nella mischia.

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