Mentre ti guardo

4 commenti

img_9124

di  Irene Auletta

Ed eccoci qui, al nostro appuntamento abituale, nel giorno del tuo compleanno. Io, ancora a scrivere qualcosa che non leggerai mai rispondendo a quello strano bisogno di lasciare tracce che spero ti arrivino in forma di emozioni collettive e tu, ad incontrare l’esperienza di questo giorno.

Quest’anno, per la prima volta nella nostra storia, sono lontana per lavoro e solo a scriverlo già mi pizzica il cuore. So che festeggerai nel tuo nuovo centro, con educatori e compagni di viaggio, ma non poterti abbracciare e farti gli auguri appena sveglia, insieme a tuo padre, mi dispiace tantissimo. Come verrai festeggiata? Ti mancherò oppure il problema è solo mio? E poi, cavolo, ormai sei una ragazza e io sono ancora qui a trattarti da piccola. Accidenti a me!

Prima di partire te l’ho detto sottovoce nel nostro rituale di saluto ma, come accade sovente, mi è difficile comprendere cosa ti ha raggiunto. E allora parto così, con un trolley appesantito da un po’ di malinconia.

Il nostro modo di farti gli auguri sarà anche per quest’anno regalarti un’esperienza. Già immagino la tua faccia di fronte allo spettacolo sorpresa e vorrei che fosse già domenica. Ma poi, proprio mentre scrivo, mi torna alla memoria una bella foto di quest’estate che trattiene tanto del nostro modo di essere madre e figlia. La recupero e te la regalo in questo post così di sicuro babbo te la farà vedere e ti racconterà che ho scritto di te, nel giorno del tuo compleanno.

Mi piace perché ti guardo mentre pensosa sei assorta in chissà cosa e perché tante volte mi ritrovo proprio così, a osservarti nel tentativo di portare luci colorate in quei nostri fili silenziosi in cui ti cerco e ti trovo. Ogni volta.

Ed ecco cosa vorrei regalarti e augurarci.

Vorrei non smettere mai di trovarti fantastica, con il cuore che mi batte forte e l’emozione che fa capolino nel mio sguardo che ti abbraccia.

Ti auguro di rimanere così, attenta, curiosa, ribelle, capace ascoltatrice di tutto ciò che profuma di bellezza e con quella risata che è essa stessa meraviglia.

Prometto di non arrendermi per continuare a insegnarti che la vita, anche se difficile, è tutta da vivere.

Infine, immancabile, una borsa enorme piena di allegria e del mio canto stonato di tanti auguri che ti porti, in segreto, quello che conosci assai bene del mio cuore.

Incontri di vita

1 commento

img_3110di Irene Auletta

“Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo”. Talmud

Giorni particolari, senza di te eppure pieni di te.

La partecipazione al convegno annuale organizzato dall’Orsa, organizzazione sindrome di Angelman, è un appuntamento fisso per molte famiglie che colgono anche l’occasione per incontrarsi e ritrovarsi.

L’ascolto delle relazioni presentate dai vari esperti invitati si alterna a tutti quegli scambi che condiscono le giornate di un sapore assai speciale. È così, davanti a un caffè, nelle pause pranzo e cena, di fronte ad una tisana o ad uno Spritz della sera, ci ritroviamo a scambiarci commenti sugli interventi dei relatori, impressioni sulle proposte dell’associazione e racconti delle storie insieme ai nostri figli.

A guardarci mi colpisce ogni volta la bellissima varietà di emozioni che ci attraversa. I nostri sguardi seri quando condividiamo preoccupazioni, le risate che sprigionano un’allegria al colore dell’arcobaleno e i nostri occhi che a volte si incrociano proprio mentre luccicano di quelle emozioni dolciamare che attraversano le complesse storie che condividiamo.

Grazie alla presenza di tanti bambini e ragazzi, ogni volta ti riconosco in quel gesto, in quella peculiare risata, in quel movimento. Non mi hai lasciata da sola per un attimo neppure nella distanza e quest’anno, quasi sempre, a pensarti mi scappa un sorriso.

E proprio qui ad Assisi, stupenda città che come sempre volge lo sguardo alla Pace, cerco un equilibrio possibile della mia anima, per farla avvicinare con leggerezza agli altri genitori. Me lo ricorda una mamma, persona molto cara che conosco da qualche anno, che anche il mio nome porta con se la pace nel suo significato. E allora mi ci aggrappo.

Nel viaggio di ritorno, mentre la tua mancanza si fa frizzante, questi pensieri mi fanno compagnia tra il cielo azzurro e limpido della partenza, le nuvole leggere lungo il tragitto e il temporale che incontriamo poco dopo. Gli incontri di questi giorni sono ancora sulla pelle e io, insieme alla pioggia, mi ritrovo a respirare con quiete la vita.

La mia vita.

SurrealTime

4 commenti

1658267-bigthumbnail

di Irene Auletta

E’ la prima volta che viene a questi incontri? La domanda mi giunge dalla signora seduta al mio fianco che potrebbe essere mia madre. Di fronte alla mia risposta affermativa dice, quasi sottovoce, che anche per lei sono le prime volte. Prima se ne occupava sempre suo marito ma ora, da quando è vedova, tocca a lei. Forse, intravedendo quello che scorre velocemente nei miei occhi, aggiunge che ormai suo figlio è anziano e che da oltre vent’anni frequenta quello stesso Centro.

Ogni benedetta volta in queste circostanze cerco con tutta la mia forza di richiamarmi al mio ruolo di madre e di lasciare sullo sfondo la professionista che sono. Ma non ce la faccio. Ci sono cose che mi arrivano in modo così stonato che non posso fare a meno di interrogarle un po’.

Mi guardo intorno e mi sento un Ufo tra gli Ufo fino a quando arriva una signora mia coetanea. Forse le altre madri più giovani sono assenti per motivi di lavoro, penso. In realtà dopo pochi minuti capisco che anche l’altra persona, più o meno della mia stessa età, è in realtà la sorella di uno degli utenti, figlia di quella madre deceduta che a luglio ha fatto d’urgenza rinviare una precedente riunione.

Ora l’aria inizia a mancarmi sul serio.

A vedersi dall’esterno il gruppo, a parte noi due e le operatrici, che però sono schierate un po’ a distanza in una tavolata da “relatori”, si potrebbe facilmente identificare come quelli tipici dei centri diurni per anziani.

Ma la signora al mio fianco con un figlio sessantenne, cosa cavolo starà pensando mentre per l’ennesima volta le operatrici di turno raccontano di attività, uscite, programmi, obiettivi? Certo, la sostanza a tratti è anche interessante e soprattutto alcuni interventi rianimano un po’ il tono dell’incontro ma, com’è possibile non preoccuparsi di curare e connettere contenuto e contesto?

Lo so, lo so, questa non è una domanda da madre ma io non ce la faccio a rimanere impassibile di fronte a tali scene perché proprio non ne capisco il senso e, senza nulla togliere agli operatori presenti, non posso fare a meno di chiedermi cosa hanno pensato anche loro di fronte a quella scena. Di buono però c’è che mentre in passato mi sarei angosciata (ma tanto!) oggi ho avuto solo leggeri pizzichi alla pancia e, almeno una cosa, mi è risultata assai chiara.

Non voglio rimanere seduta in quei luoghi ad ascoltare per i prossimi vent’anni le stesse cose e non voglio neppure che questa sia l’unica scelta per te, figlia mia. Rimbocchiamoci le maniche perché da fare c’è né parecchio e abbiamo ancora tanto da imparare per navigare in questi mari.

 

Orizzonti

6 commenti

merini_morellidi Irene Auletta

E così accade che alcuni pensieri ti raggiungono prima nella pancia. Leggo il post di una madre che vorrebbe prendere su di sé i mali e le fatiche del figlio usando parole crude che non lasciano dubbi. Se servisse amore mio prenderei ago e cotone e mi cucirei la bocca per non dire neanche più una parola se servisse a far parlare te.

Quante madri si sono ritrovate e si trovano ogni giorno con quelle parole in bocca sentendosi al tempo stesso uniche e parte di un tutto pulsante al femminile? Può essere che anche i padri si ritrovino di fronte a pensieri simili ma quello di assumere sul proprio corpo i mali del figlio mi pare una cifra assai materna, forse a segno di quella responsabilità mai interrotta del proprio corpo nato come prima custodia di un bene così prezioso.

Io ci ho pensato tante volte in questi anni e, come accade sovente rispetto a molte vicende della nostra relazione, mi accorgo che il passare del tempo introduce sfumature e toni differenti. Certo, ancora oggi ci sono giorni in cui vorrei prendermi le tue cadute, i tuoi tremori, le tue urla di protesta di fronte a qualcosa che non riesci a dire e forse neppure a pensare. Ma, sempre di più, il mio posto si definisce al tuo fianco, solo a tenerti per mano oppure a vivere quel senso di mancanza in tua assenza.

A questo penso proprio ora di fronte alla domanda di scrivere qualcosa sul “dopo di noi”, su quel tempo che sa di futuro e che svela l’eterna vulnerabilità dei figli disabili.

Anni fa in un post ho scritto che comprendevo bene i genitori che si auguravano di chiudere gli occhi per sempre allo stesso istante dei loro figli e ancora oggi sento la forza di quel desiderio, figlio della paura dell’ignoto. Al tempo stesso però penso che, crescendo, anche i figli disabili hanno il diritto di vivere la perdita e la mancanza dei propri genitori, esattamente come accade a noi tutti e oggi, la mia responsabilità di madre ogni tanto riesce a sbirciare oltre le viscere e a intravedere quel futuro, senza interrompere troppo a lungo il respiro.

Potrò fare a meno di te? Forse mai.

Potrai fare a meno di me? Ci sto lavorando tesoro e speriamo che il tempo ci aiuti a intravedere vie possibili che non brucino troppo il cuore.

Una banda al giorno

2 commenti

banda-musicale

di Irene Auletta

Corri Luna fra poco passa la banda! Durante le nostre vacanze estive abruzzesi, in occasione della festa del paese, la banda passa sul lungomare e sin da quando eri piccolissima quell’appuntamento è per te, ancora oggi, immancabile. E’ tuo padre che ti accompagna nell’avventura di accogliere e seguire la banda perchè di solito io mi perdo a guardare le tue espressioni che il più delle volte mi fanno muta con un nodo in gola.

All’inizio capisci solo che sta per accadere qualcosa di effervescente oppure la parola banda ti ricorda ed evoca qualcosa? Chissà. Di fatto interrompi qualsiasi cosa stai facendo e i tuoi occhi iniziano a cercare curiosi mentre ti fai accompagnare verso una nuova scoperta. Appena le prime note ti raggiungono il tuo corpo risponde con entusiasmo aumentando il ritmo appena la musica si avvicina. Quest’anno poi l’hai seguita per un lungo tratto quasi di corsa e quando sei ritornata in spiaggia eri rossa peperone per la fatica ma sprizzavi gioia e felicità da tutti i pori.

E così, in questa pigra domenica di settembre sei distesa sul divano e mentre vicino a te leggo un libro, vengo raggiunta da un messaggio di tuo padre, altrove ad allenarsi. Alle 9.30 c’è il concerto della banda musicale della polizia municipale di Milano qui ai giardini di Marinai d’Italia. Ce la facciamo?

Penso ai tuoi tempi biblici, alla lentezza per ogni preparazione e cambiamento, al fatto che sei ancora in pigiama. Ma le parole stavolta corrono più veloci dei pensieri. Luna c’è la banda al parco se facciamo presto babbo viene a prenderti, però dobbiamo fare di corsa!

In un attimo sei in piedi, tutta la complessa preparazione avviene in pochi minuti e mentre ti racconto inizi a ballare guardandoti intorno curiosa. Nel giro di pochissimo tuo padre arriva e in un baleno siete fuori di casa lasciandovi alle spalle una scia frizzante di curiosità. In questo tuo padre è davvero impareggiabile!

Da anni mi incavolo quando ti sento banalizzata in valutazioni che ti dipingono testarda, oppositiva o “con un bel caratterino”. Certo, sei anche questo, ma ciò che vedo brillare in alcune occasioni ha il sapore di motivazione e significato. In quei rari momenti non devi solo fidarti e affidarti ma, afferrando un senso, puoi scegliere facendo la differenza.

Ora ti immagino e so per certo che non perderai neppure una briciola di quello che stai vivendo. Ancora una volta sei riuscita a ricordarmi di quanto a volte sono sorda e della fortuna che ho quando mi tiri con tutta la tua tenacia ad ascoltare la banda.

Anima e terra

2 commenti

La-perfezione-e-le-cicatrici-doro-UYM

di Irene Auletta

Giorni tristi e difficili a rincorrere notizie, pensieri di amici, storie e testimonianze di chi si è trovato più vicino a quel tremore della terra che in un attimo ha restituito a ciascuno il proprio essere minuscolo e di passaggio. Io, che l’ho sentito forte come mai mi era accaduto, dopo averne realizzato l’assenza di conseguenze ho avvertito il mio pensiero volare veloce in direzione di quanti ho immaginato travolti dalla tragedia, pronti a raccontarla o come parte di quel numero inquietante di quanti ne sono rimasti inesorabilmente travolti per sempre.

E allora penso. Un’amica cara che sta combattendo una sua personale battaglia contro un sisma che si chiama malattia, chi si muove con cautela tra le crepe lasciate da recenti mancanze, il sussulto continuo di quanti attraversano un dolore condito da una fatica che sembra senza fine. Non sono forse simili i terremoti esistenziali a quelli della terra, che ti raggiungono all’improvviso lasciandoti incapace di pensare, segnando un irreversibile traccia tra il prima e il dopo? Eppure, proprio in queste occasioni riemergono valori, risorse e possibilità inattese.

Sia chiaro, nessuno vorrebbe mai essere travolto da eventi simili, della terra o dell’anima, anche a costo di attraversare una vita meno ricca di apprendimenti. Tuttavia, mi sa che abbiamo poche possibilità di scelta e quindi, che farcene di quanto ci accade se non trasformarlo in occasioni vitali pena un infinito ciondolamento depressivo?

Le tragedie fanno emergere bellezza e lati oscuri, solidarietà ed egoismi vili, vicinanza e abissi, coraggio e fragilità. Il problema non è tanto, a mio parere, quanto emerge spontaneo ma ciò che è possibile trasformare grazie alla nostra consapevolezza. Pensare a sé, avere voglia di scappare, ringraziare la sorte che non sia toccato a te o ai tuoi cari li penso come sentimenti e reazioni semplicemente umane. Iniziare a cavalcare polemiche, sottolineare solo le mancanze, proclamare che qualcuno ha più diritto di aiuto di qualcun’altro, avviare la caccia ai colpevoli, fare domande assurde finalizzate all’audience e quanto altro ognuno di noi può seguire facilmente in questi giorni, credo siano solo una perdita secca. Per fortuna, ognuno può scegliere dove collocarsi.

E allora, cosa farsene di esperienze che bloccano il respiro, che sembrano farci toccare la fine, che ci lasciano immobili, impotenti e incapaci di dire qualsiasi cosa dotata di senso? Diventando grande ho imparato che le domande strizzacuore sono tra quelle senza risposta ma anche che, a furia di ascoltarne il  silenzio, mettono in forma straordinarie sorprese.

  • (Nota relativa all’immagine) Il kintsugi, letteralmente “riparare con l’oro”, è una pratica giapponese che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro per la riparazione di oggetti in ceramica (in genere vasellame), usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti. La tecnica permette di ottenere degli oggetti preziosi sia dal punto di vista economico (per via della presenza di metalli preziosi) sia da quello artistico: ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore

Riflessi perlati

Lascia un commento

baby pink silk

di Irene Auletta

Stare qualche giorno in vacanza con i propri genitori, ormai anziani, è un’esperienza impagabile non solo per quegli scambi d’affetto che segnano la storia ma per quello che sovente mi accorgo di imparare. L’effetto specchio svela di continuo luci e ombre e così, mentre mi rivedo in atteggiamenti e comportamenti che mio malgrado mi contraddistinguono pur non piacendomi, si rinnova ogni volta quel profondo senso di gratitudine per ciò che sono anche grazie a voi e a ciò che mi avete permesso di essere come vostra figlia.

Il continuo riflesso di similitudini mi pare sempre una bella occasione per fare pace con quello che siete stati in grado di essere e con quanto, dalla mia peculiare prospettiva, posso continuare a modellare di alcune mie familiari asperità lasciandoci tutti liberi di vivere una storia che vede protagonisti solo adulti, responsabili di se stessi e delle proprie azioni. Ho sempre guardato con un po’ di sospetto a quelle interpretazioni che imprigionano taluni comportamenti individuali alla propria storia educativa come se non fosse possibile immaginarsi in un perenne percorso di crescita e cambiamento. O forse, semplicemente, mi piace di più pensarmi libera di continuare a imparare sempre e ancora di più.

Ho fatto tutto di corsa e ho dimenticato di prendermi degli orecchini, mi dice mia madre nascondendo la realtà di recenti momenti attraversati da un perenne stato di confusione. È così in questi giorni mi sono ritagliata del tempo per accompagnarla a fare alcune compere e ora mi ritrovo a darle suggerimenti mentre si sta preparando per andare con mio padre a far visita ad alcuni parenti. Guarda mamma te ne ho portati alcuni dei miei di orecchini, scegli quelli che ti piacciono.

Durante la prova di quelli individuati al primo colpo le propongo anche un rossetto. È tanto che non lo metti più e questo è perlato come i tuoi preferiti. Chiacchieriamo e mi rammenti di quante volte in miei momenti bui mi hai spronato a non smettere mai di curare il mio aspetto esteriore in una forma di sfida alla sorte dispettosa che insieme alla gioia inattesa di una figlia mi aveva portato tanto dolore.

Al termine della preparazione ti faccio notare che oggi con piccole attenzioni sei ringiovanita di dieci anni proprio mentre, quasi anticipando i miei pensieri, commenti che l’età conta meno di quello che ci si sente nel cuore. Il tono neutro mi lascia con un dubbio aperto sul tuo significato e salutandoti in lontananza ti chiamo. Mamma, non dimenticare di stare dritta, basta con questa gobba!!

Ti volti, mi sorridi con quel colore rosa perlato sulle labbra che fa risaltare la tua invidiabile abbronzatura e in un attimo ti riconosco trovando ancora una volta conferma del perché mi piace assomigliarti così tanto.

Vacare. Essere vuoto, libero

Lascia un commento

IMG_8788

di Nadia Ferrari

Siamo di nuovo al mare un altro anno é passato. Diversamente dai precedenti questo mi trova meno motivata ad inaugurare l’inizio delle vacanze direi scomparse se s’intende con il termine l’assenza di fatiche e, peggio ancora, non riesco a non preoccuparmi per quelle che verranno, perché verranno con certezza. Altre fatiche intendo.

Che brutta cosa la preoccupazione. Tutto ciò che inizia col prefisso pre ha l’odore dell’annuncio. In effetti non sai se poi si avvererà ma intanto aspetti ed io, aspetto preoccupata. Quest’anno però davvero non ci sarebbero ragioni sappiamo come andrà. E mi sto già assaporando i ritagli di libertà e leggerezza che l’anno scorso sono riuscita a scovare.

Che pasticcio! Le cose della vita non smettono di regalare stupore costringendo a mettere in discussione la visione che mi ero appena concessa di accettare. Quest’anno non ce la fai più a stare in spiaggia per quelle due orette che mi regalerebbero qualche raggio di sole. Fa troppo caldo. Al bar fa troppo freddo. Del resto non è più nemmeno così sicuro lasciarti in casa sola … sulla spiaggia non riesci a muovere nemmeno quei pochi passi dell’anno scorso e gli equilibri di nuovo instabili frantumano la fantasia del miserrimo relax immaginato. Nella nuova dimora per le vacanze, affittata apposta per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza di tutti noi, ti aggiri spaesata chiedendomi ogni volta conferma sulle azioni anche quelle più banali e mettendo a dura prova la mia pazienza.

Sorprendentemente le tue titubanze mi colpiscono il cuore ed invece di arrabbiarmi ti guardo: i tuoi occhi spalancati ti regalano uno sguardo troppo attento a non sbagliare tradiscono in modo indiscutibile la tua difficoltà ad adattarti al nuovo o forse sarebbe meglio dire ad affrontare dimensioni di vita che appartengono ad altre fasi … ed ogni azione diviene un’impresa.

Che tenerezza. Mamma puoi appoggiarlo li il bicchiere, non ti preoccupare metto via io i tuoi vestiti. Hai fatto così? Hai fatto bene. Che tenerezza vederti indecisa in ogni azione e movimento. Smarrire in ogni dove l’orientamento. Il cuore si strizza ogni qualvolta ti guardo impegnata lenta portare a termine una qualsivoglia attività con la paura di dimenticare, di non fare giusto, di fare una brutta figura, di essere ripresa, di dare fastidio.

Si, ora forse sono in vacanza! In vacanza dalla rabbia che ho sempre sentito. Al posto suo arriva la tristezza, meglio, molto meglio mamma.

Compare la voglia di aiutarti al solo scopo di non aggiungere fatica a quella che già fai, disgiunta dal dovere di farlo. Sento crescere dentro un autentico sentimento di cura in cui la mia preoccupazione è per come vivi tu queste dipendenze al posto di quali problemi creano a me. Un sentimento normale forse per altri estraneo al nostro universo: vuoi dire mamma che finalmente quella bambina tradita se n’è andata?

Ti guardo mentre di profilo ricurva su te stessa disegni col corpo una gobba per ore stai seduta con lo sguardo dritto davanti a te, pensi. A cosa stai pensando? Io so mamma io e te custodiamo un segreto origine e causa di molto male, è stato dura. Starai pensando a questo? Anch’io mamma ci penso sempre perché proprio quello ci ha costretto ad un amore molesto. Ora, al di là di ciò che è stato non so cosa darei per darti qualche pensiero buono. O forse non ce n’è bisogno tu dimentichi in fretta basta smetterla di punirti. La leggerezza che tanto cerco eccola qua.

Mentre le lacrime sciolgono in acqua panni sporchi e bambini mi siedo accanto a te accarezzandoti una coscia e mi sussurro ora ci sono io mamma, tua figlia.

Racconti muti

Lascia un commento

IMG_1454

di Irene Auletta

Da qualche anno ci incrociamo sulla stessa spiaggia con quello scambio di sorrisi che narra di una medesima esperienza condivisa. Forse anche lei, come me, qui si sente un po’ al riparo da tutti quegli sguardi indiscreti che alla fine della giornata pesano come un macigno sulle spalle.

Al contrario, ogni volta che arriviamo qui, i saluti mi raggiungono come carezze delicate e leggere, nella loro sincera discrezione. “Benarrivati … Ma guarda come si è fatta grande questa ragazzina!”. E tu fai finta di non guardare nessuno nascondendo la tua emozione dietro quella faccia seria che sembra essere altrove.

Ogni estate è un po’ come tornare a casa e vederti così a tuo agio in questi luoghi ormai familiari mi rinnova la conferma della scelta. “Noi ormai abbiamo figli grandi e ci piace girare e cambiare posto ogni anno!” . Così mi saluta un signore appena arrivato nello stesso agriturismo quando dico che noi, indicandoci entrambe, siamo delle affezionate. Vorrei replicare ma rimango in silenzio con i miei pensieri. Talvolta, è meglio tacere.

Il pensiero mi corre ancora a ieri mattina e a quella nota stonata. Appena arrivati l’abbiamo ritrovata quella stessa madre, su quella medesima spiaggia ma, appena i suoi occhi ti hanno raggiunto, ho capito. Certo, non potevo esserne certa ma quel dolore mi è arrivato con una forza quasi inequivocabile. La disabilità e la malattia sovente vanno a braccetto e quando la seconda la fa da padrona, accade.

Poco dopo ne abbiamo avuto la conferma da chi, sapendoci uniti da un simile destino, ha sentito il bisogno di raccontarcelo subito dando conferma a quel dubbio certo. La morte riesce sempre a coglierci impreparati, anche quando il suo annuncio è stato urlato più volte con tenacia.

E ora lei mi appare così, parte di un gruppo che mi ricorda il Clan delle cicatrici citato nel bellissimo libro Donne che corrono coi lupi. Madri che affrontano l’indicibile, con le spalle curve e gli occhi attraversati da temporali. In questi giorni spero di trovare le parole giuste per salutarla , per dirle che ho saputo. Oggi no.

Quando poco dopo le passo nuovamente accanto con te vicina, ci guardiamo per un attimo e so, senza alcun dubbio, che ha già capito.

Luglio col bene che ti voglio

Lascia un commento

hqdefault

di Irene Auletta

Da molti oramai, ben prima di diventare madre di una figlia disabile, ho l’impressione che l’estate scateni un po’ la “caccia al disabile”. I social, con il loro tam tam mediatico, negli ultimi anni hanno sostituito riviste e telegiornali ma la sostanza mi pare sempre quella.

Forse che il calore fa uscire allo scoperto menti deboli oppure semplicemente il movimento estivo, rimestando le stagioni e le temperature, fa emergere quella quota di pregiudizio o disagio sempre presenti nei confronti delle differenze? Forse un po’ di ciascuno, ma ogni volta mi chiedo cosa possiamo farcene perché le notizie non si esauriscano solo in curiose e puntuali noti folcloristiche al sapore d’estate. Il bel post di Jacopo Melio ci ricorda di continuare a riflettere senza ipocrisia ma anche con quel pizzico di ironica intelligenza che in casi analoghi aiuta parecchio.

Personalmente di fronte a tali notizie non mi sento particolarmente offesa o indignata. Sarà perché una serie di sentimenti li distribuisco equamente nel corso dell’anno oppure perché sono convinta che le radici culturali resistono tanto più sono nocive e amare.

Ho ben presente gli anni in cui i disabili erano chiusi nelle loro case, o peggio fra le pareti di istituti, e da allora è stata fatta tanta strada. Certo, i movimenti culturali sono lenti e a volte come le onde ritornano con impressionante puntualità. Questa è la realtà e sarebbe un grave errore farsi abbagliare da parole come accettazione o inclusione. Al tempo stesso però credo sia importante continuare a guardare con ottimismo e speranza i movimenti virtuali, i nuovi progetti, le idee, i post dei social e tutte quelle iniziative che parlano di possibilità.

La strada non è né breve ne’ semplice ma una cosa l’abbiamo capita e imparata. La disabilità è una faccenda seria e complessa e per viverla, parlarne, farne cultura, ci vuole coraggio.

Al contrario, per chiedere un risarcimento danni motivato dalla presenza di disabili nel proprio villaggio turistico direi che, una superficiale ignoranza condita con un pizzico di pietismo, è più che sufficiente.

Older Entries Newer Entries