Auguri di luce e incanto

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di Irene Auletta

A volte la malinconia e’ proprio così e viene quasi esaltata dalle luci e dal clima di festa.

Forse è il Natale, forse la fine dell’anno, forse l’inverno che con i suoi colori caldi pizzica gli angoli dove albergano ricordi e sogni.

Con le amiche di una chat del cuore che da qualche anno ci lega, da Milano a Palermo passando per diverse regioni della nostra bella Italia, in questi giorni ce lo siamo dette con le parole nascoste dai sorrisi, dagli sguardi e da quell’ironia che solo anni di fatica possono nutrire con cura.

Nei giorni di festa forse si sente di più la mancanza di libertà e di quella leggerezza che fa sentire il suo peso solo a chi non può permettersela.

Noi madri di questa chat siamo legate da figlie e figli, ormai ragazzi e adulti, che hanno bisogno ogni giorno delle nostre cure e che, ogni giorno, con il loro amore puro ci nutrono e sostengono, tra gioie, fatiche e dolori.

Ce lo raccontiamo spesso nei nostri scambi e la condivisione assume un sapore tutto speciale laddove anche il silenzio si riempie di respiri, vicinanza e cuori che spesso battono all’unisono per ciò che, pur nella distanza, conosciamo da vicino.

Auguro a noi tutte e ai nostri figli  di continuare a sorridere, di non perdere la luce della speranza e di gustarsi con tenacia quella bellezza che solo gli occhi amari sanno guardare con l’incanto che, per me, continua a brillare al colore di Luna.

Venti dell’anima

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di Irene Auletta

L’avete saputo di Federico? A volte le domande sembrano creare ponti per potersi parlare e per dare voce a quel racconto che attendeva paziente di essere condiviso. Lo scorso anno quando ho incrociato lo sguardo di questa madre non ho avuto bisogno di conferme.

Ci siamo ritrovate per diversi anni sulla stessa spiaggia scambiandoci delicati sorrisi, unite dalla nostra stessa peculiare esperienza di maternità. Ma lo scorso anno quel filo mi ha raggiunto subito strappato e la conferma della morte del bambino e’ arrivata a dire di quel dolore già preceduto da qualsiasi parola. Io non ho osato dire nulla, ne’ lo scorso ne’ quest’anno, anche se i nostri occhi, incontrandosi, si sono comunicati parecchie sfumature.

Oggi la spiaggia e’ quasi vuota e solo in pochi non hanno rinunciato di farsi accarezzare da un vento forte e caldo. Il momento ideale per far arrivare vicino quella domanda, come una vela che unisce destini e sorti. La madre racconta e si commuove e le lacrime riempiono senza pudore anche i miei occhi. Il dolore, la mancanza, la voglia di arrendersi e la forza ritrovata, ogni giorno, nella presenza degli altri figli.

Tuo padre porge delicatamente quella domanda che immagino lì in attesa prima di sentirla. Ma avere altri figli non ti aiuta? Sai, noi che abbiamo una sola figlia spesso ci facciamo questa domanda. Forse madri e padri, di fronte a quesiti analoghi, hanno risposte differenti e solo nella tenacia di questo confronto si può trovare un respiro di vera vicinanza.

Il cuore spezzato che continua ostinatamente a battere, il senso incolmabile di perdita e quel vuoto che toglie il fiato. Per quella madre gli altri figli sono una storia “a parte” diversi da quell’amore speciale. Nulla da dire, solo da ascoltare e, quando accadono incontri così forti, mi accorgo di respirare piano quasi che anche il mio respiro possa disturbare.

Le parole devono poter volare nel loro tempo maturo e forse oggi anche le emozioni si sono un po’ riempite di leggerezza piena di aria di mare. Auguro a quella madre di continuare a crescere nel suo percorso e nella sua ricerca, perché il tempo possa farle intravedere ciò che mi pare ancora sepolto nell’ombra.

Oggi ho compreso ancora di più perchè la parola accettazione mi raggiunge sempre più estranea, vuota e sovente stucchevole, sia che si parli della peculiarità dei nostri figli sia che si parli della loro perdita. In casi analoghi, e nelle loro molteplici sfumature, il dolore non può essere “accettato” ma deve poter trovare un suo luogo dove accomodarsi, dove potersi ammorbidire con il passare del tempo e dove non manchi la possibilità di prendersene cura. Insieme al figlio ancora al tuo fianco oppure insieme al suo intramontabile ricordo.

Anche meno, grazie

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di Irene Auletta

Quando leggo alcuni post o articoli come questo ho sempre bisogno di prendere un po’ di distanza per mettere ordine alle onde bizzarre che increspano le mie emozioni.

In effetti la reazione più immediata potrebbe essere molto positiva, proprio a godere di quei movimenti di solidarietà umana di cui tante volte sentiamo la mancanza. Al tempo stesso però mi pare che, ogni volta, dare eccessiva enfasi a qualcosa che potrebbe essere la normalità, diventa solo un modo per sancire quella distanza siderale e quella differenza che, soprattutto nelle dichiarazioni di intenti più superficiali, vengono negate “mano sul fuoco”.

Mi sono molto piaciute le risposte di questi ragazzi citati nell’articolo che, rifiutando l’appellativo di supereroi, si sono dichiarati semplicemente i compagni di classe del ragazzo disabile.

Siamo in un mondo dove sovente gli atti di normale quotidianità o le semplici esperienze della vita vengono dichiarati e confusi con atti di eroismo o superabilità.

Mi sembra molto bello che tuo figlio, in prima elementare, non abbia preso tutti dieci come quei bambini che forse per un attimo hai invidiato, ho detto di recente ad una madre, pensando a quel pesante fardello di quei bambini destinati solo a confermare “l’eccellenza” o a sentirsi inesorabilmente mancanti.

Aiutare un compagno, crescere, fare esperienze di vita e di apprendimento vuol dire essere umani, persone piccole o grandi e non eroi.

Abbiamo sempre più bisogno di valorizzare i gesti e i pensieri di quotidiana umanità perché solo lì, nelle pieghe sottili della vita, si posso rinvenire quei veri atti eroici di fronte a cui inchinarsi. Possibilmente in silenzio.

Incontri gentili

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di Irene Auletta

Scendiamo a prendere il pulmino che ogni mattina passa a prenderti per accompagnarti al centro diurno che frequenti e stamane riusciamo a farlo con netto anticipo proprio per evitare attese anche a chi aspetta, dopo di noi, lo stesso passaggio. Di solito siamo gli ultimi e quindi anche un piccolo ritardo lo viviamo con più serenità ma in questi giorni è cambiato il giro.

Forza Luna non possiamo arrivare tardi e secondo me già ci aspettano giù!  Rituali del mattino che conoscono bene i genitori dei bambini piccoli e che per noi rimangono un costante appuntamento con il nuovo giorno che inizia.

Grazie signora per essere così in anticipo purtroppo in questi giorni che la collega è in ferie abbiamo dovuto anticipare di cinque minuti. Spero proprio che non vi abbiamo creato problemi. La gentilezza dell’autista che continua a scusarsi mi colpisce così come quella della sua collega incontrata per tutto l’anno. Persone attente, cordiali e sempre disponibili ad un sorriso.

Lo racconto sovente degli incontri belli e delle tante persone positive che abbiamo incontrato in questi anni insieme a te. Forse abbiamo imparato, e lo facciamo ogni giorno, a non farci troppo toccare da quella facile critica, accompagnata da un costante malcontento, ormai male incurabile dei nostri giorni.

Penso alla lezione Feldenkrais di qualche giorno fa e a quel lavoro che ha coinvolto bocca e mascella, spesso tirati o serrati nell’incontro con il mondo. In quel percorso di ricerca di morbidezza del corpo trovo ogni giorno vie possibili per relazioni gentili.

Può essere, figlia mia, che quella bocca morbida a volte non perfettamente chiusa evochi tanto facilmente il tuo ritardo. Ma quando è pronta a schiudersi in un sorriso è contagiosa e, per chi lo sa cogliere, diventa un buongiorno che profuma di primavera.

Sordità oppositiva

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di Irene Auletta

Ne parlavo ieri con una giovane collega e in questi ultimi anni mi ritrovo a farlo spesso, proprio nel tentativo di capire. Valanghe di diagnosi stanno invadendo la scuola. Dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, disturbo oppositivo provocatorio. Sicuramente ce ne sono altri che dimentico ma il piatto mi pare già sufficientemente ricco.

Non entro assolutamente nel merito delle valutazioni fatte dagli specialisti ma, come pedagogista, non posso non interrogare il fenomeno (ormai viste le dimensioni, di questo si parla!) e chiedermi quale contributo posso portare insieme a chi, come me, attraversa luoghi e incontri educativi.

Quando poi alcuni linguaggi e definizioni ricorrono anche in ambienti assai differenti, come ad esempio quelli che riguardano l’area della disabilità, infantile e adulta, il sospetto che ci sia qualcosa da riguardare nell’educazione mi raggiunge in modo abbastanza significativo e pungente.

Per essere ancora più chiara, ho come la sensazione che quello che valutiamo come disturbo possa essere solo un possibile punto di partenza per ripercorrere una strada a ritroso alla ricerca di ciò che lo ha provocato, insomma, farsi una domanda che vada ad osservare ciò che accade in quell’incontro, in quello scambio, in quella relazione.

Stamane, come sovente accade quando sono io ad accompagnarti a prendere il pulmino che passa a prenderti sotto casa, fai resistenza e dici no nell’unico modo in cui puoi farlo, utilizzando il corpo. Ti impunti, resisti e fai forza per tentare di contrastare l’indicazione di andare in quella direzione.

Ma mi trovi preparata e con un atteggiamento che un po’ ti spiazza. Ti ricordi cosa ha detto ieri la nonna quando hai tentato di fare così anche con lei? Ti aspetto amore, perchè non si tirano neppure i ciucci! Sembra che la nonna abbia dato voce ai miei pensieri quando, non di rado, vedo educatori comportarsi esattamente così.

Lo dico con un po’ di enfasi per sdrammatizzare e non pormi in nessun modo in contrasto. Scoppi a ridere mentre l’assistente “sorda” a quello che sta accadendo continua ad invitarti a salire definendoti “bravissima e leggera come una piuma, quando non ti opponi”.

Respiro, respiro, respiro e provo a diventare sorda anch’io. Mentre ci abbracciamo per l’ultima volta ti bisbiglio nell’orecchio i nostri segreti per un’ultima risata di buona giornata.

Siamo proprio sicuri che la creatività che costringe alcune relazioni a interrogarsi, ogni giorno, per sostenere l’amore e l’educazione, non possa diventare esempio, contagio e possibilità per tutte quelle altre situazioni che rischiano di soffocare nella loro stessa definizione di normalità?

Premure preziose

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Green summer meadow at sunset full of dandelions . Nature background.

di Irene Auletta

Non ti stancare! Proprio tu che non ti sei mai risparmiata nulla nella vita, in questi ultimi anni me lo ripeti in modo sempre più insistente. Chissà cosa intravedi attraverso quella figlia che ti sfreccia davanti agli occhi muovendosi qua e  là in un modo per te, oggi, troppo veloce?

Solo a guardarti mi fai girare la testa mi hai detto alcune volte mentre altre, il tuo sguardo preoccupato mi segue mentre rincorro la vita. Eppure anche tu non sei stata meno energica e di certo la tua storia non ti ha permesso grandi pause ma forse, dalla prospettiva degli anni, stai assaporando il gusto e il piacere di quella lentezza che conduce dolcemente smettendola di farti sentire spintonata verso l’impetuoso presente.

Ripenso ad una recente conversazione avvenuta in treno con una signora di sicuro più giovane di te e più anziana di me. Quel riconoscersi in una tappa della vita dove l’inevitabile  rallentare permette di gustarsi altri paesaggi. La signora in questione mi racconta dei viaggi che fa per l’Italia diretta a trascorrere qualche giorno con i suoi figli distribuiti in diverse regioni del nord.

Ora finalmente in pensione posso permettermelo e mi gusto il piacere di un riposo fatto di ciò che più mi piace. Incredibile come scambi così banali siano del tutto ignari di ciò che possono attivare nella mente di chi li raccoglie. Forse neppure ci si immagina di quanto le nostre normalità possano essere per altri orizzonti irraggiungibili e paurosi e, con il mio migliore sorriso di circostanza, cerco di cacciare il fondo alla scena tutte le ombre che improvvisamente mi affollano i pensieri.

Accompagnata da quel lento dondolio del treno, continuo a ripensare al tuo invito a proteggersi un poco, a risparmiare energie e a non esagerare sapendo che, mentre lo faccio, sto sicuramente eccedendo in qualcosa. La nostalgia è già pungente come quella malinconia che svela l’inevitabile.

Come si fa a non stancarsi quando la vita ti pone di fronte a certe avventure? Come continuare a prendersi cura di chi ogni giorno reclama bisogni precisi non smettendo di cercare, al tempo stesso, luoghi di riposo e di ricarica con altri che si prendano cura di te?

Ce lo rammentiamo spesso, noi madri impegnate in storie fatte così, il nostro bisogno di non trascurarci che è un richiamo a quella cura di cui noi stesse abbiamo necessità per continuare a stare vicine ai nostri figli.

Non ti stancare! Nessuno dopo di te mi guarderà più allo stesso modo e ancora mentre sei qui, sento già il doloroso vuoto della perdita.

Parole in volo

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di Irene Auletta

Accade di scoprirsi coinvolti in conversazioni che fanno sentire fuori luogo e fuori tempo e quando questo mi accade con persone di cui ho stima è ancora più difficile capirne l’origine e la forma del disagio. Così mi ritrovo coinvolta nelle preoccupazioni di una madre che ricorda con forte emozione la sua angoscia e il suo dolore di fronte alla possibilità di avere un figlio con una qualche malattia o disabilità. Ricorda che per fortuna tutte le paure si sono dissipate ma che, anche a distanza di anni ha ancora negli occhi le situazioni tragiche incontrate in occasione di alcuni ricoveri ospedalieri dove ha incrociato bambini con gravi sindromi genetiche. Da paura.

L’altra persona presente allo scambio, da anni vicina alla mamma che racconta, arricchisce il ricordo sia dando voce alla fatica di quei giorni passati che, rivolgendosi direttamente a me, sottolineando che ora il bambino non ha alcun problema e che lei ha fatto di tutto per aiutarla e rassicurarla. Sono passati un po’ di anni da quelle paure ma il ricordo sembra far riemerge ancora le tinte forti e cupe di quei giorni lontani.

Cosa c’è di strano in tutto questo? A parte il fatto che entrambe le persone mi conosco da anni e sanno benissimo di te figlia adorata? Nulla.

Al momento raccolgo solo un po’ di domande acerbe e mute che mi rimangono a girovagare tra lo stomaco e altre zone vicino ma ora ripenso all’accaduto di qualche giorno fa con uno sguardo differente. Le domande rimangono aperte e forse va bene anche così. Quello che però sta prendendo una nuova forma è la peculiare sensazione di essere diventata una madre, non una persona, ma una madre trasparente e mentre lo penso mi accorgo che questa per me non è un’esperienza nuova. Anzi.

Io che di certo non sono una persona che passa inosservata per carattere, atteggiamento, scelte e modi di attraversare la vita, sono sovente una madre trasparente. Ecco. L’ho detto. Sarà per timore, disagio, difficoltà o incapacità di avvicinare una storia come la nostra? Oggi le possibili risposte non mi interessano più perché ho ben chiaro che questo non può, e non vuole, essere un mio problema.

E allora cosa? Un tarlino mi gratta il cuore e prende la forma di quel pensiero sentito tante volte e mai detto. Per fortuna non è successo a me! Per fortuna, per fortuna, per fortuna. Eccole lì, le parole che scottano.

Le prendo tra le mani e le tengo strette accorgendomi che mi bruciano un po’ meno. Apro il finestrino del treno, ti penso, ti mando un bacio a distanza e le butto via.

Nebbia azzurra

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fabio-fiorese__sogno-allo-specchio_g1di Irene Auletta

E’ accaduto qualche giorno fa. Uno di quei momenti che hanno bisogno di tempo per decantare e prendere una forma raccontabile e condivisibile. Alcuni eccessi vanno protetti con grande attenzione e, fino a quando ne hanno bisogno, è bene che rimangano lì, in quel tepore dove pochissimi possono accedere.

In un tempo storico dove tutto sembra troppo ed esagerato, dove insistiamo a parlare di limiti e confini smarrendoli di continuo, dove corriamo come pazzi elaborando il valore della lentezza, arrivi tu a rimettermi “a posto”.

Non è stato un incontro semplice. Tu non puoi raccontarmi cosa è accaduto e io ho rinunciato a fare quelle domande che servono solo a me, destinate a non avere alcuna risposta. Così ti dico solo che ho capito. E’ successo qualcosa che ti ha messo in difficoltà o ti ha disturbato e tu hai bisogno di chiuderti un po’ al mondo lasciandomi spettatrice ad aspettarti.

Mentre siamo in auto dirette in un luogo che si allontana in quel giro che volutamente si allunga per prendere tempo, ogni tanto ti accarezzo la gamba per dirti in silenzio che sono qui, vicino a te. Non faccio nulla per nasconderti la mia tristezza che anzi ti racconto per il dispiacere di non poter capire. Tu chiusa nel tuo mondo e io qui, in quello che ti attende.

Mi hai insegnato, e continui a farlo ogni giorno, a stare in un silenzio pieno di parole, emozioni e sentimenti. Sto imparando a farlo anche in tua assenza e forse è proprio per questo che sovente le ondate di parole mi procurano nausea.

Proprio in questi momenti penso con forza che chi non attraversa situazioni analoghe non può nemmeno immaginare come ci si sente e ogni volta mi ripesco da quell’abisso tentatore per non ricadere nelle banalizzazioni che per prima detesto. Siamo lontane anni luce da tanti mondi che ci circondano e vicinissime ad altri simili al nostro dal quale a volte si possono osservare a distanza le bizzarrie della cosiddetta normalità. Non smetto più di chiedermi se mi passerà mai perché ormai da anni conosco la risposta.

Il tempo passa in quel nostro girovagare per la città avvolte da quella nebbia che come ovatta leggera mi fa sentire quasi al sicuro. Insieme a qualche squarcio di cielo azzurro si aprono pertugi di luce che permettono ai nostri sguardi di incrociarsi di nuovo, piano piano. Le prime luci natalizie fanno il resto.

Ridiamo poco dopo facendo merenda al bar mentre raccogliamo commenti della barista sul piacere di accogliere clienti di buon umore. Ti sorrido e nel cuore ti ringrazio ancora una volta per il nostro patto segreto. Le ombre meritano rispetto.

Dichiarazioni di indipendenza

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di Anna Maria Manzo

Ci risiamo, tra pochi giorni e’ Natale e io sono in ritardo, non ti ho preso ancora nessun regalo, non so proprio cosa farti trovare sotto l’albero.

Ogni anno è sempre più difficile, sei sempre meno interessata ai cd dei tuoi cantanti preferiti e ai giornali illustrati. Le sole cose che riempivano le tue giornate, erano questi i regali che ti piaceva trovare sotto l’albero, questi i tuoi unici interessi. Che caspita ti posso regalare quest’anno figlia ?

Certo se fossi una ragazza di 23 quasi 24 anni come tutte le altre della tua età me la potrei cavare con un capo di abbigliamento alla moda o con dei biglietti per assistere ad un concerto con gli amici o con mille altre cose. Ma noi siamo lontani anni luce dalla normalità dei tuoi anni. Da un po’ di tempo, anzi, troppo tempo ti interessa solo starmi vicino, sentire le storie che ti piacciono, i nomi delle persone a cui vuoi bene ripetuti all’infinito e poi stare mano nella mano, in strada , a letto, in macchina o davanti la televisione. Non mi molli nemmeno un attimo, neanche con gli occhi.

Ecco figlia il regalo giusto per me e per te, per noi, un po’ di indipendenza l’una dall’altra. Un po’ di tempo per te senza me e per me senza di te. Un dono che farebbe bene ad entrambe. A te per imparare che non solo io sono la tua vita e a me per imparare a respirare senza di te. Un regalo difficile da trovare ma non impossibile, tu aiutami però, io da sola non posso farcela!

Buon Natale Alessia!

Morsi di parole

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di Irene Auletta

Ci sono mattine così. Di quelle che iniziano con piccole lotte difficili da far rientrare e che sovente sfociano in un saluto condito con un po’ di dispiacere, da parte di entrambe.

Sei nella tua modalità non mi va bene niente e mi oppongo a tutto e siccome io insisto in una delle infinite pratiche mattutine che purtroppo non ti possiamo risparmiare insieme a quei nostri e continui gesti di interferenza, alla fine tu rispondi con chiarezza morsicandomi.

Ecco, alla faccia di tutti quelli che abusano della parola accettazione, da me ormai detestata cordialmente, ci sono rimasta male e ogni volta questi tuoi comportamenti mi fanno scontrare con alcune parti di te e di quello che sei che fatico assai a digerire.

Non è bello quando accade da parte di un figlio piccolo ma quando la protagonista è una ragazza di diciannove anni, la faccenda si fa complessa. So benissimo interpretare il tuo comportamento come una reazione chiara ad un mio gesto di invasione e, tante volte, sono io stessa a stimolare le tue risposte piuttosto che vederti rinunciare all’affermazione della tua volontà. E, in tali casi casi, non so cosa mi fa più male. Tuttavia, il pensiero razionale, non toglie nulla a quella mia reazione della pancia che ogni volta mi lascia con una sensazione di amaro in bocca e di profondo dispiacere.

Così, cerco vie di mezzo evitando un eccesso di parole che tanto non servono a nulla. Ti dico però che mi dispiace del morso e che, pur capendo il perché del tuo comportamento, quello rimane un brutto gesto. Ai tuoi tentativi di risate e di abbracci, che frequentemente utilizzi come risposta a discorsi seri o quando sei in una situazione di disagio, rispondo con fermezza a conferma della mia posizione.

Ti saluto guardandoti attraverso il vetro del pulmino mentre ti allontani e mi sembri assorta e pensierosa. Sarà stata una mia impressione o un mio desiderio? In questi momenti non so bene cosa pensare. Non mi aiutano quelli che di fronte a certe reazioni mi ricordano il tuo essere adolescente (che poi, parliamone!) e neppure quelli che fanno le faccine tra il pietistico e lo sdolcinato come a dire ma dai non essere così severa!

Insomma, su una cosa oggi ci assomigliamo senza alcun dubbio. Anch’io mi sento parecchio oppositiva e con una gran voglia di prendere a mozzichi le parole.

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