Preghiere così

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di Irene Auletta

Entro o non entro? Ci arrivo guidata dai miei passi e quasi sento la tua mano che, pur a chilometri di distanza, si stringe nella mia tirandomi in quella direzione. Le chiese per te sono un’attrazione irresistibile e così, accompagnata dall’invisibile, entro.

È tardi e poco dopo l’ingresso mi accorgo di essere l’unica presenza in una vasta chiesta piena di meraviglie. Mi inoltro nel silenzio e sento quella preghiera laica che sorge spontanea quando meno l’aspetto. Ti prego, ti prego.

Quasi mi spavento quando arriva alle mie spalle un anziano prete che, con aria sorniona, mi comunica di aver chiuso. Vorrà dire che stanotte rimarrò qui a pregare dico sperando che apprezzi il mio umorismo. Si, si, risponde lui con un sorriso d’intesa, se poi si stanca, al piano di sopra c’è un letto di scorta!

E così spontaneamente si offre di farmi da Cicerone e inizia a raccontarmi di quelle bellezze che incrociano tanti significati. E di quel crocifisso cosa ne pensa? Mi chiede all’improvviso. Sono un po’ in imbarazzo ma al tempo stesso mi sento rispondere che ogni tanto, in una situazione così, mi ci sento anch’io, collocata lì da alcuni chiodi della vita.

Oddio, ma cosa sto dicendo a questo prete? Proseguiamo camminando nella chiesa, in silenzio. Se ci fossi tu, qui con me, questo “giro turistico” ti piacerebbe un sacco. Poco dopo saluto e ringrazio, uscendo da una piccola porticina laterale che, non molto distante, mi fa intravedere il mare.

La magia mi accompagna mentre mi dirigo verso il canto delle onde e la sento li al mio fianco. Sarà questa la spiritualità? Ti prego, ti prego.

Tu sai perché.

Lezioni impreviste

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lezioni impreviste

di Irene Auletta

A ben guardare non solo insegnamo anche ciò che proprio non vorremmo ma, di sicuro, impariamo molte cose che non avevamo affatto previsto o desiderato.

Stamane ripercorro esperienze attraversate tante volte in questi anni, nella mia vita di genitore. Visita medica, nuovi specialisti, ripetizione anamnesi sanitaria per la duecentesima volta e via di questo passo. Tante domande e tanti puntini di sospensione per tutta la complessità che ti sei portata nella vita, nel tuo speciale zainetto.

La giornata è tutta per noi e la impieghiamo a fare cose che ci piacciono, tanto che fino a sera, non ci penso. Durante la cena, nei nostri silenzi, la mente viene invasa dai nuovi accertamenti, dagli esami da ripetere, dai nuovi suggerimenti di cura.

Le spalle improvvisamente mi diventano pesanti o in realtà, inizio semplicemente a sentirle. Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, forse ora citerebbe quell’archivio delle fatiche e delle tensioni che pare albergare proprio lì, da quelle parti del corpo.

Solo qualche anno fa una mattina così sarebbe stata dipinta di ansia, preoccupazione, dolore. Oggi no. Ci si abitua, si fa il callo, si impara? Forse un po’ di tutto. Il corpo stasera mi mette in guardia circa la possibilità di sottovalutare ma su questo mi sento abbastanza serena. Non preoccuparti, ti ascolto, certo che ti ascolto.

Mi sdraio e la terra mi accoglie, fresca e rassicurante, mentre tu guardi curiosa e mi sorridi. Vieni a sdraiarti un pochino vicino a me tesoro e lasciamo un po’ di preoccupazione sul pavimento. Stanotte dici che si dorme?

Esperienze e connessioni

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Mail lancio ridimensionata

 

E’ un progetto al quale sto lavorando da tempo. Questa è la mail di primo lancio che sto facendo girare tra i miei contatti. Quindi anche agli aficionados di Cronachepedagogiche… Ho proferito inviarla da qui, invece che alle vostre mail, così anche altri possono dargli un’occhiata. E’ un’immagine, dunque cliccateci sopra per leggerla comodamente.

 

 

Stereotiombre

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stereotiombre

di Irene Auletta

Ed eccoci di nuovo qui, di fronte a quei comportamenti che si ripetono apparentemente senza senso, a cercare tra le pieghe di ogni piccolo gesto significati possibili. Le varie diagnosi ne parlano, a volte descrivendole nel dettaglio, ma lasciano sovente il “destinatario” in balia delle sue onde e alla ricerca di quei maldestri tentativi guidati da molteplici e incerti interrogativi. Cosa possiamo fare per aiutarla? Come possiamo affrontare questi momenti nel modo più sereno possibile? Come cavolo si affrontano queste maledette stereotipie?

Io mi domando spesso se tu soffri quanto soffro io osservandoti persa in quei gesti che sembrano avere il controllo su qualsiasi volontà. Di certo, sulla tua e sulla mia. E proprio in questi casi, mi rendo conto che ci sono esperienze che possono essere comprese in profondità solo se attraversate direttamente. Forse non a caso alcuni racconti sono possibili quasi esclusivamente con alcune persone, proprio laddove gli interrogativi trovano rifugio, in un porto sicuro di accoglienza e comprensione.

Per tutto il giorno penso al nostro difficile pomeriggio di ieri, alla tua e alla mia impotenza e al dispiacere che mi travolge in queste circostanze. Così ci aspetta una passeggiata, un gelato, un pomeriggio al parco. Devo alleggerire le spalle mentre mi accorgo che ogni sguardo che incrociamo non riesce ad evitarti, mentre serena e beata sei accomodata su quella sedia a rotelle che ogni tanto ci consente tragitti lunghi, con leggerezza.

Oggi va molto meglio vero tesoro? Ieri siamo rimaste bloccate in una trappola, ma ora è passata. Come sempre lo dico a te, per aiutare me. Ci sono giorni in cui l’ombra toglie il respiro ma questo pomeriggio non abbiamo dubbi. Andiamo alla ricerca della primavera, della luce e della bellezza dei colori.

Se è vero che ogni uomo ha la sua notte è vero anche che quando torna la luce del giorno bisogna imparare a non farsela scappare.

Io sono l’eredità

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di Igor Salomone

“Nel mondo dei libri i padri decenti sono molto rari. C’è Geppetto in Pinocchio e Atticus Finch nel Buio oltre la siepe, anche se poi è venuto fuori che in realtà era un suprematista bianco. Quindi rimane solo Geppetto, che però sembrava più un nonno. C’è una lunga lista di padri buoni a metà, uomini che non sono cattivi, ma pigri, inadeguati, ininfluenti o immersi in un mondo in cui i figli non abitano più, troppo invecchiato per permettere la comunicazione.” (oggi su Il Post)

Ti riconosceresti papà? Forse un po’ sì. Forse è il destino dei padri, prima o poi nella vita, sentirsi così. Anche se la tua vita di padre e di uomo è stata molto breve. Mi sono chiesto come ti vedo io, come sei nella mia memoria di te ormai così lontana. E, mannaggia, è un ritratto perfetto. Sin troppo perfetto. Tanto calzante da risultare improbabile.

Eri pigro, inadeguato, ininfluente, immerso in un mondo nel quale io non abitavo già più? Di sicuro è l’immagine di te che ho voluto costruirmi pensando al padre che avrei voluto tu fossi.

Pigro prima di tutto. Quante cose non hai fatto con me? praticamente tutto. In ventitré anni di vita trascorsi assieme ricordo in tutto cinque occasioni nelle quali mi hai accompagnato da qualche parte. E quattro erano musei. In vacanza non ci venivi quasi mai, al cinema non ne parliamo. Neppure nei compiti di scuola tu, maestro elementare, mi hai mai seguito. Per il resto te ne sei sempre stato in casa a farti gli affari tuoi.

Erano gli anni ’70 quelli della mia adolescenza. Figuriamoci se il tuo mondo non mi appariva consunto e polveroso. Tu non capivi, non potevi capire l’enormità del nuovo che stava emergendo. Avevi nemmeno cinquant’anni e ti vedevo vecchio da sempre. Non so se ti sia sentito mai inadeguato come padre, difficile non sentirsi tale in ogni caso. Sulla tua ininfluenza ho però attivamente lavorato giorno e notte da che ho memoria del mio rapporto con te sino al giorno della tua scomparsa. Era il mio compito: cercare d’essere quello che volevo io, indipendentemente da quello che tu volevi fossi. E diventassi.

Insomma, ho dovuto liberarmi di te per diventare quello che sono. Come tutti. Probabilmente è questo che si trova in letteratura: non i padri, ma il parricidio rituale che ognuno di noi deve compiere per crescere e diventare se stesso. Scrittori compresi. I padri non sono di loro né pessimi né scarsi. Tendiamo a pensarli così, per poterci immaginare migliori.

Ma te ne sei andato presto e il parricidio l’hai iniziato tu allontanandoti da me anche prima di lasciarmi definitivamente. Ho avuto così un’infinità di anni per desiderare, cercare e poi ritrovare il tuo lascito trasformato in eredità sotto la mia pelle. Scoprendone, con emozione e stupore, l’enormità.

Ho dovuto scavare a fondo, certo. Andando oltre le somiglianze più evidenti, quelle che mi irritano perché sono sin troppo uguale a te. Ma di ciò non hai colpa: è un problema mio se in qualche cosa sono come te senza averlo trasformato, facendolo diventare me. Come ho fatto invece per tutto il resto, che ho elaborato e digerito così tanto da rendere difficilissimo coglierne le origini. Ma non impossibile.

E così col tempo ho scoperto che mi hai insegnato tanto. Poco di quello che avresti voluto insegnarmi, moltissimo di ciò che eri. E l’hai fatto un po’ con le parole, il più delle volte con il tuo modo di stare al modo, qualcosa evitando proprio di insegnarmela e lasciandomi libero di impararla per conto mio.

Non so papà se ti rispecchieresti in me oggi. Dovresti compiere un’operazione filologica complessa anche tu per riuscirci. Ma ti assicuro che ci sei. Non come avresti voluto esserci, probabilmente, ma questo è un problema tuo. Per conto mio non mi importa un fico, non più per lo meno, che tu sia stato pigro o immerso in un mondo che già allora non riconoscevo più. Per certo mi hai lasciato moltissimo, che tu abbia voluto o meno, e io, oggi, sono l’eredità che ho saputo raccogliere di ciò che tu mi hai lasciato.

Quindi al diavolo tutta la letteratura che non sa vedere oltre il bisogno di ognuno di liberarsi delle proprie origini, diseredandosi al contrario. I padri sono ben altro, bisogna solo sapere dove guardare, ovvero noi stessi e come siamo diventati. Mi sembrava un buon modo per farti quegli auguri che tu non hai mai voluto perché, dicevi, Giuseppe era un padre adottivo. Ma un padre, in qualche modo, è sempre adottivo. Sia nel senso che sceglie di essere padre di un figlio quando lo riconosce, sia nel senso che il figlio, prima o poi, deve decidersi ad adottare il proprio padre per capire di chi è stato figlio.

Auguri papà e, attraverso te, a tutti i padri del mondo.

Questione di punti

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punto-di-domandadi Irene Auletta

Ne avete mai incrociati anche voi di quei personaggi che, dopo poche ore o giorni di conoscenza, esibiscono certezze proprio laddove voi, dopo anni, brancolate ancora tra le ombre? Io ne ho incontrati parecchi, sia nella cerchia professionale che in quella più delicata della mia vita privata e devo riconoscere, che se in passato mi creavano diversi pruriti, ora sto imparando a osservarli da una certa distanza.

Proprio da questa prospettiva non vedo più persone sicure, dotate di fine intelligenza intuitiva e capaci in un attimo di capire tutto, ma solo insicurezza, superbia, superficialità e sovente, tanta ma tanta ignoranza.

Si signora, è chiaro che suo figlio si comporta così perché … Quella madre non sarà mai capace di attenzioni diverse….  I due genitori sono irrecuperabili… Più di così con quel tipo di disabilità, non è possibile fare … E via di questo passo a raccogliere sentenze più che valutazioni, giudizi vuoti più che pensieri ancorati seriamente alla realtà e a un qualche sapere.

Anni fa tacevo, per inesperienza e giovane età. Ora basta. Ho scelto di fare una professione che mi porta a contatto con le persone e con le loro storie, con operatori impegnati quotidianamente in un lavoro educativo, in un mondo dove parlare di educazione non è solo un vezzo ma un valore imprescindibile di ciascuna azione.

Qualche giorno fa, durante un convegno dedicato al tema della Narrazione, ho incontrato persone che da anni, e a vario titolo, lavorano con grande serietà nel mondo dei servizi rivolti alla persona e alla prima infanzia nello specifico. Ho sentito molte domande e riflessioni aperte, ho raccolto tante emozioni, ho avvertito quel sapore frizzante che solo la passione educativa fa riconoscere.

Non ci posso pensare che facevamo anche noi molti di questi lavori e ora il nulla! Non posso credere che tutto sia andato perso e che per molte colleghe lavorare con i bambini non sia più una ricchezza e il cuore del nostro lavoro. Ma cosa possiamo fare secondo te? Un’educatrice con cui ho lavorato per molto tempo anni fa, di fronte all’esperienza di altre colleghe esibita durante il convegno, non è riuscita a trattenere lacrime di dispiacere per ciò che non c’è più nella sua realtà e, di gioia, per quanto ancora è possibile fare altrove.

In occasioni come queste si incontrano sempre persone che anche dopo molti anni di professione sono ancora lì per imparare, riflettere, interrogare e confrontarsi e altre che devono esserci per raccogliere il minimo monteore di formazione obbligatorio, previsto dai loro servizi.

Non è necessario essere particolarmente perspicaci per riconoscerne le differenze. Per fortuna, nei miei incontri, le appartenenti alla prima categoria sono ancora la maggioranza e sono quelle che restituiscono ogni volta senso al mio lavoro. Le altre le vedo sempre più lontane, perse tra i loro punti esclamativi a rinforzarsi delle loro insipide certezze.

Il Dio delle cose minuscole

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sul filo della luna

di Irene Auletta

Sono anni che ci muoviamo alla ricerca di quelle piccole autonomie che ti permettano di stare meglio nella relazione con gli altri e, soprattutto, di poter determinare frammenti nelle storie che ti circondano.

Su questo fronte purtroppo abbiamo raccolto davvero pochissimo. In tutti questi anni è sicuramente cresciuta la tua curiosità, il desiderio di provare e sperimentare senza smettere mai di coltivare nei nostri vasi speciali i toni della meraviglia e dello stupore.

Su alcune dimensioni però dobbiamo riconoscere di essere ancora ai blocchi di partenza. Non c’è verso di farti fare qualcosa su richiesta o di farti attivare comportamenti spontanei su questioni legate alle tue piccole autonomie. Prendi pure quello che vuoi in frigo. Vai in bagno quando hai bisogno. Mi passi la maglietta?

Noi insistiamo tenacemente ma ci muoviamo smarriti di fronte alla scarsa chiarezza di alcune tue comunicazioni. Tanto appari presente, attenta, consapevole in talune circostanze, tanto in altre sembri abitare quel pianeta lontano, lontano di cui porti il bellissimo nome.

E così, in questi giorni riesci a stupirci attivando in due particolari occasioni quel comportamento spontaneo che abbiamo provato a suggerirti infinite volte. Tuo padre mi racconta che qualche giorno fa, mentre lui era in un’altra stanza, hai aperto il frigo, preso uno yogurt e ti sei seduta a tavola …. Ad aspettarlo? Stasera vai in bagno spontaneamente mentre io sto facendo altro e mi chiami per esprimermi chiaramente un tuo bisogno.

Ti sorrido senza enfatizzare troppo e nel frattempo mi accorgo che il cuore mi batte all’impazzata. Accadrà ancora domani? È scattato qualcosa di nuovo? Vuol dire che stai iniziando ad agire anche in queste occasioni quella tenacia e perseveranza che ti contraddistinguono sin dai primi giorni di vita?

Non importa mi dico, mentre ringrazio non so neppure chi di questa piccola grande novità. Forse qualcuno si prende a cuore anche tali enormità che agli occhi dei più appaiono minuscole e stasera, il suo sguardo è rivolto a noi.

S-GRIDA-RE

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post Nadia 2di Nadia Ferrari

Ho sgridato mia madre si. L’ho fatto “forte” proprio come si fa con i bambini indisciplinati quando si é raggiunto il limite della sopportazione e dopo aver tollerato diverse torture. Uno s-grido! che potesse mettere fine. L’ho fatto prima crocifiggendola con i fatti, poi combattendo contro le sue bugie, le sue fughe, le sue sleali giustificazioni e resistenze ed infine, ammonendo e minacciando una più severa punizione (fantasmatica e impraticabile) se le cose non fossero immediatamente migliorate.

L’ho fatto senza alcuna delicatezza spinta dalla furia, sono stata informata dei suoi litigi e atteggiamenti sociali scorretti verso altre persone anziane e senza sentire ragioni sono scoppiata. Ancora? Ancora problemi? L’ho fatto in realtà non proprio così facilmente, prima dell’esplosione ho attraversato la sorpresa (mia madre ha sempre avuto il dono di sorprendermi, più verosimilmente di allibirmi) poi l’incredulità ed infine la vergogna.

Ecco la vergogna. Una vergogna complessiva a più dimensioni verso di te mamma per come sei fatta o per la mia impossibilità di identificarmi in una anche minuscola parte del tuo carattere; e verso la ricaduta delle tue azioni sugli altri. Quando invecchiano non li si riconosce più, non si sa come trattarli e ci si attacca alla infinita serie di luoghi comuni che soli abitano le nostre interpretazioni: “tornano bambini, fanno i capricci, diventano egoisti, bisogna sgridarli”. Diventano… ritornano… restano… Come se la cosa non ci riguardasse. Sarebbe più corretto usare i verbi in prima persona: diventiamo… ritorniamo … scatterebbe forse anche in me un minimo di empatia.

La verità è che noi mamma non ci riconosciamo e non siamo riconoscenti. Le argomentazioni che mia madre dà dei suoi comportamenti sono desuete, démodé, sono scadute. Non è nemmeno escluso che una volta andavano bene: forse nel suo tempo, nel suo contesto, nel suo mondo si poteva litigare ed offendersi con più leggerezza.

Mia madre ha 84 anni l’ho sgridata “forte” per delle azioni alle quali io non ero presente. Ho infilato una dietro l’altra azioni pedagogiche di sicuro insuccesso lo so. Ad una certa età ti tocca educare tua madre? tocca a me farlo? E’ legittimo accompagnarla così nella fase finale della vita? Domande aperte nella loro chiusura: intesa come combinazione che permetterebbe di vincere la partita.

La vergogna dà un dolore profondo e mina l’identità, dopo averla sgridata “forte” ora, distolgo lo sguardo quando incrocio i suoi occhi desolati e lo abbasso quando entrando al Centro incrocio quello del personale che la accudisce in mia assenza. Si può spiegare la vergogna come eccesso di difesa?

Sono stata sulla difensiva mamma non ti ho compreso e non ti ho difeso… Non l’ho fatto non solo perché tu sei indifendibile ma perché io ho smarrito il valore di ciò che stavo difendendo. Avrei forse dovuto uscire allo scoperto, osare, riconoscere che la vita è comunque è sempre una sfida e provare ad investire energia ancora su di noi ma riuscirò mai a chiudere le crepe con dell’oro rendendole preziose?

Forse sono ancora in tempo.

Mondi in volo

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Figli con le ali

di Irene Auletta

Ancora oggi non ci conosciamo di persona e i nostri primi contatti sono nati attraverso Facebook e gli scambi relativi ai miei post pubblicati su questo Blog. Il 16 ottobre del 2013 (potenza delle tracce scritte!) ricevo un tuo messaggio privato in cui mi proponi di leggere un tuo racconto. Mi colpisce subito la delicatezza della tua domanda e accolgo la richiesta sperando di poter offrire un contributo significativo.

Mi ritrovo qualche giorno dopo a leggere la tua storia che in molte sfumature riflette la mia. Osservo tra le pagine la crescita di tua figlia e della vostra relazione, sorridendo per quelle vostre piccole grandi conquiste e sentendo una strizzata al cuore di fronte alle delusioni e allo sconforto.

I miei timori di trovarmi di fronte ad una narrazione troppo intimistica, svaniscono sin dalle prime pagine e mi scopro a leggerti in un soffio con grande emozione, tornando dopo qualche giorno a rileggerti per gustare con maggiore quiete l’onda del tuo narrare.

Proprio di recente il tuo libro è stato pubblicato e fra pochi giorni farai la prima presentazione a Palermo, nella tua città, proprio mentre insieme ad altre madri stiamo cercando di organizzare prossimi momenti di incontro anche nelle nostre città, sparse tra Nord, Centro e Sud. Immagino la tua emozione e anche la gioia per la realizzazione di un progetto che si è preso tempo per crescere e maturare, esattamente come accade ai nostri figli.

Mi hai fatto un bel dono chiedendomi di scriverne una breve presentazione e spero che le mie parole introducano il lettore nell’avventura della storia, permettendogli di incontrare la tua nella sua unicità, pur nel riconoscimento di molte sfumature familiari.

Non ci conosciamo ancora di persona e sono certa che accadrà a breve, ma quando le nostre mani si stringeranno sapremo con certezza di esserci già scambiate mondi.

Grazie Fiorella e buona fortuna!

Lo vedi che la cosa è reciproca?

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furio2di Irene Auletta

Ve la ricordate la citazione di Carlo Verdone in una delle sue scene comiche tra le più amare ed esilaranti? Ecco, oggi ho evocato proprio quella, pensando a me come genitore.

Ho sempre immaginato che nei tuoi e nostri confronti potesse scattare una sorta di pregiudizio e di certo, avere a che fare con me e con tuo padre, nei nostri panni di genitori, non deve essere facile. Purtroppo per te, questo ti tocca.

Ma in questi giorni, proprio nel confronto con operatori che hai già incontrato o potresti incrociare sulla tua strada, mi sono resa conto del potere inverso del mio pregiudizio.

La cosa, parlando di servizi per la disabilità e di operatori, mi riguarda in modo molto forte e quando si incrocia con la mia storia di madre fa scintille. Forse per le tante storie incontrate, per le esperienze deludenti, per la paura di vederti riflessa laddove non vorrei mai.

Ne parlavo proprio oggi con Fiorella, una mamma che, come me, si è cimentata con il suo doppio ruolo nei panni di insegnante, misurandosi quotidianamente con le idee, i pensieri, i gesti e le considerazioni relative all’inserimento dei disabili nella scuola.

Devo riconoscere che gli anni di professione mi hanno insegnato a prendere distanza e a trattare quei commenti lapidari e giudicanti sulle persone, mi hanno fatto scoprire molte sorprese affatto prevedibili ad un primo sguardo superficiale, mi hanno dato la possibilità di incontrare molte esperienze ricche, importanti e di alta qualità.

Però, ora che i servizi li sto incontrando come genitore, so che devo trovare un nuovo equilibrio e non è strano che tuo padre, su tali aspetti, sia decisamente più sereno. Se avevo bisogno di un ulteriore conferma sulle nostre differenti visuali, eccola.

Solo di recente ho iniziato a non considerare la mia professione come un ulteriore handicap della nostra storia e ora so che, proprio grazie ad essa, posso orientare diversamente il mio sguardo e, anche solo per un attimo, mettere a riposo quell’emozione sconsiderata che mi fa tua madre. Quello che da questa prospettiva è possibile vedere a volte fa male ma, molto spesso, restituisce anche nuovi spiragli di luce e di possibilità.

Proprio quelli voglio continuare ad attraversare per tutelare te e il tuo diritto di imparare ma anche per proteggere me, da quelle derive che il dolore può trasformare in vite piene di astio e rancore.

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