Nuovi battiti

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nuovi battitidi Irene Auletta

Ogni passaggio dei nostri figli segna tappe importanti e ce lo ripetiamo ogni volta, soprattutto quando i cambiamenti portano con se’ nuove difficoltà o prove diverse da affrontare. È l’esperienza che conoscono bene tutti i genitori fin dall’ inserimento nel nido o alla scuola per l’infanzia. Io, ho in mente burrasche.

Quando anni fa, sconfitta dall’esperienza totalmente inutile della scuola materna, andai a visitare per la prima volta la scuola speciale, dove poi hai trascorso anni importantissimi, rimasi così turbata che all’uscita dovetti aspettare oltre mezz’ora per calmare il pianto e capire dove avevo posteggiato l’auto. La ferita era ancora sanguinante e faticavo a immaginare l’esperienza leggera e densa di possibilità che poi invece si è rivelata, anche grazie all’incontro con due straordinarie insegnanti. Forse per questo l’inevitabile passaggio al compimento dei tuoi quindici anni è stato difficile da elaborare più per me che per te. Forse.

Nei due anni successivi ho acceso e spento speranze vedendo appassire quella possibilità che tu non finissi proprio in uno dei servizi dove arrivano quelli definiti più gravi. E così riprendiamo la strada in salita, il colloquio di presentazione, la visita ad un nuovo Centro, l’incontro con nuovi operatori e con tuoi nuovi possibili compagni di viaggio.

E il cuore mi impazzisce insieme allo stomaco e se ne frega di quello che, con calma e pazienza, prova a suggerire il cervello. Ma cosa centra mia figlia in questo posto? Com’è possibile che non possa essere diversamente? Sorrido e dentro rantolo. Si sentirà il rumore?

Alcune cose che accadono durante il colloquio, non riferite alle due operatrici che al contrario mi sembrano molto attente e accoglienti, fanno alzare l’asticella della mia rabbia. Sale fino a quando non arrivo in auto e nel silenzio provo a guardarla in faccia fino a farmi travolgere dal dolore. Eccolo, innominabile. Non vorrei mai che proprio questo accadesse a te ma, ancora una volta mi devo arrendere e forse, come accaduto in passato, nascerà qualcosa di buono.

Quando ti ritrovo, all’uscita del Centro che attualmente frequenti, cerco di nascondere la mia tempesta interiore e spero proprio di riuscirci. Quando mi abbracci, penso che è questo il mio pensiero felice del giorno. Sulla via di casa, i colori di questo strano autunno fanno intravedere un paesaggio dipinto dalla luce del sole tra un filo di nebbiolina e le prime ombre della sera. Il cuore è pensante mentre ti osservo assorta chissà dove.

Almeno, stavolta l’auto l’ho ritrovata subito.

In cerca di bellezza

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cercasi bellezzadi Irene Auletta

Che carina che sei oggi vestita così! Ogni volta che sento quest’affermazione mi auguro che il messaggio vada oltre la superficie, sia per chi lo pronuncia che per te, mentre lo ricevi. Mi perdo a pensare che la parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa “sensazione”, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa “percepire attraverso la mediazione del senso”. Certo, l’estetica è un concetto ben più complesso e qui forse stiamo parlando solo di apparenza. Tu guarda dove mi portano oggi i pensieri!

Insomma, come siamo vestiti non conta nulla perché quello che valiamo lo dimostriamo con i fatti e non certo per come siamo abbigliati! La dichiarazione arriva da una collega che racconta infastidita di come, soprattutto in passato, le abbiano più volte fatto notare che il suo abbigliamento e alcune sue modalità relazionali, fossero poco consone al ruolo professionale di psicologa. Certo che detto così non fa una piega e rischia di somigliare un po’ troppo alla scontata battuta “l’abito non fa il monaco”. Ma davvero alcuni aspetti della nostra apparenza hanno così poco a che fare con i significati veicolati nell’incontro con l’altro?

Guardo alcuni tuoi compagni del centro e non posso, con tristezza, non trovarli trascurati. Ogni volta che il tuo maldestro contatto fisico invade lo spazio altrui, spero sempre che porti anche sensazioni piacevoli. Cosa vuol dire per te, e tanti ragazzi disabili come te, farti valere per quello che sei, oltre l’apparenza?

E poi eccomi stamane a scambiare pensieri con altre madri di figlie disabili e a porci interrogativi su possibili trattamenti estetici, parrucchieri e tinte. Sarà giusto coinvolgere ragazze o donne in qualcosa di cui magari non comprendono neppure il senso?

Come al solito, le categorie giusto o sbagliato mi stanno strette, soprattutto di fronte a quesiti analoghi. Però, sento forte più che mai il bisogno di ripescare quell’idea di bellezza che non coincide con le griffe o il make-up. Credo che, noi tutti, abbiamo urgenza di dare valore a quello stato dell’anima capace di nutrire gli incontri di respiro nuovo e di portare luce proprio laddove la vita, inesorabilmente, si ostina a imporre le sue ombre. Sarà anche questa la bellezza?

Stamane mettiamo questa maglia con la stella brillante che ne dici? Mi guardi perplessa e forse davvero per te questa cosa non ha alcun senso. Giunte al Centro l’educatrice e una tua compagna mostrano di apprezzare quel luccichio. Ti volti, mi guardi e mi abbracci lasciandomi nel naso quel profumo spruzzato ridendo delle tue facce buffe.

Si, è questa la bellezza, e so che per me è vitale continuare a cercarla.

Mandaluna

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mandaluna

 

di Irene Auletta

Anche stavolta dobbiamo ringraziare tuo padre.

Cosa ne dici se per festeggiare il diciottesimo compleanno di Luna pensassimo ad una festa? In realtà in tutti questi anni abbiamo attraversato esperienze tanto differenti. Feste in famiglia, solo noi tre, con i tuoi amici e le insegnanti di quella scuola che hai frequentato per parecchi anni e, purtroppo, tante volte a curarti da quelle fasi acute di malattia che rendevano impossibile qualsiasi proposta.

Quest’anno è un anno importante, tu stai bene e abbiamo imparato a non posticipare nulla perché domani, chissà. Ma io vengo presa subito da mille preoccupazioni e d’altronde, come spesso mi rimprovera tuo padre, sono una grande esperta nel cercare sempre e trovare, qualcosa di cui preoccuparmi. Sarà un problema per te incontrare tante persone? Le emozioni rischieranno di farti stare male? E se poi fosse una giornata storta di quelle che passi il tempo a protestare, urlare e a buttarti per terra?

Aiuto, così non va bene. Torno a fidarmi della persona che tante volte mi ha preso per mano aiutandomi a districarmi dal garbuglio di interrogativi che sovente rischiava di intrappolarmi. D’accordo proviamoci.

Giornata bellissima, tempo perfetto, location accogliente nonostante cimici e vespe un po’ impertinenti, invitati speciali tutti, ognuno a suo modo per una parte peculiare di storia vissuta insieme a te e a noi. Tu da subito comprendi che sta per accadere qualcosa di importante. Te lo abbiamo detto solo poche ore prima per non caricare troppo un’attesa che rischiava di essere difficile da sostenere.

All’inizio accogli felice le prime persone che incontri e pian piano i saluti diventano sempre più calorosi e ogni incontro ti illumina di quella gioia che esce da ogni poro della tua pelle, dalle tue risate, dal tuo continuo movimento. Sei molto emozionata ma resisti fino alla fine, respirandoti quella gioia pura che mi riempie il cuore e che in diverse occasioni non riesce a farmi trattenere le lacrime.

Oggi non c’è spazio per i pensieri tristi, per le preoccupazioni, per quei tremori che hanno rischiato di rovinare la tua festa ma che, per fortuna, hai saputo gestire bene proprio come una ragazza grande. Oggi c’è spazio solo per i sorrisi, per gli abbracci, per quegli occhi lucidi che ogni tanto si incontrano, per il mandala nel bosco, per le parole sussurrate o innalzate come canto di auguri.

Oggi c’è spazio solo per il tuo cuore che batte forte, all’unisono con il nostro e con quello dei nostri amici, in una straordinaria danza d’amore.

Cielo per te

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di Irene Auletta

Alla tua età ho preso la patente, facevo progetti per il futuro e mi sono cimentata con il primo impiego per contribuire ai miei studi e concedermi qualche extra. Tu impegnati a studiare che al resto ci penso io! Il nonno era stato chiaro ma già da allora ero molto orgogliosa e l’idea di essere autonoma mi è piaciuta sempre. Con le mie compagne di classe abbiamo festeggiato quella maggiore età che pareva aprirci strade inattese e mondi solo per noi.

L’idea di una figlia diciottenne era lontana e tu eri ancora là a vagare in universi paralleli. Mi hai aspettata? Mi hai scelto? Il nostro incontro è stato un puro caso? Le teorie si affastellano e oggi non mi interessano più perché Tu sei mia figlia e nessun’altra potrebbe prendere il tuo posto.

Sei una ragazza di diciotto anni e il tuo compleanno speciale mi trova ancora una volta emozionata a riconoscerti universo tra universi.

Per dono nessuna patente di guida, viaggi o similari tanto desiderati dai tuoi coetanei. Per te esperienze, incontri, luci, colori, musica ed emozioni. Il resto non ti riguarda e trattengo negli occhi e nel cuore la tua espressione di meraviglia quando incontri quel mondo per te possibile, unico e importante.

Buon compleanno figlia, con tutto il mio orgoglio di madre.

Buon compleanno a te che ogni giorno mi insegni a misurarmi con limiti impossibili e con un amore immenso.

A te che sei luce brillante ed eclissi oscura. Auguri a te, mio incanto, che mi riporti sempre con i piedi per terra costringendomi a mantenere lo sguardo rivolto al cielo.

Onde di sguardi

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imagedi Irene Auletta

Lo ricordo ancora molto bene quel sentimento di anni fa. Primo convegno organizzato dall’organizzazione sindrome di Angelman, primo incontro con altri genitori e primo confronto con altri bambini e ragazzi che sulle spalle si portavano quella tua stessa diagnosi a noi nota solo da pochi anni.

Lo ricordo bene il mio sguardo che posandosi su ciascuno di loro si misurava con un rinnovato tuffo al cuore. Ma tu assomigli davvero a quel bambino? Diventerai così crescendo? Dietro al sorriso a volte un po’ forzato di quei genitori si cela lo stesso batticuore e quella morsa alla gola che ora sembra impedirmi di respirare? Mi vedo ancora muovermi negli spazi, quasi attaccata alle pareti, con gli occhi abbassati per celare le onde delle lacrime.

Sono passati tanti anni e da allora la madre che sono diventata ha fatto parecchia strada, tra salite e discese. Oggi sono qui senza di te ma, con un emozione quieta dolceamara, ti ritrovo in quella camminata, nella risata di una bambina, negli occhi attenti di un ragazzo. Il dolore, anni fa aspro e quasi insopportabile, mi pare addolcito dal tempo e mostra tinte tenui che quasi mi fanno tenerezza.

Vedo te in tanti bambini e ragazzi presenti e vedo me negli occhi di molte madri che incrocio. Tante mi salutano parlando dei miei post, di quanto si ritrovano nei miei scritti e di come vi intravedano ogni volta il riflesso dei loro pensieri e delle loro emozioni.

Ma quante cose sono cambiate in questi anni? Allora è proprio vero che il tempo cura le ferite? Il dolore può essere addolcito dalle carezze dei giorni?

In incontri come questi si viene di certo per ascoltare e cogliere i nuovi progressi della scienza ma, ancora di più, mi pare si partecipi alla ricerca di nuove alleanze emotive, sintonie di cuore e comuni fili di speranza.

Insieme, fianco a fianco, occhi negli occhi, sembra di farcela un po’ di più e i cuori che battono all’unisono ci regalano una musica …. degli angeli.

 

Mamma apprendista

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note e silenziodi Irene Auletta

Siamo in auto e subito, come ogni mattina, mi chiedi di ascoltare la musica. Ti piace tanto e non mi dai neppure il tempo di accomodarmi mentre le tue mani hanno già toccato tutti i pulsanti possibili.

La tua immancabile faccia appoggiata, quasi spalmata, al finestrino, in questi ultimi tempi è stata sostituita da quella che a me pare una strana e innaturale postura, che porta tutto il corpo quasi a voler aderire alla portiera.

Stai seduta bene, guarda che sei tutta storta, cosa fai rannicchiata così contro la portiera? Come sempre domando a te per chiedere a me. Cosa vorrà dire questo tuo comportamento che di certo si allontana parecchio dall’immagine della ragazzina “a modo” seduta comodamente a fianco della mamma?

Eri piccina quando, attratta dalle altalene, distribuivi equamente il tuo piacere tra il farsi dondolare dal seggiolino e il rimanere in piedi con l’orecchio premuto contro le sbarre di ferro della loro struttura. Strana bambina, sembravano sottolineare ogni volta gli sguardi altrui di adulti e bambini. Poi un giorno ho messo il mio orecchio vicino al tuo e ho scoperto un mondo inesplorato di suoni e di vibrazioni. Ecco cosa stavi ascoltando tesoro, è bellissimo!

Al termine di una lezione Feldenkrais la nostra insegnante ci invita ad ascoltare i cambiamenti del corpo, prima e dopo la seduta. Stupitevi e meravigliatevi di tutti i piccoli cambiamenti che, attraverso questo nuovo ascolto, vi permetteranno di trattenere nuovi apprendimenti.

Così oggi, ferma al semaforo, provo a imitarti e di nuovo il mio corpo scopre i tuoi segreti. La musica attraverso gli altoparlanti, va oltre le orecchie, si diffonde nelle portiere e, attraverso le vibrazioni che si possono ascoltare standoci appoggiate, racconta di nuove melodie. Mi guardi e ridi quando capisci che alla fine, ho smesso di parlare, ho provato e ti ho raggiunto, anche solo per un attimo, nel tuo mondo.

Stupore e meraviglia, scoperta e possibilità. Ma come ho fatto a non arrivarci prima?
Ogni giorno imparo qualcosa e tu cara figlia, pazientemente, mi aspetti.

Quando si dice cuore.

Donne

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donnedi Irene Auletta

Mi ha colpito molto questo post recuperato in rete grazie all’indicazione di un’amica. Sarà che non sono più una giovane madre o sarà che di alcuni temi ho iniziato ad occuparmene circa trent’anni fa, ma l’ho trovato poco stimolante e forse anche poco utile, pensando a quelle giovani madri che invece proprio oggi si trovano a vivere l’attualità della questione. Che il pediatra illustri il valore dell’allattamento al seno non è di certo una novità e francamente trovo anche abbastanza datato il discorso pedagogico che in qualche modo mi pare sottolineare più quella libertà di scelta che sposta lo sguardo sull’identità di un femminile alla ricerca della sua essenza, che verso il delicato e complesso dialogo tra i diversi ruoli.

L’articolo tuttavia rimane solo uno spunto e, al di là di quello che riporta o di ciò che io sono riuscita a trattenere, offre interessanti suggestioni per provare a trattare un tema antico cercando di rintracciare possibili nuovi punti di vista. Tra le altre cose, la lettura mi ha subito fatto collegare ad un altro dato molto attuale che vede un gran numero di donne orientate verso quella che, anni fa, veniva definita come medicalizzazione del parto. Mi riferisco sia alla scelta del parto cesareo che alla richiesta di interventi anestetici, decisi preventivamente. Inutile dire, credo, che sono escluse da queste considerazioni tutte quelle situazioni dove tali interventi risultano necessari e imprescindibili per la salute della donna e del bambino.

Raccogliere delle domande può aiutarci, ancora una volta, sia a sospendere giudizi sterili che ad aprire nuove riflessioni. Come vede oggi una donna il momento del parto e come si prefigura quello successivo dell’allattamento al seno? Con quali rappresentazioni si avvicina a queste esperienze e trasformazioni che andranno a dare nuove forme alla sua vita? E’ ancora possibile porsi quesiti pedagogici circa l’attraversamento di nuove esperienze?

Da madre ho fatto scelte personali che sono il mio ricordo più prezioso e forse le uniche, per molti anni successivi, che hanno permesso la realizzazione di quello che allora erano i miei desideri. Lo stesso rispetto rivolgo alle scelte individuali di ciascuna donna. Come pedagogista invece, non posso che interrogarmi rispetto a quello che avverto come crescente bisogno di organizzare un’esperienza così importante, lasciando meno spazio alla scoperta, ai nuovi apprendimenti, alla curiosità dell’imprevisto e alla possibilità di trovare, anche nel dolore e nella fatica, nuovi significati per la propria esistenza.

Se il parto naturale è diventato solo un incontro gratuito con il dolore e l’allattamento al seno un impiccio che costringe la donna a rituali forzati e limiti di libertà, forse le scelte più recenti sono perfette. Io ho ancora parecchi dubbi e credo che proprio le differenze permettano quel respiro culturale che consente al vecchio e al nuovo di incontrarsi insegnandosi reciprocamente qualcosa. La scelta di partorire con diverse modalità non parla della stessa esperienza, così come non lo è l’allattamento al seno o quello artificiale. Il che non vuol dire subito etichettarle come giuste o sbagliate, belle o brutte. Vuol dire, al contrario, non buttare via il valore delle differenze, riconoscendole e nominandole.

L’importante tema della conciliazione tra lavoro e famiglia, o tra i diversi ruoli che attraversano l’esistenza, dovrebbe davvero arricchirsi di quelle molteplici sfumature che caratterizzano i diversi ruoli delle donne. Andiamo avanti tutti troppo veloci alla ricerca di quelle situazioni più facili, meno dolorose, più efficienti o efficaci, più alla moda che, temo, portino un po’ a banalizzare le scelte come tutte uguali. Io credo nel valore delle differenze, ce lo diciamo tante volte, ma forse è più difficile farle entrare nelle nostre vite, trovandogli senso e significato.

Come donne, nel rispetto di quello che siamo, dovremmo sul serio continuare a parlare di questo facendoci dono delle nostre scelte differenti, delle diverse esperienze e di quelle molteplici domande che ogni giorno possono dare sapore alla vita, se la smettono di essere solo un macigno etico.

Danza o tiro alla fune?

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domande-e-risposte--illustrazione-astratta-a-base-di-domanda-e-punto-esclamativodi Irene Auletta

Sala d’attesa di un ambulatorio medico, di quelli frequentati periodicamente dalle donne, per quegli esami di controllo tanto importanti come prevenzione. Ho appena avuto uno scambio muto con una signora che, non accorgendosi della già avvenuta accettazione e della sola consegna di una ricevuta, mi passa oltre con un tono acido ricordando all’impegnato che il numero chiamato è il suo. Vabbè.

Mentre smanetto con il mio cellulare esce dall’ambulatorio, con un certo trambusto, una coppia madre e figlia. La ragazza borbotta trafficando con la maglietta e qualcosa che tiene nella mano inveendo contro chi le ha appena fatto un esame.

Ma che cazzo, che fastidio gli dava anche se lo tenevo! La madre cerca di spiegare con calma e per tutta risposta arriva ma secondo te, se una si rifà il seno deve ancora farla la mammografia? Ma che palle!

Osservando la scena e la ragazza semisdraiata sulla sedia, la colgo intenta a rimettersi il piercing all’ombelico. La fonte del suo disturbo è stata la richiesta di toglierlo da parte del medico che ha eseguito l’ecografia. La madre appare in chiara difficoltà di fronte a quella figlia adolescente, catalizzatrice dell’attenzione delle donne presenti nella sala d’attesa.

Ma tu lo sai cosa vuol dire avere un tumore al seno? La voce che irrompe gentilmente nella sala proviene da un’infermiera partecipe alla scena e che evidentemente si sente in dovere si dire qualcosa, anche solo per sostenere l’imbarazzante balbuzie genitoriale. Ecco. A questo punto potrebbe sollevarsi il coro dell’avrà fatto bene o no l’infermiera a intervenire? Ma io non sono interessata a questo tipo quesiti perché sono travolta, come sovente mi accade di fronte a situazioni simili, da altri interrogativi. Che fine hanno fatto gli adulti e la loro capacità di porre limiti, indicare confini e, in buona sostanza, contenere quelle schegge impazzite peculiari di un processo di crescita? Cosa avrei fatto in una situazione simile e come può essere aiutata una madre di fronte ad un simile impasse?

Forse anch’io avrei potuto trovarmi a vivere una medesima scena e in questi casi, dolorosamente, so che non avrò mai una risposta. Poi però penso a quello che cerco di insegnarti ogni giorno, ai tentativi falliti e alle piccole soddisfazioni. Penso alla mia tenacia nell’insistere e alla tua nel resistere e nell’imparare. Nelle nostre differenze non siamo molto diverse da altre coppie di madri e figlie.

Il compito educativo pone sempre di fronte a gioie e fatiche, salite e discese, soddisfazioni e delusioni. Bisogna solo scegliere se rimanere in pista oppure uscire, rinunciandoci. A noi la scelta.

A me piace ballare.

Terra che accogli

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cammino-sulla-spiaggiadi Irene Auletta

Ci sono lezioni Feldenkrais, durante le quali continuo a stupirmi di quanto accade, meravigliandomi delle trasformazioni messe in luce da nuove forme di ascolto del corpo.

Rimanendo sdraiate sulla schiena, ascoltate l’appoggio del vostro corpo a terra. Angela, la nostra insegnante, ci guida in un sentiero di ascolto che a partire dai talloni giunge fino alla sommità della testa. Il corpo, prima e dopo la lezione, incontra sempre belle trasformazioni e coglierle diventa occasione di apprendimento.

Durante la lezione sento gli spigoli ammorbidirsi pian piano fino a cogliere una piacevole sensazione di terra morbida. Il pavimento sembra diventare sabbia e con gli occhi dell’immaginazione mi pare di vedere l’impronta lasciata dal mio corpo supino.

Ed eccoci di nuovo di fronte ad uno dei nostri scambi non facili. Io che ti chiedo di fare qualcosa e tu che mi dici no con quel tuo corpo disteso sul pavimento che non intende offrirsi a nessuna collaborazione. Siamo appena rientrate a casa e mi accorgo di non aver neppure tolto le scarpe. I tacchi di certo non mi facilitano nel movimento e quindi parto proprio da lì per provare a mettermi comoda e a prendermi il tempo per incontrarti. Penso alle fatiche della cura continua e a me che preferisco condividere ciò che intravedo da pertugi di luce.

Supina sul pavimento mi guardi curiosa, attenta ai miei movimenti come ad ascoltare anche i rumori dei miei pensieri. Mi sdraio al tuo fianco e dopo qualche minuti recito con enfasi terra, terra che accogli portaci l’energia per alzarci come ci insegna Angela, la nostra maestra!

Vedo comparire un mezzo sorriso dietro quella tua espressione da temporale. Insisto e nel frattempo mi diverto a sbirciare le tue buffe espressioni. Poco dopo siamo in piedi abbracciate.

Domani magari non funzionerà ma per stavolta ci siamo risparmiate una battaglia. Grazie terra!

Caleidoscopi del cuore

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nonna-paperadi Irene Auletta

Mia nonna materna, nel rivolgersi a me, utilizzava a volte un’espressione dialettale che tradotta potrebbe assomigliare a qualcosa del tipo tu che mi fai brillare gli occhi. Il suo sorriso era bellissimo, dolce e contagioso e detta da lei, questa frase, veicolava un affetto ricco di tante sfumature. Quelli non erano certo i tempi dove le parole si sciupavano e quindi le emozioni arrivavano forti e autentiche.

L’ho capito crescendo cosa intendeva dire davvero e lo sento nel cuore e nella pancia quando ti guardo e, a volte, anche solo se ti penso. Non potrò mai dire di un sentimento simile nelle vesti di nonna, ma di certo lo posso testimoniare negli sguardi di tante madri che ho incrociato sul mio percorso personale e professionale.

Mi torna alla memoria la mia prima esperienza di lavoro in una comunità per madri nubili minorenni dove, con tutte le difficoltà che forse è possibile immaginare, quella luce ogni tanto faceva capolino anche nelle situazioni apparentemente meno pensabili, giustificando tutto il peso dei vari punti interrogativi.

Qualche giorno fa ho incontrato un’amica con la sua bambina di pochi mesi ed è stato bello rivedere quel brillio. Ho pensato che forse dovremmo imparare tutte, madri e nonne, a metterlo in un prezioso contenitore da cui attingere nei momenti più scuri, difficili e faticosi.

Tu di certo mi aiuti, con questi eterni atteggiamenti infantili che, quando non mi soffocano nel dolore, riescono a regalarmi una leggerezza soffice e dolce che sa di zucchero filato. Non saprò mai che madre sarei stata con una figlia adolescente diversa da te, ma so che madre riesco ad essere perché mia figlia sei tu, proprio tu.

Negli anni mi hai insegnato a raccogliere le emozioni, a riconoscerle e a distinguerle alleggerendo pian piano quel giudizio che le etichettava buone o cattive. Il tempo non ci è mancato e non ci manca perché la lentezza della tua crescita non mi ha travolta in un affastellarsi di situazioni differenti.

A volte anche il dolore svela sfumature inattese e rimanendo nell’unica situazione possibile, l’immersione nel buio ha fatto emergere, per me, luci inimmaginabili. Con quelle ti guardo e, anche quando le ombre sgomitano per stare in prima fila, la luce di mia nonna arriva a scaldarmi il cuore e so, che in quello stesso istante, brilla anche nei miei occhi.

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