E sfida sia!

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di Irene Auletta

Oggi non mollo e decido di ingaggiare una mini battaglia.

Arrivo sotto casa mia e vedo un signore che con un furgoncino ha appena posteggiato nello spazio, per disabili, a me riservato.

Gli chiedo gentilmente di spostarsi, indicando il pass esposto sulla mia auto.

Il tizio temporeggia, borbotta qualcosa di incomprensibile che fatico a interpretare come un complimento e poi, alzando le braccia in gesto di resa, sposta il suo automezzo.

Che faccio? Vado e ignoro la questione come accade molte volte?

Oggi proprio no. E guerra sia.

Vedo che sta posteggiando poco più avanti e lo aspetto, intuendo che la sua meta è il fiorista sotto casa mia dove arriva con una piccola consegna.

Voleva per caso dirmi qualcosa? Lo rintuzzo con decisione ma, mi pare, con molta gentilezza.

Scambio di battute al limite del surreale.

No, no … tanto avete sempre ragione voi!

Voi chi scusi?

Ci sono tanti problemi seri nella vita e voi ne approfittate!

Mi scusi, ma non capisco, sia più chiaro per cortesia.

Tutti a lamentarsi … e l’Italia va a rotoli!

Ultima battuta mentre il signore, almeno sessantenne, entra nel negozio senza mai guardarmi in faccia.

Ecco cosa vuol dire essere codardi e l’ignoranza fa da gran sfondo.

Mi vergogno per lui e, se ne ha, per i suoi figli che forse non si sentirebbero neppure mortificati dalla performance del loro padre. O chissà, magari sapendolo, vorrebbero sprofondare.

Ci sono giorni in cui la battaglia è energia perchè libera una forza buona, almeno in me.

Oggi mi è andata bene.

L’umiltà è una grande forza dell’anima.

Mi sa che, se “l’Italia va a rotoli”, è anche a causa di questa grande assente.

Questioni amare e d’amore

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa, di getto e con un stato d’animo molto inquieto, ho scritto un post che immagino rimarrà tra i miei scritti privati, perchè troppo carico di quelle dimensioni intime che ritengo vadano sempre protette.

In genere, non mi piace condividere riflessioni centrate esclusivamente su faccende personali e, al contrario, la vera potenza la sento quando, al di là della scintilla che ha fatto scattare il pensiero, lo scritto diventa immediatamente plurale.

Ed ecco che oggi mi imbatto in questo post di Franco Bomprezzi, che tra i suoi temi rilancia proprio uno degli argomenti del mio scritto “censurato”, la spinosa faccenda del “dopo di noi” riferita ai futuri possibili, per le persone adulte gravemente disabili.

Non credo esista genitore di un figlio disabile o con gravi problemi di salute che, prima o poi non si sia trovato a porsi la fatidica e dolorosa domanda : “Che ne sarà di mio figlio quando noi non ci saremo più?”.

La questione è molto delicata e certamente raccoglie pensieri che si esprimono, diritti che si rivendicano, proteste che si sostengono.

Però, io non credo di essere molto brava a parlare di questi temi e ci sono già molte persone, genitori  e operatori, che lo fanno da anni con molta passione e con grande capacità e incisività.

A me piace ritagliarmi una piccola nicchia per andare a cogliere e recuperare quei sentimenti che si esprimono, spesso con un po’ di pudore o vergogna.

Tante volte ho sentito i genitori di figli disabili, augurarsi salute e forza per continuare a prendersi cura dei loro figli, fino alla fine della vita.

Ma della vita di chi?

Fa paura dire esplicitamente che si vorrebbe continuare a tenere per mano il proprio figlio, anche nell’ultimo passaggio dell’esistenza immaginato, tra sogni e paure, insieme, genitore e figlio.

Fa paura perchè fa risuonare l’eco di chi accusa di egoismo, di poca umanità e insomma, per dirla un po’ come si dice dalle mie parti, di sentirsi alla fine, cornuti e mazziati.

Non so se ci sia una posizione giusta ma, se dovessi partecipare ad un dibattito etico, mi piacerebbe partire da quanto sostiene Fernando Savater, proponendo una scelta etica che non sta tra il giusto e lo sbagliato, ma fra il giusto e il giusto.

Mi piacerebbe non banalizzare la questione, lasciando la parola a chi dà valore ai sentimenti, senza l’urgenza del giudizio, ma con l’accoglienza di tutta la loro umanità.

Non trovo atroce o disumano sperare di morire insieme al proprio figlio disabile, per prendersene personalmente cura fino all’ultimo istante e forse, proprio come operatori, dovremmo chiederci come mai così di frequente questo pensiero ricorre nei desideri e nei racconti dei genitori.

Ci fossero servizi e strutture più adeguate, unitamente ad una cultura sempre più attenta e sensibile, andrebbe meglio?

Sinceramente non lo so, ma non escludo che anche i sapori più amari possano riservare sorprendenti e dolci retrogusti.

Parole in soffitta

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa stavo leggendo un post che porgeva interessanti riflessioni sull’uso di alcune parole e sul valore e significato del linguaggio.

Ho pensato che, anche nel mio lavoro, alcune parole sono quasi passate di moda e sovente mi chiedo se, insieme a loro, si sono smarriti anche i significati.

Ricordo un mio professore che ci introdusse, noi del primo anno del corso di studi, nel mondo della raccolta dell’anamnesi, dell’osservazione e della diagnosi educativa.

Allora mi faceva effetto pensare che avevo scelto una professione che, insieme ad altre che negli anni ho conosciuto sempre meglio, veniva definita per l’avere al centro del suo interesse relazioni di aiuto.

Già allora, e parliamo di trentadue anni fa, i linguaggi dominanti erano certamente quelli psicologici, sociologici e, in molti casi, medici.

Mi sono chiesta  più volte, occupandomi di educazione, cosa volessero dire per me alcuni temi e, soprattutto, come dare senso pedagogico ad alcuni significati, senza scimmiottare altre professioni.

Da sempre ho la fissa di approfondire, conoscere e continuare a studiare.

Rimango sempre colpita, nonostante il mio disincanto in tante dimensioni dell’esistenza, dall’ignoranza di tanti professionisti, che si definiscono tali, e questo mi pare un  tratto profondamente disonesto, soprattutto da parte di coloro che dovrebbero prendersi cura, a vario titolo, delle persone.

Ho sempre scoperto molta ignoranza, dietro a forti e facili giudizi, a commenti stereotipati e alla tendenza a dare etichette ai comportamenti piuttosto che a capirne i significati.

Per questo negli anni ho rispolverato più volte le idee legate alla relazione di aiuto, alla fragilità di chi a volte incontriamo e alla posizione di potere di cui sovente abusiamo.

Chiedere e offrire aiuto è una faccenda assai delicata e, quasi come un prezioso oggetto di cristallo, chiede molta cautela e attenzione.

Ci penso spesso soprattutto quando incontro i genitori e, in particolare, quei genitori che stanno affrontando momenti difficili e dolorosi.

In questi casi cerco sempre di dare ascolto più alle parole dell’altro che alle mie e ogni volta, riscopro le tinte misteriose di quel concetto, tanto abusato, che è l’empatia.

Può essere che non sempre io ci riesca ma, quando quel mettersi nello sguardo e nello stato d’animo dell’altro, mi raggiunge profondamente, aggiungo una nuova sfumatura alla mia idea di aiuto e, molto spesso, al senso della mia professione.

Uno, due, tre… si dorme!

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di Irene Auletta

Ho raccontato tante volte di come, appena nata mia figlia, il mondo mi abbia accolto con alcune semplici domande. E’ brava? Mangia? Dorme?

Come segnale di benvenuto non è stato molto facile da gestire e, nel mio novello ruolo di madre, ho subito capito che la strada sarebbe stata parecchio impegnativa.

Naturalmente, mia figlia aveva parecchi problemi con il cibo ma, soprattutto, non ne voleva proprio sapere di dormire.

Ci ho ripensato tante volte negli anni che sono passati da allora e proprio in questi giorni, raccogliendo l’ennesimo “sfogo” di una madre, mi sono tornate alla memoria le strategie pensate, inventate e praticate per affrontare le notti insonni e per resistere.

In fondo i genitori sanno bene che hanno tante cose da imparare e da insegnare, ma forse il sonno, difficilmente rientra in questi elenchi. Certamente è una questione che spinge a misurarsi con una grande fatica e forse, proprio per questo, può essere tanto più tollerata quanto più se ne afferra il senso.

Chi dice che per i bambini piccoli dormire è naturale dimentica di prendere in considerazione le tante storie individuali e particolari di quei bambini che hanno bisogno di più tempo per incontrare questo aspetto della loro tenera esistenza.

Mi piace pensare e dire che ogni bambino incontra la vita in modo differente, la sua vita e per qualcuno ci vuole più pazienza e tenacia.

Così mi sono vista come madre, passare dalla disperazione al senso di impotenza, dalla rabbia alla comprensione, dall’incapacità alla possibilità di trovare la strada possibile per me.

Ho avuto la possibilità di esercitarmi parecchio, perchè la diagnosi di disturbo patologico del sonno, relativa a mia figlia, mi ha fatto capire da subito che non me la sarei cavata in qualche anno, come accade alla stragrande maggioranza dei genitori.

Qualcuno, nel tentativo di alleviare le nostre fatiche, negli anni, si è anche cimentato con qualche battuta ironica facendo riferimento al nome di mia figlia, Luna, e al suo sorgere proprio la notte.

Chissà. I nomi parlano sempre di persone e di storie.

Oggi quando la luna del cielo e la Luna della terra si incontrano, possono contare sulla presenza di una mamma che ha imparato, ha trovato la sua soluzione e che ne cerca sempre di nuove.

Ogni notte, quando accade, penso alla fatica di mia figlia e a quanta tenacia ci ha messo per imparare a dormire. Allora, distesa a fianco lei, nasce una nuova storia che si unisce a quelle segrete e misteriose inventate negli anni, anche per raccontarci la nostra storia.

Nata dislibera

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Ci sono cose che van fatte tutti i giorni. Anche più volte al giorno. Non tutte piacevoli, anzi, la maggior parte, vogliamo dirlo? sono una gran rottura di palle. Il fatto che si debbano fare non le rende necessariamente più attraenti. Verità elementare che ha corso legittimo sino a quando riguarda noi stessi. Quando ha da essere applicata all’altro, cambia colore e diventa facilmente un pippone pedagogico.

Sono una quantità talvolta esasperante le cose che mia figlia deve fare ogni giorno e che non ce n’è: vanno fatte punto e basta. Si aggiunga che praticamente tutte le cose che deve fare non è in grado di farle da sola, dunque gli obblighi sono sempre due: di fare le cose che si devono fare e di farsele fare da qualcun altro. In genere sua madre o io. O magari sua madre e io. Due/quattro mani addosso per adempiere  all’ovvio ripetitivo e sgradevole. Che so, prendere le medicine che, per definizione, fanno schifo.

Dai, su, lo sai che devi farlo come tutti i giorni, non serve opporsi, facciamo il doppio della fatica e alla fine le prendi lo stesso. Dunque? tanto vale  che fai la brava, così ce la caviamo in fretta tutti e due (tre). In effetti, ormai, è esattamente ciò che accade quasi sempre. Mia figlia si sorbisce un cocktail farmacologico diuturno, mane e sera, da più di dieci anni, nella maggior parte delle occasioni senza batter ciglio. Però a volte. Come ieri mattina.

Ieri mattina opposizione da manuale. Testa voltata, mani a stropicciare gli occhi che non centra nulla il prurito agli occhi ma interpone il braccio tra te e la sua bocca, labbra serrate, sguardo di sfida. Uno, due, tre, ics tentativi di convincerla in uno, due, tre, ics modi diversi. Alla fine lotta corpo a corpo. Ovviamente vinco io. Vinco io?

Visto? è servito a qualcosa? alla fine le hai prese lo stesso le medicine e in più ho dovuto costringerti, valeva la pena? a giudicare dalla sua espressione sembrerebbe proprio di sì. Qualcosa non torna. Quando mi impongo con la forza, solitamente sfoggia la sua miglior interpretazione della ragazzina-offesa-e-mortificata. Invece, a medicine ingurgitate, ieri mattina mi guardava con quel suo mezzo sorrisino e gli occhi furbetti. Com’è che sei contenta? che ti ho obbligato a fare quello che non volevi fare? non può essere. Non ti ci vedo nei panni della masochista. E allora cosa sorridi sotto i baffi mannaggia a te!

Poi, terminate le operazioni mattutine, ti accompagno al pulmino in attesa sotto casa e, mentre aspettiamo l’ascensore, capisco. Ti guardo ancora una volta, mi sorridi e capisco. Meglio tardi che mai. Alla fine, se è obbligatorio fare qualcosa e se quel qualcosa qualcuno ti costringe a farlo, mica significa doversi sempre sottomettere senza un fiato. Ci si può anche opporre, si può negare il proprio sì va bene, evitando di far pensare sia comunque scontato. Figlia mia, rifiutandoti di essere scontatamente  consenziente, con quel tuo sorriso sbarazzino e testardo hai insegnato qualcosa a me e ti sei presa beffe della tua dis-libertà.

Noi squilibrate

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di Irene Auletta

Come molte persone che attraversano questa vita e questo momento storico, sovente mi attardo a pensare al senso delle corse, alla frenesia, al tempo che fugge senza controllo e che a volte sembra coglierci più come spettatori disorientati che come protagonisti delle nostre storie.

Poi, accadono cose strane.

L’altra sera, in una delle lezioni Feldenkrais che frequento, l’insegnante ci propone un lavoro, anticipandone le finalità di far sperimentare la ricerca del movimento, la scoperta, la rottura degli schemi e nuovi apprendimenti.

In fondo, accade la stessa cosa in tutti gli incontri e mi pare che questi obiettivi siano proprio alla base del metodo, ma l’altra sera ho colto qualcosa di più.

La lezione ci ha guidate, noi donne presenti al gruppo, a ripercorrere le fasi e i primi tentativi messi in atto dal bambino piccolo per avviare la fase del gattonamento. Credete sia facile? Provate a farlo e vi accorgerete dell’esatto contrario.

Il tutto però, è stato condito da indicazioni orientate a far sperimentare diverse opzioni che, nella finalità del lavoro stesso, hanno permesso di sperimentare la continua perdita dell’equilibrio, l’errore, la caduta e la ripresa.

L’invito che raccolgo sempre in queste lezioni è di ascoltarsi. Come state distese per terra? Ascoltate l’appoggio del vostro corpo. Come vi sentite e com’è il vostro stato d’animo?

Ecco siamo arrivate al punto. Cosa centra lo stato d’animo.

La potenza e la forza di questi percorsi sta proprio nel valore delle connessioni. Nella possibilità di far dialogare l’esperienza del corpo con l’esperienza della persona che quel corpo lo abita, a volte scordandosene un po’.

Imparare attraverso le prove, l’errore e la perdita dell’equilibrio è la nostra esperienza più antica che molte volte, nel presente, è sostituita dal bisogno di essere sempre pronte, capaci e controllate. Alla fine, sempre equilibrate.

Inciampando nei movimenti, sentendo fatiche di gesti non abituali, ascoltando il corpo e lo stato d’animo, ho recuperato il piacere della ricerca e della perdita del controllo.

Perdere l’equilibrio è forse davvero l’unico modo per ritrovarlo ogni volta più forte, più radicato e più consapevole, come direbbe Angela, la mia insegnante.

Sono tornata a casa con molte emozioni e con il piacere di essere squilibrata.

Trucchi e balocchi

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di Irene Auletta

Tutto è nato quasi per gioco, da qualche battuta tra me e Monica Simionato, che ha scritto un bel post che ci ha permesso nuovi scambi.

In realtà la cosa ha preso inizio tanti anni fa, per l’esattezza ventotto.

In occasione del mio primo colloquio di selezione per un impiego di educatrice in una comunità per ragazze madri, lo psicologo (ancora oggi parecchio famoso!), credo, per provocarmi, mi chiese come si vedeva, una ragazza carina come me, a lavorare in una comunità di quel tipo.

A parte che allora non mi percepivo per nulla carina, ricordo ancora bene i pensieri nascosti da un timido sorriso. Ma cosa centra, io sono qui perchè ho fatto una scuola, ho acquisito un titolo, voglio occuparmi di educazione.

In effetti l’incontro con le educatrici, allora presenti in quella comunità, mi aveva abbastanza colpito. Versione casalinghe, ma non di quelle disperate che sembrano tutte appena uscite da una sfilata di moda. No, casalinghe vere e di quelle pure un po’ sciatte!

Negli anni trascorsi in quel centro ho dovuto sudare il doppio per dimostrare che potevo essere anche brava, dire cose intelligenti e avere pensieri acuti. Ma, attenzione, per prima cosa dovevo dimostrarlo proprio alle mie colleghe donne che ogni tanto mi lanciavano qualche battutina: “ma come ti sei vestita per fare il turno in comunità?”.

Ma io, non ho cambiato idea e anzi, con le ragazze ospiti ne approfittavo per parlare di immagine di sè, di cura della persona così come della cura dei bambini e degli ambienti. Giocando con loro ho imparato tantissimo e spero di aver insegnato altrettanto. Ci sono stampini che ti accompagnano nella vita, soprattutto quando sei circondata da donne che hanno scelto una professione di aiuto.

Immagino già di sentire colleghe che, forse un po’ scandalizzate, direbbero: “ma no Irene, stai davvero esagerando!”. Ecco, sicuramente loro sono nella lista di quelle che hanno sovente criticato nel corridoio e che, anni dopo, si sono stupite di una mia idea, proprio mia e non del mio intelligente marito!

Oggi, il mio parrucchiere, commentando la mia tinta bionda ha sottolineato che secondo lui, che mi conosce da tanto tempo, sono una donna che ha sempre bisogno di sole e di luce.

Detto così, mi piace e mi ci ritrovo. Credo che la stessa cosa valga per tante altre donne e anche per diverse mie colleghe.

Noi ci prendiamo cura e delle cura trattiamo nei nostri incontri con gli operatori, con le famiglie, con i bambini e con i ragazzi.

Per me si parte da qui e la cura della mia persona parla di questo, perchè credo che nell’incontro con l’altro, la nostra persona preceda, quasi sempre, le nostre parole.

Di parrucchieri come il mio ce ne vorrebbero di più, e magari anche nei luoghi educativi, perchè nelle sue parole c’era una saggezza seria e profonda, dove il sole e la luce, parlano di qualcosa che ha più a che fare con l’anima che con le banalità di “trucchi e balocchi”.

Beata chi l’ha capito!

Storia di un amore speciale

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E’ una delle migliori recensioni di Con occhi di padre da quando è uscito nel 2006 a oggi. Non conosco l’autrice e, anzi, se qualcuno sapesse indicarmi un riferimento mi piacerebbe ringraziarla personalmente. Comunque decisamente una persona che si ha letto con molta attenzione, si è documentata e sa di cosa sta parlando. Grazie Elena De Sanctis de Le conquiste del lavoro. Se non leggeste bene l’articolo riprodotto in foto, potete trovarlo qui.

Educazione e cura, al maschile

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Educazione e cura, al maschile.

Lo rilancio perchè, come sapete, è uno dei temi di fondo della mia riflessione pedagogica e della mia scrittura. Invita inoltre a una iniziativa in programma che potrebbe essere interessante.�

via Educazione e cura, al maschile.

Il bel gioco…

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E’ andata così. Di ritorno dal primo picnic stagionale in quel dell’Idroscalo, decido di inoltrarmi con mia figlia in uno di quei viottoli laterali che portano a ridosso della pista. Aeroporto di Linate, ovviamente. E’ domenica, non un gran traffico, ma da questa postazione si possono ammirare i panciuti alati sia quando atterrano, sia quando si inerpicano verso il cielo. Doppio spettacolo insomma.

Balzo giù dall’auto e mi metto di vedetta per cogliere in lontananza l’arrivo della prima vittima. Eccolo! apro la portiera di Luna e la faccio scendere dicendole guarda! guarda! arriva… Lei butta fuori le gambe, si alza, si avvicina alla recinzione, traguarda l’alato in arrivo, agita le braccia in segno di divertimento poi si gira verso di me, mi prende per la manica, si volta e mi riporta verso l’auto…

Ok, era stato uno spunto potente per iniziare il libro su noi due, ma non è che potessi marciarci per l’eternità. Da quella prima volta sono passati quasi dieci anni, bello papà, grazie, ma anche no. Insomma, o cambio gioco o bisognerà che iniziamo a salirci su quei benedetti aerei.

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