Sento e vedo diversi istituti scolastici ed insegnanti che si sono prodigati ed organizzati affinché anche in questa strana settimana, che con certezza lascerà segno nella nostra memoria individuale e collettiva, si possano svolgere regolarmente le lezioni e fare i compiti attraverso smartphone e tablet da casa.
Non so se sono io come insegnante ormai fuori moda, o se è perché sono docente della scuola dell’infanzia e quindi niente compiti e lezioni che non si possano recuperare con calma al ritorno, ma queste iniziative mi fanno pensare al rapporto con il tempo che ha la nostra scuola.
Di come nemmeno un’emergenza planetaria riesca a frenare l’idea che a scuola non c’è tempo da perdere, che bisogna correre sennò si perde chissà che cosa. E stiamo parlando di una sola settimana di chiusura in cui, mi ricordava una collega, almeno due o tre giorni erano già destinati ad essere vacanza!
Io, sinceramente, se pensassi a cosa può servire in fretta agli allievi in questo momento, opterei per trovare tempi e modi atti ad elaborare con loro le idee (e le emozioni) di paura, di vita, di morte e di “finitudine” che questo virus irriducibilmente fa incontrare.
In questo credo che i nostri allievi non andrebbero lasciati soli.
In alternativa lascerei che in questa occasione non programmata come vacanza si possano godere del tempo “vuoto”.
Cosi ha scelto di fare il preside di uno storico liceo scientifico milanese che sulla home del sito pubblica una lettera agli studenti (https://www.liceovolta.it/nuovo/).
Partendo da una citazione dei Promessi sposi, invita i suoi studenti a fare una vita normale, fatta di passeggiate, di buone letture, ponendo l’attenzione a quello che potrebbe rivelarsi la vera emergenza: l’avvelenamento della vita sociale.
Li saluta infine con un vi aspetto presto a scuola!
In effetti non ci avevo pensato fino a quando i commenti di alcuni genitori non mi ci hanno fatto riflettere. Da oggi, scuole di ogni ordine e grado chiuse in molte regioni. Ma i bambini e i ragazzi cosa stanno capendo e assorbendo di quello che sta accadendo? Alcuni raccontano di manifestazioni di paura, di domande continue, di vero e proprio panico. Altri di apparente totale disinteresse.
Ieri, in una trasmissione televisiva, ho ascoltato ragazzi delle scuole medie superiori esprimere senza alcun dubbio la loro idea di chiudere le frontiere. Ma quali frontiere? Terra, aria, mare?
Mai come in questo momento credo che sia importante, per la questione specifica, affidarsi e fidarsi degli esperti. Al primo posto epidemiologi e virologi.
Ma noi tutti, nel nostro ruolo di genitori, educatori, insegnanti, pedagogisti abbiamo qualcosa che possiamo fare, banalmente per non lasciare soli bambini e ragazzi in questa situazione e, soprattutto, per proteggerli il più possibile da comunicazioni distorte, allarmiste e a volte incomprensibili o contraddittorie.
L’ansia dilagante tocca con forza il nostro rapporto con la fragilità e l’imprevisto, con tutto ciò che sfugge al nostro controllo. Oggi più che mai il rapporto con la vulnerabilità sembra diventato un tabù.
Togliamo un po’ di veli e come adulti assumiamoci la responsabilità di aiutare bambini e ragazzi a capire, non sottovalutando tutto ciò che in questi giorni probabilmente li ha già raggiunti e investiti senza alcun filtro.
Ma tanto i bambini non hanno ascoltato … I ragazzi pensano ad altro!
Lasciamo in soffitta queste vecchie frasi ricorrenti e rimbocchiamoci le maniche che l’educazione, proprio in questi giorni, ha parecchio da fare.
In alcuni periodi la cura costante, unita ai tanti e vari impegni, occupa tutto lo spazio e proprio mentre penso che non scrivo da parecchio, Anna Maria rilancia un mio post di qualche mese fa.
Già stamattina leggendola sulla sua pagina Facebook pensavo a quante risonanze ritrovo ogni volta nelle nostre parole e, guarda caso, proprio oggi il tema della rabbia torna a bussare alle porte della nostra vita.
Penso a tante situazioni difficili che ci troviamo ad affrontare e che condividiamo e, ogni volta, rimango più muta di mia figlia. A questo pensavo qualche giorno fa, in seguito al bel ritrovo organizzato tra famiglie, grazie alla disponibilità di genitori stupendi, in occasione della giornata mondiale della sindrome di Angelman e spesso, dopo questi incontri, rimango per giorni in balia di malinconiche onde emotive.
Il dolore acuto dei primi anni ha lasciato posto a questi sentimenti più quieti. Il bello di ritrovarsi con tanti altri genitori, insieme ai loro figli, mi suscita sempre reazioni alternate. In situazione, provo un grande piacere e una spinta d’affetto e vicinanza assai speciale. A distanza mi sento travolta dai riflessi.
Per me Luna e’ mia figlia ed e’ talmente tanto lei da farmi lasciare sovente sullo sfondo tutto ciò che la attraversa e la circonda. Ma quando incontro gli sguardi, i gesti, i comportamenti, degli altri bambini e ragazzi, scoccano frecce di tanti colori, anche un po’ all’impazzata, che svelano, rivelano e ricordano.
Mi sento così anche leggendo le parole e i pensieri di madri e padri che, forse come me, sperimentano attraverso la scrittura una continua ricerca di senso e di strategie possibili per far fronte all’impossibile.
E se penso ad Anna Maria sapete cosa emerge sempre per prima cosa? La sua inconfondibile e contagiosa risata e il nostro dire va tuttobene, tuttobene! Si, compagna di bizzarre avventure, proviamoci sempre e, appena riusciamo, raccontiamocelo, per noi tutti che attraversiamo storie simili.
Leggo i commenti su Facebook alla terribile notizia del suicidio di due ragazzi a Monza, e ritrovo l’abitudine diffusa a cercare le cause delle tragedie. E a fustigare questo o quello pur di trovare il colpevole. Quindi il duplice suicidio, a seconda dei gusti e delle inclinazioni, andrebbe attribuito alla disattenzione dei genitori, oppure alla claustrofobia dell’esperienza scolastica, o alla fragilità dei ragazzi d’oggi esasperata da una vita passata sui social.
Mi è già capitato di dover affrontare in supervisione un caso analogo avvenuto pochi mesi fa alle porte di Milano. Fermarsi e ragionare serve. Serve anche accogliere il dolore, purché non si risolva in una due giorni di sospensione delle lezioni sostituite dal pronto intervento di una task force di psicologi. Il rischio è che terminati i funerali, si torni alla normalità quotidiana cercando di dimenticare tutto il prima possibile.
Sulla scena educativa quando compare la tragedia, le spiegazione psico-socio-mediche lasciano il tempo che trovano. Quel che serve veramente è la capacità pedagogica di affrontarle quelle tragedie, cercando di elaborarne collettivamente il senso.
Ci sono mille e un motivo che possono aver portato quei due ragazzi a quel gesto. Ma l’attenzione educativa va ora rivolta a quelli che restano. Come sempre in ogni tipo di lutto. E non per evitare che accada di nuovo, ma per imparare a sostenere il peso di quello che è già accaduto.
Mia madre e’ così. Dieci giorni fa ho temuto che fosse arrivata al suo capolinea e ieri sera faceva battute al telefono. Al suo invito a pranzo per domenica, conoscendola, cerco di rifiutare con delicatezza dicendole che mi sembra ancora troppo debole e che eviterei di arrecarle impiccio.
Ma che ci vuole per fare un po’ di spaghetti con le cime di rape? Che poi lo so che come li faccio io vi piacciono assai!
Eccola, riemersa ancora una volta, come tante volte l’ho vista nella mia storia di figlia e nella sua di donna molto malata.
Si… si… va bene, mi risponde mentre le faccio promettere che stavolta però accetterà il mio aiuto in cucina e già mi vedo a contrattare con lei ogni gesto.
Scola ora, aggiungi il peperoncino, girala bene eh?
Pensare che domenica dovrò anche provare a convincerla ad accettare un possibile ricovero e mi dovrò ingegnare perché le sue motivazioni ad una forte resistenza sono tutte stravalide. Dopo anni di esami e di ricoveri ora sei davvero stanca e io ti rispetto profondamente mamma, lottando con il mio egoismo che vorrebbe rimandare il più possibile il saluto.
Vabbè allora domenica vi aspetto, come sono contenta! Diglielo alla mia nipotina che nonna la pensa sempre.
Lo farò eccome e lo faccio sempre. Come madre mi ritrovo spesso a ripetere le tue frasi, a fare le tue battute. E Luna ride. Così sei sempre con noi.
In preparazione del laboratorio del 7 e l’8 febbraio a Vanzago, in anteprima mondiale, la prima delle cinque leggi per dissolvere problemi. Seguitemi e vi mostrerò passo passo come dissolvere il problem solving in una prospettiva pedagogica.
I. Legge del guaio Un guaio non è ancora un problema
Incidenti, eventi inaspettati, tragedie improvvise, elettrodomestici guasti, malattie conclamate, tradimenti, unioni spezzate, finanze al collasso, e poi ancora: nubifragi, epidemie, invasioni di cavallette, siccità, terremoti, pioggia sul week end, la squadra del cuore retrocessa, sostanzialmente, sono tutti “fatti”. Che i più tendono a considerare guai. O anche: sfortune, disastri, contrattempi, punizioni divine. Qualcuno persino opportunità.
Chiamateli come volete, ma non sono “problemi”. Non ancora per lo meno. Quando un guaio qualsiasi produce una domanda sul che fare di fronte al guaio, allora il guaio diventa un problema in cerca di una soluzione.
Le iscrizioni al laboratorio sono ancora aperte. Per informazioni scrivetemi oppure fate un giro qui
Caro Igor ho letto ieri in un fiato il tuo nuovo libro. Secondo me, “Secondo me” è un capolavoro.
Come sai parlo da insegnante, la tua riflessione torna sulla struttura fondante dell’educazione arricchendola e con un affondo deciso e determinato sul valore della “scena educativa”, è lì che si gioca lo sguardo pedagogico e di conseguenza il suo gesto. Una sfida difficile quelle di giocarsi nel momento. Molto difficile, perché appare come una dimensione senza chance, se sbagli al momento è l’irreparabile. Si può comprendere l’ostinazione nella richiesta e ricerca della risposta “giusta” … è così sinché non si concepisce che è possibile imparare anche dalle cose che non riescono, da quelle mancanti, dalle gaffe e da tutti i vari impicci che la pedagogia nomina da sempre come possibilità. Ma che nessuno accetta …
Stiamo attraversando purtroppo o per fortuna un’epoca di cambiamenti. È la complessità. Questa benedetta complessità che tu racconti in modo egregio, tanto affascinante nella lettura poi, nella vita vera, ci ammazza e con cura cerchiamo di scansare come cosa poco gradita.
Ecco, secondo me, i tuoi libri e insegnamenti sull’educazione forniscono (forse) l’unico strumento necessario e utile a chi appartiene all’avventura (bella e faticosa) dell’insegnare: provare a navigare nel mare della complessità imparando da ciò che si incontra. Una grande liberazione!
Non è più importante incontrare le colleghe giuste, i bambini giusti, i formatori giusti, i luoghi giusti, i momenti giusti, né tanto meno possedere tutte le tecniche e i modelli che il mercato dell’educazione light offre per facilitare ciò che non è bonificabile, pena la sua dissoluzione.
Da anni ormai diserto con consapevolezza tutti i corsi che hanno trasformato i pensieri dei vari maestri in “orribili” modelli tecnici di facile applicazione. Da anni ormai rivolgo la mia curiosità ai maestri per sapere come ri-animare a modo mio la loro eredità. Il tutto grazie a te Igor che, più e più volte, mi ha preso tra le braccia il viso e invitato a guardare ciò che avevo sotto gli occhi.
Leggere questo tuo saggio di secondo livello, per chi abita il primo, è ancora più interessante: pare di essere in “acquario” dove chi è in simulazione però non sei tu con il tuo bagaglio di insuccessi ma il formatore. Finalmente intravedi le risposte che avresti dovuto ricevere ad aspettative e domande raccolte dal formatore di turno, scritte su chilometri di cartelloni e poi lasciate cadere nel nulla.
Quel pensiero in grado di collegare granchi e aragoste, primule e schizofrenici pare costitutivo e assente in ogni livello. Forse, come sostieni nel finale, ogni pedagogista dovrebbe fare lo sforzo di avere chiaro l’oggetto intenzionale su cui basa il suo insegnamento. Lo dovrebbe fare per noi.
C’è storicamente una grande responsabilità dell’accademia nel non definire la pedagogia come disciplina legittima, singola e separata dalle altre, in parte si comprende la difficoltà dell’officina di innamorarsi della pedagogia per tradirla con gli strumenti altrui… ma oggi penso anche alla bellezza di sapersi generati da una disciplina che basa le fondamenta sulla propria incertezza e sulla continua ricerca. La pedagogia è femmina!
Come ti dicevo anni or sono torna “rotondo” il tuo setting pedagogico ma con una chiarezza cristallina nel descriverlo che ora è proprio impossibile non vederlo.
Per tutto il libro la nostra lunga storia di amicizia si intreccia con quella del maestro. Io c’ero in tutti i tratti del racconto e ci sono ancora. Ma per la prima volta ho sentito più vigoroso esserti stata allieva che amica. Credo semplicemente di aver capito meglio alcune cose … oppure tu le hai sapute spiegare meglio, o tutte due le cose assieme.
Molto emozionante il tuo riconoscimento al maestro.
È un piacere leggerti perché scrivi in modo incantevole (secondo me), le pagine scorrono attraversando paesaggi che sanno di cultura, eventi, storie, ricordi, affetti, atmosfere … sei bravo Igor, molto. E molto divertente. “Ancora” Igor ne vogliamo ancora …
In conclusione, secondo me, il tuo è un libro d’amore che parla delle tue grandi passioni.
Se oggi mi chiedessero qual’è l’aspetto peggiore della disabilità, probabilmente risponderei le stereotipie. Ne ho scritto altre volte, ma ancora mi pare una tematica troppo poco affrontata ed esplorata nella sua complessità, soprattutto relazionale.
Si, perchè ci sono aspetti della disabilità che toccano diverse dimensioni della vita, ma quei comportamenti che si innescano apparentemente senza nessun motivo e che poi diventano una sorta di disco stonato che non si interrompe mai, toccano corde difficili anche solo da nominare.
La cosa pesante e’ che quando arrivano ti colgono sempre di sorpresa, l’aspetto positivo è invece che poi passano! Io e tuo padre ricordiamo ancora molto bene le parole di questa mamma che conoscemmo molti anni fa appena saputo della tua diagnosi.
E così, negli anni, abbiamo visto passare una serie di comportamenti, più o meno difficili da gestire e accettare, sovente ripensando alle sue parole. Poi passano sempre. Ogni volta però, è una sfida alle nostre possibilità di reggere quello che accade nel momento, nelle sue peculiari sfumature.
Ci sono stereotipie di movimento, sonore, di comportamento e, ogni volta, come genitori ci misuriamo con qualcosa che, nella sua riproduzione quasi meccanica, ci spinge a tenere salda la rotta sulle dimensioni umane e di affetto intrecciate alla nostra relazione.
Questo, degli ultimi periodi,è il turno di una stereotipia sonora, parecchio bastarda rispetto a quella visiva, perchè non puoi neppure provare a distogliere lo sguardo e, tapparsi le orecchie, direi che non è proprio un comportamento consigliabile. Mi chiedo spesso cosa se ne facciano gli operatori di tali comportamenti, sia perchè li incontro raramente problematizzati nelle supervisioni o nei momenti di formazione, sia perchè, a parte la strategia della distrazione o il sentirli definiti come tormentoni, non ho ancora incontrato nulla di differente.
Stamane ci provo a giocare con te, nel tentativo di suggerirti altro, anche nella speranza che quel verso faccia intravedere qualche evoluzione possibile. Riusciamo a salutarci di buon umore, nonostante il risveglio mattiniero e ho di nuovo la conferma che se le stereotipie non possono evolvere, l’unico modo per sostenerle e affrontarle è provare a cambiare ogni volta il modo con cui guardarle, quando ci sbattono contro.
Perché, se ci capita un guaio, diciamo che è un problema? Un guaio è un guaio, diventa un problema quando cerchiamo una soluzione. Per questo non dovremmo avere fretta di trovarne una, perché se non funziona ci ritroviamo con due guai.
I problemi si dissolvono in moltissimi modi. Più di quante siano le soluzioni disponibili. Si dissolvono quando scartiamo di lato e li facciamo andare a sbattere contro il nulla, si dissolvono quando sono così maldefiniti che nessuno è in grado di prenderli in mano, si dissolvono quando è passato il loro tempo, si dissolvono per l’assenza prolungata di soluzioni, si dissolvono quando non c’è il titolare del problema, si dissolvono guardando da una prospettiva differente i guai che li generano, si dissolvono lasciandoti nel bel mezzo dei guai che avevamo tentato di affrontare cercando una soluzione.
Ecco perchè è importante aver sempre presenti le cinque leggi del dissolvere problemi:
I. Legge del guaio Un guaio non è ancora un problema II. Legge dell’interpretazione Un problema è la sua definizione III. Legge della via d’uscita Un problema è tale se ammette almeno una soluzione IV. Legge della moltiplicazione Ogni soluzione genera nuovi guai V. Legge dell’utilità I problemi servono a imparare dalle soluzioni che non si trovano
Questo è un serial-post e questo è il pilot… quindi non mollate il blog e attendete la prossima puntata.
(il 7 e l’8 febbraio a Vanzago un intero intenso laboratorio dedicato a Dissolvere problemi. Per informazioni scrivetemi oppure fate un giro qui)
La gentilezza è tutto nella vita, mi dice mia madre in un momento di grande difficoltà. So bene di essere fortunata ad avere ancora al mio fianco entrambi i miei genitori, ma ogni volta che accade qualcosa che mi fa intravedere la loro possibile perdita, il cuore perde un colpo.
La frase di mia madre mi accompagna in un rituale di cura che mi vede maestra quando mi trovo di fronte il corpo, seppur adulto, di mia figlia ma aiutare la propria madre, è un’esperienza assai diversa. Da te figlia mia però ho imparato il rispetto dei tempi, il tatto gentile, la domanda che anticipa il gesto e oggi la nonna ne ha potuto un po’ beneficiare.
Tua figlia è fortunata ad averti come madre. Quante volte me l’hai detto in questi anni e con il passare del tempo questa frase mi arriva sempre più come preludio dei prossimi saluti. Aspetta ancora un po’ mamma, ce la fai?
Oggi vi ho visto entrambi tanto invecchiati, ognuno con l’esasperazione delle sue caratteristiche uniche. Tu mamma con la tua attenzione sempre alta e con la preoccupazione sempre presente appena possibile. Come va la nostra signorina? Come mi dispiace che oggi hai dovuto lasciarla per venire qui da noi. E invece tu papà, sempre con il tono che di fronte al disagio diventa aspro. Tu mi hai insegnato che la paura si traveste sovente da rabbia e che il dolore si nasconde facilmente nelle pieghe di quel ringhiare che ho potuto sperimentare in diverse circostanze della mia vita.
Da donna adulta continuo ancora ad imparare da voi anche nella vostra ultima stagione perchè intravedo sempre con più chiarezza quegli abiti educativi di cui mi sono liberata, quelli che pian pian sto tentando di lasciar andare e quelli che invece rimangono stretti stretti vicino al mio cuore e alla mia persona.
Con la vostra preziosa eredità continuo a imparare, ogni giorno, il valore del silenzio e l’attenzione a quei gesti amorevoli che, accompagnando la vita, continuano a raccontarne la storia affinché, nella memoria del corpo di chi li riceve e chi li dona, ne rimangano tracce indelebili.