Chi di bellezza vive

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di Irene Auletta

La vita con te ci è andata giù pesante e, proprio in questi giorni, il fantasma della tua malattia autoimmune torna a bussare alle nostre porte. Ho cercato di tenerlo a bada, di non fargli invadere lo spazio, di non fargli togliere troppa luce ma, le voci dominanti e la realtà, ormai non fanno altro che renderlo sempre più forte e potente.

In questi casi spesso mi chiedo come stai vivendo questo cambiamento. Sei a casa da quasi tre settimane e le nostre possibilità si sono drasticamente ridotte. Tutto quello che adori, cinema, teatro, musei, pranzare all’Ikea, piscina, al momento è fuori dalla lista delle possibilità. E allora cosa ci rimane? 

Come sempre, mentre ti guardo, trovo in te le mie risposte più preziose. Ti sei appena risvegliata da un pisolino mattiniero, dopo uno dei tuoi risvegli notturni. Lo sai che rimarrai ancora a casa con mamma e babbo per diversi giorni? Che parole posso usare? Che faccio ora, parlo di virus, contagio, paure? 

Mai come in questi giorni mi risulta sempre più chiara la differente direzione che possono prendere gli sguardi di fronte a qualcosa di grande e spesso non facilmente comprensibile. Escludendo i complottisti dell’ultima ora sempre pronti a sventolare la loro bandiera, penso a quanti interpretano quello che sta accadendo come un messaggio quasi sovrannaturale, o della natura stessa, di fermarsi, rallentare, ritrovare nuove occasioni e possibilità.

Non posso che condividere alcune di queste riflessioni ma partendo da una differente prospettiva e cioè, più che interpretare l’intenzionalità di segni e segnali, a me piace ascoltarli per capire di quali possibilità nuove possono essere portatori.

Penso che in fondo è un po’ la stessa differenza tra chi pensa che un figlio disabile sia un dono e chi, con dolore, serietà, fatica, amore, instancabile ricerca di felicità, prova a inventarsi e vivere ogni giorno una genitorialità straordinaria, intesa proprio nel senso di fuori dall’ordinario.

E così, torno alle mie domande e stupita ti osservo mentre da giorni non chiedi di uscire, proprio tu che passi il tempo chiedendoci di farlo. Mentre ti racconto percepisco un senso condiviso che va oltre qualsiasi parola e ancora una volta, proprio tu, incapace di intravedere un futuro, mi stai insegnando ogni giorno a gustarci il presente o ancora meglio, proprio questo momento qui.

Ma senti, non è anche bello stare così tanto a casa con mamma e babbo? 

Facciamo le nostre facce innamorate …. e ridiamo, ridiamo.

Tutti insieme, moderatamente

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di Igor Salomone

Ne stavamo parlando poco fa a tavola io e Irene. Non è la prima volta nella nostra vita che ci troviamo blindati: niente amici, niente ristoranti o aperitivi, tempi di lavoro risicati, preoccupazione quotidiana per la salute. Quella di nostra figlia. Abbiamo passato anni in queste condizioni. Quindi cosa c’è di nuovo in quello che stiamo attraversando in questo momento? Tutto. 

Vivo, anche Irene, ma probabilmente chiunque, in un’atmosfera surreale di sospensione che non lascia presagire quando ne usciremo e, sopratutto, come ne usciremo. Le condizioni mutano con una rapidità incredibile. Quando è stata istituita la Zona Rossa nel lodigiano mi dicevo che non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere sull’intera Milano. Non ho fatto a tempo a concludere il pensiero che la zona rossa si è estesa a tutta la Lombardia. Il tempo di ascoltare la notizia e a essere chiusa è l’intera penisola, isole comprese, come si dice. A questo punto l’orecchio è teso ad aspettare la prossima, che probabilmente sarà la chiusura dei parchi e delle attività produttive. Insomma, c’è sempre un peggio al peggio che la nostra immaginazione riesce a intravedere. 

So bene cosa vuol dire. Abbiamo attraversato cinque anni in apnea travolti da un peggio peggiore che sostituiva in un lampo situazioni già al limite del pensabile e del sostenibile. Ma questa volta è diverso. Molto diverso. Questa volta non siamo soli. 

Non è questione di godere cinicamente della sfortuna comune, non è questo il mio sentimento né quello di Irene. Non è ancora facile per me definirlo, è un sentimento sottotraccia che si sta facendo largo pian piano al di sotto dello sconcerto e della preoccupazione. Mi guardo in giro e vedo gente preoccupata come me, preoccupata anche di me e della mia vicinanza, come io lo sono della loro. Ma vedo anche persone che condividono il mio stesso problema. Indipendentemente da età, razza, colore, religione o condizioni economiche. Sembra che il coronavirus stia attuando l’articolo 3 della Costituzione più di qualunque altra esperienza dal dopoguerra in poi. 

La solidarietà forse non è solo far attivamente qualcosa per chi ha bisogno di aiuto. Stiamo scoprendo, o per lo meno dobbiamo scoprirlo, che essere solidali significa anche solo proteggere gli altri dalle nostre azioni. E sta accadendo, lentamente magari per i ritmi del contagio, ma rapidamente se si tiene conto dei ritmi solitamente necessari per la maturazione collettiva.

Sì, questa situazione non assomiglia per nulla alle mille altre che ho vissuto nella mia vita. E’ totalmente nuova. E ha un sapore strano, tra l’amaro e il frizzante. Non ci sono nemici interni o esterni da combattere, c’è solo da imparare qualcosa sui nostri comportamenti. E, scusate se è poco, mi sembra una grande occasione. Non perdiamola andando dietro ai profeti di sventura, sempre pronti a cercar untori cui dar la colpa della propria inutile e patetica rabbia. 

Cosa hai insegnato ai tempi del Coronavirus?

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di Igor Salomone

Cosa stiamo insegnando ai bambini in questi giorni tristi e surreali che stanno paralizzando le nostre città? Molti si chiedono cosa dovremmo dire ai figli, agli studenti, agli allievi per aiutarli a trovare un senso al senso di impotenza, di fatalità, di fragilità che pervade una vita pubblica dominata dai discorsi sull’epidemia come non ci fosse un domani. Ma il problema è un altro: cosa stiamo insegnando ai figli, agli studenti, agli allievi con le nostre azioni, indipendentemente da quello che vorremmo o dovremmo insegnar loro? 


Che dobbiamo avere paura, ad esempio. Una paura illogica del tutto sproporzionata rispetto al pericolo reale. Rischiamo la vita ogni giorno per molte cose, ma evidentemente è inaccettabile rischiarla molto meno ma per qualcosa che non conosciamo. Abbiate paura dell’ignoto. Stiamo insegnando questo?


Che quando il nostro mondo incontra un pericolo collettivo ognuno deve pensare a se stesso e, al massimo, ai propri familiari. Dove sono finite le catene di solidarietà che partono a ogni terremoto, a ogni alluvione, a ogni carestia? Si vede che le calamità naturali e sociali fanno rimboccare le maniche solo se riguardano gli altri. Se riguardano te, si salvi chi può. Stiamo insegnando questo?


Che di fronte a un rischio collettivo dobbiamo sederci e aspettare che passi la nottata? Tutti a casa, tutti in attesa, tutti buoni e seguire le istruzioni. Salvo qualche chiacchiera nei bar, quelli rimasti aperti, giusto per criticare le misure governative perchè nessuno sa che pesci pigliare, però di sicuro sa che quello che fanno gli altri non va bene. Stiamo insegnando questo?


Ma sopratutto, cosa stiamo insegnano sulle epidemie? L’Umanità ci ha convissuto per migliaia di anni. Le affrontiamo periodicamente e periodicamente le sconfiggiamo uscendone più forti. Questa è Storia. Però ce lo dimentichiamo e ogni volta sembra un castigo di Dio che ci coglie di sorpresa. Anche questo stiamo insegnando?


Alla fine ognuno può insegnare quello che vuole, ciò che conta è che si assuma la responsabilità di quello che insegna con le proprie scelte e i propri comportamenti. Non sarà invece tollerabile svegliarsi fra qualche tempo e lamentare che i “ragazzi d’oggi” sono pavidi senza alcuna ragione, attendisti e fatalisti, sostanzialmente egocentrici e incapaci di misurare le cose con un respiro più ampio delle due settimane tra quella appena passata e quella che verrà. E non lo tollererò. 

Cercatrici di luce

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di Irene Auletta

Da anni ormai sono convinta che il nostro rapporto con la tua maestra Feldenkrais continua sicuramente perché ti fa un gran bene, ma anche perché fa un gran bene pure a me.

L’altro giorno, dopo la vostra seduta che mi concede un’ora di libertà a zonzo per il corso della città, Angela mi  accoglie dicendomi che l’incontro è stato tra i più belli, ricchi e intensi dei vostri. Di solito mi racconta della tua incredibile attenzione e di come nel vostro incontro di occhi e mani, tu le indichi, limiti o permetti nuove scoperte e passaggi che ti aiutano a stare meglio con quel corpo che di sicuro non è facile portarsi in giro. In effetti, mentre tu ci guardi, colgo una postura molto equilibrata che sembra riflettersi nella soddisfazione dei tuoi occhi attenti ai nostri scambi pieni di fierezza.

Angela riesce sempre a restituirmi bellezza e mi rendo conto che questa, per un genitore come me, non e’ un’esperienza molto frequente. L’elenco delle mancanze, delle criticità e delle complessità sono tra quelli con cui da subito si prende un’indesiderata confidenza e molto spesso si finisce con chiudersi in una bolla di pochi e selezionati incontri capaci di riflettere anche altro.

Nella nostra storia di incontri belli ne abbiamo fatti parecchi e, per fortuna, ci hanno finora sostenuto nel navigare tra le onde dominanti che vanno in tutt’altra direzione. Le persone con disabilità, al di là del giochetto dei cambi di nome da handicappati in poi, devono, insieme alle loro famiglie, conquistarsi ogni angolo di quella normalità che definisce le esperienze della vita.

Anche noi abbiamo bisogno di sguardi e parole che ci riconoscano leggerezza e nuove possibilità. In questo purtroppo la cultura della disabilità mi sembra poco lontana dai blocchi di partenza, ma noi, e non siamo in pochi, ci proviamo ad organizzarci. Nonostante.

Uscite dall’incontro riusciamo a mantenere lo stesso passo, con morbidezza ed equilibrio. Magari non durerà per molto ma per ora guardandoci i nostri sorrisi possono nutrirsi di complice meraviglia.

Rimani per un momento incantata di fronte alle vetrine di un bellissimo negozio di lampade e lampadari che si riflettono nel buio della sera.

A noi, basta davvero poco per una passeggiata tra le stelle.

Quale emergenza?

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di Nadia Ferrari

Sento e vedo diversi istituti scolastici ed insegnanti che si sono prodigati ed organizzati affinché anche in questa strana settimana, che con certezza lascerà segno nella nostra memoria individuale e collettiva, si possano svolgere regolarmente le lezioni e fare i compiti attraverso smartphone e tablet da casa.  

Non so se sono io come insegnante ormai fuori moda, o se è perché sono docente della scuola dell’infanzia e quindi niente compiti e lezioni che non si possano recuperare con calma al ritorno, ma queste iniziative mi fanno pensare al rapporto con il tempo che ha la nostra scuola. 

Di come nemmeno un’emergenza planetaria riesca a frenare l’idea che a scuola non c’è tempo da perdere, che bisogna correre sennò si perde chissà che cosa. E stiamo parlando di una sola settimana di chiusura in cui, mi ricordava una collega, almeno due o tre giorni erano già destinati ad essere vacanza! 

Io, sinceramente, se pensassi a cosa può servire in fretta agli allievi in questo momento, opterei per trovare tempi e modi atti ad elaborare con loro le idee (e le emozioni) di paura, di vita, di morte e di “finitudine” che questo virus irriducibilmente fa incontrare. 

In questo credo che i nostri allievi non andrebbero lasciati soli. 

In alternativa lascerei che in questa occasione non programmata come vacanza si possano godere del tempo “vuoto”. 

Cosi ha scelto di fare il preside di uno storico liceo scientifico milanese che sulla home del sito pubblica una lettera agli studenti (https://www.liceovolta.it/nuovo/).

Partendo da una citazione dei Promessi sposi, invita i suoi studenti a fare una vita normale, fatta di passeggiate, di buone letture, ponendo l’attenzione a quello che potrebbe rivelarsi la vera emergenza: l’avvelenamento della vita sociale. 

Li saluta infine con un vi aspetto presto a scuola!

 

Educazione virale

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di Irene Auletta

In effetti non ci avevo pensato fino a quando i commenti di alcuni genitori non mi ci hanno fatto riflettere. Da oggi, scuole di ogni ordine e grado chiuse in molte regioni. Ma i bambini e i ragazzi cosa stanno capendo e assorbendo di quello che sta accadendo? Alcuni raccontano di manifestazioni di paura, di domande continue, di vero e proprio panico. Altri di apparente totale disinteresse.

Ieri, in una trasmissione televisiva, ho ascoltato ragazzi delle scuole medie superiori esprimere senza alcun dubbio la loro idea di chiudere le frontiere. Ma quali frontiere? Terra, aria, mare? 

Mai come in questo momento credo che sia importante, per la questione specifica, affidarsi e fidarsi degli esperti. Al primo posto epidemiologi e virologi.

Ma noi tutti, nel nostro ruolo di genitori, educatori, insegnanti, pedagogisti abbiamo qualcosa che possiamo fare, banalmente per non lasciare soli bambini e ragazzi in questa situazione e, soprattutto, per proteggerli il più possibile da comunicazioni distorte, allarmiste e a volte incomprensibili o contraddittorie.

L’ansia dilagante tocca con forza il nostro rapporto con la fragilità e l’imprevisto, con tutto ciò che sfugge al nostro controllo. Oggi più che mai il rapporto con la vulnerabilità sembra diventato un tabù.

Togliamo un po’ di veli e come adulti assumiamoci la responsabilità di aiutare bambini e ragazzi a capire, non sottovalutando tutto ciò che in questi giorni probabilmente li ha già raggiunti e investiti senza alcun filtro.

Ma tanto i bambini non hanno ascoltato … I ragazzi pensano ad altro! 

Lasciamo in soffitta queste vecchie frasi ricorrenti e rimbocchiamoci le maniche che l’educazione, proprio in questi giorni, ha parecchio da fare.

Imparare nella tragedia

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di Igor Salomone

Leggo i commenti su Facebook alla terribile notizia del suicidio di due ragazzi a Monza, e ritrovo l’abitudine diffusa a cercare le cause delle tragedie. E a fustigare questo o quello pur di trovare il colpevole. Quindi il duplice suicidio, a seconda dei gusti e delle inclinazioni, andrebbe attribuito alla disattenzione dei genitori, oppure alla claustrofobia dell’esperienza scolastica, o alla fragilità dei ragazzi d’oggi esasperata da una vita passata sui social. 


Mi è già capitato di dover affrontare in supervisione un caso analogo avvenuto pochi mesi fa alle porte di Milano. Fermarsi e ragionare serve. Serve anche accogliere il dolore, purché non si risolva in una due giorni di sospensione delle lezioni sostituite dal pronto intervento di una task force di psicologi. Il rischio è che terminati i funerali, si torni alla normalità quotidiana cercando di dimenticare tutto il prima possibile. 


Sulla scena educativa quando compare la tragedia, le spiegazione psico-socio-mediche lasciano il tempo che trovano. Quel che serve veramente è la capacità pedagogica di affrontarle quelle tragedie, cercando di elaborarne collettivamente il senso.


Ci sono mille e un motivo che possono aver portato quei due ragazzi a quel gesto. Ma l’attenzione educativa va ora rivolta a quelli che restano. Come sempre in ogni tipo di lutto. E non per evitare che accada di nuovo, ma per imparare a sostenere il peso di quello che è già accaduto.

Quella forza lì

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di Irene Auletta

Mia madre e’ così. Dieci giorni fa ho temuto che fosse arrivata al suo capolinea e ieri sera faceva battute al telefono. Al suo invito a pranzo per domenica, conoscendola, cerco di rifiutare con delicatezza dicendole che mi sembra ancora troppo debole e che eviterei di arrecarle impiccio.

Ma che ci vuole per fare un po’ di spaghetti con le cime di rape? Che poi lo so che come li faccio io vi piacciono assai!

Eccola, riemersa ancora una volta, come tante volte l’ho vista nella mia storia di figlia e nella sua di donna molto malata.

Si… si… va bene, mi risponde mentre le faccio promettere che stavolta però accetterà il mio aiuto in cucina e già mi vedo a contrattare con lei ogni gesto.

Scola ora, aggiungi il peperoncino, girala bene eh?

Pensare che domenica dovrò anche provare a convincerla ad accettare un possibile ricovero e mi dovrò ingegnare perché le sue motivazioni ad una forte resistenza sono tutte stravalide. Dopo anni di esami e di ricoveri ora sei davvero stanca e io ti rispetto profondamente mamma, lottando con il mio egoismo che vorrebbe rimandare il più possibile il saluto.

Vabbè allora domenica vi aspetto, come sono contenta! Diglielo alla mia nipotina che nonna la pensa sempre.

Lo farò eccome e lo faccio sempre. Come madre mi ritrovo spesso a ripetere le tue frasi, a fare le tue battute. E Luna ride. Così sei sempre con noi.

Sempre, sempre.

Dissolvere problemi – I Legge

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Di Igor Salomone

In preparazione del laboratorio del 7 e l’8 febbraio a Vanzago, in anteprima mondiale, la prima delle cinque leggi per dissolvere problemi. Seguitemi e vi mostrerò passo passo come dissolvere il problem solving in una prospettiva pedagogica.

I. Legge del guaio
Un guaio non è ancora un problema

Incidenti, eventi inaspettati, tragedie improvvise, elettrodomestici guasti, malattie conclamate, tradimenti, unioni spezzate, finanze al collasso, e poi ancora: nubifragi, epidemie, invasioni di cavallette, siccità, terremoti, pioggia sul week end, la squadra del cuore retrocessa, sostanzialmente, sono tutti “fatti”. Che i più tendono a considerare guai. O anche: sfortune, disastri, contrattempi, punizioni divine. Qualcuno persino opportunità.

Chiamateli come volete, ma non sono “problemi”. Non ancora per lo meno.
Quando un guaio qualsiasi produce una domanda sul che fare di fronte al guaio, allora il guaio diventa un problema in cerca di una soluzione.



Le iscrizioni al laboratorio sono ancora aperte. Per informazioni scrivetemi oppure fate un giro qui

Amicizie stellari

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Di Nadia Ferrari

(Grazie Nadia)

Caro Igor ho letto ieri in un fiato il tuo nuovo libro. Secondo me, “Secondo me” è un capolavoro. 

Come sai parlo da insegnante, la tua riflessione torna sulla struttura fondante dell’educazione arricchendola e con un affondo deciso e determinato sul valore della “scena educativa”, è lì che si gioca lo sguardo pedagogico e di conseguenza il suo gesto. Una sfida difficile quelle di giocarsi nel momento. Molto difficile, perché appare come una dimensione senza chance, se sbagli al momento è l’irreparabile. Si può comprendere l’ostinazione nella richiesta e ricerca della risposta “giusta” …  è così sinché non si concepisce che è possibile imparare anche dalle cose che non riescono, da quelle mancanti, dalle gaffe e da tutti i vari impicci che la pedagogia nomina da sempre come possibilità. Ma che nessuno accetta … 

Stiamo attraversando purtroppo o per fortuna un’epoca di cambiamenti. È la complessità. Questa benedetta complessità che tu racconti in modo egregio, tanto affascinante nella lettura poi, nella vita vera, ci ammazza e con cura cerchiamo di scansare come cosa poco gradita.

Ecco, secondo me, i tuoi libri e insegnamenti sull’educazione forniscono (forse) l’unico strumento necessario e utile a chi appartiene all’avventura (bella e faticosa) dell’insegnare: provare a navigare nel mare della complessità imparando da ciò che si incontra. Una grande liberazione! 

Non è più importante incontrare le colleghe giuste, i bambini giusti, i formatori giusti, i luoghi giusti, i momenti giusti, né tanto meno possedere tutte le tecniche e i modelli che il mercato dell’educazione light offre per facilitare ciò che non è bonificabile, pena la sua dissoluzione. 

Da anni ormai diserto con consapevolezza tutti i corsi che hanno trasformato i pensieri dei vari maestri in “orribili” modelli tecnici di facile applicazione. Da anni ormai rivolgo la mia curiosità ai maestri per sapere come ri-animare a modo mio la loro eredità. Il tutto grazie a te Igor che, più e più volte, mi ha preso tra le braccia il viso e invitato a guardare ciò che avevo sotto gli occhi.

Leggere questo tuo saggio di secondo livello, per chi abita il primo, è ancora più interessante: pare di essere in “acquario” dove chi è in simulazione però non sei tu con il tuo bagaglio di insuccessi ma il formatore. Finalmente intravedi le risposte che avresti dovuto ricevere ad aspettative e domande raccolte dal formatore di turno, scritte su chilometri di cartelloni e poi lasciate cadere nel nulla. 

Quel pensiero in grado di collegare granchi e aragoste, primule e schizofrenici pare costitutivo e assente in ogni livello. Forse, come sostieni nel finale, ogni pedagogista dovrebbe fare lo sforzo di avere chiaro l’oggetto intenzionale su cui basa il suo insegnamento. Lo dovrebbe fare per noi.

C’è storicamente una grande responsabilità dell’accademia nel non definire la pedagogia come disciplina legittima, singola e separata dalle altre, in parte si comprende la difficoltà dell’officina di innamorarsi della pedagogia per tradirla con gli strumenti altrui… ma oggi penso anche alla bellezza di sapersi generati da una disciplina che basa le fondamenta sulla propria incertezza e sulla continua ricerca.  La pedagogia è femmina!

Come ti dicevo anni or sono torna “rotondo” il tuo setting pedagogico ma con una chiarezza cristallina nel descriverlo che ora è proprio impossibile non vederlo. 

Per tutto il libro la nostra lunga storia di amicizia si intreccia con quella del maestro. Io c’ero in tutti i tratti del racconto e ci sono ancora. Ma per la prima volta ho sentito più vigoroso esserti stata allieva che amica.  Credo semplicemente di aver capito meglio alcune cose … oppure tu le hai sapute spiegare meglio, o tutte due le cose assieme. 

Molto emozionante il tuo riconoscimento al maestro.

È un piacere leggerti perché scrivi in modo incantevole (secondo me), le pagine scorrono attraversando paesaggi che sanno di cultura, eventi, storie, ricordi, affetti, atmosfere … sei bravo Igor, molto. E molto divertente. “Ancora” Igor ne vogliamo ancora …

In conclusione, secondo me, il tuo è un libro d’amore che parla delle tue grandi passioni. 

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