E siamo al primo episodio del podcast. L’avventura è iniziata! So che è strano per chi è abituato a leggere un blog vedersi proporre l’ascolto di una voce. Ma in realtà confido sulle grandi opportunità che questo media offre.
Io ascolto podcast nei momenti più disparati: mentre faccio attività fisica, sistemo casa, faccio la spesa e altri momenti che non è necessario elencare. In fondo un podcast è una radio, per la precisione una radio on demand che ascolti quando vuoi e come vuoi. Attenti! quando si inizia diventa una droga.
A ogni modo se il progetto di Pillole pedagogiche vi attira, non avete che da scaricare gli episodi con una delle tante app dedicate e ascoltarveli con tutta calma. Questo non poteva che essere focalizzato sull’emergenza virus nella quale siamo tutti immersi. E la domanda non poteva che essere: come funziona l’educazione in un momento come questo?
Il podcast crescerà in virtù dei vostri contributi. Ascoltate questa puntata sino in fondo e lo capirete.
Scrivetemi qui, o, meglio ancora, su Telegram all’indirizzo @igorsalomone
Sono giorni strani. Una primavera soleggiatissima che si insinua a casa nostra riscaldandoci e rattistrandoci al tempo stesso.
Sbinocolo con mia figlia l’ampio panorama del settimo piano milanese e, intorno a noi, una quantità inusuale di persone affacciate, sedute, sdraiate, spaparanzate, sorprese nel tentativo di afferrare lo spicchio di sole che si intrufola dalle finestre e spalma i balconcini.
Sono buffi, incastrati come sono in spazi ridottissimi, su sedie appena più piccole del terrazzino esposto su un viale un tempo trafficassimo, ora deserto. Oppure affondati su una qualche seduta, gambe all’aria sul davanzale, appena dietro una finestra che fortunatamente da a ovest. E chi li ha mai visti?
Approfitto spesso, in tutte le stagioni, per uscire sui miei balconi filiformi, sia per respirare, sia per prendere una boccata d’aria. Ma tutt’intorno vedo solo finestre chiuse, balconcini vuoti, tapparelle abbassate. Di solito. Oggi invece è tornata la vita in quei palazzi. Almeno sulle facciate di quei palazzi. Bellissimo.
Si respira un’aria di resilienza, si coglie il desiderio di godersi anche quel pochissimo che è rimasto. Altro che bagni di sole al parco: un quadrato di luce a tempo sulla pelle diventa una delizia preziosa da centellinare e condividere. Le persone raramente sono fuori da sole. Chissà se anche questo permetterà di imparare qualcosa sulla preziosità di ciò che questo mondo ci regala.
Intanto Luna, va bene sbinocolare tutt’in giro, però magari evita di puntare proprio sui dirimpettai che prendono un po’ d’aria. Manca pure che facciamo la figura dei guardoni.
Sono ormai due settimane che non ti vedo, due settimane interrotte solo da due video chiamate che, più che riempire una mancanza, l’hanno amplificata.
Un mezzo che non conosci, un piccolo schermo che ci riprende ma tu sei quasi cieca e perciò non mi vedi. Un dialogo monco, stentato, a singhiozzo, interrotto da cose che non senti, da vuoti silenziosi e da continue ripetizioni ad alta voce. Domande disgiunte dalle risposte che cadono nel nulla e che ti fanno cedere velocemente alla voglia di chiudere ed andartene.
In più la tua memoria fatica a trattenere il senso di quanto sta accadendo e il perché io non posso essere li con te. Due video chiamate in cui tu non riuscivi ad esserci e non c’ero nemmeno io. Afasica ed ammutolita dall’impotenza di poter avere un contatto, del resto tu fai già tanta fatica ad “esserci” in presenza.
Sono innumerevoli le volte che ho immaginato di perderti cosi senza poterti vedere più, perderti, anche solo con la mente, senza poterti salutare, senza poterti accompagnare. Se il destino o il virus decidesse che questo è il momento. Ecco il mio peggiore pensiero. Lasciarsi nell’impossibilità.
Io intimamente nutro la fantasia, la speranza, che quando arriverà per me quel momento, il fato mi permetterà di salutare tutti, amici compresi. Vorrei congedarmi dall’esperienza quaggiù, l’unica per me, con il tempo di godere delle testimonianze. Sarebbe bello…
Il film Le invasioni barbariche lo ricordate? Ecco cosi.
Ma oggi mi hai chiamato, sempre coadiuvata dalle cure delle care operatrici della RSA e immediatamente alle prime battute ti ho sentito diversa.
Mamma come stai?
MALE! hai risposto decisa e con un piglio che poi per mitigare la rabbia hai trasformato in un sorriso. Tu che non sorridi mai.
Perché mamma?
Perché non ci sei, hai risposto.
Sei bella nel video mamma, sei viva, ora so che non mi hai ancora dimenticata. Finalmente mamma, eccomi, sono qui.
Il mondo si può sovvertire in un batter di ciglia. Un mese fa, in una giornata di sole come questa, sarei stato al lavoro invece che in un parco a passeggiare. E avrei sofferto. Oggi sono chiuso in casa invece di essere in un parco a passeggiare. E soffro uguale. La differenza è che oggi anche i parchi sono chiusi. Un anno fa, in questo periodo, ero con la valigia in mano spessissimo fuori casa e con un desiderio costante: tornarci. Oggi sono chiuso in casa con un unico desiderio: uscirne. Forse non sono mai contento. Forse posso cogliere il valore dell’esser sempre in giro e del tornare a casa come corollario, ma anche il valore dell’esser costretto a casa che mi spinge a inventare ogni modo possibile per uscirne creativamente. Come scrivere questo post.
Voglio dire, possibile che non avere un cane e non fumare riduca ulteriormente le mie ragioni per la libera uscita? Dopo dieci anni e passa di felice astinenza da giornali, sono persino tornato all’acquisto quotidiano di un quotidiano, pur di poter arrivare sino all’edicola. Sorbendomi per giunta lo sguardo ironico dell’edicolante, sempre lo stesso di dieci anni fa, che sembra dirmi: ti stavo aspettando… Al di là dell’organizzare meeting in balcone, e che fortuna ad averceli, ho un bisogno fottuto di uscire. Come, credo, 60 milioni di miei concittadini. Secondo me è per questo motivo che ci stiamo aggrappando a ogni mezzo di comunicazione a distanza, dal buon vecchio telefono alle videoconferenze.
E sta accadendo veramente di tutto: nonni in skype, discussioni su quale sia la piattaforma più adatta per le videochat, riunioni di lavoro virtuali, didattica on line, flash mob non solo organizzati in Rete, ma anche realizzati a distanza, videoracconti, tutorial, dirette Facebook. Se il Covid arrivava fra qualche anno tra 5g , realtà virtuale e realtà aumentata probabilmente ci spingevano persino a visite digitali a casa di parenti e amici. Magari potevo persino passeggiare nel mio parco preferito, senza muovermi dal salotto. Comunque spero due cose: primo che non si ripresenti, secondo che tutta questa enorme novità non ritorni nel cassetto appena finita l’emergenza. Dipenderà tutto da come l’avremo affrontata. Ma ci pensate come staremmo se per comunicare con il nostro mondo avessimo a disposizione solo la tv per essere informati e un telefono fisso, a parete, con il disco per comporre i numeri e magari con il duplex che ti faceva contendere la linea con il tuo vicino, creando spesso conflitti condominiali mica da ridere? Insomma, stiamo messi molto meglio e ora tutti quelli che per anni hanno tuonato contro i social, ringraziano il cielo che i figli reclusi con loro possono restare in contatto con compagni di scuola, amici e fidanzati invece di star loro sul collo h24. Non dimenticatevelo appena il Covid se ne va, per favore.
Ho anch’io il mio bell’elenco di cose che cercherò di non dimenticarmi. Per esempio sto facendo delle riunioni e delle supervisioni in teleconferenza. Per anni attaccati al valore della presenza fisica, improvvisamente costretti alla distanza, l’incontro telematico sorprende per le novità che produce. Mai viste riunioni così efficienti: turni di parola rispettati, focalizzazione sul compito, cazzeggio sempre presente, anzi reso frizzante dal vedersi su un monitor, però piacevolmente auto limitato, logorrea pressoché impossibile, tensione alla sintesi. Insomma, quello che anni di team building non sono riusciti a creare, è bastato non sedersi attorno a un tavolo per realizzarlo. Per non parlare dell’assenza dei corpi, o meglio, della loro essenzializzazione: del corpo in videochat sono presenti solo mezzobusto e voce. E scopri che se non c’è il corpo, ci sarà meno empatia, ma anche che le tensioni conflittuali si stemperano di brutto. E il compito comune sale in primo piano. Evviva! Non me lo dimenticherò e non lo farò dimenticare. Gli incontri in videochat dovranno restare il più possibile, i vantaggi che stiamo scoprendo sono troppi per farci fregare ancora una volta dalla buona vecchia relazione faccia a faccia valida sempre e comunque, anche per dirsi cose che si potevano scrivere o fare sproloqui che si potevano anche comprimere in un video e inviarlo. Se ci riusciremo, alla fine ne guadagnerà proprio la relaziona faccia a faccia, mondata di tutti gli utilizzi inutili e dedicata alle questioni per le quali ha un senso essere nello stesso spazio ognuno con il proprio corpo. Per non parlare della quantità di video che gira, anche tra operatori e utenti, e delle dirette Facebook, stasera per esempio ne avrò una, attivati per fare ciò che sino a poche settimane fa richiedeva lo spostamento di n persone, sempre difficile da concretizzare e spesso con risultati deludenti. Non credo che quegli incontri pubblici vadano sostituiti dai webmedia, però stiamo sperimentando che si può fare anche altro. Quindi vediamo di continuare a farlo e di scoprire il nuovo che permettono.
Insomma, costretto a casa conto la mia volontà ma con il mio assenso, devo uscirne in qualche modo, e se l’uscio a disposizione è il mio Mac o il mio iPhone, non posso che varcarlo percorrendo ogni via possibile. Approfitto quindi di questo post per dirvi che mi sono appropriato di un altro webmedia: il podcast. Era già nell’aria da parecchio tempo, ma la situazione attuale ha creato una tempesta perfetta per portarlo finalmente alla luce. Ecco a voi quindi: Pillole pedagogiche. Il cui motto è: se vuoi fare educazione, devi sapere come è fatta. Un podcast è un grande strumento, mi permetterà di mettere a disposizione gratuitamente i miei contenuti in una forma agile, non invasiva e ordinata. Ma, sopratutto, renderà possibile l’interazione con gli ascoltatori. Al momento ho pubblicato la puntata zero, la trovate anche qui, buon ascolto e sappiatemi dire.
Camminare schivando. Stamattina sono uscito per una puntata furtiva sino alla farmacia più vicina e mi sono ritrovato a camminare schivando. Non di quello schivare i corpi per evitare di sbatterci contro come ho sempre fatto sino a un paio di settimane fa. No. Disegnavo sul terreno una traiettoria improbabile per cercare di passare tangente alle traiettorie altrui a distanza di almeno un metro o anche più, se era possibile.
Mi sono più volte fermato per lasciare il cammino al mio prossimo non per cortesia, ma per tenere la distanza. Sono sceso dal marciapiede, tanto di auto non ce n’erano, per non passare tra due pedoni già troppo vicini. Al semaforo meno male che eravamo in pochi altrimenti avrei dovuto mettermi in fila all’incrocio precedente. Insomma, una bruttissima sensazione.
Per non parlare degli sguardi. Di solito per strada non ci si guarda negli occhi e se accade il contatto non supera il mezzo secondo. Ma stamattina di sguardi non ne ho incrociato neppure uno. Testa bassa, bavero alzato, non ti curar di loro ma guarda e passa. Anzi, non guardare proprio. Bruttissima sensazione. La fiducia reciproca è il cemento della coesione sociale, che ne sarà quando ci saremo liberati dal virus?
Ho visto però persone, che probabilmente non si erano mai parlate in vita loro, discorrere amichevolmente da un balcone all’altro. A Milano. Non nei quartieri spagnoli di Napoli. E nella stessa Milano ho visto centinaia di persone che dal balcone cantavano, applaudivano tutte assieme, agitavano luci di vario tipo. C’ero anch’io. E’ facile guardare con supponenza a queste manifestazioni emotive. Però dopo che stamattina ho camminato schivando, ne ho capito il senso. Affacciarsi al balcone o alla finestra di casa propria, il punto di maggior contatto con il mondo lì fuori, è come se volessimo dirci: guardate che non siamo quelli lì che si incontrano evitandosi per strada, o per lo meno non solo quelli. Siamo ancora noi e abbiamo ancora voglia di sentirci insieme. Anzi di più.
Mi sono chiesto cosa avrei detto a un figlio bambino se mi fossi trovato per strada a camminare schivando insieme a lui. L’avessi fatto insieme a lui avrei sentito tutta la responsabilità del messaggio che stava raccogliendo. Dunque qual è il messaggio che potrebbe raccogliere? che gli altri sono pericolosi, ovvio, e quindi dobbiamo tenerci alla larga. Un messaggio così vale per sempre, come lo facciamo decadere dopo i tempi del virus?
Ho pensato però, anzi sentito nel corpo, che c’era dell’altro. Cedere il passo, scendere dal marciapiede, tenere le distanze non sono solo un modo per proteggersi dall’altro, sono anche un modo per proteggere l’altro da noi. Perchè siamo tutti in questo momento reciprocamente pericolosi, e ci tocca proteggerci a vicenda.
Quindi probabilmente direi questo a mio figlio bambino se ne avessi uno. Ma per poterlo fare occorre crederci e per crederci occorre sentirlo nel corpo mentre si cammina schivando. Alla prima necessità uscirò di nuovo per esercitarmi.
Mi rimbalza in testa da tutta mattina, è comparsa durante la meditazione e ora sto cercando di capire perchè è stata un’immagine così forte: galleggiare il tempo.
In questa esperienza, appena iniziata, di confino domiciliare, la vittima “0” forse è proprio il tempo. Non credo di aver mai vissuto un’esperienza del genere in tutta la mia vita. Come tutti. E non mi sento di rallegrarmi troppo per la sensazione di rinnovata vicinanza familiare dei primi giorni: il tempo in queste condizioni non passa mai e il problema principale oggi non è cosa riusciamo a fare oggi, ma come reggeremo tutto ciò per tutto il tempo che sarà necessario.
Il paragone con le vacanze non regge. A parte che molti in vacanza hanno ritmi serratissimi se la loro vacanza è un viaggio, magari di quelli organizzati, anche noi che amiamo la spola tra spiaggia e agriturismo, in vacanza viviamo un tempo completamente diverso.
Prima di tutto in vacanza non siamo segregati da nessuna parte. Semmai il problema quotidiano è: restiamo dove siamo oppure oggi per cambiare facciamo una gita? che è il problema esattamente opposto a quello odierno: cosa facciamo oggi che di qua non possiamo muoverci? Poi una vacanza ha una data di scadenza precisa, e ogni giorno in meno è un passo in più verso il ritorno. A tutt’oggi non sappiamo affatto quando il confino finirà e l’attesa non è di tornare a casa, ma di poterne finalmente uscire. Una vacanza è un tempo di sospensione del quotidiano utile a ritornarvi con rinnovato vigore. Noi qui rischiamo la nausea, il rifiuto totale del casalingo quotidiano del quale potremmo smarrire il valore, anziché ritrovarlo.
Certo, la prima esperienza è quella del vuoto, come appunto in vacanza, non sarà un caso se sto cercando di riempirmi di cose da fare. E non credo di essere l’unico. Ma quello che mi sto chiedendo questa mattina è proprio che cosa sia questo vuoto. Per esempio, oggi è domenica, qualcuno che non sia credente e praticante e non abbia deciso di seguire le funzioni in tv se ne sta rendendo conto? Io no. Ieri sera mi sono affacciato al balcone e c’era il deserto in corso XXII marzo, un silenzio surreale. Di sabato sera. Il panorama era esattamente uguale alle sere precedenti. E alle sere che verranno.
Il sole non siamo ancora riusciti a fermarlo, quindi per lo meno il ciclo giorno notte scandisce ancora il tempo che passa, ma è l’unico. Viviamo in una sospensione di tutto ciò che creava lo scorrere del tempo, comprese le scadenze dei pagamenti e dei compiti lavorativi.
Faccio già fatica a dire quando è iniziato tutto ciò, mia figlia è a casa da due settimane (o sono tre…?), i decreti si sono susseguiti con ritmo serrato restringendo il nostro campo d’azione di giorno in giorno e non so già più dire quando è iniziato il confino, cioè quando ho deciso volontariamente di rispettare le regole sul confino.
Più che un tempo vuoto, percepisco un tempo di sospensione, quasi di apnea. Incrociamo amici e conoscenti rigorosamente per telefono o chat e la prima cosa che ci diciamo è: sarà ancora lunga. Ma quanto lunga? come si fa a misurare un tempo senza tempo?
Oggi Irene ha avuto un’idea, facciamo un pic nic in balcone. Tenendo conto che i nostri balconi sono lunghi sei sette metri ma larghi non più di quarantacinque centimetri sarà un’impresa. Ma non importa. Il pic nic per noi da sempre è un segno della settimana che finisce, quindi viva il pic nic!
Mi chiedo quanti trucchi tutti noi ci stiamo inventando per ritrovare il Chronos e se vanno nella direzione di restaurare il più possibile i tratti del tempo conosciuto e ora sospeso, oppure se riescono a inventarsi un tempo nuovo che ci permetterà di imparare qualcosa anche da questa assurda situazione.
Sto galleggiando il tempo, non nel o sul tempo come vorrebbe la grammatica, sto galleggiando il tempo perchè non sono io che galleggio, ma il tempo. E lo stiamo facendo tutti. Il tempo che galleggia si muove passivo sulle onde e mi trascina con sé. Chissà cosa mi inventerò domani perchè sia domani, non un semplice oggi ripetuto infinite volte.
Vi terrò aggiornato, ma tenetemi aggiornato anche voi. Possiamo aiutarci collettivamente nella ricostruzione del tempo. Tanto, di tempo ne abbiamo.
La vita con te ci è andata giù pesante e, proprio in questi giorni, il fantasma della tua malattia autoimmune torna a bussare alle nostre porte. Ho cercato di tenerlo a bada, di non fargli invadere lo spazio, di non fargli togliere troppa luce ma, le voci dominanti e la realtà, ormai non fanno altro che renderlo sempre più forte e potente.
In questi casi spesso mi chiedo come stai vivendo questo cambiamento. Sei a casa da quasi tre settimane e le nostre possibilità si sono drasticamente ridotte. Tutto quello che adori, cinema, teatro, musei, pranzare all’Ikea, piscina, al momento è fuori dalla lista delle possibilità. E allora cosa ci rimane?
Come sempre, mentre ti guardo, trovo in te le mie risposte più preziose. Ti sei appena risvegliata da un pisolino mattiniero, dopo uno dei tuoi risvegli notturni. Lo sai che rimarrai ancora a casa con mamma e babbo per diversi giorni? Che parole posso usare? Che faccio ora, parlo di virus, contagio, paure?
Mai come in questi giorni mi risulta sempre più chiara la differente direzione che possono prendere gli sguardi di fronte a qualcosa di grande e spesso non facilmente comprensibile. Escludendo i complottisti dell’ultima ora sempre pronti a sventolare la loro bandiera, penso a quanti interpretano quello che sta accadendo come un messaggio quasi sovrannaturale, o della natura stessa, di fermarsi, rallentare, ritrovare nuove occasioni e possibilità.
Non posso che condividere alcune di queste riflessioni ma partendo da una differente prospettiva e cioè, più che interpretare l’intenzionalità di segni e segnali, a me piace ascoltarli per capire di quali possibilità nuove possono essere portatori.
Penso che in fondo è un po’ la stessa differenza tra chi pensa che un figlio disabile sia un dono e chi, con dolore, serietà, fatica, amore, instancabile ricerca di felicità, prova a inventarsi e vivere ogni giorno una genitorialità straordinaria, intesa proprio nel senso di fuori dall’ordinario.
E così, torno alle mie domande e stupita ti osservo mentre da giorni non chiedi di uscire, proprio tu che passi il tempo chiedendoci di farlo. Mentre ti racconto percepisco un senso condiviso che va oltre qualsiasi parola e ancora una volta, proprio tu, incapace di intravedere un futuro, mi stai insegnando ogni giorno a gustarci il presente o ancora meglio, proprio questo momento qui.
Ma senti, non è anche bello stare così tanto a casa con mamma e babbo?
Facciamo le nostre facce innamorate …. e ridiamo, ridiamo.
Ne stavamo parlando poco fa a tavola io e Irene. Non è la prima volta nella nostra vita che ci troviamo blindati: niente amici, niente ristoranti o aperitivi, tempi di lavoro risicati, preoccupazione quotidiana per la salute. Quella di nostra figlia. Abbiamo passato anni in queste condizioni. Quindi cosa c’è di nuovo in quello che stiamo attraversando in questo momento? Tutto.
Vivo, anche Irene, ma probabilmente chiunque, in un’atmosfera surreale di sospensione che non lascia presagire quando ne usciremo e, sopratutto, come ne usciremo. Le condizioni mutano con una rapidità incredibile. Quando è stata istituita la Zona Rossa nel lodigiano mi dicevo che non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere sull’intera Milano. Non ho fatto a tempo a concludere il pensiero che la zona rossa si è estesa a tutta la Lombardia. Il tempo di ascoltare la notizia e a essere chiusa è l’intera penisola, isole comprese, come si dice. A questo punto l’orecchio è teso ad aspettare la prossima, che probabilmente sarà la chiusura dei parchi e delle attività produttive. Insomma, c’è sempre un peggio al peggio che la nostra immaginazione riesce a intravedere.
So bene cosa vuol dire. Abbiamo attraversato cinque anni in apnea travolti da un peggio peggiore che sostituiva in un lampo situazioni già al limite del pensabile e del sostenibile. Ma questa volta è diverso. Molto diverso. Questa volta non siamo soli.
Non è questione di godere cinicamente della sfortuna comune, non è questo il mio sentimento né quello di Irene. Non è ancora facile per me definirlo, è un sentimento sottotraccia che si sta facendo largo pian piano al di sotto dello sconcerto e della preoccupazione. Mi guardo in giro e vedo gente preoccupata come me, preoccupata anche di me e della mia vicinanza, come io lo sono della loro. Ma vedo anche persone che condividono il mio stesso problema. Indipendentemente da età, razza, colore, religione o condizioni economiche. Sembra che il coronavirus stia attuando l’articolo 3 della Costituzione più di qualunque altra esperienza dal dopoguerra in poi.
La solidarietà forse non è solo far attivamente qualcosa per chi ha bisogno di aiuto. Stiamo scoprendo, o per lo meno dobbiamo scoprirlo, che essere solidali significa anche solo proteggere gli altri dalle nostre azioni. E sta accadendo, lentamente magari per i ritmi del contagio, ma rapidamente se si tiene conto dei ritmi solitamente necessari per la maturazione collettiva.
Sì, questa situazione non assomiglia per nulla alle mille altre che ho vissuto nella mia vita. E’ totalmente nuova. E ha un sapore strano, tra l’amaro e il frizzante. Non ci sono nemici interni o esterni da combattere, c’è solo da imparare qualcosa sui nostri comportamenti. E, scusate se è poco, mi sembra una grande occasione. Non perdiamola andando dietro ai profeti di sventura, sempre pronti a cercar untori cui dar la colpa della propria inutile e patetica rabbia.
Cosa stiamo insegnando ai bambini in questi giorni tristi e surreali che stanno paralizzando le nostre città? Molti si chiedono cosa dovremmo dire ai figli, agli studenti, agli allievi per aiutarli a trovare un senso al senso di impotenza, di fatalità, di fragilità che pervade una vita pubblica dominata dai discorsi sull’epidemia come non ci fosse un domani. Ma il problema è un altro: cosa stiamo insegnando ai figli, agli studenti, agli allievi con le nostre azioni, indipendentemente da quello che vorremmo o dovremmo insegnar loro?
Che dobbiamo avere paura, ad esempio. Una paura illogica del tutto sproporzionata rispetto al pericolo reale. Rischiamo la vita ogni giorno per molte cose, ma evidentemente è inaccettabile rischiarla molto meno ma per qualcosa che non conosciamo. Abbiate paura dell’ignoto. Stiamo insegnando questo?
Che quando il nostro mondo incontra un pericolo collettivo ognuno deve pensare a se stesso e, al massimo, ai propri familiari. Dove sono finite le catene di solidarietà che partono a ogni terremoto, a ogni alluvione, a ogni carestia? Si vede che le calamità naturali e sociali fanno rimboccare le maniche solo se riguardano gli altri. Se riguardano te, si salvi chi può. Stiamo insegnando questo?
Che di fronte a un rischio collettivo dobbiamo sederci e aspettare che passi la nottata? Tutti a casa, tutti in attesa, tutti buoni e seguire le istruzioni. Salvo qualche chiacchiera nei bar, quelli rimasti aperti, giusto per criticare le misure governative perchè nessuno sa che pesci pigliare, però di sicuro sa che quello che fanno gli altri non va bene. Stiamo insegnando questo?
Ma sopratutto, cosa stiamo insegnano sulle epidemie? L’Umanità ci ha convissuto per migliaia di anni. Le affrontiamo periodicamente e periodicamente le sconfiggiamo uscendone più forti. Questa è Storia. Però ce lo dimentichiamo e ogni volta sembra un castigo di Dio che ci coglie di sorpresa. Anche questo stiamo insegnando?
Alla fine ognuno può insegnare quello che vuole, ciò che conta è che si assuma la responsabilità di quello che insegna con le proprie scelte e i propri comportamenti. Non sarà invece tollerabile svegliarsi fra qualche tempo e lamentare che i “ragazzi d’oggi” sono pavidi senza alcuna ragione, attendisti e fatalisti, sostanzialmente egocentrici e incapaci di misurare le cose con un respiro più ampio delle due settimane tra quella appena passata e quella che verrà. E non lo tollererò.
Da anni ormai sono convinta che il nostro rapporto con la tua maestra Feldenkrais continua sicuramente perché ti fa un gran bene, ma anche perché fa un gran bene pure a me.
L’altro giorno, dopo la vostra seduta che mi concede un’ora di libertà a zonzo per il corso della città, Angela miaccoglie dicendomi che l’incontro è stato tra i più belli, ricchi e intensi dei vostri. Di solito mi racconta della tua incredibile attenzione e di come nel vostro incontro di occhi e mani, tu le indichi, limiti o permetti nuove scoperte e passaggi che ti aiutano a stare meglio con quel corpo che di sicuro non è facile portarsi in giro. In effetti, mentre tu ci guardi, colgo una postura molto equilibrata che sembra riflettersi nella soddisfazione dei tuoi occhi attenti ai nostri scambi pieni di fierezza.
Angela riesce sempre a restituirmi bellezza e mi rendo conto che questa, per un genitore come me, non e’ un’esperienza molto frequente. L’elenco delle mancanze, delle criticità e delle complessità sono tra quelli con cui da subito si prende un’indesiderata confidenza e molto spesso si finisce con chiudersi in una bolla di pochi e selezionati incontri capaci di riflettere anche altro.
Nella nostra storia di incontri belli ne abbiamo fatti parecchi e, per fortuna, ci hanno finora sostenuto nel navigare tra le onde dominanti che vanno in tutt’altra direzione. Le persone con disabilità, al di là del giochetto dei cambi di nome da handicappati in poi, devono, insieme alle loro famiglie, conquistarsi ogni angolo di quella normalità che definisce le esperienze della vita.
Anche noi abbiamo bisogno di sguardi e parole che ci riconoscano leggerezza e nuove possibilità. In questo purtroppo la cultura della disabilità mi sembra poco lontana dai blocchi di partenza, ma noi, e non siamo in pochi, ci proviamo ad organizzarci. Nonostante.
Uscite dall’incontro riusciamo a mantenere lo stesso passo, con morbidezza ed equilibrio. Magari non durerà per molto ma per ora guardandoci i nostri sorrisi possono nutrirsi di complice meraviglia.
Rimani per un momento incantata di fronte alle vetrine di un bellissimo negozio di lampade e lampadari che si riflettono nel buio della sera.
A noi, basta davvero poco per una passeggiata tra le stelle.