Eredi grati

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“La vita va avanti comunque, e suona che tu lo voglia o no, puoi solo alzare o abbassare il volume. E devi ballare.” (Alessandro D’Avenia)

di Irene Auletta

Mio padre è un uomo di altri tempi e con il passare degli anni è rimasto “integro” e fedele ai suoi orizzonti culturali di riferimento. 

Mai come in questi ultimi mesi la sua materialità e concretezza, in merito alle questioni importanti della vita, mi restituiscono la forza di qualcosa che tiene con equilibrio radicati alla terra e alla vita.

Di fronte al bisogno (di chi?) abbastanza diffuso di chiedermi se ora va meglio, se ci sono buone novità, se il momento è più sereno, mio padre guardandomi dritta negli occhi, mi invita “semplicemente” a stare,  ricordandomi che questa è la vita.

Me lo rammenta senza fatalismo o falsa resa, ma come un invito a non perdere di vista quelle dimensioni costitutive dell’esistenza che passiamo il tempo a rimuovere tranne quando rimaniamo, per cinque minuti, affascinati e affascinate dalle parole di qualche personaggio di turno, portatore di pillole di saggezza.

Poi, tutto continua esattamente come prima. 

Le interpretazioni (o giustificazioni?) si sprecano. E’ difficile stare a fianco di chi vive momenti difficili, non tutti siamo capaci di reggere il dolore, non è strano fuggire di fronte al proprio limite e al senso di impotenza … E via di questo passo, verso vie che interrogo e cerco di comprendere da anni, con molti dubbi e ancora tante domande aperte.

Mio padre, con poche ed essenziali parole, non scappa di fronte alla realtà e quel suo dire “questa è la vita” non esclude come sentieri possibili sia buone e auspicabili speranze, che puntate o epiloghi molto tristi, di cui nessuno ha colpa o responsabilità. Vito Mancuso, a tale proposito, ha parlato di dolore innocente.

Insomma, ancora oggi mio padre non smette di insegnarmi a non aver paura del dolore, a rispettarlo e a guardarlo nella sua essenziale naturalità, senza battaglie o idealizzazioni, ma come quella dimensione che ci ricorda come esseri umani, piccoli e velocemente di passaggio su questa terra.

E così, con il passare degli anni, mi accorgo che mentre lui mi ha insegnato sostanzialmente a non aver paura di vivere, allo stesso modo, le tracce indelebili di mia madre mi sostengono ogni giorno, proprio per dare valore alla vita, a non perdere di vista la ricerca della gioia e della bellezza.

Figlia mia,  tuo padre direbbe Noi siamo l’eredità.

Litchi e ciliegie

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di Irene Auletta

Ogni anno, in occasione di qualche festa o ricorrenza, cerco sempre qualche modo originale per farti gli auguri, non rinunciando a doni che tanto so bene tu non degnerai neppure di uno sguardo.

Mi piace anche scriverne per te, per me e per chi può ritrovarne risonanze o semplice piacere nella lettura e così, anche per questo periodo natalizio, non potevano mancare pensieri dalle tante sfumature.

Chi come me ha figli con disabilità, piccoli o adulti, si ritrova sovente a fare pensieri sul dopo di noi cercando, nel suo percorso di genitore, un modo per fare pace con una paura profonda che pur rimanendo uno sfondo innegabile, può assumere tinte anche leggere.

Mi ritrovo a pensarci, e non è la prima volta, mentre ti preparo i litchi che, insieme alle ciliegie, sono frutti che ti piacciono particolarmente e che mangi solo se te li preparo io. Fino a qualche anno fa condividevo questo “compito” con la nonna ma ora sono rimasta da sola.

E così mi ritrovo a pensare a come anche alcuni gusti possono perdersi se non rientrano nei gesti di cura di qualche adulto disponibile a farlo. Certamente sbucciare una mela è più semplice!

Anche quest’anno quindi il mio dopo di noi ha proprio quel profumo lì, di litchi e ciliegie, ma senza angoscia, forse solo con un po’ di malinconia e avvisaglie di nostalgia.

Questa è la forma più originale dei miei auguri per te di quest’anno. L’augurio che tu possa trattenere il più a lungo possibile sapori e gusti e che le mie mani possano continuare a parlarti d’amore, con dolcezza.

La cura dei gesti

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di Irene Auletta

Da molti anni come pedagogista faccio osservazioni nei Nidi e, negli ultimi tempi, il gusto mi riempie di tanta bellezza e meraviglia, di quella che i bambini piccoli distribuiscono con generosità a chi si prende il tempo per stare semplicemente ad osservarli.

Di recente, in una sala piccoli, ho riassaporato l’intensità della cura che, ogni giorno, le educatrici offrono ai piccoli e, ancora una volta, mi ha raggiunto forte l’intensità del gesto, proprio in un’epoca dove la parola è diventata davvero sempre più invadente e per me, tante volte, inutile. Le mani e le braccia delle educatrici sono chiamate ad affrontare un compito importante, bellissimo e difficile, accompagnate da poche parole e dall’intensità di quel silenzio pieno di tutto ciò che avviene in relazioni delicatissime.

Peccato che a volte l’enfasi e lo sbilanciamento sulla fatica rischi di offuscare la vista in merito a quanto è possibile raccogliere, anche come sostegno e nutrimento per l’educatrice stessa!

Grazie all’incontro con mia figlia penso da molti anni che, quando si danza con la cura, la parola è sovente sopravvalutata e mai come in questi ultimi mesi penso che possa diventare un facile alibi per dare una veste fintamente virtuosa alla distanza. 

Il gesto di cura è potente quando si fa e non mentre si dice e l’eccesso di parole tante volte allontana da quella vicinanza che diventa ricca solo nella presenza.

Le parole, a volte, sono messaggere di un vuoto che restituisce a chi è in uno stato di bisogno un senso di grande solitudine. Le azioni invece riempiono la scena con gentilezza e forza e, quando sono accompagnate da parole, anche queste sono facilmente riconoscibili e chiare, come un sottofondo musicale.

Aver bisogno di aiuto, situazione sovente intrecciata alla cura, è difficile ma, anche come adulti, trovarsi con alcuni compagni e compagne di viaggio, indubbiamente alleggerisce un po’ il carico. Il filo conduttore è sempre quello della presenza, dell’esserci e di quella postura silente che si fa azione. Lo stesso può avvenire anche tramite quelle paroleazioni che, nella distanza, raggiungono forti per la forza delle relazioni che rappresentano.

Tutto il resto con la cura c’entra assai poco. 

E’ così, mentre mi saluti come solo tu sai fare, ritrovo proprio nelle mani e nelle braccia, quel mistero generatore di bellezza e di vicinanza profonda. Intorno a noi, mentre per un attimo il mondo si sospende insieme alle sue innegabili fatiche, brillano scintille capaci di indicarci la via. 

“Ricorda che non ottenere ciò che vuoi è a volte un meraviglioso colpo di fortuna.” Dalai Lama

Al tepore di un saluto

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di Irene Auletta

Stai facendo tante esperienze da sola e mi intenerisce sempre la serenità con cui ti affidi alle persone che ti accompagnano. 

Stamane arrivate al punto d’incontro, mentre ti guardavi intorno curiosa, mi hai stretto un po’ più forte la mano. Io che rassicuro te o tu che rincuori me? Difficile dirlo in questi tempi complicati che attraversiamo insieme

Ciao amore vengo a prenderti più tardi, divertiti tanto. Mi piace augurartelo ogni volta e, ogni volta, quando ti ritrovo mi immergo nel tuo silenzio provando a intercettare sguardi, emozioni e sensazioni. 

Ti ho lasciato da poche ore eppure quando ci ritroviamo mi sembri già più grande. Ti osservo qualche secondo prima che i tuoi occhi riescano a incontrarmi e a brillare. 

Tutto benissimo mi dicono e a me basta così, travolta dal tuo abbraccio di saluto. In viaggio verso casa, accompagnate da una dolce musica il nostro silenzio riempie tutto il nostro mondo. 

Ferme al semaforo i nostri occhi, i miei lucidi, si raccontano cose bellissime e proprio lì trovo tutta la forza di cui ho bisogno. 

No, grazie

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di Irene Auletta

A periodi alterni mi ritrovo a ragionare sulla cura e sulle sue molteplici sfumature che sovente mi restituiscono forte il colore del clima culturale in cui siamo immersi.

La mia analisi da anni va oltre le singole persone o professioni e si rivolge all’idea o alle idee di cura dominanti che producono effetti e sbavature che osservo come totale disattenzione, laddove vedo mani addosso che si traducono sia concretamente e materialmente con un’invasione verso il corpo dell’altro, sia con quei comportamenti che prendono la forma del non riconoscimento dell’altro, del “passargli sopra”, dell’interferire con lo spazio vitale ed esistenziale, della persona e della sua identità.

Quando penso alla cura penso inevitabilmente ai gesti e ai linguaggi che l’accompagnano e penso a come sia importante continuare a riconoscerli, esplicitarli e nominarli in tutte le espressione contraddittorie che rischiano davvero di inquinare l’idea originaria della cura stessa.

Per questo credo sia importante non spegnere mai i riflettori sui gesti e sulle parole che emergono nelle relazioni di cura, perchè svelano mondi, culture e significati.

In questo periodo sto ragionando molto su alcune parole che sento rivolte a figure adulte, ad esempio in ospedale, senza soluzione di continuità dal personale di assistenza, a quello infermieristico fino a quello medico. Rivolgersi al paziente utilizzando la parola caro o cara, esattamente nel momento in cui il comportamento nega quello stesso significato traducendosi nel non riconoscimento dell’altro e del suo punto di vista. La stessa parola sovente viene utilizzata anche con i parenti dei pazienti e l’altro giorno mi è capitata la stessa cosa anche nel bar dell’ospedale. Sinceramente, non se ne può più!

Ma tutto questo cara, caro cosa vuol dire? Ma de che, potremmo dire in quell’espressione dialettale che, senza voler essere volgare, è rivolta a interrogare un non senso.

A volte vorrei chiederlo, davvero senza polemica e con interesse. Avete fatto tutti lo stesso corso di aggiornamento in cui vi hanno indicato questa direzione e, soprattutto, perchè? Vi hanno forse detto che questo è il modo per stare vicino ai pazienti e ai loro famigliari nel vostro lavoro di cura?

Alcune di queste “abitudini” comunicative le abbiamo sdoganate da anni nei servizi per la prima infanzia e, anche se non sempre si riesce ad essere fedeli ad alcuni principi pedagogici tanto trattati e approfonditi, almeno mi pare di incontrare buoni livelli di consapevolezza. 

Perchè la vicinanza prevista nelle relazioni di cura tante volte si traduce con parole che esprimono solo una vicinanza di superficie e che appartengono a registri comunicativi e affettivi che riguardano le relazioni d’amore e non le relazioni professionali, che siano medico-paziente o educatore-utente?

Dico questo perchè da anni tratto e cerco di esplicitare come alcune comunicazioni si ritrovino non solo nei servizi che accolgono bambini piccoli, ma anche persone adulte disabili o anziane. Continuo a scriverne proprio perchè il fastidio e la nausea, non portino solo ad una forte intolleranza e malessere ma provino a trasformarsi nella possibilità di tenere aperte riflessioni importanti, quasi vitali.

Tutti e tutte noi che ci occupiamo professionalmente di cura, dovremmo forse periodicamente mettere alcune parole su una metaforica bilancia, accompagnate dalle nostre domande. Cosa significano queste parole per il paziente, per il familiare, per i bambini, i ragazzi e gli adulti che attraversano i servizi sanitari o educativi? Insieme alle parole aggiungerei anche tutti quei gesti di cui ho parlato tante volte che, allo stesso tempo, banalizzano e infantilizzano l’altro. 

Vogliamo imparare a dirlo sempre di più tutti, con gentilezza e autorevolezza?

No, Grazie.

Scorre consolazione

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di Irene Auletta

Non preoccuparti per me, lo sai che mi fai felice se ti occupi di Luna. Poi adesso figlia mia …. lo so, lo so. Mi rispondi così quando ti dico che mi dispiace molto di non riuscire a venirti a trovare più spesso.

Sembri immersa in un mare quieto e ogni onda ti porta vicina al presente oppure un po’ più lontana. Mentre mi chiedi come sto ti distrai parlando dei mobili presenti nella stanza che nella tua mente sono collocati in un altro luogo e in un altro tempo.

Vai e torni, vai e torni e io prendo fiato mentre ti aspetto.

Ogni tanto mi punti addosso i tuoi occhi brillanti e mi ancori con lo sguardo alle tue parole. Sei troppo magra, devi curarti e non dimenticarti di mangiare, soprattutto cose buone. 

I tuoi tormentoni sono sempre gli stessi e anche il tuo modo senza filtri di rispondermi quando provo a rassicurarti. Sto bene mamma, provo a dirti quando sottolinei che ogni volta che sorrido mi compaiono tantissime rughe sul viso. Mamma, ti dico ridendo fingendomi scandalizzata, anche fosse vero non dovresti dirmelo proprio così! Ridiamo e cerco di trattenere negli occhi e nel cuore quegli occhi che vorrei non dimenticare mai, anche quando poco dopo scompaiono dietro le nuvole. 

Oggi faccio più fatica a rimanere in equilibrio perché, come mi e’ sempre successo, di fronte a te mi sento più limpida e percepisco forte la spinta a lasciarmi andare in quell’emozione tanto  trattenuta. 

Mi immagino proprio così, non la reazione mordi e fuggi che subito viene controllata, ma un movimento lungo e lento come un fiume che scorre piano.

Mi riprendo da questa immagine e proseguiamo nelle nostre chiacchiere fino a quando mi chiedi di andare per non fare aspettare troppo la  signorina rimasta all’ingresso con la zia Cate e che purtroppo oggi non ha potuto salutarti perché sei a letto.

Meglio così, non voglio che mi veda in questo stato che poi pensa che sono malata assai. 

Torni un attimo in un altro tempo e mentre ti aspetto per salutarti penso che anche oggi sei riuscita a nutrirmi di forza e coraggio. 

Nel viaggio di ritorno verso casa capisco che non stai bene perché sei molto nervosa e ti lamenti spesso. Ora e’ il mio turno di consolarti. 

Non preoccuparti amore, ho appena fatto il pieno. 

Raccolte all’orizzonte

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di Irene Auletta

Se penso ad una delle parole che negli ultimi anni ricorre frequentemente nel mio lavoro con gli operatori e con i genitori, mi pare di non avere alcun dubbio.

Il vocabolario Treccani la definisce così. Sforzo materiale che si fa per compiere un lavoro o svolgere una qualsiasi attività, e di cui si sente il peso e poi la stanchezza.

Avete già capito vero? La parola è fatica.

Che fatica, sono in fatica, periodo molto faticoso, sono solo alcuni degli incipit con cui molte volte iniziano gli scambi comunicativi e che ogni volta, ormai da molti anni, mi portano a farmi nuove domande per capire, andando alla ricerca di significati possibili capaci di guardare oltre il muro della lamentela che troppe volte definisce il tono e le sfumature delle comunicazioni.

Pensando alla mia storia educativa, penso immediatamente a mia madre e alla sua incredibile capacità di trasformare le fatiche in un valore perchè il gusto era indubbiamente nel risultato, nella raccolta e in quella soddisfazione finale che concentrava l’attenzione, alleggerendo tutto ciò che veniva prima. La ringrazio ogni giorno per questa preziosa eredità perchè la vita finora non mi ha fatto molti sconti e non sembra neppure intenzionata a modificare questa sua direzione. 

Grazie a mia madre, anche nei momenti di maggiore sconforto, appena riesco, vado alla ricerca di ciò che ogni fatica può riservarci rinnovando, insieme al nutrimento della speranza, il gusto per le nuove possibilità.

Grazie a mia madre provo a insegnare lo stesso a mia figlia che è arrivata al mondo con uno zainetto talmente pieno di fatiche che ogni tanto mi chiedo se non ci sia stato davvero un grossolano errore nella distribuzione. Infatti, oltre a non apprezzare per nulla i termini bellici guerriera o guerriero, oggi peraltro stra abusati, penso che non restituiscano giustizia né comprensione alle condizioni di vita come la tua e alle continue prove quotidiane.

Eppure ti vedo felice, tenace, resistente, curiosa, appassionata. Insomma ti vedo piena di vita. Vuoi dire che un po’ della preziosa eredità della nonna sta arrivando fino a te, trasportata da quei fili invisibili coltivati nel nostro straordinario, complesso, meraviglioso, difficile incontro?

Credo che la ricerca vada proprio orientata verso ciò che accade dopo il momento  o la situazione definita faticosa. Cosa ha permesso di imparare, di scoprire, di darci la forza e la spinta per proseguire a testa alta? Cosa può aiutarci a non smarrire, e continuare a coltivare, i piccoli attimi di felicità? Cosa possiamo insegnare ai bambini e ai ragazzi in questi delicati attraversamenti?

A me aiuta ricordare che più abbassiamo lo sguardo e ci ripieghiamo su noi stessi, più non vediamo oltre la punta dei nostri piedi, smarrendo qualsiasi gusto e interesse per ciò che ci circonda e, a volte, per la vita stessa. 

Per questo, ogni volta che inciamperai, materialmente o metaforicamente, io spero di continuare ad essere finche potrò, solo per ricordartelo.

Alza la testa Luna, guarda in alto, guarda che bello, guarda il mondo!

Solleviamo bellezza

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di Irene Auletta

Prima gita domenicale dell’anno e ottobre ci regala una bella giornata di sole per inaugurare la prima proposta contenuta nel tuo pacchetto regalo di compleanno. 

Proprio mentre ero lì a salutarti, raccontandoti di questa esperienza, ancora una volta ho capito con molta più chiarezza, perchè negli anni non mi ha mai convinta la parola che si utilizza sovente come cornice di queste iniziative, pensando a persone giovani o adulti con disabilità.

Si parla infatti di proposte o progetti di sollievo. La parola sollievo si riferisce evidentemente alle famiglie. Famiglie stanche, affaticate, che hanno bisogni di ritagliarsi i loro tempi.

Questa possibile interpretazione sfonda porte aperte perchè certamente esistono anche queste dimensione ma io, pensando a questi momenti in cui tu puoi fare esperienze diverse, senza i tuoi genitori, con nuovi incontri e nuovi gruppi in cui inserirsi, sento che in primo piano c’è anche, e soprattutto, altro.

Quello che mi emoziona, e anche stamane al saluto è accaduto nuovamente, è legato all’importanza di quello che puoi attraversare da sola come adulta, con quell’adultità possibile per la tua condizione che trascina con sé le forme e le sfumature differenti di autonomia. 

Per me c’è un gran valore nella possibilità di nuovi incontri anche meno protetti da una conoscenza consolidata, in situazioni dove devi provare a farti conoscere.

Continuo a dire che l’autonomia non è assenza di dipendenze, saper fare tutto da soli e non aver bisogno di nessuno, anche perchè, se così fosse, credo che parecchie persone, anche non necessariamente in condizioni di disabilità, avrebbero qualche problema a stare all’interno di queste caratteristiche.

Per te l’autonomia si traduce subito nella possibilità di fare esperienze senza i tuoi genitori, con nuovi adulti e compagni di viaggio da conoscere, attraversando incontri leggeri che, pur potendo creare qualche perturbazione, profumano di vita.

Vorrei che il sollievo rimanesse uno sfondo, un’orizzonte, una piccola parte capace di lasciare spazio al divertimento, alla scoperta, alla curiosità, alla gioia di scoprirsi capaci. Vorrei trovare una rinnovata energia non nella tua assenza ma nel pieno che puoi vivere senza di me e in quello che può diventare una parte di te, di cui io non faccio parte.

Lasciarti andare è una promessa che si rinnova da tempo ma spero di poterlo fare, per ancora molti anni, alle mie condizioni e magari chissà che con il tempo non si trovino nuove parole e nuovi significati capaci anche di parlare di forza e bellezza e non solo di fatiche e mancanze.

Arrivo a prenderti e ti sento prima ancora di vederti. Commenti felice con quei tuoi gorgheggi che non lasciano dubbio e appena mi intravedi mi corri incontro felice.

Questo che sa di cose belle!

Piccole ali, grandi libertà

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di Irene Auletta

E sono ventisei! 

Quest’anno, che le nostre età hanno gli stessi numeri, insieme abbiamo affrontato un anno davvero difficile. Sei stata abituata, per molti anni, ad essere tu la malata e la destinataria di tante e tante cure necessarie per la tua stessa vita, ma quest’anno la scena e’ cambiata. Tu, insieme a me, ti sei trasformata in curante e sei riuscita ancora una volta a stupirmi. 

La svolta l’ho sentita forte mesi fa, il giorno in cui siamo partite da sole per la tua settimana estiva TMA (terapia multisistemica in acqua) nelle Marche, con il cuore ferito e il silenzio malinconico che ci ha accompagnate nel viaggio. Ti ho parlato semplicemente, come sto facendo da diversi mesi, con onestà e senso di protezione intrecciati, come le nostre mani che tante volte mi hanno dato coraggio.

Ho quasi smesso di rispondere alle tante domande come state? perché di fronte a tanta complessità ho avuto, e ho tuttora, la necessità di risparmiare energie e di rimanere vicina a te, in quel mondo tutto nostro, dove ho trovato conforto, piccole gioie e consolazione.

Ecco, quest’anno ti ho vista davvero più grande, attenta e capace a modo tuo di essermi vicina. Profondamente e vicina al cuore.

Io spero di essere riuscita a regalarti anche allegria e leggerezza, rinnovando il nostro patto di sempre e penso, in tante occasioni, di esserci riuscita. 

Ci aspetta un anno non facile ma ti vorrei regalare una nuova certezza. Non sei più solo la figlia di cui prendermi cura ma sei diventata anche la figlia che può prendersi cura e insieme abbiamo da aiutare una persona che entrambe amiamo immensamente. La nostra unione madre e figlia e’ sempre più forte ma, proprio per continuare a dare luce alle tue ali, ti aspettano tante sorprese di libertà.

E così, nel tuo pacchetto regalo di compleanno, ci sono gite domenicali, spettacoli e serate da viverti da sola. Non mancheranno anche esperienze da fare insieme ma quest’anno il tuo regalo più grande sarà farne diverse da sola, insieme a nuovi compagni di viaggio.

Io, sarò sempre qui, pronta a lasciarti andare.

Auguri Luna della Terra.

Figlie maestre

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di Irene Auletta

Parlando di figli, è più facile raccontare cosa facciamo per loro e quelle che sono le nostre intenzioni educative piuttosto che restituire quello che possiamo imparare nella relazione e quanto ci possono influenzare nei nostri cambiamenti.

Se poi i figli sono persone con disabilità, rischiando di rimanere travolti dalle dimensioni della cura, il rischio è ancora maggiore.

In realtà, se penso alla mia esperienza, che da anni scrivo e condivido, anche senza necessariamente farci riferimento in modo esplicito, devo riconoscere che al netto di questa nostra storia madre e figlia, le occasioni in cui imparo e mi addentro in nuove riflessioni sono in deciso vantaggio.

Quello che sto scoprendo, o riscoprendo, in questi ultimi tempi è la potenza di quel tuo essere e vivere nel presente, che restituisce l’inedita possibilità di non essere travolte dagli scenari futuri, che siano domani o fra un anno.

In realtà, la tua totale impossibilità di prefigurarti cosa sta per accadere, è stata per anni, e per molti aspetti rimane ancora oggi, una delle difficoltà più grandi fonte di smarrimento e dolore. Al tempo stesso, la forza delle ambivalenze che sempre hanno attraversato la nostra storia, oggi mi sta mostrando nuovamente altre sfumature di questa tua condizione, creando nuovi giochi tra luci e ombre.

Stare con te mi tiene ancorata al momento, mi fa gustare attimi di allegria, mi nutre del nostro amore e della cura che tu hai imparato a restituirmi e non solo a prendere.

Ieri sera sei venuta a prendermi in cucina, come fai quando hai bisogno di qualcosa, e mi hai portata in sala chiedendomi di sedermi sul divano, vicino a te. Ho aspettato a farti domande perchè ho capito che non era la “solita” scena ma che in realtà volevi dirmi qualcos’altro. Pian piano ti sei avvicinata abbracciandomi con l’intento, assolutamente non fraintendibile, di rimanere lì, in quel momento, solo per stare insieme, in silenzio.

Hai ragione Luna, penso, sono giorni (o mesi?) che corro come una matta provando a tenere insieme una nuova complessità che ci ha travolto e rischio di perdermi di vista il tuo aiuto. Così mi abbandono nelle tue braccia, mentre tu lo sei nelle mie e la stanchezza viene pian piano alleggerita da una nuova forza.

Mi dimentico di tutte le cose da fare e quando ti saluto per la notte, mi accorgo che, per qualche ora, tutto il resto del mondo è rimasto fuori, sospeso nella sua realtà, mentre noi ci siamo regalate un tempo tutto nostro, per continuare ad affrontarlo.

Buongiorno Luna, ieri mi hai aiutata tantissimo, ti dico al risveglio mentre tu ti avvicini e, all’orecchio, mi racconti storie bellissime di quelle che solo senza parole si possono raccontare. 

Lezione numero chissaquale, appresa.

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