Durezza leggera

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durezza leggeradi Irene Auletta

La scena non cambia mai da anni e si ripropone periodicamente con urticante puntualità. Mentre stiamo uscendo dal centro che frequenti, incrociamo una signora mai vista che definisco un’operatrice di qualche genere grazie ad un cartellino che intravedo al termine di una “collana” di fettuccia colorata, che porta al collo. La vostra giornata è finita? State andando a casa? Gli interrogativi, accompagnati da un sorriso ebete e da una vocina in falsetto, mettono a dura prova le mie espressioni verbali e non, soprattutto nelle giornate in cui empatizzo con una tigre in gabbia proprio a causa di come funzionano alcuni servizi e di quello che intravedo, tristemente, nel tuo futuro.

La prima lezione Feldenkrais, dopo la pausa delle vacanze natalizie, mi trova bisognosa di occuparmi del mio povero corpo messo a dura prova dalle proteste senza parole che ogni tanto sembrano trasformarsi in incontri di lotta libera. Mentre siete sdraiati a terra provate a concentrare la vostra attenzione sul contatto tra la testa e il pavimento. Forse è un contatto duro, riuscite a sentire la differenza tra contatto esterno ed interno? Le domande dell’insegnante mi ricordano spesso una speciale bussola che prova a riorientare l’ascolto, proprio lì e in quel momento.

La differenza tra le due percezioni di peso e di contatto mi fa pensare a come possiamo incontrare il mondo, e quanto ci accade, provando a distinguere dentro e fuori, per ammorbidirne l’impatto e prendere quella distanza che serve per proteggerci e per proteggere le nostre persone più care.

All’inizio, testa e pavimento sembrano due forze che si oppongono, concentrate in una forte pressione che svela anche una grande fatica percepita a livello delle doloranti spalle. Al termine della lezione, come sempre accade, corpo e stato d’animo viaggiano insieme più leggeri, capaci di volgere a ciò che incontrano uno sguardo meno severo, grazie al nuovo apprendimento.

Vorrei rispondere alla signora che ne ho piene le scatole delle comunicazioni che ci raggiungono come se fossimo dementi, delle domande ripetute in modo stereotipato per paura di stare in quel silenzio pieno di sguardi e di racconti muti, dell’aggressività che mi raggiunge, anche se inconsapevole o non voluta, ogni volta che il mio Io si smarrisce in un Voi non meglio identificato.

La testa però mi ha insegnato che può incontrare il pavimento in modo differente, quasi delicato, e con questo pensiero ci allontaniamo abbracciate. Per oggi, basta sfide.

Je suis Humphrì Bogàrt

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Bogart Cool

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Ho appena letto questo articolo su la Repubblica di oggi. Un appello firmato da una serie di registi contro l’ipotesi di controllare, limitare o addirittura vietare l’uso del fumo delle sigarette da parte dei personaggi dei film e telefilm italiani. Un’ipotesi che sembra sia stata formulata da un gruppo di oncologi insieme al Codacons e ripresa dal Ministro Lorenzin. Geniale! Sopratutto la scelta di tempo. Quattro milioni di persone hanno appena cantato in Francia che la libertà di espressione non si tocca, e i nostri fini pedagogisti, che si annidano in tutte le professioni e in tutti i livelli istituzionali, pensano bene di decidere cosa sia educativo e cosa no quando si tratta di film e telefilm. Del resto, sempre in Francia e sempre con lo stesso splendido timing, hanno appena arrestato un cretino per aver detto cose cretine. Va bene, può esserci un’ipotesi di reato se le cose cretine incitano alla violenza o, peggio, al terrorismo, ma un po’ di prudenza…

Ad ogni modo, ecco il genio italico che immagina di bonificare le narrazioni cinetelevisive. Cattivi esempi, si sa. Uno vede un personaggio fumare in una fiction e corre subito ad accendersi una sigaretta. Vietato. Non è detto ci sia una correlazione diretta, non si può dimostrare, però a scanso di errori, meglio prevenire. Dunque, vietiamolo.
Sapete che c’è? forse bisogna cavalcare la tigre. E’ arrivato il momento di levare gli scudi contro ogni possibile messaggio diseducativo che il piccolo e grande schermo possono veicolare. Propongo dunque un controappello rispetto a quello firmato dai volenterosi, ma troppo di parte, registi. Propongo di lanciare una campagna di massa per mettere in elenco (all’Indice?), tutto ciò che dovrebbe essere tolto da ogni rappresentazione al cinema e in tv. Guardate, mi voglio rovinare, via tutto anche dai libri, dalle rappresentazioni teatrali, dai cartelloni pubblicitari e dai siti internet, ovviamente.

Propongo di iniziare l’appello con un tonante “via le armi e l’uso delle medesime da ogni rappresentazione”. Si facciano i film di guerra senza armi, i film d’azione senza armi, i film storici senza armi, le serie crime senza armi. Ecchediamine, che ci vuole? Pensate che meraviglia, che so, “Il giorno più lungo” oppure “Salvate il soldato Ryan” o anche “Platoon” senza quelle sordide macchine sputa morte a sporcarne il contenuto edificante.

Forza fini pedagogisti di tutta Italia, uniamoci! cos’altro dobbiamo mettere al bando?

Geni contagiosi

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gene_homer_simpson

 

di Irene Auletta

Capita anche a voi di essere colpiti da qualcosa che leggete o sentite e che, anche a distanza di anni, bussa alle porte dei vostri pensieri esigendo spiegazioni nuove?Rammento bene la prima volta che ho letto della tua sindrome genetica e di quell’aggettivo ricorrente che aveva attratto la mia attenzione quasi a volermi proteggere dal dolore di tutto il resto. Questi bambini sono caratterizzati dall’essere molto testardi, recitava l’articolo.

“Si dice (definizione da dizionario) di persona che vuol fare sempre a modo suo, che persiste in un atteggiamento o in una decisione, rifiutando di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”. Ma in che senso la testardaggine è un carattere genetico, cosa vuol dire? Non mi ha convinto allora e non mi convince ancora oggi, anche a partire dal fatto che questa etichetta viene sovente appiccicata ai più svariati tipi di disabilità. Vuoi dire che c’è un ostinato gene caratteriale che colpisce in particolare i bambini e i ragazzi con disabilità? E poi, com’è che da una parte si sottolinea un grave ritardo mentale e dall’altra la sofisticata abilità cognitiva di “rifiutare di ascoltare i consigli e le ragioni degli altri”? No, non mi convince affatto.

Ti proponiamo di fare cose belle, che sappiamo ti piaceranno e ti faranno felice ma, quasi ogni volta, ci misuriamo con le tue reazioni che segnano ogni gioia con una immancabile fatica. Non vuoi salire in auto e poi non vuoi scendere, non vuoi andare al cinema e poi non vuoi più uscire dalla sala a film concluso, non vuoi uscire di casa e poi non vuoi più rientrare anche dopo ore.

Insomma, facile a dirsi, sei testarda! 

Ma, mentre ti osservo sdraiata a terra nel nostro ingresso di casa, con già indosso il cappotto, in una delle tue performance tipiche, ancora una volta mi accorgo che, per convincerti, abuso di parole. Fidati di mamma. Babbo ci aspetta in macchina e andiamo a mangiare al ristorante. Dai, ormai sei una ragazza, non è ora di smetterla di sdraiarsi a terra per dire che qualcosa non ti va bene? Tu mi guardi, impugnando il tuo cucchiaio con aria di sfida e in apparenza decisa a non cambiare  posizione, mentre io vengo distratta dal brusio dei miei pensieri intorno a cosa posso inventarmi per farti alzare da terra e raggiungere l’ascensore.

Ma cosa caspita vogliono dire tutte queste parole per te che sei imprigionata in un eterno presente? Hai fame ora e noi non capiamo. Allora tu insisti e non molli. Al tuo pari, anche noi ci ostiniamo a convincerti così come tu ti ostini ad opporti per ogni cosa. Vuoi dire che la testardaggine è contagiosa? Forse, tenendo ferma questa definizione per i disabili, bisognerebbe estenderla anche ai genitori e agli operatori, convinti che la verità vera sia sempre e solo la loro. Io, ancora dopo anni, impazzisco di fronte alla tua impossibilità di esprimerti e alla mia di comprenderti.

Mi piaci quando ti opponi figlia, anche se mi sfinisci provocandomi a volte attacchi di grande sconforto. Mi piaci perché non rinunci a comunicare, a far valere la tua volontà, a esserci. Mi piaci perché, a dispetto di tutto, non ti arrendi e in questo ti riconosco tanto simile a me e a tuo padre.

Testarda come te, posso solo prometterti di continuare a cercare.

La luce dei preziosi

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silenzio 2di Irene Auletta

Allora oggi avete festeggiato un compleanno! dice la mamma spingendo un passeggino su cui è accomodato un bambino di circa tre anni. Il bambino fa un cenno affermativo con il capo mentre chiede quando arriverà anche il suo, di compleanno. Ma tu sei nato a luglio quindi mancano ancora più di sei mesi ed è parecchio tempo. Si, fa eco il bambino, è parecchio tempo. Ma io voglio che sia subito, dice accennando una lieve protesta.

A quel punto mentre mi allontano, sento la madre che prosegue in una dettagliata spiegazione che mi pare si ingarbugli nella teoria del tempo accelerato che, quando sarà più grande, vorrà fare di tutto per voler rallentare, bla, bla, bla.

Ecco, ne parlavo proprio qualche sera fa con una bella platea di genitori, di come il mondo adulto appare travolto da un’onda culturale che, rispetto all’infanzia, sembra aver perso completamente la bussola, a partire dai significati sino al rispetto di quei tempi di crescita, una volta sacri. Senza voler essere nostalgici credo sia importante tornare a chiederci perché tutto questo bisogno di ipercompetenza e di esibizione delle qualità dei figli. Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di incontrare, per il mio lavoro, genitori che sembrano imprigionati in una serie di cliché che forse faticano loro stessi a riconoscere e nominare. Non perché è mio figlio ma devo proprio dirle che è un bambino molto intelligente. Anche le insegnanti lo definiscono un bambino speciale. Ha un livello di comprensione che spesso mi spiazza… mi sembra quasi di parlare con un adulto!

Appunto, quasi.

Ma com’è che nella fascia dell’infanzia, indicativamente i bambini sembrano tutti dei piccoli geni e poi nel momento dell’ingresso alla scuola primaria, iniziano a fioccare deficit di ogni tipo, scarsa stima e fiducia nelle proprie possibilità, frustrazione di fronte all’insuccesso scolastico e via di questo passo in un lungo elenco che ogni anno mi appare più complesso e preoccupante? Mi chiedo spesso se tra i due movimenti non ci sia una importante correlazione, magari poco apparente ma assi incisiva. Se tutti quei bravo, bravissimo, sei un genio, sei super, che abbondano nei primi cinque, sei anni di vita non creino nei bambini un senso di attesa che si impenna verso la richiesta di capacità sempre più precoci e sicuramente orientate ad un successo, possibilmente immediato.

Il tema della fragilità è entrato prepotentemente nella mia vita molti anni fa, prima di figlia e poi di madre. Forse per questo motivo nelle scelte professionali il mio personale ago degli interessi mi ha orientato senza dubbi verso studi umanistici e nella ricerca di significati capaci di andare oltre quella patina di superficialità incollata alle nostre esistenze. Quella stessa fragilità che da mancanza, se ascoltata, è diventata valore.

Il silenzio è oro, si diceva una volta, quando si chiedeva anche ai bambini di prendersi un tempo per pensare o per ascoltare. Il silenzio è oro, direi io oggi a noi tutti che come adulti attraversiamo questa fase della nostra vita. Il silenzio è oro, perché fa brillare qualcosa che l’eccesso di parole rischia di offuscare e soffocare.

Il cuore, la scoperta e lo stupore.

Vincere il terrore

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charlie-hebdo
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Sei in giro per la strada. Magari su una bici, di servizio perché sei un poliziotto di quartiere. Ti imbatti in due criminali feroci armati di Kalashnikov che prima ti feriscono e poi ti freddano. Che fai? Muori.
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Sei in riunione con i tuoi colleghi di una vita. Stai per definire la strategia per la prossima settimana. Due criminali feroci armati di Kalashnikov prima sparano bucando la porta, poi entrano, ammazzano il poliziotto presente per proteggerti, poi falciano una decina di persone, senza alcuna pietà. Che fai? Muori.
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Lo stesso ti accade se sei un ragazzo in vacanza su un’isola vicino a Oslo, Norvegia, uno studente di una scuola superiore a Columbine, Denver, Colorado, un giornalista rapito in medioriente, alla mercè di assassini armati di mitra o di coltellacci da macellaio: muori.
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Che senso ha parlare ancora di difesa? davvero, in questi giorni surreali di immagini televisive che ti si piantano nel cranio e nella pelle, che senso ha? Come ci si potrà mai difendere da una spietatezza, una determinazione, una freddezza assassina di quella portata? Non ci si difende, non ci si può difendere. Si può solo sperare di non soccombere, di scamparla in qualche modo. E di venirne fuori il meno peggio possibile. O di morire in fretta.
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Ci si poteva preparare forse?  e come? girando a nostra volta con un mitra in spalla? un mitra appresso prendendo il caffè o sfogliando un giornale? oppure blindando ogni ufficio, ogni locale, ogni casa circondandoli di filo spinato e casematte? e a che pro? un attacco di sorpresa è sempre un attacco di sorpresa. Anche se hai in mano un cannone. Al massimo puoi sperare di vendere cara la pelle. Nulla più. Ma questo non è difendersi, è morire con le armi in pugno.
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I fatti di Parigi sembrano recitare il requiem per ogni velleità di difesa individuale. Ci sbattono in faccia la condizione di esseri inermi, esposti alla follia di chiunque. Dunque, che si fa, ci si arrende? oppure ci si arma diventando simili agli assassini dai quali vogliamo difenderci? Non credo.
E’ proprio in questi momenti che sapersi difendere diventa un imperativo etico.
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Anche di fronte al mattatoio di Utoya, mi ero posto questa domanda. L’avevo lasciata in sospeso in un post che poi non ho pubblicato. E’ ora di provarci.
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Dobbiamo innanzitutto combattere la nostra paura. Che è il vero nemico e ce lo portiamo appresso, sempre. La paura uccide la nostra vitalità molto prima di toglierci la vita. Di fronte ai pericoli più bastardi, impensabili e insostenibili, occorre coltivare il coraggio di vivere una vita normale, quotidiana, mediamente sicura, anche se potrebbe essere squarciata dal piombo o da un filo di lama. Le probabilità di essere massacrati da un pazzo con un mitra sono una su un milione, anche i pericoli più “normali” come essere rapinati, malmenati per strada, stuprati in un vicolo, sono una su centomila. Difendersi dal rischio di vivere nel terrore, non è già un buon motivo per imparare a difendersi?
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La paura è una sensazione, dunque è un fatto corporeo. Combatterla, significa disciplinare il proprio corpo, mantenerlo reattivo, acuirne la sensibilità ambientale, padroneggiarne il movimento. Si difende l’incolumità del corpo, ma è con il corpo che ci si può difendere. Anche quando si tratti di scappare o nascondersi, strategia difensiva sempre possibile e talvolta l’unica disponibile. Ma bisogna saperlo fare, dunque e possibile imparare a farlo.
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Ascoltare il proprio corpo mette a contatto con la nostra vulnerabilità. Siamo vulnerabili, dunque possiamo subire un danno, in qualsiasi momento, per incidente o volontà. Ma non siamo necessariamente fragili. Non è detto che un danno, un qualsiasi danno, ci mandi in frantumi. Anzi: un danno che non ci fa a pezzi, è manifestazione della nostra forza e della nostra resistenza e coltivare forza e resistenza, alza la nostra soglia di tolleranza al rischio, facendoci sentire più sicuri e meno esposti ai pericoli.
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In che modo tutto questo ci difende dalle pallottole dei pazzi criminali armati di Kalashnikov? in nessun modo. Ma ci può difendere dal terrore che quei pazzi criminali vogliono imprimerci nella mente e nel cuore. Perché le vittime dei terroristi non sono solo quelle uccise nell’azione terroristica, siamo tutti noi. E difendersi significa non soccombere, non farci pietrificare dalla paura, non sviluppare paranoie, fobie, isterie nei confronti dell’Altro come fonte di pericolo da evitare, allontanare e, prima o poi, annientare. Perché questo è il loro vero obiettivo. E per farlo dobbiamo riappropriarci del nostro corpo e della sua possibilità di proteggersi e proteggere, rispettando la vulnerabilità altrui.
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Ecco perché i fatti di Parigi mi convincono, contro ogni apparente logica e ogni criterio di efficacia, che sapersi difendere è un imperativo etico
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Scope e divinità

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la befanadi Irene Auletta

Ci sono appuntamenti che si ripetono con immancabile puntualità e con essi riti e rituali che, ogni anno, ne confermano il valore e la loro peculiarità. In genere, il giorno dell’Epifania lo trascorriamo con gli zii ultraottantenni di tuo padre che forse, proprio nell’etimo dell’odierna giornata, puntualmente ci rivolgono gli stessi quesiti quasi attendessero fiduciosi la nostra singolare rivelazione.

Ma secondo te, le parole che dici le capisce? Ma come fate a capire cosa comprende? Nel tempo è destinata a migliorare? Io e tuo padre ormai ce le aspettiamo, con un sorriso affettuoso sulle labbra.

Non potevano mancare anche quest’anno e l’interesse attento che soprattutto lo zio Beppe pone di fronte alle nostre risposte, conferma ogni volta che le sue non sono affatto domande di rito o di forma ma, al contrario, sembrano quasi confermare qualcosa di cui pare non riuscire a capacitarsi.

Quando eri più piccola alle sue domande spesso seguiva un’affermazione sentita anche altrove tante e tante volte. Eppure, vista in alcune espressioni e in determinati momenti sembra proprio una bambina normale! Gli anni che passano, seppur nello scarto abissale tra la tua età anagrafica, le tue espressioni e il tuo aspetto fisico, escludono ogni apparenza di normalità lasciando spazio solo a quesiti di miracolosi miglioramenti che faticano a dialogare con la realtà.

Mi viene in mente, quasi come contraltare, quello che sostiene mia madre con grande sicurezza circa la tua intelligenza e le tue capacità che, secondo lei, vanno ben oltre l’assenza di parole. Gli occhi dell’amore sono proprio così, fanno di tutto per non rimanere imprigionati nelle etichette e nelle diagnosi e cercano, in ogni sfumatura, aspetti che leniscano la sofferenza della disabilità.

Per lo zio Beppe il dispiacere riguarda sicuramente il nipote con cui è evidente un rapporto di affetto speciale rimarcato forse anche dal fatto di essere l’ultimo rappresentante di alcune radici familiari ormai in via di estinzione. Per la nonna riguarda te, me e i nostri sogni infranti.

Epifania oltre che ‘apparizione’ o ‘rivelazione’ significa anche ‘manifestazione della divinità’ e forse il mio amore cerca proprio lì la cura al dolore nella ricerca di ciò che, andando oltre qualsiasi spiegazione razionale possibile, chiede un dialogo profondo con l’anima delle storie, la mia e la tua.

Il mondo non smette di ricordarci che le valutazioni delle persone guardano più a quanto sanno fare che a ciò che sono. Io cerco ogni giorno segnali di essenza, di cuore e di anime misteriose.

Non è questo il panorama che si osserva viaggiando in cielo sopra una scopa?

Scelgo ergo sum

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Il bicchiere mezzo...nella tempesta

Talvolta mi chiedono se sono felice. Risponderò raccontando una storia. Anzi, due. Quindi verrà fuori un post piuttosto lungo: accomodatevi e armatevi di pazienza, un discorso sulla felicità non può essere troppo frettoloso.

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Storia numero 1
 

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Da allora non ci siamo mai persi totalmente di vista, nonostante la distanza. E’ capitato anche non ci vedessimo o addirittura sentissimo per qualche anno, ma il filo della nostra relazione non si è mai spezzato. Qualche anno dopo è arrivata Lina, fidanzata e poi moglie, e da allora è una coppia che frequentiamo, incontrandoci due o tre volte l’anno. Ci ritroviamo, io e Federico, anche dopo qualche mese, riprendendo da dove avevamo lasciato la volta precedente. Un intimità preziosa quella che intercorre tra noi, rara. E anche questa volta si è manifestata sin dai primi istanti.

Giornata solare e fredda da festività natalizie ancora in corso. Decidiamo di fare un giro in centro a caccia di luminarie. Eravamo in cinque: i torinesi e la nostra famiglia al gran completo. Ora, senza i figli ormai grandi, loro si possono muovere molto più liberamente e tutti e quattro, in varia misura, ci siamo così occupati di Luna.

Tram, fermata in via Larga, poi Piazza Fontana, Corso Vittorio Emanuele, Duomo, Galleria, piazza Fontana, piazza Mercanti, Cordusio, di nuovo tram per il ritorno. Una vera passeggiata da signori. Luna cammina felice, passando in continuazione da una mano all’altra, sempre comunque con due di noi a fianco, uno a destra l’altro a sinistra. Fa freddo, a un certo punto pare stanca, ma la convinciamo a portare Lina in giro per una Milano che ha frequentato anni per lavoro, ma non ha mai visto. Tornati a casa, ci stipiamo sulla mia auto e voliamo in quel di Melegnano per vedere la Casa di Babbo Natale. Un tripudio del Kitsch spettacolare cui ricorriamo per compensare la luminosità austera di questo inverno 2015.

Ma il pezzo forte è stato il ristorante.

L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra carino e molto attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. E poi, in pratica è dietro casa nostra. Abbiamo mangiato divinamente, serviti velocemente, Luna è stata straordinaria comportandosi da quella diciassettenne che è: ha finito una pizza enorme seguita da un gelato abbondante, mentre mangiava scansionava con lo sguardo tutto quello che stava accadendo nel frattempo in quel ristorante affollatissimo e attraversato in lungo e in largo da una decina di camerieri. Sarai disabile, figlia mia, molti dei tuoi tratti sono perennemente infantili, ma dietro quei tuoi occhi gioiosamente curiosi, si vede una persona che cresce. A suo modo. E noi, in questi momenti, sentiamo l’orgoglio montarci dietro il naso e nel cuore.

Abbiamo parlato di tutto noi adulti. Di Luna, dei loro figli ormai grandi ma ancora bisognosi della loro attenzione, del ristorante che avevamo trovato, della famiglia di lui, della nostra storia comune. Una serata serena, bella, piena. Della quale siamo andati avanti a parlare, la sera tardi, dopo che i nostri amici hanno imboccato la via del ritorno.

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Storia numero 2

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Ne era nata una splendida amicizia, ma la lontananza chilometrica e poi anche di scelte di vita, non ci ha permesso di viverla come avrebbe potuto, come avremmo voluto. Ci siamo persi di vista per moltissimo tempo, poi ci siamo rincontrati e riusciamo a concederci qualche momento durante l’anno o da noi o da loro, sempre però di sfuggita, lasciandoci ogni volta con il rammarico di non poter vivere assieme nulla.
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Faceva un freddo cane e portarsi appresso Luna non è mai una cosa facile. Abbiamo comunque deciso di farci un giro per il centro a caccia di luminarie. Siamo andati in tram, per non finire incasinati nella folla con l’auto, e ci siamo sciroppati un tour cittadino affollatissimo e gelido senza trovare l’ombra di una luce, se non quelle della Rinascente e l’immancabile albero natalizio eretto sul sagrato. Luna a un certo punto non ce la fa più, inizia a impiantarsi con quella modalità da mulo che trasforma noi tutti nel conducente che tira e tira senza riuscire a smuoverla. Tenta anche un paio di volte la tattica “mi butto per terra e resto qui”. Riusciamo a trascinarla in qualche modo sino in Cordusio, riprendiamo il tram e torniamo indietro. Sarebbe stato da restare a casa al caldo ma, per riparare la delusione delle luminarie mancanti, decidiamo di portare gli amici sino a Melegnano, a vedere la Casa di Babbo Natale. Una roba kitsch oltre ogni immaginazione, servita per lo meno a compensare sul piano della quantità, il centro illuminato che avevamo sperato ma non trovato.
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Poi c’è stato il ristorante.
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L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra per lo meno attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. In pratica era dietro casa nostra, ma abbiamo dovuto andarci comunque in auto perché rimettere in cammino Luna era da escludere, a meno di non arrivare in ritardo o, peggio, di arrivarci con un’incazzatura da far andare di traverso il menù. Pizze ottime e anche servite velocemente. Meno veloce riuscire a mangiarle, perché metà del tempo l’abbiamo passato a tagliare la pizza di Luna e ad aiutarla a infilarla con la forchetta. Procedura simile con il gelato successivo. Per lo meno ha mangiato tranquilla distraendosi con tutto il casino che c’era in giro per la sala.
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Nel frattempo noi adulti abbiamo parlato del più e del meno. Anche dei loro figli, che sino a poco tempo fa sarebbero stati lì in mezzo a noi, mentre ora sono sufficientemente grandi per farsi i fatti loro, mentre i genitori si fanno una gita a Milano per venire a trovare noi. Noi invece no. Noi siamo ancora in tre, nonostante Luna abbia diciassette anni e dovrebbe essere chissà dove con chissà chi e farci stare in ansia, invece di essere fisicamente in mezzo, in attesa che le si tagli la pizza, e ci resterà per tutta la vita. Insomma, una serata piacevole ma inevitabilmente amara, foriera di altre serate analoghe che ci restituiranno di volta in volta sempre di più l’impossibilità di cambiare. Abbiamo avuto amici con i quali abbiamo condiviso la nascita dei figli e poi i loro primi passi. Abbiamo visto con gli anni allargarsi inesorabilmente la forbice con nostra figlia. Li vediamo ora in apprensione perché i figli crescono, li vedremo fra non molto in attesa dei nipoti. Noi eravamo, siamo e saremo occupati a prenderci cura di una figlia condannata a un’infanzia perenne.
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Ci siamo taciuti tutto questo, dopo, quando siamo rimasti da soli. Troppo occupati a contenere il mal di schiena che nostra figlia, ancora una volta, ci aveva provocato.
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Epilogo
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La felicità non è una condizione: è una scelta.

Botte da orbi

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Spettacolo in prima fila qualche giorno fa. Stavo lavorando sui testi per la promo del corso di arti marziali, che coincidenze a volte, quando sento un vociare acceso che proveniva dalla strada sette piani più sotto. Sembrava gente molto incazzata. Mollo il portatile, mi alzo, mi precipito in balcone, mi affaccio. E mi sono goduto la più archetipica scazzottata tra due automobilisti, nel bel mezzo di corso XXII marzo, Milano, ovvero uno dei luoghi più trafficati della metropoli.
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Che dire? la gente non sa fare a botte, se volevo una conferma di questa verità, l’ho avuta. Tre round, dico tre, di gran sventoloni, ed erano ancora tutti e due in piedi. Un graffio sulla pelata e un po’ di sangue sulle labbra (sì ho un binocolo potente) per uno dei due, il più giovane e rabbioso fra l’altro. Tutto qui. E giuro che si sono menati di brutto: pugni, calci, strangolamenti. Mancava solo l’alabarda spaziale. Ci sono quasi rimasto male.
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Delle due l’una, o tutto quello che mi hanno raccontato in decenni di pratica marziale è una bufala e tirar giù un tizio di un’ottantina di chili è tutt’altro che facile, oppure quelli non sono riusciti a mettere a segno neppure un pugno decente (sui calci stendiamo un velo pietoso), e in questo caso tutto quello che mi hanno raccontato nei decenni di cui sopra, è tutto vero.
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Ma andiamo per ordine. Quando mi sono affacciato, un furgoncino bianco e una Ypsilon cremisi erano fianco a fianco e, dai finestrini, i conducenti se ne stavano dicendo di tutti i colori. Tipico. Intanto inizia  a formarsi la coda dietro i due litiganti, a dimostrare che non sempre il terzo gode. Spinti dai clacson, le due auto ripartono. E’ finita qui, penso. Ma da un certo modo di muoversi e poi fermarsi dopo pochi metri, capisco che non è così. Di nuovo affiancati, hanno solo cambiato lato, ricominciano gli insulti reciproci. Una portiera si apre. Un tizio esce dal furgoncino, lato passeggero, fa il giro e si piazza davanti al lato conducente del nemico. Forse i contendenti sono più di due.  Ancora urla e insulti. Poi, d’improvviso e con uno scatto felino, il tizio in piedi afferra la maniglia, apre la portiera della Ypsilon, afferra l’avversario, lo trascina fuori e ha inizio il parapiglia.
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Tra pugni, grida e botte, mancavano solo gli spari, sembrava una canzone di Jannacci. Prima si accapigliano in due, poi arriva un terzo a dar man forte al compagno, poi uno dei tre sparisce e restano in due a darsele. Nel frattempo vengono separati da qualche passante volenteroso che rischia di prenderle per giocare al peacekeeper, si riappiccicano nuovamente, si separano, si riappiccicano. Tutt’intorno si raduna il pubblico delle occasioni, mentre dietro la fila di auto bloccate nel bel mezzo del viale, si allunga. Arriva la polizia, in cinque minuti, velocissima, finiscono le botte, ma i due eroi vanno avanti a insultarsi per un quarto d’ora, minacciando in continuazione di venire ancora alle mani, mentre due agenti tentano in modo decisamente maldestro di impedirlo. Fine dello spettacolo, rientro in casa.
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Con una bruttissima sensazione nel corpo.
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Cosa avrei fatto, io, se mi fossi trovato in quella situazione? Immagino sia una domanda che si farebbe chiunque in quelle circostanze. Per lo meno chiunque di sesso maschile. In ogni caso è una domanda inevitabile per uno che pratica arti marziali da quasi trent’anni. E la risposta, sconceratante, è sempre la stessa: non ne avevo la più pallida idea. Sono decenni che incrocio braccia e gambe con i miei compagni, in palestra. Ho preso anche la mia brava dose di pugni, calci, leve, cadute. Ma il mio corpo mi dice che i due pirla per strada avevano appena vissuto un’esperienza completamente differente, che io non ho mai vissuto, nonostante o forse  proprio in grazia dei miei decenni di marzialità.
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Forse l’avrei fatto la prima volta, per certo non mi sarei fermato la seconda in mezzo alla via a urlare e insultare il mio prossimo. Lo so perché questo sì mi è capitato, e ho scelto di andarmene. Non sarei sceso dall’auto per andare a insultare dal finestrino il mio avversario, né tanto meno l’avrei tirato fuori dalla sua auto con la forza. E se mi fossi trovato nei suoi panni, non mi sarei fatto trascinare fuori, avrei bloccato le porte e sarei ripartito appena possibile. Oppure, forse, sarei sceso non appena avessi visto che faceva la stessa cosa anche l’altro, cercando di evitare il contatto, tenendo una distanza di sicurezza. Ma qui entriamo già nella speculazione pura.
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“E se l’altro…?”. E’ la domanda che ci poniamo tutti, noi marzialisti, almeno alle prime armi. Poi, smettiamo di formularla prima e anche di pensarla poi. Tanto è chiaro che non esiste nessuna pratica in grado di fornirti risposte preconfezionate buone per ogni possibile aggressione che “l’altro” può imbastire nei tuoi confronti. E’ uno degli insegnamenti più preziosi che l’arte marziale può fornire in una valuta spendibile in ogni circostanza della vita quotidiana.
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Il filmato, uno dei tanti che è possibile recuperare in Rete, mostra una situazione possibile, abbastanza tipica forse. L’aggredito sembra conoscere gli aggressori, è lì con la sua ragazza e viene impietosamente provocato e picchiato da più persone, persino da chi a tutta prima sembra arrivare in suo soccorso. Nel frattempo sullo sfondo si vede di tutto: passanti che passano, signore che escono di casa cariche di non si sa cosa, spettatori che si fermano e si godono la scena. Nessuno, comunque, interviene. MI chiedo: cosa avrebbe dovuto fare l’aggredito? probabilmente quello che ha fatto: limitare i danni. Forse poteva far allontanare subito la sua ragazza, prima che ci andasse di mezzo, ma per il resto si è protetto e non ha reagito. Aveva una sola alternativa. Scappare non di certo, perché l’avrebbero inseguito e avrebbe lasciato lì da sola la ragazza. L’alternativa vera sarebbe stata alzarsi e aver ragione dei suoi aggressori.
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Dunque la domanda è: sei in grado di mandare a terra due o tre persone in quelle condizioni? Se la risposta è no, quello che ha fatto lo sfortunato ragazzo aggredito in quel modo era probabilmente quello che doveva fare. Si noti che non ha alcun atteggiamento aggressivo, restando seduto si protegge la schiena, si ripara come può con braccia e gambe senza accennare il minimo gesto offensivo. E se la cava con un po’ di sangue dal naso e l’orgoglio ferito. Avrà tempo dopo per formulare delle risposte, se lo vorrà, perché la difesa da un’aggressione non si risolve necessariamente, e forse nella maggior parte dei casi, con una controaggressione più forte ed efficace.
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E questo valga per tutte le situazioni nelle quali ognuno di noi si trovi nella circostanza di sentirsi aggredito. Che siano pugni e schiaffi, oppure urla o anche più semplicemente parole e atteggiamenti che ci feriscono.
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Botte da orbi, letteralmente, significa menar le mani alla cieca, o quasi. Saper combattere, invece, significa usare l’intelligenza, anche a costo di lasciar perdere e andarsene, oppure prenderle, quando non c’è altro da fare e prenderle è sostenibile.

Natale forever

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Natale forever

(continua a leggere su FattoreFamiglia)

Appuntamento dicembrino della rubrica Riflessi Generazionali. Poteva non starci una riflessione pedagogica sul Natale…?

Che ci porti Babbo?

9 commenti

Luna Finestrinodi Irene Auletta

Cosa le posso regalare per Natale? Dimmi tu quali sono i suoi gusti e cosa le può piacere di più.

Da anni mi ritrovo di fronte a domande analoghe e ogni volta provo a percorrere strade creative. Mezzi sorrisi, spiegazioni più o meno sofisticate e suggerimenti possibili attraversati sempre da un velato imbarazzo. Cosa posso dire figlia dei tuoi gusti, delle tue preferenze o delle tue passioni?

Qualche giorno fa, grazie ad una di quelle coincidenze che bisogna prendere al volo, abbiamo fatto un piccolo viaggio scegliendo di andarci in aereo. lo scorso anno sarebbe stato impossibile anche solo pensarlo perchè la tua salute era in uno di quei suoi momenti no che trasformano ogni scelta in un possibile problema da affrontare.

Levataccia al mattino, volo, ospitalità a casa di amici e nuovo volo, concentrati in un fine settimana lungo. Il pensiero mi attraversa di corsa e mascherato di leggerezza. Oddio, ce la farai? Non ti staremo chiedendo troppo? E se ti senti male oppure fai una di quelle tue piazzate in un momento poco opportuno?

Dopo un’ora di viaggio in auto arriviamo in aeroporto alle sei di mattina accolti, poco dopo, da una cornice di montagne illuminate di rosa dai primi raggi di un bellissimo sole invernale. Tu sei particolarmente frizzate, come l’aria. Hai capito che sta accadendo qualcosa di speciale e, al di là delle nostre parole e dei nostri racconti, sembri guidata da un’irrefrenabile curiosità.

Cammini per un lungo tratto di strada senza alcuna protesta, studiando tutto ciò che ci circonda. Alla fine, oltre lo vetrate lo vedi e allora non hai più alcun dubbio. Ridi e salti con gli occhi che brillano. Si amore, saliamo proprio lì e ci facciamo un giro in cielo per andare a trovare Alessia, Anna Maria e Mario. Ti ricordi quest’estate che bei bagni abbiamo fatto insieme nella loro piscina e quanto ci siamo divertiti?

Il viaggio lo passi attaccata al finestrino, distraendoti solo per guardarci emozionata con quei tuoi sorrisi che raccontano mondi di emozioni. Noi ci guardiamo pensando la stessa cosa. Anche solo questo momento ci dice che abbiamo fatto la scelta giusta. La tua reazione è uno speciale regalo di Natale per noi che cerchiamo di raggiungerti nei tuoi luoghi, sovente misteriosi.

Dei regali materiali non ti importa nulla e ora lo posso ammettere con il cuore leggero. Ti piacciono le emozioni e le esperienze e questo è il nostro vero dono per te, figlia meraviglia.

Ci hai insegnato, e ogni giorno ce lo rammenti, che l’oggi è prezioso e irripetibile. Questo Natale tu stai bene e questo è il mio regalo più grande.

Per te, un volo.

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