Tutti giù per terra

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di Irene Auletta

Eccomi di nuovo dopo una delle mie lezioni Feldenkrais a ripensare alle indicazioni di Angela, l’insegnate che ci guida una volta alla settimana, nei nostri incontri. La serata, ha come finalità dichiarata quella di lavorare sulle spalle e sulle anche.

All’incontro ci sono arrivata a fatica, stanca e influenzata ma subito contenta di averlo fatto di fronte alla cura e all’attenzione che ogni volta sento nell’accoglienza.

Al termine dell’incontro Angela ci invita a non dimenticare, anche solo per poco tempo, di sdraiarci a terra almeno una volta al giorno. Riprendete contatto con la terra, ci dice e dedicatevi un momento per ascoltare il vostro corpo e ascoltare come state.

La mia anima pedagogica ritorna alla lunga esperienza fatta nella formazione delle educatrici dei servizi per l’infanzia e al ricordo del senso di fatica ricorrente raccolto proprio dalle educatrici con maggiore esperienza professionale.

In effetti i bambini stanno tanto a terra e spesso chiedono all’adulto di chinarsi per raggiungerli. Ma se questa fatica si trasformasse in una possibilità per quell’adulto? Per regalarsi momenti per sdraiarsi accanto ai bambini, a raccontarsi storie, a godere insieme di quella particolare diversa prospettiva. Per ascoltarsi e dare valore anche ai propri corpi distesi al suolo. Forse in questo modo si potrebbe cogliere un’altra grande opportunità offerta dal lavoro con i bambini piccoli, lasciando un pochino sullo sfondo l’enfasi sull’esperienza cognitiva che negli ultimi anni ha rischiato di saturare tutto lo spazio dell’incontro tra bambini ed educatori e insegnanti.

Ora le mie spalle stanno decisamente meglio e percepisco con chiarezza anche le scapole, le mie amiche più sconosciute all’inizio di ogni lavoro. Le anche si riprendono il loro posto, già conquistato da più tempo.

Mi riprometto di fare il compito, o anche solo di provarci. A casa c’è qualcuno che di certo mi può aiutare e che sarà molto felice di non sentirsi ripetere per l’ennesima volta “alzati da terra, che sei grande!”.

Grazie

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Sapete? In molti mi hanno restituito di aver avuto coraggio l’altro pomeriggio in tv. Non so poi se per quello che ho detto o per il fatto stesso di essere andato dalla Parodi, in diretta. Può darsi, o comunque è quello che si vede da fuori, forse. Il coraggio, in verità, è una qualità che mi riconosco, ma a me non sembra di averne usato quel giorno in trasmissione, più di quanto non serva tutti i giorni.

Del resto parlare in pubblico è nelle mie corde, per me non è difficile. Ho iniziato con i microfoni a 17 anni, ovvero molto tempo prima che diventasse il mio mestiere, dunque fate voi il conto…

È invece molto più difficile per me non incazzarmi con mia figlia in quei momenti in cui l’idillio si interrompe, lei non fa quello che vorrei facesse, io capisco anche che ha tutte le ragioni per non volerlo fare, ma perdo ugualmente le staffe. Poi, il giorno dopo, vado a farmi intervistare in tv e le cose tornano ad avere un’altra prospettiva.

Probabilmente, l’esperienza del pensare pubblicamente la mia esperienza, mi dà il coraggio di viverla pienamente anche nei suoi lati oscuri e faticosi. Dunque, tirando le somme, dalla Parodi più che dimostrare coraggio, ne ho raccolto in quantità. Così come ne raccolgo in quantità da anni in ognuno delle decine di incontri, serate, convegni, interviste che hanno segnato il mio cammino.

Questo post, allora, è per ringraziare tutti voi che mi ascoltate e vi riconoscete e mi permettete di riconoscermi e, così facendo, mi aiutate a raccogliere tutto il coraggio che serve per raccontare quello che vivo e per vivere quello che racconto.

Ora ho un treno per Desenzano, mi aspettano alla biblioteca di Pedenghe sul Garda alle 20.30 per il prossimo rifornimento…

A presto

Imparare a camminare

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di Irene Auletta

Lezione Feldenkrais di ieri sera.

Angela, l’insegnante, ci accoglie annunciandoci che il tema della lezione riguarderà il camminare e ci anticipa che durante l’incontro andremo a sperimentare i diversi modi per farlo aggiungendo, un po’ sorniona, che solo quando le cose si possono fare almeno in tre modi diversi vuol dire che va bene … ottimo suggerimento per tutti gli amanti dell’assertività e di un punto di vista unico!

La lezione prosegue e i nostri corpi si mettono al lavoro sperimentando, prima goffamente poi in modo sempre più armonico, possibilità diverse per muoversi e per camminare.

Il trucco è di riscoprire l’esistenza del bacino, come dice Angela, il nostro centro e la nostra forza, insieme alla percezione del nostro peso e del suo spostamento sulle gambe.

Non posso fare a meno di pensare a te, che fra qualche giorno compirai quindici anni e che, proprio in questi giorni ti stai cimentando con la bizzarra idea di provare a saltare. Tu, che hai conquistato a fatica la possibilità di camminare, vuoi provare a staccare i piedi da terra? Pazzia allo stato puro.

Vado avanti a provare camminando, muovendo e sentendo parti del corpo fino a quel momento totalmente dormienti chissà dove. La meraviglia di certe scoperte è proprio da provare.

Al termine della lezione Angela, che da tanti anni, quasi da sempre, è anche la tua maestra Feldenkrais, mette una musica samba per concludere in allegria e per non dimenticarsi di … sculettare! Immagino una telecamera nascosta a riprendere questo gruppo di donne nelle varie tappe del lavoro e a registrarne le risate finali.

Forse Angela ti ha insegnato anche questo e forse tu, di tuo, sei proprio fatta così.

Ci provi a saltare e, a tuo modo, un po’ sembri quasi riuscirsi. Ti guardo negli occhi mentre ridi e sei felice. Ti stacchi da terra quasi niente ma io, ti vedo volare.

Zincatura a caldo e sentimento

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Beh, mi piacerebbe che nel nostro settore, diciamo così, merceologico, imparassimo a utilizzare linguaggi così…

Avatar di Roberto S.ZAC 3.0

IL post di oggi nasce da una discussione molto istruttiva, nata su Linkedin all’interno di un gruppo di cui facciamo parte,  tra me e Ivan Casagrande, che ringrazio.

Lo ringrazio soprattutto perchè pur non essendo propriamente del settore ha dedicato parte del suo tempo per leggere il mio post e per commentarlo. A conclusione di uno dei suoi interventi egli scrive

[..]Pero’ non si puo’ mortificare il talento artistico degli artigiani imponendo
spessori, fori di dilatazione e forme semplici dei pezzi da zincare.
Il fabbro deve essere libero di realizzare il pezzo nella forma che ritiene,
deve essere l’azienda di zincatura ad avere la tecnologia per zincare
bene senza distorcere il pezzo.

Sarebbe interessante sapere anche la visione di altre figure professionali oltre la sua, e spero che ne arrivino.

Quello espresso da Ivan è proprio il sunto di tante osservazioni riportate anche dai miei clienti, ne cito alcune:

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Care drivers

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di Igor Salomone
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Pare che, mentre io e mia figlia costeggiavamo Milano godendoci la nostra crociera low cost, moltitudini di genitori fossero in giro, al seguito di figli impegnati in un qualche torneo, di un qualche sport, per una qualche associazione sportiva. A colazione oggi un mio amico l’ha buttata in matematica: sabato, paese dell’hinterland milanese, torneo di calcio, otto squadre, tot giocatori per squadra = tot genitori. Semprechè al seguito non ci fossero entrambi.
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Perchè non stiamo parlando di andare alla partita del figlio/a tipo dai che oggi vengo a vederti che te l’ho promesso un sacco di volte ma oggi giuro! Stiamo parlando di trascorrere mezzo week end portando figli/e sin sul luogo delle loro attività, aspettare che le svolgano, ricaricarli in auto e tornare indietro. Figo. E, mi dicono, questo vale in stagione per tutti i santi week end, ai quali naturalmente vanno aggiunti gli allenamenti infrasettimanali.
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Mi piacerebbe a questo punto offrire saggi consigli pedagogici, ma non mi vengono. Avere Luna come figlia mi rende un marziano attonito di fronte a questa deriva da tassisti assunta dalle vite familiari. Sarà che debbo con fatica inventarmi ogni giorno cosa fare con Luna. Ma alla fine, qualsiasi cosa mi inventi, la faccio con lei. Di ore in auto ne passiamo parecchie, ma non la porto mai da nessuna parte: ci andiamo insieme. Mi seccherebbe dover ammettere che un figlio disabile è la via più breve per dare un senso a quello che fai con tuo figlio. Di sicuro mi permette di evitare le pratiche diffuse e date per scontate. Perchè non funzionano e quindi mi tocca cercarne altre. Che culo.
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Poveri genitori, comunque. Ridotti a care drivers da un mondo che impone a ragazzi e ragazze una normalità affollata di impegni che non sono in grado di affrontare da soli. Facendone in sostanza dei disabili motori obbligati all’accompagnamento, proprio mentre si recano nei luoghi della prestanza fisica.
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E poveri ragazzi e ragazze. Costretti a tirarsi appresso ovunque i genitori, se vogliono fare ciò che desiderano fare. Magari dopo anni trascorsi ad essere trascinati ovunque dai genitori, per fare ciò che i genitori desideravano fare.
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Povera esperienza educativa, alla fine, se fare assieme qualcosa significa fare quello che vuoi tu adesso, perchè tu faccia quello che voglio io in un altro momento. Non so, ma a me pare che così si perda il piacere e l’opportunità di fare ciò che né tu né io faremmo, se non lo facessimo assieme. Fosse anche un tour circoncittadino a cavalcioni di una filovia.

Crociere low cost

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Eccoci sull’autobus. La 91. Detta anche Circolare destra, o sinistra, non riesco mai a ricordare. Anche perché se é una circolare mi sfugge la logica destra/sinistra. Tocca di inventarsi tutto con Luna, l’ho già detto, e di quel tutto il 90 per cento non é adatto a lei. Ho già detto anche questo.

Giornata uggiosa. Sembra sia lí per piovere, poi esce un occhio di sole, comunque bigio tutto: l’umore, il tempo, i riflessi del corpo. Niente gita, che il più delle volte salva la giornata weekendina. Speri che tv a gogò e fotogallery di vacanze familiari sparate sul 42 pollici bastino. Ma non bastano. Un sabato puô essere fottutamente lungo.

Sai cos’é Luna? Tra qualche giorno compi quindici anni. E io dovrei essere a casa in ansia, tu fuori con le amiche chissá dove, preso tra un film e un libro, in attesa del tuo ritorno. Invece tua madre e io ci siamo detti che dovevi uscire. Dove e a far che é giá un problema, ma alla fine é un problema piú grosso stare rinchiusi tra il divano e la cucina, dunque tanto vale vestirsi e andare. Poi si vedrà.

Eccoci sull’autobus. La 91. Detta anche Circolare perché fa il giro di Mlano, chissenefrega se a destra o a sinistra. Ed é da quando siamo saliti, anzi da prima, che ridi guardando tutto e tutti. E tutto e tutti ti sorridono, perché é impossibile resisterti quando sei felice. 1 euro e 50 di felicità, per me perché lei non paga. A volte la felicitá puó essere molto a buon mercato.

Viale Jenner. Saremo si è no a un terzo del nostro giro. Tranquilla Luna la nostra crociera urbana é ancora lunga. Hai tutto il tempo per godercela. È un refuso, stavo per correggerlo. Ma alla fine va bene così.

Dolori in saldo

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di Irene Auletta

In questi giorni è impossibile non essere raggiunti da video o commenti che richiamano quanto accaduto in una scuola padovana, a seguito dell’intervento della polizia che ha coinvolto un bambino di circa 11 anni. Non è necessario indicare link o post perchè con una semplicissima ricerca si viene immediatamente travolti dall’inondazione che arriva da ogni angolo del web. Ci si perde a leggere articoli di quotidiani, post e commenti ai post. Il riflesso è quello di questo momento storico che, tra l’alternarsi di toni moderati e infiammati, fa emergere senza pietà un modo di comunicare fatto di insulti, accuse, punti esclamativi che si rincorrono con toni tronfi.

Non voglio entrare nel merito della questione specifica perchè, anche come addetta ai lavori, so bene quanto sono delicate alcune questioni e quanta complessità c’è dietro alla banalità di tante comunicazioni un po’ pret-a-porter.

Mi preme invece non farmi travolgere da queste modalità di dire, informare, comunicare e non solo perchè mi trovano in disaccordo, ma perchè mi portano a chiedermi in modo ricorrente cosa passano e trasmettono insieme ai contenuti stessi. Quanta tensione, aggressività, sfiducia nelle istituzioni e nei confronti delle persone che ne fanno parte.

Mi piacerebbe che si potesse discernere ciò che può far scattare un video da ciò che invece è possibile dire, commentare, conoscendo realmente una situazione e lo svolgersi degli eventi.

Detto questo, non credo ci si debba tirare indietro rispetto all’esprimere una sensazione o un pensiero di errore o di ingiustizia, ma da qui a generalizzare e armarsi di bandiere e slogan accusatori, ce ne passa.

Il guaio è che in tutto questo modo di trattare le vicende, soprattutto quelle così gravi, si finisce con il perdere di vista proprio quello che si dichiara di voler proteggere. Indubbiamente dietro tante storie c’è tanto dolore che faticando ad esprimersi si manifesta solo attraverso le forme del conflitto, della rabbia e dell’aggressività. Fermarsi a questo primo sguardo superficiale e non andare realmente a fondo dei significati, vuol dire non proteggere nessuno e colludere con una cultura che, una volta spenti i riflettori, spegne anche la riflessione intorno a tanti problemi cocenti.

Se realmente ci si vuole preoccupare dei tanti bambini, vittime di molte separazioni conflittuali, bisogna davvero chiedersi, con molta forza, cosa siamo in grado di fare prima che le situazioni esplodano e quanti e quali risorse possiamo pensare di attivare a sostegno di tali situazioni. Bisognerebbe certamente riflettere insieme sulla solitudine che incontrano molte famiglie ma anche sul sostegno costante che ricevono tante altre, con interventi mirati a sostenere sia i bambini che gli adulti che si trovano ad attraversare momenti di grande difficoltà.

Per fortuna, tutto il fango mediatico non copre quello che quotidianamente incontro e non offusca il lavoro, serio e rigoroso di tante persone. Se almeno si parlasse un pochino anche di quello che funziona, degli interventi riusciti, degli aiuti che si riescono ad offrire e dei tanti bambini e adulti che vengono accompagnati con successo in faticosi e complessi percorsi di vita.

Ecco, se si parlasse anche di questi, lo spirito critico di tutti noi potrebbe davvero aspirare a qualcosina di più.

Domande bollenti

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di Irene Auletta

Oggi un giovane educatore, durante una supervisione, chiede ad un collega che sta presentando la complessa situazione di un ragazzo che segue da qualche anno: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Già. Per molti educatori questa è un’esperienza quotidiana e molto spesso tale quesito rimane inespresso, celato dal pudore o soffocato dalle pressioni delle contingenze operative. Eppure, molti operatori che lavorano nei vari contesti socio educativi devono fare i conti, tutti i giorni, con alcune difficili dimensioni dell’esistenza remando contro una realtà che, al contrario, fa di tutto per brillare di superficialità.

C’è qualcuno che si sente fortunato proprio per questo perchè, in fondo, la vita comprende tutte le sfumature delle emozioni e pensare di voler selezionare solo quelle classificate come belle o positive è francamente poco realista e forse anche un po’ immaturo. Tuttavia posso anche comprendere il bisogno di altri di mettere distanze, di difendersi e di resistere perchè avvicinarsi alla fatica e alla sofferenza è un processo di crescita lungo, tortuoso e assai complesso.

Però da stamane mi frulla nella testa quella domanda, posta con attenzione e gentilezza, quasi sottovoce: ma tu, come ci stai con tutta questa sofferenza?

Nel corso dell’incontro, ho scelto di accogliere quella domanda e di provare a trattarla insieme al gruppo di educatori, stranamente tutti uomini. Si è creata un’atmosfera molto accogliente e ognuno ha provato ad esprimersi rispetto all’interrogativo e al tema posto in rilievo. Ho assistito allo scambio di pensieri e di esperienze e l’incontro si è concluso con la sensazione di aver messo mano ad un oggetto importante che ha permesso a tutti i presenti di portarsi via qualcosa su cui continuare a riflettere.

Tante volte ci diciamo dell’importanza delle parole, dei contenuti e del loro peso.

Alcune fanno quasi male a pronunciarle, perchè siamo poco abituati a condividere le nostre fragilità in un contesto professionale e non terapeutico.

Oggi, avvicinandoci alle nostre debolezze abbiamo allungato la mano verso quelle altrui, sentendo, magari anche solo per un momento, di poterle finalmente sfiorare, senza la paura di scottarci.

Vecchia scuola

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di Irene Auletta

Ieri ho incrociato una giovane coppia che ha catturato la mia attenzione. Lei, con le braccia un po’ tese in avanti, sembrava avere tra le mani una bambola che invece, a guardar bene, era un neonato.

Al cinema, durante la visione di un film di animazione, di quelli che piacciono a bambini, ragazzi e adulti, un bambino piccolo si fa sentire con il suo pianto. Di certo non avrà avuto più di un anno.

In queste occasioni, lo ammetto, mi sento proprio di un’altra generazione e può essere che a peggiorare la situazione, ci si sia messa anche la mia scelta professionale e l’incontro con maestri e maestre, che mi hanno insegnato a guardare i bambini con uno sguardo di particolare attenzione.

La cosa che più mi colpisce è come, nel giro di non molti anni, i bambini siano diventati sempre di più “oggetti” da esibire e al tempo stesso, da portare con sè, in qualsiasi situazione quasi senza apparenti filtri. Sento raramente la domanda che interroga l’opportunità di una scelta o  il suo senso e sempre più spesso le motivazioni degli adulti mi pare che prendano il sopravvento.

Chissà quanti giovani genitori intravedono o intuiscono i numerosi fili rossi che collegano il gesto di oggi con il comportamento dei loro figli che dovranno gestire nei prossimi anni.

E vale per tutto. Per le scelte alimentari, l’abbigliamento e i luoghi da attraversare.

Schiacciati da un eterno presente abbiamo tutti bisogno, ogni tanto, di allargare lo sguardo e forse ultimamente, mi manca troppo spesso il respiro.

Mi volto, ti guardo e rido. Pensa che la mamma, in memoria di un bellissimo testo sulla salute del bambino, ha aspettato che avessi quasi quindici anni per farti mangiare la frutta secca!

Mio cuore

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di Irene Auletta

Era l’avvio di una famosa canzone degli anni ’60 ed è il modo affettuoso con cui spesso ci si rivolge ai propri amori. Noi del sud, che dobbiamo sempre aggiungerci il nostro tocco, lo pronunciamo al contrario … core mio!

La bellezza dei linguaggi dell’amore non ha limiti e purtroppo anche questi rischiano di essere impoveriti dalla globalizzazione verbale che rischia di far smarrire il valore dei significati profondi. Mi irrita quando sento adulti estranei che si rivolgono ai miei cari con nomignoli affettuosi a mio parere fuori luogo tipo cara, amore, tesoro, ma troppo spesso, questa mia reazione viene confusa con un possibile lato snob del carattere piuttosto che con il bisogno di difendere e proteggere il valore dell’intimità dei legami.

Oggi pensavo a mia madre che da quando chiama amore mia figlia, ogni tanto lo fa anche con me, cosa mai accaduta fino a non molti anni fa. Eppure non ho avuto mai dubbi sul nostro legame e sull’affetto profondo che ci legava e tuttora ci unisce. Le espressioni di amore possono essere molto differenti nelle diverse relazioni. Ricordo mia nonna che in dialetto usava una frase bellissima che tradotta suonerebbe come  sei la luce dei miei occhi ma, in dialetto e detta da lei aveva tutto un altro gusto.

Sarebbe bello riprendersi il valore di questi linguaggi e provare, ognuno nelle sue storie a inventarne di nuovi, come certamente accade a molti. Credo che ci aiuterebbe a non perdere di vista due questioni molto attuali. Da una parte il recupero del senso dell’intimità, oltre la vetrina quotidiana che tutti attraversiamo e dall’altra le differenze di affetti e di relazioni.

Mi sa che mi è venuta anche qualche bella idea da proporre ai genitori che incontro nel mio lavoro. L’educazione, i legami, l’amore e i suoi linguaggi, mi sembrano un bell’intreccio.

A voi i fili mentre io, grazie a nonna, vado ad aggiungere un nuovo colore alla mia tela.

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