Amare il proprio ruggito

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Di Irene Auletta

Per anni ci hanno insegnato a trattenerci, a non esprimere, a mantenere le buone maniere e così siamo diventati esperti di quel sorriso tirato che ho riconosciuto tante volte sul mio viso e riflesso in quello di tanti altri, donne e uomini.

Ci sono voluti anni di lavoro, l’incontro con la bioenergetica, la provocazione continua della vita e gli schiaffi sempre più forti dei drammi dell’esistenza, per farmi alzare lo sguardo e volgerlo altrove.

Ci è voluto l’incontro con il mio limite e la pazienza degli eventi che, come gocce cinesi, non hanno smesso di far incontrare fuoco e benzina.

Una maestra mi ha aiutato a vedere, incontrare ed avvicinare lo strano minuetto giocato dalla rabbia e dal dolore, dalla passione e dalle emozioni, dall’insegnamento di trattenere e dal bisogno di lasciar andare.

Alla fine ce l’ho fatta. 

Prima è comparso il rantolo, soffocato, chiuso in gola e trattenuto negli occhi.

Poi è esploso il ruggito o, come direbbe Clarissa Pinkola Estes, ho incontrato la lupa  e con lei, ho iniziato una folle corsa.

Tutto il resto è una nuova storia, ma oggi, negli occhi altrui, nei finti sorrisi, nelle parole di circostanza, negli sguardi sinceri, scopro mondi nuovi e ricchi di significati.

Ogni tanto lo sento, il mio ruggito, e gli sorrido perchè ho imparato a volergli bene e a capire cosa sta cercando di dirmi. 

O quanto meno ci provo.

Stupidità al quadrato

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Di Irene Auletta

Qualche giorno fa, una signora, girando qua e là su Facebook va a curiosare sulla bacheca dell’insegnante di suo figlio e trova commenti spiacevoli su un bambino della classe.

Non sappiamo cosa spinga questa signora e mamma ad avvisare subito la mamma del bambino in questione ma, siccome le battute dell’insegnante sul suo alunno sono davvero pesanti, succede il finimondo.

Un’altra piccola nota di folclore.

Sempre sulla bacheca della stessa insegnante compare uno scambio con una collega della medesima scuola, anche lei insegnante del bambino citato che, non solo non prova a bloccare la cosa avvertendo un gran odore di bruciato, ma rincara la dose aggiungendo una serie di pessime battute.

Per dirla tutta, se non siamo nati ieri, sappiamo bene che a volte tutti noi possiamo fare commenti relativamente a persone, piccoli o grandi, con cui lavoriamo o che incrociamo nella nostra vita professionale. Non ci scandalizziamo.

La cosa grave quindi non è questa, bensì la totale stupidità e ignoranza di questa signora che decide di farlo in piazza, probabilmente senza neppure rendersene conto.

Da una parte, immaginate la reazione di una madre che si trova a leggere commenti poco felici, che riguardano suo figlio, in un luogo pubblico.

Dall’altra provate a pensare a quell’insegnante, alla sua collega, alla dirigente che verrà coinvolta inevitabilmente in questa situazione.

Già sento le battute sull’utilizzo di Facebook  e quindi facciamo molta attenzione a non aggiungere, con i nostri commenti, stupidità a stupidità, altrimenti sarebbe un guaio.

Il problema qui, chiaramente, non riguarda Facebook, ma l’incapacità della persona di discernere luoghi e contesti e, se mi permettete, per un’insegnante, questa non è cosa da poco.

Se ci si vuole scambiare messaggi in via riservata è possibile per chiunque trovare il modo per farlo e quindi, torno a chiedere, cosa ha impedito all’insegnate in questione di pensare prima alle conseguenze pesanti del suo superficiale gesto?

Non so rispondere con esattezza e neppure mi interessa farlo. Temo ci sia parte di verità nell’incapacità, crescente, di interrogare le conseguenze dei propri gesti. 

Chiunque può commettere errori ed è la nostra stessa umanità a non metterci al riparo da questa possibilità, tuttavia abbiamo bisogno di chiederci cosa possiamo imparare da questa storia, perchè sia valsa la pena, almeno in piccola parte, del dolore di quella madre.

Spero che lo stesso valga per questa insegnante e per tutte le sue colleghe e mi auguro che la questione non si risolva solo con una “tirata di orecchie” e con la cancellazione    della propria pagina Facebook.

A proposito di assumersi le proprie responsabilità.

 

Piedi a terra e sguardo all’orizzonte

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di Irene Auletta

Occupandomi di educazione, in questi anni mi sono imbattuta tante volte in differenti teorie pedagogiche e in altrettante sfumature interpretative.

Ad oggi, la cosa più faticosa è ritrovare i nessi e le connessione tra ciò che si attraversa nelle pagine di un testo e quello che ogni giorno si incontra nel proprio lavoro.

Non sono rari gli scarti abissali fra grandi affermazioni di principio e una pratica educativa che fatica ad esibire quanto sostenuto e a farne rinvenire le tracce attraverso i gesti e le azioni.

Oggi però, un giovane educatore, mi ha favorevolmente colpita, dichiarando che nella sua breve esperienza sente di aver incontrato un buon libello di competenza tecnica e di sentirsi orgoglioso di questa appartenenza professionale.

Nella stessa riunione un altro suo collega, altrettanto giovane, ha espresso i suoi dubbi circa il senso di alcuni interventi educativi rilanciando un quesito aperto che più o meno diceva “ma, aiutare alcuni ragazzi, ne vale davvero la pena?”.

Di certo in gioco c’è anche un incontro fra operatori di differenti generazioni e forse, proprio a partire dall’incrocio di questi sguardi, possiamo rilanciare domande, dubbi, pensieri, senza avere immediatamente il bisogno di confermarne l’intelligenza o, semplicemente, il buon senso.

Insisto spesso sull’idea di dar valore alle domande e anche quando l’interlocutore, si schernisce esplicitando il timore di una domanda stupida, mi piace restituire che la stupidità sta, di frequente, più nel bisogno di dare immediatamente risposte o in risposte superficiali, che nella domanda stessa.

O meglio, esempi quotidianamente sotto i nostri occhi, ci confermano che, a volte, anche le domande sono veramente stupide, ma solo perchè la persona che le pone mostra fatica a collegare il suo cervello con ciò che esce dalla sua bocca.

Ma questa è un’altra storia.

Tornando ad oggi, alle riflessioni condivise con questo gruppo di lavoro, ho sentito forte più che mai, l’esigenza di dare un nome alle cose nominate, di definire un confine e di trovare vie di collegamento tra i pensieri e le azioni narrate.

Per farlo a volte ci vuole un atto creativo, insieme alla serietà e alla coerenza.

Spesso, non guasta neppure avere i piedi ben piantati per terra, fare attenzione a non farsi imbrogliare da seduttive chiacchiere prive di spessore e ricercare insieme il significato delle cose, non perdendo occasioni per aiutare a sollevare il mento e per stupirsi della nuova visuale.

A volte i nonni

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di Irene Auletta

Sono nata e cresciuta a Milano ma, durante la mia infanzia, ho avuto la fortuna di trascorrere molto tempo con i miei nonni in Basilicata e, forse proprio per questo, non mi sono mai sentita milanese ma decisamente lucana.

Mio nonno paterno, uomo austero di altri tempi, ha sempre esibito con fierezza la sua autorità e quando oggi sento emergere il mio piglio militaresco, lo ritrovo come parte di me.

Tutti i miei cugini lo temevano ma io l’ho sempre sentito affettuoso e attento, con la voglia di insegnarci anche le piccole cose. Se chiudo gli occhi lo vedo così. Mentre prende l’acqua dal pozzo, con un gesto particolare per non far entrare quella sporca della superficie, mentre sbuccia i cetrioli, mentre pulisce il pesce appena pescato.

Aveva un dono particolare nonno Nicola. In paese molti si rivolgevano a lui, prima che al medico, per problemi articolari, di forti contusioni o anche di fratture. Ricordo da bambina quante volte gli ho visto chiudere la porta per proteggere l’intimità dei suoi gesti e manipolare con serietà a competenza la parte dolente del “paziente”.

Tante volte poteva fare lui una medicazione e a volte dichiarava il suo limite invitando ad andare dal medico. Con orgoglio sentivo dire : “Cumpà Nicola, ma non potete fare voi? Non mi fido di ‘sti medici”.

Avevo sei anni quando seguendo i miei cugini maschi nelle loro acrobazie, ho fatto una brutta caduta. Gomito dolente e timore di dirlo al nonno che, dietro di me, non aveva perso la scena. Mi ha preso in braccio per portarmi a casa, mentre trattenevo le lacrime per non mostrare il dolore. Ero così già allora! “Ti conviene piangere, Irene, altrimenti ti dò la sculacciata che ti meriti per non avermi ascoltato”.

Il braccio è guarito e quando oggi ogni tanto ancora mi duole, ricordo il tocco del nonno che lo curava.

La nonna paterna invece la ricordo sempre impegnata a fare qualcosa, seria, mai con un gesto esplicito di affetto, ma sempre molto attenta a non farmi mancare nulla. Ha vissuto in silenzio, all’ombra di suo marito e così se n’è andata, senza disturbare nessuno.

Lei mi ha sempre ricordato il nonno materno, anche lui taciturno e sullo sfondo della nonna materna, la grande matrona.

La nonna mi ha insegnato la gentilezza, la cura, l’amore per le cose belle, il rispetto della vita e dei fiori. A lei devo in particolare quello che ha lasciato a mia madre e che mia madre ha lasciato a me. La nostra risata, simile e diversa, ma sempre sonora, liberatoria e proveniente dal cuore. “La vita è già difficile, facciamoci una bella risata che poi passa!”. Così ha affrontato la vita e le sue difficoltà e prima di andarsene, ha voluto salutare i suoi figli, uno per uno, dicendogli quanto gli dispiaceva di andarsene e di lasciarli.

Le piaceva scoprire cose nuove e, nelle sue visite a Milano, non finiva mai di apprezzare le differenze con il piccolo paese del sud. Non l’ho mai sentita esprimere facili giudizi e quando si permetteva qualche pettegolezzo o battuta lo faceva con quel sorriso che le permetteva di dire tutto senza alcuna cattiveria. Mi piacerebbe diventare come lei, con i capelli bianchi, gli occhi brillanti e il sorriso sempre acceso.

Oggi, mi riconosco sempre più parti di ciascuno di loro e quando le riscopro dentro di me, sento meno il dispiacere della loro assenza e così, come per magia, la loro vita sembra continuare nel mio ricordo.

Trattare con cautela

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Di Irene Auletta

Da molti anni sto sperimentando l’incontro con i genitori e ogni volta che parlo con colleghi o con educatori che incrocio sulla mia via mi accorgo che abbiamo ancora tanto da imparare. Mi ha sempre colpito molto la forza e l’apparente certezza che a volta sento esprimere attraverso giudizi che sembrano non lasciare dubbi sulle caratteristiche di quel padre o di quella madre. Non importa se ad esprimerli sia un operatore che a sua volta è genitore, perchè spesso mi è capitato di o servare un’incredibile dicotomia tra la propria esperienza vissuta e attraversata e quella dell’altro che si sta incontrando.

Anni fa sentivo spesso ripetere che solo chi è genitore può comprendere quello che provano un padre o una madre, oggi credo sia necessario spostare un po’ lo sguardo perchè in effetti molti genitori sembrano scindersi totalmente dalla loro esperienza quando indossano un abito professionale. Per alcune professioni, e penso ad esempio a quelle nell’ambito sanitario,  questo è considerato addirittura un merito. In questi contesti la strada da fare è parecchio lunga e ancora oggi, molti genitori che sono chiamati ad affrontare seri problemi di salute dei loro figli, si ritrovano a farlo completamente da soli. Quando incontrano medici e infermieri attenti e sensibili, si narrano per mesi storie di grande fortuna.

Ma per le professioni educative? Cosa è cambiato in quei luoghi che ogni giorno accolgono i figli di qualcun’altro? Che attenzioni hanno sviluppato i professionisti  che incontrano i genitori per aiutarli, per comprenderli e per sostenerli? Mi piace guardare alle questioni educative con ottimismo, nel senso fenomenologico di apertura al possibile, per cui partirò dal presupposto che sia in atto un momento di cambiamento e di attenzione nell’incontro con le famiglie. Al tempo stesso però, non posso non ricordare che quasi quotidianamente accolgo racconti di educatori che prendendosi, in forme differenti, cura di figli di altri, faticano a non entrare in competizione o per meglio dire, a sancire patti di alleanza pedagogica, che vedano gli adulti fianco a fianco, di fronte alle questioni che l’educazione dei bambini o dei ragazzi pone a chi li incontra.

Non è semplice e, al di là di ciò che tutti noi possiamo teoricamente ben sapere, ogni giorno dobbiamo misurarci con qualcosa che ci riguarda in prima persona. Occuparci di educazione, non ci pone al riparo dal vivere noi stessi, come genitori o come  educatori,  problemi educativi. La differenza la fanno le domande che riusciamo a porci, l’onestà con cui riusciamo a guardare i nostri limiti, la possibilità di trovare nessi tra le nostre esperienze educative naturali e quelle professionali. Ciò che conta non è solo la nostra capacità di sospendere il giudizio, che rimane un orizzonte sempre presente, ma la volontà di interrogare e comprendere le difficoltà a farlo.

Ogni volta che incontro un genitore come pedagogista porto con me, come madre, le attenzioni ricevute, l’ascolto che mi è stato prestato o negato, la cura desiderata e il desiderio di essere vista e ascoltata. L’incontro parte da qui, dal rispetto dell’esperienza dell’altro, della sua ricchezza, della sua parzialità e dei suoi limiti. Insieme, protagonisti di quella scena, si condividono alcune domande legate al senso peculiare di quell’incontro, a ciò che è possibile trattare, a cosa è possibile comprendere e imparare di nuovo.

Se riusciamo a dare valore a questi incontri e a non trasformare gli incontri con l’esperto, spesso nel nostro ambiente demonizzato, come raccolta di sterili prescrizioni, forse riusciremo ancora a dare valore all’educazione.

 

 

 

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