Turbopedagogia

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di Igor Salomone

Sono chiuso in casa da più di un mese. Il mio lavoro è rallentato, apparentemente. Non sono più con la valigia in mano un giorno sì e uno no per correre di città in città a portare formazione e supervisione. Accidenti, chi l’avrebbe detto che questo fatto non mi sarebbe mancato?

Di cose che mi mancano ce n’è una cifra: camminare, andare in bicicletta, uscire a cena, andare al cinema, abbracciare le persone, allenare il mio kung fu, insegnare il mio kung fu. Però di prendere treni su treni, francamente no.

Come tantissimi altri, ho traslocato parte delle mie gite professionali nel salotto, talvolta in camera o qualsiasi altro angolo della casa si presti ad allestire uno dei tanti set di registrazione o di chiamata audiovideo. E devo dire che lo trovo divertente. Ma non solo.

Ho la sensazione di stare nel bel mezzo di un momento epocale. E di momenti che ambiscono a questa definizioni nella mia vita non ne ho certo attraversati pochi. Passo le mie giornate a studiarlo questo momento.

Siamo in molti immobilizzati a casa, in un tempo sospeso. Eppure la mia sensazione è di un’accelerazione collettiva che ci sta facendo sperimentare in diretta un cambiamento molto rapido. Non so in che direzione, no so se sarà una cosa buona o meno. In realtà di cose poco buone in tutta questa faccenda se ne possono trovare moltissime, ma una cosa mi affascina: la velocità con la quale l’educazione è costretta a modificarsi.

E allora ben venga la turbopedagogia, una corrente in rapido movimento che ci chiede e ci permette di ritornare sulle nostre certezze, di smontarle una a una e di andare oltre l’ovvio. Che, a ben vedere, dovrebbe essere il cuore stesso di ogni intento educativo.

Buon ascolto. Mi auguro che vi piaccia e che vogliate lasciarmi le vostre impressioni, idee, esperienze su:

Telgram a @igorsalomone
Spreaker (la piattaforma dove è pubblicato il podcast)
igor.salomone@me.com

Ma cos’è questa crisi?

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente allo strano fenomeno  che trasforma affermazioni importanti in luoghi comuni, con il rischio di non poter più godere neppure di quelli. Che fine ha fatto la mitica “non ci sono più le mezze stagioni” che va a braccetto con “si stava meglio quando si stava peggio”? E via di questo passo.

Sento spesso ripetere, in questi tempi complessi, l’idea di imparare dalle crisi e sovente, l’affermazione appare già una sorta di mantra svuotato del suo significato più profondo e autentico. Insomma come recitare, con banalità estrema, che grazie alle disgrazie abbiamo imparato questo e quello e che anche la morte, come esperienza estrema, è occasione e possibilità per potersi sempre portare a casa qualcosa.

Va bene. Ci sto. Ma poi dobbiamo provare a tradurre nel quotidiano cosa vuol dire tutto questo e soprattutto, cosa ce ne facciamo di quello che abbiamo imparato anche attraversando crisi, dolori e perdite.

La schizofrenia di chi si spertica a declamare questi principi, chiuso ogni giorno nella sua piccola storia che guarda solo se stessa, ho paura che possa essere contagiosa.

E’ per questo, che quasi ogni giorno torno a chiedermi cosa posso imparare da ciò che attraverso e come posso immediatamente farmene qualcosa nel condividerlo con altri.

Da tempo sono infastidita e allergica ai vari urlatori che mi sembrano interessati solo alla caccia al colpevole, come surrogato di quella alle streghe. Ma, siamo ancora qui?

Con questi atteggiamenti cosa possiamo imparare dal momento storico che stiamo attraversando, dal senso di precarietà che si respira ogni giorno, dall’incertezza del futuro, dalla possibilità di trasformare i problemi come occasione per mettere alla prova la nostra intelligenza e creatività cognitiva?

Ecco, forse questa può essere la mia strada. Continuare a chiedermi che cosa posso fare e come posso condividere la nuova strategia pensata.

E’ pochissimo, è vero.

Ma come dice stamane Massimo Gramellini nel suo articolo, a proposito dell’immaginare possibilità altre, “prendetemi per pazza, ma non per scema!”.

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