Riflessi educativi

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riflessi educativi 1di Irene Auletta

Ma io non li voglio i carciofi ripieni! Nessun problema, risponde il padre, vorrà dire che stasera andrai a letto senza cena. E così fu.

Me la ricordo ancora bene quella scena, nonostante siano passati da allora quasi cinquant’anni e mai avrei immaginato di ritrovarmi a fare una parte simile nel ruolo di genitore. Dico simile perché le scene non sono mai uguali e di certo nel mio caso mi sarebbe piaciuto molto trovarmi di fronte ad una scelta o ad una presa di posizione come quella puntigliosa di me bambina.

Da qualche giorno sono aumentati i versi con la bocca che, accompagnati da qualcosa di assai simile a una pernacchia, producono un’inevitabile produzione di saliva che termina in qualcosa di poco gradevole che, anche senza una fervida immaginazione, è possibile intuire. Le spiegazioni ricorrenti su una serie di comportamenti dei ragazzi disabili mi lasciano sempre con molti interrogativi aperti che, a seconda dello stato d’animo del momento, mi deprimono oppure mi irritano. Purtroppo raramente riesco a sorriderne.

In realtà so bene che ogni comportamento nasce per qualche motivo particolare non sempre identificabile e riconoscibile e, molto spesso, esasperato dal tuo modo di affrontare qualcosa che, evidentemente, anche tu stessa non comprendi o non riconosci come familiare. E così l’altra sera, di fronte a questi sputi pernacchiosi, ingaggio una sfida e al secondo tentativo fallito, ti comunico che andrai a letto senza cena. Cerco di farlo come lo fece anni fa mio padre, senza alcuna aggressività ma con la convinzione di poterti insegnare qualcosa.

In cuor mio però non sono serena perché mi chiedo cosa tu possa comprendere e imparare e soprattutto perché sono certa di non aver capito il motivo del tuo comportamento che sospetto legato a qualche fastidio o disagio che non riesci a esprimere diversamente.

Ma tu babbo avrai capito perché proprio quella sera non volevo i carciofi ripieni, oppure avrà preso il sopravvento l’insegnamento che sentivi importante e strettamente legato al tuo ruolo di padre? Credo che il ruolo di genitore sia complesso sempre e forse, figli diversi, chiedono di imparare a destreggiarsi tra differenti trappole. Io conosco solo quelle che incontro nella relazione con te e nelle lezioni che ogni volta imparo grazie alle tue reazioni imprevedibili.

Accetti di andare a letto senza cena senza mostrare alcuna opposizione e ti sento vicina alla mia emozione quando ti dico che in quell’occasione non sono riuscita a fare altro per capire e per aiutarti. Domani andrà meglio ti dico mentre, chissà perché, ho la sensazione che tu mi stia consolando.

Ti assomiglio davvero babbo? Di certo, tu non sarai andato a letto con il magone. O no?

Ali tutte tue

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A fairy flying over a field with a palace in the background

di Irene Auletta

Ne parlavo qualche giorno fa con tua zia, di come vivendo con te scopro ogni giorno che quello che sovente viene definito normale, istintivo, naturale, è lontano anni luce dall’esperienza di vita tua e di tanti ragazzi come te, che la vita la affrontate a modo vostro.

Il fatto è che siete proprio voi a coglierci tante volte in castagna, lasciandoci lì ebeti a farci le solite domante. Ma come è possibile che non capisca questa cosa? Perchè sceglie sempre la strada più complicata per fare qualsiasi cosa? Se a volte sembra comprendere perfettamente come mai altre qualsiasi parola viene respinta come su un muro di gomma?

E noi lì a chiederci, cercare di capire, interrogare, esplorare. Noi lì, a dannarci l’anima. Almeno, questo vale sicuramente per me che in quel girone mi ci trovo particolarmente a mio agio e molto spesso anche in ottima compagnia.

Il bello del mio lavoro è che attraverso le parole degli altri, operatori e genitori, posso continuare a riflettere e a crescere, offrendo ogni giorno il contributo del mio apprendimento insieme a quello della mia competenza. Educatori di un centro per disabili mi raccontano della fatica di vedere l’adulto negli uomini e nelle donne, più o meno giovani, che ogni giorno incontrano nel loro servizio.

Difficile di certo per i genitori dicono ma poi, piano piano, scopriamo che lo è altrettanto anche per loro. Età anagrafiche, corpi, storie fanno a pugni con gesti, espressioni e comportamenti che, si sa, prendono maldestramente il sopravvento. E’ la croce del ritardo mentale o del deficit acquisito, come accade sovente anche con gli anziani. Ed ecco lì, uno dei tanti motivi che spinge a quel continuo infantilizzare persone di venti, trenta, cinquanta, sessant’anni.

Vuoi la merendina? Ti metto il cerottino? Sbucciamo la melina? Andiamo a fare la pipì? Aiuto, mi manca l’aria. Datemi anche l’ossigenino purchè mi permetta di respirare.

L’educazione ci trasforma mentre attraversiamo forme differenti di cultura. Per qualcuno stare in questo processo di crescita è più difficile, perchè di normale, istintivo, naturale, quando si ha qualche disabilità o deficit, non c’è proprio nulla. Ognuno trova il suo modo per sopravvivere e il mio è quello di continuare a imparare, insieme a te.

Stamane siamo ancora lì. Tu sei felice e provi a saltare, in quel modo tutto tuo che a vederti risulti proprio buffa. Tutto il corpo appare in elevazione tanto che ci si aspetta da un momento all’altro che il salto arrivi davvero. Invece i piedi rimango dove sono, bloccati a terra, dando al tuo movimento più l’immagine di un elastico che di un salto. Dai proviamoci ancora, ti aiuta la mamma … ci sei quasi!

Tu ridi e mi accorgo che a te, di alzare i piedi da terra, non importa nulla. Ancora una volta mi hai messo a tacere. Tra noi due, quella che vola davvero, sei sempre tu.

Apprendimenti a sorpresa

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apprendimenti a sorpresadi Irene Auletta

Di recente, dopo diverso tempo, sono rientrata a far parte di un percorso formativo rivestendo il ruolo opposto a quello che da anni indosso comodamente. Ne ho sempre teorizzato l’importanza perché, nella logica maestro e allievo, l’inversione dei ruoli mi ha sempre insegnato molto.

Eppure stavolta l’insofferenza ha preso il sopravvento, condita da una stizza che mi ha colpita non poco, facendomi ritrovare di fronte a nuovi interrogativi, prima di tutto, rivolti a me stessa. Come mai ho sempre sostenuto il valore del “doppio ruolo” e ora mi ritrovo a rivestire i panni dei formandi più odiosi che negli anni ho incrociato sul mio sentiero di docente e formatrice? 

Il senso di disagio poi e’ andato crescendo man mano che altri colleghi, sicuramente meno severi di me, provavano a restituirmi l’importanza di una comprensione verso i formatori del corso, come a dire che, non era di certo colpa loro se alcuni partecipanti avevano al loro attivo un’esperienza professionale (e culturale) non prevista forse dall’accordo e dall’ingaggio formativo.

E, devo riconoscere che, anche questo aspetto, e’ portatore di una sua verità.

Ma allora perché quella stizza pungente che mi ha riportato indietro nel tempo e incontro a sentimenti che credevo sepolti una volta per tutte?

Eppure, sempre di recente, ho conosciuto un nuovo supervisore che mi ha fatto sentire perfettamente a mio agio anche nei panni di “allieva” e che anzi, dopo ogni incontro, mi ha lasciato quel senso positivo e frizzante che riconosco ogni volta che imparo grazie all’incontro con qualcuno.

Quindi, non è che proprio non riesco a fare l’allieva!

Alla fine stamane l’ho capito o forse mi sono semplicemente arresa di fronte ad un’evidenza che in questi giorni mi ha reso sorda e cieca. Ogni ruolo chiede capacità e competenze e, indubbiamente, io in alcune situazioni proprio non ci so stare. Avrei dovuto avvertire prima il pericolo di ritrovarmi in una situazione simile e invece ci sono ricascata. Le motivazioni possono essere molte e tante credo di averle capite e imparate.

Ho imparato (o forse l’ho ritrovato ancora una volta ribadito) che dirsi di non essere capaci non è un valore solo per gli altri, che l’eccesso di umiltà rischia di confondersi con un senso di complicità che non mi appartiene, che ogni stagione, della vita e della professione, ha i suoi tempi e i suoi spazi. Io stavolta ho proprio toppato.

Non saranno contente le docenti del corso di ciò che ho imparato perché probabilmente nel loro intento c’era altro ma forse potrebbero accontentarsi, per quello che mi riguarda, del premio di consolazione.  Loro, intenzionalmente, non mi hanno insegnato nulla circa i contenuti ma mi hanno permesso di afferrare qualcosa di nuovo su di me.

Non importa se quello che ad altri appare come severità per me si inserisce in un orizzonte etico e neppure importa la mia critica che credo assai fondata rispetto alla povertà dei contenuti proposti dalle due formatrici. Importa che ho sbagliato posto, che detesto troppo perdere tempo per permettermi di farlo e che non mi sono ascoltata a sufficienza per dire basta, ammettendo il mio limite.

Stavolta punteggio equo per maestre e allieva. Entrambi insufficienti.

A volare si impara

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a volare si impara 1di Irene Auletta

Respirare e’ movimento. Così Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, ci introduce all’incontro della sera.

Le lezioni che, nello specifico, concentrano l’attenzione sul respiro, permettono di attraversare cambiamenti e apprendimenti che ogni volta riescono a stupirmi piacevolmente.

E’ importante sperimentare diverse possibilità non tanto per andare alla ricerca di quella giusta ma per mettersi in un atteggiamento di scoperta che consenta di esplorare diverse opzioni e nuove esperienze”.

Verrebbe quasi da chiedersi in che senso e’ possibile respirare con differenti modalità e come questo movimento può così tanto influenzare il nostro modo di essere e di stare al mondo. Eppure, provando, emergono sempre nuove possibilità e ogni volta il corpo impara qualcosa.

E ancora una volta mi ritrovo a dar senso al valore dell’esperienza, qualunque essa sia, provando a fare intrecci con quanto mi piace ricercare anche nel mio lavoro educativo.

Spesso con i genitori provo a recuperare le dimensioni legate alle prove possibili, alle sperimentazioni di quanto accade nella relazioni con i figli, uscendo dalle logiche del giusto/sbagliato o della ricetta pedagogica da vero chef per intravederne altre capaci di valorizzare ciò che è sempre possibile imparare, anche da adulti.

Da quando ti ho incontrata ho scoperto che anche i corpi, pur in assenza di parola, possono dirsi e raccontarsi.

Ogni giorno la tua fatica nel movimento mi ricorda di non sottovalutare quello che molto spesso finisce per essere pensato normale, scontato e quindi poco curato. Ogni giorno la tua sfida alla forza di gravità mi dice qualcosa della tenacia che può esserci anche in un piccolo corpo che tanti dall’esterno giudicherebbero fragile.

Ogni giorno, quando sperimenti quella che più nel tuo desiderio che nel tuo corpo vuole essere una corsa, scopro che anche volare può essere uno stato dell’anima.

Aggiustiamoci

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aggiustiamocidi Irene Auletta

Bella e intensa la lezione Feldenkrais di ieri sera. Angela, la nostra insegnante, ci anticipa un lavoro di ascolto profondo aggiungendo che “ognuno farà quello che sente di poter fare sperimentando movimenti e cambiamenti che riuscirà a percepire e a modificare solo affinando la propria capacità di ascolto”.

Regola generale che però ogni volta per me assume tinte peculiari come predisposizione a quella lezione e all’occasione per dedicarsi tempo e attenzione.

Nel corso dell’incontro Angela invita a sistemarsi alla ricerca della posizione più giusta per noi e per compiere quegli aggiustamenti che solo l’ascolto del nostro corpo può suggerirci con maggiore precisione. Qui ci si può liberare dei timori di essere poco adeguati, di non fare subito la cosa giusta e di rispondere, in qualche modo alle attese altrui. Ci si può aggiustare per capire come stare meglio, per trovare una posizione più comoda, per sperimentare, provare e riprovare, solo per il gusto di farlo e di scoprire le sorprese che il nostro stesso corpo ci riserva e rivela ogni volta.

In fondo, in incontri come questo, è possibile sperimentare quasi il contrario di quello che molti di noi attraversano altrove e che invece richiede immediatezza, prestanza, capacità di essere subito “operativi”. Parole d’ordine della nostra epoca che ormai sono diventate un must di cui sovente è difficile liberarsi.

Eppure mi giunge davvero potente l’idea di aggiustarsi perchè sembra restituire valore anche alla possibilità di partire un po’ sgangherati, incerti, goffi, non solo a livello fisico ma anche rispetto al nostro modo di incontrare e conoscere il mondo. Fa immaginare percorsi di apprendimento, scoperte e modifiche. Insomma, fa pensare che imparare può essere divertente anche per farci ridere della nostra goffaggine.

Durante la lezione riconosco miei diversi stati d’animo che assumono le tinte di quello che in questo momento attraversa la mia vita e, pensando in particolare a come hanno lavorato e si sono mosse le mie spalle, mi viene da restituire una doppia immagine. Un’ala libera e potente pronta a volare e una piccola sporgenza insicura, anche parecchio dolorante. Corpo e anima, abbracciati stretti stretti, a volte si possono raccontare storie incantevoli.

Uscendo la spalla dolente mi fa un po’ meno male e mi piace immaginare che sia perchè l’altra le ha fatto intravedere i voli possibili. In fondo è così anche la vita … basta solo aggiustarsi un pochino.

Dee da Biffi

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Dee da Biffidi Irene Auletta

La prossima volta ci regaliamo un incontro di lavoro che metta insieme bellezza, leggerezza e le riflessioni sul progetto del nostro gruppo di lavoro!

Ci siamo salutate in questo modo, poco prima delle vacanze natalizie perchè siamo fatte un po’ così, noi del gruppo Amazzone o Penelope, e ogni volta incontrarsi è una sorpresa. La location, la mitica sala da the e pasticceria milanese, ha fatto il resto conferendo all’incontro quel sapore un po’ antico che pare sospendere il tempo o quantomeno rallentarlo.

Per noi tutte questo progetto si nutre dei tempi rubati ai mille impegni di ciascuna e in questi ultimi tre anni ci ha permesso di realizzare tre eventi che, ognuno con la sua peculiarità, ci ha aiutato a crescere e maturare rispetto alla nostra idea iniziale.

Non mancano mai risate e la ricerca della leggerezza è un patto condiviso che va a braccetto con la voglia di approfondimento e ricerca che ci guida sempre nei nostri incontri.

Che ne dite di questo the? I pasticcini non possono certo mancare. Ma secondo voi, come possiamo strutturare le prossime fasi di promozione e riprogettazione dei futuri eventi?

Guardandoci dall’esterno siamo belle, dinamiche e i nostri pensieri si rincorrono per trovare tra loro una migliore armonia. Questa è sempre stata la magia dei nostri incontri, pochi ma intensi, che ci hanno portato a realizzare ogni volta qualcosa che si è trasformato sotto i nostri occhi, quasi a passo di danza.

Per differenza, penso a quegli incontri che durano ore e che si ripetono nel tempo, inconcludenti. Immagino alcune riunioni dalle quali sono uscita sfinita con la sensazione di aver solo perso tempo prezioso da dedicare al lavoro. Ricordo quei luoghi dove si sprecano valanghe di parole, senza concludere nulla.

Progettare vuol dire gettare avanti, esibire, e noi abbiamo trovato un modo per farlo nutrendo la nostra voglia di ricerca curiosa, divertendoci. Il lavoro dovrebbe essere anche questo, proprio per attribuire maggior valore all’impegno e alla serietà messa in gioco.

Chi ha detto che imparare è sempre e solo faticoso e noioso? Speriamo di essere un po’ contagiose perchè, oggi più che mai, abbiamo tanto bisogno di tornare ad innamorarci del sapere, del nostro lavoro e delle forme differenti per incontrarlo.

Chissà che Venere non ci possa aiutare!

Nuovi acrobati

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nuovi acrobatidi Irene Auletta

Ieri giornata faticosa. Tante le ombre lasciate dalle giornate elettorali trascorse e dai pensieri che si affastellano alla ricerca di un senso, rispetto a quanto accade nel nostro paese e alla sensazione di trovarsi di fronte ad un corpo terrestre che rantola.

Nel frattempo, le vicende degli individui, proseguono per le loro strade, più o meno toccate da quanto gli accade intorno anche in base al loro personale malessere e alla possibilità di assumersi parte di quello collettivo che, per taluni, è davvero insostenibile.

Mi ritrovo per tutto il giorno a raccogliere malesseri, difficoltà, problemi, paure e quando arrivo alla mia lezione Feldenkrais e mi sdraio, sento il peso del mondo. La lezione è perfetta per il mio stato d’animo e si anticipa come occasione per lavorare sui concetti di equilibrio, stabilità, organizzazione, a partire, come sempre si verifica durante queste lezioni, da quanto accade nei movimenti del corpo, dall’ascolto di quel noi che spesso è talmente frammentato da perdersi pezzi di sè in giro per la propria esistenza.

I movimenti guidati da Angela, la nostra insegnante, sono piccoli, delicati e lei ci invita ogni volta a fare di meno e più lentamente, per assaporare i dettagli e affinare la nostra curiosità esplorativa. Quante volte ce lo devi ripetere Angela! Anche qui si vede la nostra difficoltà a smettere di correre, di anticipare i tempi, di essere già orientati al dopo e sempre più disattenti rispetto a ciò che accade ora.

Ci addentriamo in un percorso di ricerca attraverso un movimento antico, le prove del gattonamento, per sperimentare le capacità del nostro corpo di trovare nuovi modi per organizzarsi, per imparare dagli errori e per ricercare il gusto della scoperta e di un nuovo apprendimento.

L’insegnante sottolinea che perdere l’equilibrio è il solo modo per trovare la stabilità, altrimenti si diventa rigidi e incapaci di imparare.

Sono giorni in cui forse per tutti è necessario immaginarsi a camminare in equilibrio su un filo, protagonisti di un circo esistenziale che non fa ridere nessuno e che, al contrario, ha un forte retrogusto amaro.

Proseguiamo la lezione, provando e sperimentando con Angela che ci invita ad osare e a rischiare come condizione per continuare ad imparare.

Cosa avete scoperto questa sera?

Io, che non mollo.

 

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