I maestri tra divinità e mostri da uccidere

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di Irene Auletta

Chi di noi non ricorda nella propria storia di vita o formativa qualcuno che ha avuto, senza alcun dubbio, un ruolo di maestro? Che fine ha fatto nella nostra memoria?

Io ci penso spesso e devo dire che, per anni, queste sono state le domande fatte ai miei studenti il giorno del nostro primo incontro.

Così non ho perso l’abitudine di ripensare ai miei.

Mio padre che mi ha insegnato a non smettere di cercare e mia madre che, tra tante altre cose, mi ha insegnato il valore dell’allegria, quando tutto sembra nero.

I miei nonni, tutti, ciascuno per una peculiarità. L’amore per i fiori, il piacere di mettere le mani in pasta, l’osservazione di ciò che ci circonda, un ascolto quieto.

La mia maestra delle elementari, con i suoi incredibili capelli rossi raccolti sulla nuca e un sorriso sempre pronto, gentile e rispettoso, verso tutti i bambini della classe e la mia professoressa di italiano delle scuole superiori che, senza dubbio, mi ha insegnato ad amare i libri e le storie delle persone che attraversano.

Andrei anche oltre con l’elenco ma, in realtà, questi accenni mi aiutano a parlare di qualcos’altro che proprio negli ultimi tempi ho ritrovato più volte sulla mia via.

Maestri riconosciuti fino a poco tempo prima come eroi infallibili, con punte a volte davvero stucchevoli, trasformati in incapaci soggetti da cui prendere solo distanza o semplicemente, di cui fare solo l’elenco delle mancanze incomprensibili e raramente accettabili.

I maestri sono essere umani e questo l’ho imparato negli anni, proprio grazie all’incontro con alcuni di loro e alle loro straordinarie mancanze.

Mi hanno aiutato a riconoscere e tollerare anche le mie, di mancanze, lasciando spazio a tutto il resto.

Mi piace pensare di aver fatto lo stesso, e di poterlo fare ancora, con le persone che incrocio nel mio percorso, sperando che non vogliano farmi fuori appena intravedono un mio limite.

Chi, come me, si occupa di educazione a vario titolo, con alcune faccende deve farci i conti, personalmente.

Credo che si possa insegnare molto e che trovare maestri sulla propria via, sia un buon augurio per chiunque.

Forse la psicoanalisi ci ha insegnato che ogni tanto qualcuno bisogna anche “ucciderlo” per poterci fare spazio nella nostra vita.

Mi piace pensare che, come educatori, si possa continuare a sollecitare, per chi ci sta vicino, un elenco dei propri maestri, con la consapevolezza che, fino all’ultimo giorno della nostra storia, qualcuno si potrà sempre aggiungere.

Con molta umanità.

Per favore, connetti@moci

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di Irene Auletta

Ci sono tante mode che ci circondano e una di queste è quella di disquisire sui pro e contro delle nuove forme di comunicazione e dei nuovi luoghi di incontri virtuali.

Proprio negli ultimi tempi ho avuto modo di riflettere su un aspetto peculiare legato al fatto di aver scritto e pubblicato un post raccogliendo commenti e valutazioni, unitamente a critiche e restituzioni di offesa personali.

In realtà, mai quando commento qualsiasi cosa penso di offendere qualcuno, ma è evidente che determinate riflessioni intorno ad alcuni comportamenti possono toccare i singoli individui, suscitando in ciascuno differenti reazioni, di solidarietà, di stizza o, anche, di offesa.

Mi è venuto così da pensare, che questo è proprio un effetto collaterale del rendere pubblico il proprio pensiero in forma scritta, perchè le parole si sa….

Mi piace farlo e credo che continuerò a farlo ogni volta che ne sentirò in qualche modo l’esigenza e il bisogno.

Cercherò di fare sempre più attenzione, consapevole però che potrò ancora urtare qualche sensibilità e di questo già mi scuso in anticipo.

So che continuerò a farlo con piacere, interesse e senso di ricerca, perchè alcune cose mi piacciono, in particolare, di questa forma e delle possibilità che offre.

Mi piace prendersi la responsabilità delle proprie azioni, sempre.

Mi piace provare a trovare una coerenza tra i propri pensieri e le azioni che si traducono anche in forme scritte e pubbliche.

Mi piace ammettere i propri punti forza, di originalità e anche di debolezza, non nascondendosi sempre dietro uno stucchevole: “non volevo dire questo!”.

“Essere connessi” è anche un modo di dire utilizzato dai giovanissimi che forse finora non avevo ancora compreso fino in fondo e che può essere voglia anche dire “fammi vedere se sei quello che dici”.

Souvenir

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Chissà perché scapicollarsi giù per un torrente aggrappati a un guscio di plastica gonfiata, sa tanto di avventura e di giovani. Come del resto annaspare alla ricerca di un microscopico appiglio su una parete di roccia preferibilmente strapiombante, oppure cavalcare le onde del mare sopra una tavola di vetro-resina con un boma al posto delle redini, o ancora gettarsi giù da un pendio di montagna appesi a qualche metro quadrato di stoffa.

Non mi é mai riuscito di capire se il fascino di queste attività derivi dal gesto in se stesso, così carico di pathos, di sfida, di forza, oppure dall’immancabile contorno di attrezzature hi-tech, prestanza fisica, chiome al vento, sorrisi a trentadue denti e colori rigorosamente sgargianti che televisione e affini ci restituiscono. Delle volte mi assale il dubbio che il mio dentista, il mio parrucchiere e la mia avversità nei confronti di verdi e viola fosforescenti congiurino per tenermi lontano dal climb, dal windsurf, dal rafting…A meno che il problema non sia che conosco poco l’inglese.

Eppure il gusto per l’avventura non mi manca. E non credo difetti neanche alla maggior parte dei ragazzi e dei giovani. L’avventura é l’altra faccia della quotidianità e come tale non é appannaggio di pochi temerari, ma una delle condizioni del nostro esistere. Da una parte il conosciuto, con i suoi ritmi, le sue certezze, i suoi porti sicuri che permettono a ognuno di noi di ritrovare quei punti di riferimento senza i quali nessuno può lanciarsi alla ricerca dell’ignoto. In fondo la vita non é che un campo-base dal quale partiamo in continuazione per esplorarla. Non é questo che fa un bambino quando abbandona momentaneamente le braccia materne per spingersi a gattoni sino alle sconosciute meraviglie della stanza accanto?

Il vero problema é cosa ci aspetti  dall’altra parte. Oltre l’orizzonte dell’esistenza ‘normale’, scontata e risaputa, quali ricompense ci attendono quando ci lasciamo sedurre dall’avventura? Generalmente, un trofeo. Il nostro immaginario eroico é ancora largamente dominato dalla cultura del trofeo. Nessuno o quasi appende più teste di leone sopra il caminetto, in compenso sono ancora molti quelli che occultano sapientemente nel bagaglio qualche pezzo di valore archeologico. E sono decisamente più numerosi i cacciatori di immagini che sul caminetto mettono in mostra una testa di leone ancora attaccata al legittimo proprietario, catturata con l’aiuto discreto di un teleobiettivo.

Più che di oggetti o di immagini, per la verità, i giovani sembrano decisamente attratti dai safari tra le emozioni. ‘Provare qualcosa’ di nuovo é la ricompensa promessa da tutte le pratiche sportive condite di rischio, sforzo fisico e abilità atletiche. Ma il brivido lungo la schiena, l’adrenalina che scorre lungo le vene, l’entusiasmo nei polmoni, sono davvero sufficienti?

In uno spot televisivo che gira in queste settimane, un quartetto di prestanti giovanotti apostrofa lanci nel vuoto, discese vorticose, arrampicate estreme con un ‘già fatto: facile!’ che lascia chiaramente intendere quale sia il risultato della ricerca dell’emozione fine a se stessa: la noia. Perché l’ignoto verso il quale muoviamo con il gesto avventuroso, non sono le cose che non abbiamo mai visto o che non abbiamo mai fatto, ma siamo noi stessi.

Il viaggio che ogni avventura promette é sempre e innanzitutto un viaggio interiore, attraverso quello che siamo, che vorremmo e che possiamo essere. E la ricompensa per le fatiche, per i pericoli e per i disagi che sopportiamo o é la nostra metamorfosi, o non é nulla. L’unico trofeo che abbia un senso é la testimonianza del nostro cambiamento: é tornare alla quotidianità diversi e quindi capaci di renderla diversa.

Non c’é nulla di più deprimente, al contrario, che percorrere migliaia di chilometri, scalare montagne, attraversare mari,  per poi vedere la nostra immagine riflessa allo specchio e scoprirla sostanzialmente identica a quella che avevamo lasciato. Tornare a casa senza aver imparato nulla di sé ci lascia soli, con l’amaro in bocca, circondati dai nostri inutili souvenir.

(Articolo pubblicato su l’Avvenire  una quindicina d’anni fa. Stamattina l’ho incontrato per caso nei labirinti elettronici del mio Mac e, tolta la polvere di bit accumulata negli anni, ho pensato di ripubblicarlo…)

Zigulì

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Massimiliano è un mio amico. Ci siamo incrociati nel mitico parchetto sotto casa qualche anno fa. L’ho visto arrivare spingendo cupamente un passeggino con un bambino piccolo che a tutta prima sembrava avere qualche problema. Con occhi di padre è stato un passaggio di incontro importante tra noi. Era rimasto sinceramente colpito dal mio aver voluto scrivere di quello che mi era successo con la nascita di mia figlia. Colpito è la parola giusta. “Mi hai preso a pugni” mi disse dopo averlo letto.

Sono passati anni, anche lui evidentemente ha compiuto un importante percorso. E scrivere queste pagine sicuramente sono state di questo percorso una tappa importante. Come lo erano state per me. Ora escono e sono a disposizione dello sguardo di ognuno. Spero volino il più possibile. Spero anzi che si incontrino con le mie da qualche parte nel mondo, come noi due a suo tempo ci siamo incontrati nella piazzetta sotto casa.

Non è facile digerire ciò che ha scritto Massimiliano, neppure per me che certo non difetto di cinismo… Ha deciso anche lui, si vede, di mollare qualche pugno. Ma è importante prenderseli quei pugni, e dunque leggerle. Del resto, ne sentirete parlare.

Finzioni

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Quando insegno pedagogia alla piccola folla di pocopiùcheventenni schierati a platea davanti ai miei occhi, faccio finta di raccontare cose che loro non sanno e loro fanno finta di non saperle.
Si piazzano ben saldi al varco e ascoltano le mie parole aspettando di trovare conferme di ciò che già sapevano.
E’ divertente, ma talvolta invidio chi insegna matematica

 

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Oltre Jessica Rabbit

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“L’esperienza non è ciò che vi succede,
ma quello che fate con ciò che vi è successo”

Aldous Huxley

Quando ho visto sulla bacheca di un’amica facebookina, Monica Simionato, questa citazione, mi è sfuggita un’esclamazione tipo “ohibò”. Insomma, tipo. Quello che ho detto veramente lo tengo per me. E di getto mi è venuto di commentare che capivo in quel momento da chi avessi copiato.

Succede spesso. Ti vengono delle idee brucianti, essenziali, degne di aforismi memorabili. Ti compiaci con un sorrisetto goduto per la genialata che hai appena formulato e ti affretti a condividerla con il mondo. Poi, magari dopo qualche anno, salta fuori il tizio o la tizia che citano un personaggio illustre che diceva esattamente quello che ti eri immaginato di aver inventato tu. Vabbè, magari Aldous Huxley l’aveva sentita dal nonno Thomas che l’aveva piratata da Galileo che l’aveva letta in un frammento di Aristotele. O magari eran o parole di sua suocera il giorno prima delle nozze. In fondo parliamo da quaranta millenni ed è difficile pronunciare verità mai dette prima. Del resto le idee sono cose che ti succedono, dunque quello che conta è che te ne fai…

Allora ti butti sull’interpretazione.

La mia cover – ho scritto in un altro commento su Fb – recitava così: noi siamo ciò che abbiamo saputo farcene di ciò che ci hanno fatto. Quindi non è esattamente quello che avevano già detto Huxley nipote-Huxley nonno-Galileo-Atistotele o la suocera del primo. Visto che ieri era Natale, vale la pena di spenderci qualche altra parola.

Non ho mai creduto al determinismo. In nessuna delle sue forme. La favola secondo la quale ognuno di noi è l’insieme delle proprie esperienze mi irrita tanto quanto quell’altra, uguale e opposta, che ci vuole tutti programmati finemente dal genoma, dal destino, dalle vite precedenti e simili facezie. Certo, il bagaglio di cose vissute e predeterminazioni biologiche è pesante, talvolta può essere pesantissimo, ma non siamo quel bagaglio, siamo come scegliamo di portarcelo appresso e, soprattutto, cosa impariamo da ciò che ci portiamo appresso.

Secondo mio padre, ero un campione di scuse da Guinnes. Vero. Per questo le riconosco a naso appena le incontro. E che il mondo faccia schifo per quello che è e per ciò che ti fa fatto o ti ha negato, è la madre di tutte le scuse. Per questo motivo odio la mediocrità, che non è l0esser né poco né tanto, ma accontentarsi di quel poco o di quel tanto che si è. Mediocre è chi rinuncia a imparare, ne consegue che la mediocrità non è un tratto della persona, ma una sua scelta.

Quello che mio padre non ha mai capito, mi sembra, è che la cura per la mediocrità non è l’eccellenza. Non solo perchè le  condizioni di partenza ci sono e pesano e non si può diventare qualsiasi cosa solo con la forza di volontà, ma anche perchè l’eccellenza, dopo la perfidia del mondo, è la miglior scusa per la mediocrità. Se lo scopo è giungere al topo – dei risultati, delle prestazioni, della forma fisica, della bellezza, della fama, della ricchezza – sappiamo già tutti in partenza che pochi ci arriveranno. Quindi, perchè votarsi a un più che probabile fallimento? Meglio accontentarsi di godere del riflesso dell’eccellenza altrui. Allo stadio, davanti a una rivista di morda, ai concerti, alle mostre, a teatro. Anche molto ma molto meno faticoso. E c’è sempre la possibilità di assistere in diretta alla caduta degli dèi…

Dal bianco e nero dei varietà con Mina, Luttazzi, Corrado&C, mi sento ripetere che viviamo nella società-dello-spettacolo. A dire, il più delle volte, che lustro e lustrini esibiti sono solo apparenza. Ma non mi sembra sia questo il punto. Ciò di cui fa spettacolo la società-dello-spettacolo, è proprio l’eccellenza. O, più recentemente, della Mediocrità con l’iniziale maiuscola che, per il fatto d’esser sbattuta su un palcoscenico rendendosi visibile e conosciuta, si trasforma nel suo ossimoro, diventando l’epifania del mediocre che eccelle su se stesso. Lo spettacolo dell’eccellenza, in qualsivoglia forma si persenti, divide il mondo in chi fatica per conseguirla e chi smette di faticare che tanto non ne vale la pena. Se tra mediocrità ed eccellenza l’alternativa è secca, non può che sussistere un rapporto di 99 a 1. Con quell’1 la cui sola esistenza giustifica gli altri 99.

Ma non è tutto.

L’eccellenza come unica via per uscire dalla mediocrità, non crea il mediocre solo fuori da sè, ma anche nel proprio cuore pulsante. Lo dice una pubblicità (di una banca, pensa un po’…) di questi giorni: nessuno è mai riuscito a essere eccezionale in due campi diversi contemporaneamente. Infatti. Ma questa ovvia verità, nasconde un dramma ben più ampio: gli eccellenti rischiano la mediocrità in tutto ciò per cui non hanno perseguito l’eccellenza. E’ la specializzazione, bellezza.

A che serve essere sempre più bravi in qualcosa, qualsiasi cosa, se non serve a diventare migliori? Il grande paradosso è che la terza scusa in ordine di importanza per la mediocrità è la pretesa di cercare l’eccellenza. Insomma, sono già sin troppo impegnato a migliorare i miei risultati per potermi preoccupare di tutto il resto. Così posso essere contemporaneamente un avvocato di grido e un pessimo padre, una madre in carriera e una pessima figlia, un artista di successo e un essere odioso, uno scienziato da Nobel e un cittadino disadattato, ma che volete, mica si può far tutto. Chiamiamola sindrome di Jessica Rabbit: è che mi disegnano così, non è colpa mia se sono bellissima ma anche molto molto stronza.

Dunque, cari Huxley nipote e nonno, Galileo, Aristotele e suocere varie, quel “farsene qualcosa di ciò che succede”, se non è una scusa per quello che facciamo agli altri, significa imparare ciò che serve per diventare migliori di ciò che siamo. Non tanto, anche solo un po’. E il mondo sarebbe già un posto migliore.

…poi, naturalmente, la mediocrità in quanto scelta è pur sempre legittima e rispettabile, purché non poggi sul vittimismo. E gli scienziati folli, come gli artisti insopportabili, hanno regalato e regaleranno ancora al mondo cose memorabili, quindi va loro riconosciuto l’estremo sacrificio compiuto per tutti noi. Ciò che conta è capire che la mediocrità è un estremo come lo è l’eccellenza e che il valore, il vero valore della vita per ogni essere umano, sta in un punto qualsiasi della vastissima area compresa tra essi.

… 

I miei doni più preziosi

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di Irene Auletta

Quando racconto a qualcuno di come a mia figlia piace correre faccio sempre un po’ fatica a conciliare, soprattutto per chi la conosce, la sua andatura goffa fortemente impedita dalle difficoltà motorie, con quello che sto cercando di condividere con la mia affermazione.

In realtà proprio ultimamente ho capito perchè.

Pensando alla corsa, a tutti noi sfilano nella mente una serie di immagini che coinvolgono tutto il corpo in un movimento spesso molto atletico.

Per vedere correre mia figlia invece bisogna guardarla, perchè lei corre negli occhi.

Così, come accade sovente la mattina mentre ci prepariamo per affrontare la nostra giornata. Lei balla. Di un ballo tutto suo e io le dico che lei è una ballerina nel cuore e solo chi la guarda e l’ascolta davvero lo può capire.

Sono doni molto preziosi e come tutti quelli davvero importanti, non si possono offrire a tutti.

I avrei un dream

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Ne parlavo l’altro ieri sera davanti a una birra con Valerio, il mio socio marziale di sempre. E’ un rito parlare davanti a una birra, anche se la mia è acqua minerale. E’ come vediamoci-per-un-caffè: conta il “vediamoci”, il caffè, mettiamola così, è un accessorio situazionale. Lui è uno stratecnico, io, diciamo, la butto sul creativo. Forse lui è il geek dell’arte marziale e io l’hippy… A ogni modo ricorrono nei discorsi birraioli i nostri corpi e quel che facciam fare loro. O che loro fanno fare a noi. O che facciamo perchè siamo quei corpi. Insomma, è tutto uno sciorinare di tecniche, movimenti, sensazioni, propriocezioni. Una palla per chiunque altro sia lì, costretto ad ascoltare.

Ieri sera però ho provato, per il tempo della birra, a rimettermi i panni del praticante. Valerio, ho esordito, ho un sogno! Ho pensato alla palestra che vorrei. Che vorrei frequentare, intendo dire. L’esercizio evergreen del mettersi nei panni dei propri destinatari è un cavallo di battaglia nella mia pratica professionale. Si crea ogni volta un momento di disorientamento cognitivo fondamentale quando chiedo a un qualsiasi operatore cosa vorrebbe trovare se fosse un utente del servizio di cui è operatore… Chiedermi che palestra vorrei frequentare, dunque, ha sortito come primo effetto rendere evidente il fatto che non riesco a frequentarne alcuna. Da tempo. Dopo averne attraversate di tutti i tipi, naturalmente.

Non mi piacciono i centri fitness. Anzitutto. Troppe cose, troppa luce, troppa musica, sbagliata per giunta, troppi muscoli e, soprattutto, troppo sudore inutile. Ore, giorni, mesi dedicati a un bicipite. Per farmene che? Ma il tratto dei centri fitness che mi piace meno è la solitutidine dei corpi. Ma se sono affollati…! sì, anche un mercato è affollato, ma anche in un mercato ci si può sentire soli. In un centro fitness il rapporto fondamentale è quello tra corpo e attrezzo. Ognuno lavora per conto suo e l’incontro con l’altro è marginale. Smanetto e sbuffo con un bilanciere o con un tapis-roulant e intanto faccio due chiacchiere con il vicino. I corpi non si incontrano, sudano in prossimità. Attività in gruppo comprese.

Non mi piacciono i centri benessere. In secondo luogo. Troppa aria misticheggiante, troppo candore, troppo incenso, troppi sorrisi, troppa enfasi sulla pace interiore, l’equilibirio e le interpretazioni karmiche, troppo esoterismo. E niente sudore, tranne che in sauna. Sembra che il problema principale di un corpo in quei luoghi sia ripulirsi dentro e fuori. I corpi si limitano a sfiorarsi con delicatezza, immersi in un’aura di pace e serenità che termina sulla soglia del Centro. Fuori il mondo è un’altra cosa e con i centri benessere non ha nulla a che fare. Insomma, i centri benessere sono un’oasi di finzione e invece di rilassarmi, mi irritano.

Infine, non mi piacciono (più) le palestre di arti marziali. Troppa tecnica, troppi programmi, troppo esercizio, troppo tempo necessario per impadronirsi di qualcosa, troppa enfasi sul proprio metodo spacciato per “via”, troppa pratica regolamentata e direttiva, tutti ora facciamo questo, tutti ora facciamo quello, tutti dobbiamo arrivare là e dobbiamo arrivarci per di qua. Sudore in abbondanza ma finalizzato esclusivamente ai risultati sportivi, oppure al raggiungere livelli sempre più alti di specializzazione in questa o quell’arte marziale. I corpi si incontrano, quando si incontrano, solo attraverso le maglie strette delle regole che caratterizzano la singola arte marziale e seguendone rigidamente i canoni. E, ad ogni modo, solo se e quando lo dice il Maestro.

Naturalmente non tutti i centri fitness, i centri benessere e le palestre di arti marziali sono così. Se qualcuno ha da segnalarmi realtà differenti, sono qui con carta e penna.

Dunque io ho un sogno, visto che non ho ancora trovato un posto. E il sogno è avere un posto da frequentare che funzioni più o meno così…

Mi piace dei centri fitness la formula open. Ho sempre malsopportato di iscrivermi da qualche parte e poterci poi andare dalla-alle, il e il della settimana. E se “il” non posso, o se “alle” non arrivo in tempo? Per non parlare della settimana che proprio non è cosa o del mese che lasciamoperdere. Poi, quando hai tempo e ci sei, ti sei perso tutto un pezzo e ti viene il fiatone a recuperare. Se ci riesci. Per non parlare del fatto che quando arrivi in tempo alle e il giusti, devi fare quello che si fa da programma dalle-alle in quel il che trovi, anche se avresti voluto fare tutt’altro.

Sogno un posto, quindi, dove poter praticare in qualsiasi momento. Ho un’ora di tempo, anche meno, entro mi cambio e vedo chi c’è. Se mi va, un po’ di tecnica, uno scambio di idee, di movimenti, di applicazioni, un intrecciar di braccia, un po’ di combattimento. Se c’è un istruttore ne approfitto per chiedergli qualcosa. Oppure se non ho nulla da chiedere o non so cosa chiedere, mi accodo alla lezione che sta tenendo. Quando devo andare saluto e vado, senza dover aspettare che arrivi l’ora in cui tutti, a comando, salutano e se ne vanno.

Mi piace dei centri benessere l’idea di un luogo dove prendersi cura di sè. Non dei muscoli o delle prestazioni. Di . Non ho mai gradito i posti pieni di specchi dove controllare l’immagine che gli altri hanno di te. Dove ti misuri a chili, centimetri e litri di sudore.  Dove imperano le neolingue di matrice americana, giapponese o cinese. Dove la tecnica, da strumento, diventa ciò di cui bisogna prendersi cura. Dove migliorarsi significa ottenere risultati, non diventare migliori.

Sogno un posto, quindi, per dedicarmi del tempo incontrando persone che dedicano del tempo per incontrarmi. Mi piace l’idea di prendermi cura del mio corpo, del suo muoversi, del suo rafforzarsi, del suo esprimersi, incontrando il movimento, la forza e l’espressività di altri corpi. Non ho voglia di passare il tempo a guardare macchine, tabelle o istruttori: voglio guardare negli occhi i miei compagni e intrecciare pelle, muscoli e sudore in uno scambio di gesti che siano di cura reciproca. Anche se sono pugni, calci, leve, spinte, prese, strattoni e possono produrre lividi, distorsioni, adrenalina.

Mi piace delle palestre di arti marziali l’assunto che ogni arte si impara. Che non si tratta semplicemente di stare bene dentro o di rifarsi la buccia, ma di diventare qualcosa. E che per diventare, qualsiasi cosa si possa diventare, occorre disciplina. Odio il concetto stesso di “mantenimento”, come se il mio corpo, l’io-corpo, fosse un macchinario da lubrificare o un ectoplasma di energia da riequilibrare. Non mi interessa buttare ore e fatica solo per restare quello che sono, o ripristinare ciò che ero, o fare un restyling di ciò che sono diventato. Voglio imparare, crescere, evolvere, muovermi verso il sempre nuovo. Sino ai cent’anni. O quale sarà l’età che mi sarà concessa di raggiungere. E voglio seguire questa via con tutto il corpo. Nelle condizioni nelle quali io-corpo di volta in volta ci troveremo.

Sogno dunque un posto dove praticare con disciplina, capace di inventarsi però una nuova disciplina per praticare. Una disciplina che non mi chieda di vendere l’anima cambiando il mio modo di vivere e allontanandomi dal mondo, ma sia l’anima del mio vivere questo mondo nel modo che mi appartiene.

…poi ho guardato Valerio e ho disegnato per aria una mappa di questo posto-sogno, con tanto di stanze per la tecnica, laboratori di combattimento, atelier di autodifesa, salottini per le chiacchiere, aule per i seminari, e lui mi chiede: ma tu vorresti metterlo in piedi un centro del genere? A parte il fatto che ci vorrebbero una quantità di euro che non riesco neppure a scrivere? sì. E allora ci siamo dedicati alla cosa meno costosa riuscissimo a pensare: scegliere il nome. Ci siamo lasciati con questo compito e dopo un serrato scambio di sms siamo arrivati a questo:

Centro di ricerca marziale per la disciplina dell’incontro corporeo
 
Beh, un po’ lungo, ma nel caso si tratterà di trovare una denominazione breve che lo identifichi. Al momento non abbiamo certo il problema di doverlo dire al telefono. Sognare, del resto, non costa nulla. Al massimo una birra.

La memoria nel gesto

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Domenica ho fatto fare il bagno a mia figlia. Momento sempre intenso e atteso. Occupa il tempo, convoca il corpo mentre lo alleggerisce galleggiando nella vasca ricolma, accarezza con l’acqua calda che scorre in continuazione e al diavolo ogni preoccupazione ecologica. Luna sguazza, si rilassa, le tensioni provocate dai tremori che l’accompagnano pian piano si sciolgono, si coccola e, soprattutto, si cura da sè senza che qualcuno le stia con il fiato sul collo. Insomma, se riesco ad attorcigliare il flessibile della doccia quel tanto che basta a impedirle di trascinarlo oltre il bordovasca, evitando l’effetto alluvione in giro per casa. Così mi rilasso anch’io e mi dedico a qualcosa d’altro.

Come per ogni altro bagno, anche domenica è arrivato il momento di porre fine alla parentesi di libertà reciproca. Fine dei giochi e inizio dello shampoo. Ineluttabile come la morte. Diluisci, spalma, strofina, sciacqua. Niente di che, ma certo peggio della libertà di sguazzo goduta sino a un attimo prima. Tutti noi sappiamo che il momento peggiore dello shampoo è l’ultimo, quando arriva lo sciacquo. Anzi no, il peggio è il phon, ma per questa storia posso non prenderlo in considerazione. La doccia, solitamente, fa calare la schiuma dalla testa sugli occhi e nessuno trova divertente questa fase del lavaggio. Nemmeno mia figlia. Per questo sono già due o tre volte che ho cambiato strategia: niente più cornetta, aiuto Luna con la testa insaponata a sdraiarsi nell’acqua, le cingo le spalle con un braccio aiutandola a immergere piano piano i capelli lasciando fuori dalla superficie occhi, naso e bocca. Lei si abbandona felice mentre con l’altra mano le sciacquo i capelli in immersione. E d’un lampo, domenica, ricordo.

Sarà che lei mi assomiglia così tanto. Sarà che quel gesto di cura è nato dall’immedesimarmi nel fastidio della schiuma negli occhi. Sarà che i gesti hanno una memoria che non sappiamo d’avere. Sarà che guardavo il suo viso soddisfatto e vedevo me, piccolo, immerso nell’acqua mentre guardavo mia madre che mi sciacquava i capelli immergendomeli per non farmi andare il sapone negli occhi. Ma avevo completamente dimenticato. O almeno credevo di non ricordarmene più. Il mio corpo, si vede, ha più memoria di me e ha messo in campo una sapienza che da qualche parte doveva pur venire.

C’era tua nonna con noi domenica, Luna. Era nei miei gesti e nel tuo sguardo. D’ora in poi il tuo bagno non sarà più lo stesso.

Le madri che non sopporto

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di Irene Auletta

Immagino di essere una fonte non sospetta e forse, proprio per questo, credo di potermi permettere qualche piccola stizza, dopo anni che dedico il mio interesse culturale e professionale alle mamme e alle riflessioni intorno ai  temi del materno.

Chi mi conosce sa che tempo fa sono stata in una piccola città nei dintorni di Bologna per presentare un libro, insieme alle curatrici&editrici del testo stesso, dal titolo “Maternità possibili”.

Una bella idea, sostenuta dalle curatrici del testo, è stata quella di ingaggiare anche le autrici abitanti in loco, coinvolgendole nella presentazione.

Eccoci al giorno della presentazione, la seconda in realtà, perchè anche il giorno prima ci aveva ospitato una bella biblioteca della cittadina.

Una delle autrici avvisa con sms che è in ritardo per un sopraggiunto problema e che farà di tutto per raggiungerci quanto prima. Arriva trafelata sul finire della presentazione e, in un piccolo spazio che le viene dedicato per salutare il pubblico, motiva il ritardo riferendosi proprio al suo essere mamma, ad un figlio lontano da casa che ha richiesto il suo tempestivo intervento, al suo fare mille corse perchè le dispiaceva rinunciare a questo impegno. Abbiamo intuito dalle sue parole che, il tempestivo intervento,  riguardava un versamento in posta o qualcosa di simile.

Alla fine conclude dicendo: “insomma, scusatemi tanto, ma visto che è stato presentato proprio questo libro …. devo dirvi che ha vinto il mio cuore di mamma!”.

Perchè dare queste spiegazioni? Esprimere il dispiacere per il ritardo legato a un impegno sopraggiunto non basta? Si pensa di fare bella figura, trascurando il piccolo particolare delle altre persone presenti tra il pubblico (forse mamme con poco cuore?) e delle altre tre presentatrici provenienti rispettivamente da Sofia e da Milano?

Questo tipo di spiegazioni fa davvero il paio con le persone che, mentre stai parlando di lavoro ti dicono, solitamente per disdire un impegno o una responsabilità, che la loro priorità è il figlio e la famiglia.

Lavoro con donne da tanti anni e tante volte mi sono sentita ripetere questa frase.

Oggi mi viene l’orticaria, solo a intuirne la possibilità, di queste spiegazioni in arrivo.

Nessuno è tenuto a entrare nel merito della sua vita privata ma, tutti noi siamo tenuti, quando siamo in qualsiasi relazione, a chiederci se quello che stiamo dicendo (o evacuando, si potrebbe dire in  uno psigologhese pret-a-porter), non rischia di ferire chi abbiamo di fronte o, peggio ancora, di offenderlo o mortificarlo, a seconda dei casi.

Ma ogni tanto, stare zitte, no?

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