Perchè ne so più di te

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di Igor Salomone

Lui è un personaggio chiave per la difesa di una casa dalla decadenza. Sappiamo tutti quanto velocemente possa aumentare il degrado del posto che abitiamo: cose che si accumulano e non trovi mai il tempo di portare in discarica, esistenze che maturano bisogni differenti stratificando ere geologiche di oggetti, impianti che invecchiano, mode che passano abbandonando le loro tracce nell’arredo. Una volta se ne occupava l’uomo di casa, non certo io, sempre attanagliato tra necessità evidenti e la supponente sensazione che il semplice cambio di una lampadina fosse un’insostenibile perdita del mio preziosissimo tempo.

Nei decenni però, le competenze del manutentore casalingo si sono così frammentate da richiedere per ognuna l’intervento di uno specialista. O di una cooperativa sociale per lo sgombero del ciarpame ormai ingovernabile.

Lui invece è un tecnico d’altri tempi. Elettricista di base, è da trent’anni sempre disponibile a farsi largo tra i suoi numerosi interventi per venire da noi, mettere mano su ciò cui può mettere mano e indirizzandoci a chi di dovere quando si arriva al confine delle sue competenze.

L’ultima volta ci è venuto in soccorso perchè a forza di aggiungere elettrodomestici, device elettronici, punti luce, il groviglio di fili e di riduttori montati su altri riduttori aveva raggiunto, anzi superato, un livello di guardia preoccupante. Temevo un’ispezione improvvisa di qualche Autorità preposta alla sicurezza delle abitazioni. Sentivo che mi avrebbero passato per le armi sul posto senza nepppure uno straccio di processo.

Arriva fiancheggiato da un assistente che scopro essere suo figlio. Che bello, ho pensato immediatamente, c’è ancora qualche giovane che impara il mestiere del padre e in prospettiva ne rileverà l’attività. Lo dico a entrambi, separatamente. Il padre tecnico mi racconta che è contento anche lui anche se non è stato facile perchè inizialmente il figlio aveva preferito, dopo un breve tirocinio con lui, un lavoro sotto terzi. Ma alla fine era tornato, spontaneamente e anche notevolmente cambiato.

La prima esperienza assieme era stata piuttosto burrascosa. “Faceva le cose come le aveva in testa lui e combinava un sacco di casini”. Quando dopo il periodo di distacco è tornato, il padre ha messo in chiaro i termini della questione così: “Sia chiaro che devi fare come ti dico io. E non perchè sono tuo padre, ma perchè ne so più di te. Trent’anni di esperienza più di te”

Avrei voluto fargli una ola.

Ormai trovo il pedagogico nelle pieghe più sottili della vita quotidiana. Ci sarebbe da scrivere un trattato su quell’asserzione perentoria del tecnico-padre rivolta all’apprendista figlio. Non preoccupatevi, non lo farò. Mi limito, coerentemente con lo spirito di questo luogo di scrittura, a lanciare qualche provocazione prima di una chiosa finale a mo’ di morale educativa sulla quale meditare.

Quanti genitori sono in grado di dire e dirsi “cosa ne so di più” per poterlo insegnare ai propri figli? Forse molti. Un bel “ai miei tempi”, “ perchè lo dico io”, “quando sarai grande capirai”, non si nega a nessuno, pescando nel mucchio folto e confuso degli standard pedagogici di sempre. Ma questo non significa saperne di più, nè tanto meno essere credibili quel tanto che basta a convincere chi impara che ne vale la pena.

“Saperne di più” implica avere qualcosa di significativo da dire sulla vita e le sue sfaccettature, qualcosa che possa avere un senso anche per chi non ha la tua stessa esperienza. Non importa se più giovane o più vecchio, parente stretto, conoscente o estraneo, quel che conta è riuscire a vedere nell’esperienza dell’altro degli insegnamenti possibili.

Ci siamo convinti nei decenni, noi figli di questa cultura individualista a oltranza, che nessuno possa dirci nulla e che ognuno deve imparare da ciò che fa e non da ciò che ha fatto qualcun altro. Bene, è stato anche un guadagno. Abbiamo buttato alle ortiche un sacco di immondizia scaduta da tempo come il principio di autorità o l’idea che trasmettere la propria esperienza fosse una semplice trascrizione da una mente a un altra. Però ci siamo dimenticati che l’educazione è esattamente questo: far sì che quel quid che io so e che tu non sai, possa in qualche modo esserti utile. Anzi, che possa essere utile a entrambi. E’ una responsabilità della quale ci siamo liberati in fretta, con un certo sollievo, lasciando all’altro il compito di imparare solo da se stesso e soltanto il cazzo che vuole, così si realizza.

L’educazione o è una responsabilità collettiva o non è nulla. Su questa responsabilità si sono evolute le culture umane e abbandonarla non può che portarci alla decadenza. Per fortuna ci sono ancora gli adulti-artigiani pronti a tenere in piedi quel che resta di casa nostra. Quindi chapeau mio caro mastro-elettricista, che la tua sapienza pedagogica possa salvare il mondo. O, per lo meno, quel pezzo di mondo che abiti.

Malattie pedagogiche

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Di Igor Salomone

Cosa insegna l’esperienza della malattia? Chiederselo sembra diventato un must. Proverò a dare una risposta sintetica, poi espando: l’esperienza della malattia insegna a star dentro la malattia, sempre che riesci o te ne dia il tempo.

Lo so è poco, le risposte più gettonate sono altre: la malattia ti insegna quali sono le cose importanti della vita, ti mostra quello che sei, ti mette in contatto con l’essenza delle cose al di là della superficialità del mondo che abitiamo. Allevi a Sanremo, uno dei tanti personaggi famosi che l’esperienza della malattia l’hanno o la stanno attraversando, in un impeto accorato un po’ francescano, ha parlato della “scoperta della meraviglia del creato”.

Non so, ma tutte le belle cose che dovrebbe insegnarmi la malattia le sapevo già. Certo, si può sempre approfondire, ma erano nelle mie corde con l’insegnamento, la pratica marziale, la meditazione, la passione per la montagna, la lettura e la scrittura, le amicizie, l’amore, per non parlare di quell’immenso bacino di insegnamenti che è stata la vita con mia figlia. Avrei potuto continuare a imparare per quelle vie. E invece no. Quelle vie mi sono in gran parte precluse.

Occorre prendere atto, ed è stato tremendamente doloroso, che la malattia è terribilmente gelosa e ti impone di pensare sempre e solo a lei. Puoi concentrarti su altro e cercare di ignorarla, ma quella si fa più aggressiva, torna dall’oblio nel quale avevi cercato di confinarla e ti riacchiappa. In questi ultimi tre anni non so più quanti progetti ho tratteggiato nella mente per il “dopo”, sempre più piccoli e apparentemente a portata di mano. Ogni dannata volta è comparsa un’evoluzione delle patologie che li hanno sgretolati, impediti, dissolti. Quindi ora respiro, che non è un progetto ma è già tanta roba, e vedo come butta.

Quindi sto certamente imparando dall’essere malato, tipo che la meraviglia del creato non ha bisogno di tramonti tropicali per illuminare il nostro sguardo. All’uscita di un padiglione del Policlinico milanese, ero seduto su una panchina in attesa di chi mi doveva venire a prendere. Vicino alla panchina un’aiuola striminzita sovrastata da un albero semi soffocato dal cemento. Ho allungato una mano e ho accarezzato quel po’ di erba spelacchiata dalla quale spuntavano fiorellini anonimi che una volta non avrei degnato di uno sguardo. Quella è stata la mia esperienza attuale di incontro con la meraviglia del creato.

Ma la malattia mi insegna anche che il creato è tale perchè poi muore, e se veramente vogliamo imparare, è necessario fare i conti con la fine.

Fare i conti con la fine è una delle strutture profonde dell’educazione da sempre. Per questo ci siamo inventati i Paradisi, gli Aldilà, i fantasmi, gli Dei, i funerali, le sepolture. Dove va chi muore è una delle prime domande che fanno i bambini agli adulti. Insegnare ad affrontare questa domanda è una delle responsabilità educative fondamentali perchè imparare a stare al mondo implica prepararsi ad abbandonarlo.

L’esperienza della malattia, propria o di chi ci sta vicino, è quindi l’orizzonte più adatto per insegnare qualcosa sul senso della vita. Mentre noi ci perdiamo dietro alle soluzioni che certamente troveremo, alle cure miracolose che ci guariranno, alle consolazioni che confortano noi e non chi sta soffrendo, sino ad arrivare alla vera e propria negazione che solitamente inizia con “vedrai”, “stai proprio migliorando”, “non dar retta ai dottori”, “poi torneremo a fare quello che abbiamo sempre fatto”, in un’orgia di ottimismo compulsivo, come ho imparato a chiamarlo, sempre più lontano dalla prospettiva di chi con la malattia si accompagna tutti i giorni.

A ben vedere non si tratta di rinunciare ad educare, con i fondamenti della vita è impossibile, si tratta al contrario di insegnare ad evitare tutto ciò che può far soffrire, perché poverino il bambino, l’adolescente, il vecchio, non ha senso farli star male. E, cosa ancor più evidente, insegnando nel contempo ad assumere la stessa postura esistenziale, tutta tesa al benessere e alla felicità, con chiunque in qualsiasi situazione.

Tutta la civiltà occidentale è votata a questo sguardo e a questo insegnamento, che ne erode le stesse fondamenta, visto che poggia su un cultura raffinata della tragedia. In questo sì siamo in tempi di decadenza. Ma niente paura, legioni di educatori di culture diverse dalla nostra sono già pronti a prendere il nostro posto. Intanto, mi raccomando non perdiamoci l’aperitivo e il prossimo viaggio alle Maldive.

P.s. Grazie a tutti per la grande attenzione dedicata al mio post precedente. Sembrava mi steste aspettando da tempo. Sono tornato è vero, non so per quanto, e dedicherò il tempo che mi resta a insegnare il senso dell’educazione nelle sue strutture profonde. Nel frattempo mi divertirò portando in discarica quel simulacro che ne ha preso il posto da decenni e che sempre più rapidamente rischia di confinarci ai confini di un mondo incamminato verso un futuro che abbiamo creduto ingenuamente passato.

Significati puliti

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di Irene Auletta

Pensandoci bene, noi genitori con figli disabili, insieme a chi sceglie di farlo per professione, siamo chiamati ogni giorno a fare cultura sui temi relativi alla disabilità e alle culture che vi ruotano intorno. 

Lo facciamo (o dovremmo farlo appena possibile!) assumendoci un ulteriore carico che sovente si traduce in una sorta di pulizia e riordino dei gesti e delle parole. Io, non senza costi aggiunti, ho scelto questa via da anni.

Le persone con disabilità sono bambini, ragazzi, uomini e donne e hanno il diritto di essere allegri, tristi, insopportabili, curiosi, annoiati, incavolati, amorevoli, intelligenti, straordinari, antipatici, motivati, simpatici.  Hanno il diritto di non essere imbrogliati, banalizzati e infantilizzati.

Come noi tutti. 

E qui farei subito una bella pulizia raccogliendo in un cestino gran parte di quelle parole stereotipate che abitano tante culture della disabilità e tanti servizi. Solo per fare un esempio mi vengono subito in mente: adeguato, collaborativo, ragazzi (per sempre), oppositivo, testardo, capriccioso, sfortunato, gravissimo, povero … naturalmente il tutto declinato indifferentemente anche al femminile!

Sulla cura dei gesti invece non mi stanco mai di ricordare il rispetto dell’altro, della sua volontà, del suo limite, del suo corpo, del tuo ritmo. Esattamente come lo stesso vale per i bambini piccoli e per gli anziani. Facile a dirsi, a fare proclami e a sostenere bandiere, ma nella realtà vera, ogni giorno, si incontrano contraddizioni, sbavature, comportamenti e culture emergenti che, in modo più o meno consapevole, negano ciò che viene sostenuto.

Forse dovremmo con più onesta’ nominare le difficoltà che si incontrano nell’incontro con la diversità, nelle sue molteplici forme, e farci allievi desiderosi di imparare sbagliando piuttosto che assertori di fragili verità.

Il fatto di avere una figlia disabile non mi apre tutte le strade e neppure mi rende capace di essere sempre così attenta, disponibile e capace di fronte all’altrui diversità. Mi sento tante volte a disagio, incapace, timorosa e conosco bene la voglia di scappare, voltare la faccia e anche di pensare che in fondo poteva anche andarmi peggio … o meglio.

La fragilità può essere contagiosa e, ogni volta che ci abita vicino, o corriamo il rischio di farci sommergere oppure riusciamo ad assaporarne inedite occasioni per trasformarla in forza. Una ricerca che non finisce mai, perlomeno, così è per me.

In questi giorni sei particolarmente dolce e affettuosa, in quel modo e con quella grazia che con pazienza e tenacia, hanno raggiunto anche le corde più severe del mio cuore. Il dono, figlia mia, per me non sarà mai la tua disabilità e non smetterò mai di soffrire per tutto ciò che la vita  ti ha negato.

Il vero dono è quello che, ogni giorno, mi permetti di imparare e che, come madre, provo a restituirti grata, tra gioia e dolore, rabbia e stupore, orgoglio e sconfitte, meraviglia e disincanto.

Mentre guido verso casa la tua mano innocente mi sfiora e per un attimo ciò che più conta è li, al mio fianco. E così riemerge la parola dono. Odiosa, ambivalente, fiduciosa, insopportabile, auspicabile. 

Vuoi dire che la ricerca, tra le mille pieghe dei significati, non finisce mai? Allora te lo prometto in silenzio, ancora e ancora. 

Andrò avanti Luna, continuerò a spazzare parole e a riordinare i gesti. 

Fino alla fine.

Magie in viaggio

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di Irene Auletta

La malattia neurologica è davvero bastarda e lo sanno bene le persone che ci vivono accanto, come me.

Sono stati giorni difficili che, fra tante altre complicazioni aggiunte, hanno contribuito a rendere davvero pesanti le ultime settimane. Tante crisi con molti tremori che spesso ti hanno dato il buongiorno non lasciandoti tregua fino alla sera, in barba alla terapia farmacologica.

In queste situazioni non cambia solo il tuo umore ma si sfumano quelle che sono le tue caratteristiche più belle e luminose, tanto che fatico a ritrovarti in quelle espressioni serie, lo sguardo molto sfuggente, gli occhi opachi. Dove sei finita figlia mia e in quale mondo parallelo stai navigando?  

Mi accorgo ogni volta di quanto il tuo sorriso sia la mia cura quotidiana e di come in questi giorni mi è mancata l’aria. Ogni volta i soliti tormentati quesiti. Sarà un problema di salute, emotivo o neurologico? Stavolta forse un gran mix che ha reso ancora più lungo il recupero. 

Senti Luna andiamo a lavare i capelli prima di cena e togliamoci il pensiero. Stasera l’operazione è serena e leggera e, mentre ti asciugo i capelli ridi e canti. Sentendo un pizzico forte al cuore mi accorgo di quanto mi sei mancata e di come forse solo i genitori che vivono le medesime storie possano capire cosa vuol dire stare dentro il movimento di queste onde. 

Vai e torni, vai e torni. 

Ritrovandoti mi accorgo di quanto ho trattenuto il fiato e di come questi giorni mi abbiamo chiesto tanta forza per continuare a sorridere anche per te e a sussurrarti appena possibile che poi passa. Resisti amore che passa. 

Stasera sei tornata e la nostra casa brilla come il mio cuore che batte insieme al tuo, di felicità. 

Anche stavolta il respiro e’ tornato profondo e si fa ricchezza e scorta per le prossime onde alte. 

Bentornata Luna! 

Cura, cuore e grammatica

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di Irene Auletta

In alcune situazioni delicate o di difficoltà ho sentito spesso mia madre ripetere una frase in dialetto che tradotta suona più o meno così. Il male è di chi lo sente e di chi lo ha in mente.

Avere nella mente è un’espressione che mi è sempre piaciuta e che sento più potente del “semplice” pensare, perchè mi restituisce un’idea di continuità, di processo, di una forma di vicinanza e di attenzione particolari.

Forse non a caso questa frase l’ho ritrovata familiare e sentita vicina nel mio percorso, personale e professionale, di ricerca sulla cura e su ciò che le ruota intorno, caratterizzandola.

Avere nella mente a partire da chi “sente il male”, mi evoca anche una condizione di rispetto per chi sta vivendo quel momento e la necessità di sapersi posizionare nel modo adeguato. Siamo circondati da una frettolosità che sovente rischia di farci fare scivolate, dal punto di vista comunicativo, rubando la scena alla storia dell’altro. 

Quante volte, di fronte a chi prova a raccontare, si ascolta subito l’eco di coloro che hanno urgenza di mettersi in primo piano sulla scena narrativa. Si anche a me è successo, anch’io vivo lo stesso, ti capisco perchè anche a me, perchè anche io

Questo IO dominante che, decisamente distante dalla condivisione, interferisce con quell’ascolto profondo fatto  sovente di sguardi, vicinanza e silenzi.

Se fossi una maestra elementare forse approfitterei della grammatica e dell’insegnamento dei pronomi personali per aiutare i bambini a comprendere il valore del tu, noi, loro in un intreccio tra grammatica e significato relazionale.

Mia madre mi ha insegnato ad avere rispetto del racconto dell’altro, perchè lì c’è la sua storia, il suo malessere, il suo male, il suo dispiacere, non il nostro. Il rispetto nella dimensione dell’ascolto, molto difficile da praticare, chiede una delicata  attenzione e una grande disciplina.

Il “male” di mia madre comprende sia il dolore fisico che quello del cuore e, nelle relazioni di cura, fa intravedere la dimensione della protezione, verso chi sta attraversando un momento di fragilità o difficoltà.

In questi casi ho imparato che ciò che rende intensa la scena di tale incontro, può essere solo la comprensione vista a braccetto con la condivisione, nel silenzio pieno di quei significati che tu mi hai insegnato ad apprezzare e ad amare.

La danza della cura, tra la mente e il cuore.

Vale cento

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di Irene Auletta

Di solito lei utilizza la sedia a rotelle? Mi chiede indicandoti uno degli addetti alla sicurezza che ci accoglie all’ingresso della Mostra di installazioni luminose che ci stiamo accingendo a visitare.

Oddio. In un secondo la mente si riempie di domande, anche perché l’esperto di queste proposte in genere è tuo padre e quindi qualche incertezza mi raggiunge sottovoce, ma non troppo.

Non avrò esagerato a venire proprio oggi dopo la piscina? Potevo scegliere un altro giorno? Potevo chiedere a qualcuno di accompagnarci? Ce la faremo? Come per darmi ulteriori indicazioni l’addetto aggiunge che l’intera percorrenza dura circa un’ora e che in alcuni passaggi il terreno è un po’ sconnesso.

Non voglio farti sentire nessuna preoccupazione quindi rispondo, fintamente spavalda, che ce la facciamo senza nessun problema. Vero Luna? Ti dico con il mio migliore sorriso rassicurante.

Il percorso ti affascina subito per la bellezza che ci circonda e per il fatto che siamo parte di un gruppo di persone, adulti e bambini, che come noi stanno incontrando la stessa meraviglia. Guardi tutto con attenzione e il tuo corpo felice racconta di come l’esperienza ti piaccia. Solo dopo oltre metà percorso fai qualche piccola protesta perché inizi ad essere stanca e le mie braccia, che finora ti hanno sostenuta, mi fanno sentire tutta la fatica che stai facendo. 

Senti Luna facciamo un bel respiro con queste luci e poi seguiamo gli altri perché ci sono ancora cose bellissime da vedere. Come sempre lo dico a te per fare coraggio a me e quasi a volerci rassicurare un signore vicino a noi commenta che orami non manca molto e che il finale merita davvero. Vero e’ che, penso, comunque non avremmo altre alternative.

Riprendiamo poco dopo e le tue gambe sembrano sostenute da una nuova energia tanto che ci porteranno all’auto ridendo e quasi senza fatica. Poco lontane dall’ultima tappa luminosa ci superano due bambini che, correndo, provano a darsi un punteggio per la loro avventura. Io valgo dieci, io valgo venti, io valgo venticinque … Tu li guardi e ridi contagiata dal loro entusiasmo. 

Ti abbraccio forte negli ultimi passi che ci dirigono verso l’uscita e, con grande orgoglio, ti sussurro all’orecchio che hai fatto una cosa davvero molto difficile. 

Per te amore, vale cento!

Eredi grati

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“La vita va avanti comunque, e suona che tu lo voglia o no, puoi solo alzare o abbassare il volume. E devi ballare.” (Alessandro D’Avenia)

di Irene Auletta

Mio padre è un uomo di altri tempi e con il passare degli anni è rimasto “integro” e fedele ai suoi orizzonti culturali di riferimento. 

Mai come in questi ultimi mesi la sua materialità e concretezza, in merito alle questioni importanti della vita, mi restituiscono la forza di qualcosa che tiene con equilibrio radicati alla terra e alla vita.

Di fronte al bisogno (di chi?) abbastanza diffuso di chiedermi se ora va meglio, se ci sono buone novità, se il momento è più sereno, mio padre guardandomi dritta negli occhi, mi invita “semplicemente” a stare,  ricordandomi che questa è la vita.

Me lo rammenta senza fatalismo o falsa resa, ma come un invito a non perdere di vista quelle dimensioni costitutive dell’esistenza che passiamo il tempo a rimuovere tranne quando rimaniamo, per cinque minuti, affascinati e affascinate dalle parole di qualche personaggio di turno, portatore di pillole di saggezza.

Poi, tutto continua esattamente come prima. 

Le interpretazioni (o giustificazioni?) si sprecano. E’ difficile stare a fianco di chi vive momenti difficili, non tutti siamo capaci di reggere il dolore, non è strano fuggire di fronte al proprio limite e al senso di impotenza … E via di questo passo, verso vie che interrogo e cerco di comprendere da anni, con molti dubbi e ancora tante domande aperte.

Mio padre, con poche ed essenziali parole, non scappa di fronte alla realtà e quel suo dire “questa è la vita” non esclude come sentieri possibili sia buone e auspicabili speranze, che puntate o epiloghi molto tristi, di cui nessuno ha colpa o responsabilità. Vito Mancuso, a tale proposito, ha parlato di dolore innocente.

Insomma, ancora oggi mio padre non smette di insegnarmi a non aver paura del dolore, a rispettarlo e a guardarlo nella sua essenziale naturalità, senza battaglie o idealizzazioni, ma come quella dimensione che ci ricorda come esseri umani, piccoli e velocemente di passaggio su questa terra.

E così, con il passare degli anni, mi accorgo che mentre lui mi ha insegnato sostanzialmente a non aver paura di vivere, allo stesso modo, le tracce indelebili di mia madre mi sostengono ogni giorno, proprio per dare valore alla vita, a non perdere di vista la ricerca della gioia e della bellezza.

Figlia mia,  tuo padre direbbe Noi siamo l’eredità.

Litchi e ciliegie

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di Irene Auletta

Ogni anno, in occasione di qualche festa o ricorrenza, cerco sempre qualche modo originale per farti gli auguri, non rinunciando a doni che tanto so bene tu non degnerai neppure di uno sguardo.

Mi piace anche scriverne per te, per me e per chi può ritrovarne risonanze o semplice piacere nella lettura e così, anche per questo periodo natalizio, non potevano mancare pensieri dalle tante sfumature.

Chi come me ha figli con disabilità, piccoli o adulti, si ritrova sovente a fare pensieri sul dopo di noi cercando, nel suo percorso di genitore, un modo per fare pace con una paura profonda che pur rimanendo uno sfondo innegabile, può assumere tinte anche leggere.

Mi ritrovo a pensarci, e non è la prima volta, mentre ti preparo i litchi che, insieme alle ciliegie, sono frutti che ti piacciono particolarmente e che mangi solo se te li preparo io. Fino a qualche anno fa condividevo questo “compito” con la nonna ma ora sono rimasta da sola.

E così mi ritrovo a pensare a come anche alcuni gusti possono perdersi se non rientrano nei gesti di cura di qualche adulto disponibile a farlo. Certamente sbucciare una mela è più semplice!

Anche quest’anno quindi il mio dopo di noi ha proprio quel profumo lì, di litchi e ciliegie, ma senza angoscia, forse solo con un po’ di malinconia e avvisaglie di nostalgia.

Questa è la forma più originale dei miei auguri per te di quest’anno. L’augurio che tu possa trattenere il più a lungo possibile sapori e gusti e che le mie mani possano continuare a parlarti d’amore, con dolcezza.

La cura dei gesti

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di Irene Auletta

Da molti anni come pedagogista faccio osservazioni nei Nidi e, negli ultimi tempi, il gusto mi riempie di tanta bellezza e meraviglia, di quella che i bambini piccoli distribuiscono con generosità a chi si prende il tempo per stare semplicemente ad osservarli.

Di recente, in una sala piccoli, ho riassaporato l’intensità della cura che, ogni giorno, le educatrici offrono ai piccoli e, ancora una volta, mi ha raggiunto forte l’intensità del gesto, proprio in un’epoca dove la parola è diventata davvero sempre più invadente e per me, tante volte, inutile. Le mani e le braccia delle educatrici sono chiamate ad affrontare un compito importante, bellissimo e difficile, accompagnate da poche parole e dall’intensità di quel silenzio pieno di tutto ciò che avviene in relazioni delicatissime.

Peccato che a volte l’enfasi e lo sbilanciamento sulla fatica rischi di offuscare la vista in merito a quanto è possibile raccogliere, anche come sostegno e nutrimento per l’educatrice stessa!

Grazie all’incontro con mia figlia penso da molti anni che, quando si danza con la cura, la parola è sovente sopravvalutata e mai come in questi ultimi mesi penso che possa diventare un facile alibi per dare una veste fintamente virtuosa alla distanza. 

Il gesto di cura è potente quando si fa e non mentre si dice e l’eccesso di parole tante volte allontana da quella vicinanza che diventa ricca solo nella presenza.

Le parole, a volte, sono messaggere di un vuoto che restituisce a chi è in uno stato di bisogno un senso di grande solitudine. Le azioni invece riempiono la scena con gentilezza e forza e, quando sono accompagnate da parole, anche queste sono facilmente riconoscibili e chiare, come un sottofondo musicale.

Aver bisogno di aiuto, situazione sovente intrecciata alla cura, è difficile ma, anche come adulti, trovarsi con alcuni compagni e compagne di viaggio, indubbiamente alleggerisce un po’ il carico. Il filo conduttore è sempre quello della presenza, dell’esserci e di quella postura silente che si fa azione. Lo stesso può avvenire anche tramite quelle paroleazioni che, nella distanza, raggiungono forti per la forza delle relazioni che rappresentano.

Tutto il resto con la cura c’entra assai poco. 

E’ così, mentre mi saluti come solo tu sai fare, ritrovo proprio nelle mani e nelle braccia, quel mistero generatore di bellezza e di vicinanza profonda. Intorno a noi, mentre per un attimo il mondo si sospende insieme alle sue innegabili fatiche, brillano scintille capaci di indicarci la via. 

“Ricorda che non ottenere ciò che vuoi è a volte un meraviglioso colpo di fortuna.” Dalai Lama

Al tepore di un saluto

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di Irene Auletta

Stai facendo tante esperienze da sola e mi intenerisce sempre la serenità con cui ti affidi alle persone che ti accompagnano. 

Stamane arrivate al punto d’incontro, mentre ti guardavi intorno curiosa, mi hai stretto un po’ più forte la mano. Io che rassicuro te o tu che rincuori me? Difficile dirlo in questi tempi complicati che attraversiamo insieme

Ciao amore vengo a prenderti più tardi, divertiti tanto. Mi piace augurartelo ogni volta e, ogni volta, quando ti ritrovo mi immergo nel tuo silenzio provando a intercettare sguardi, emozioni e sensazioni. 

Ti ho lasciato da poche ore eppure quando ci ritroviamo mi sembri già più grande. Ti osservo qualche secondo prima che i tuoi occhi riescano a incontrarmi e a brillare. 

Tutto benissimo mi dicono e a me basta così, travolta dal tuo abbraccio di saluto. In viaggio verso casa, accompagnate da una dolce musica il nostro silenzio riempie tutto il nostro mondo. 

Ferme al semaforo i nostri occhi, i miei lucidi, si raccontano cose bellissime e proprio lì trovo tutta la forza di cui ho bisogno. 

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