Sfidami sempre

6 commenti

sfidami sempredi Irene Auletta

Ti era già accaduto un paio di anni fa.

Tu, che non hai mai messo le mani in bocca neppure da piccola, un giorno, forse per caso, hai scoperto quel gesto che subito ha raccolto il dissenso esplicito da parte degli adulti a te vicino. Non solo. Come sovente accade, come genitori, educatori e insegnanti, in difficoltà o anche solo presi alla sprovvista, siamo tutti caduti nella trappola della prescrizione accompagnata per alcuni, da quelle mani addosso che purtroppo tu non riesci proprio a respingere.

E così, tu ci hai dichiarato guerra. Nel giro di una settimana ci siamo dovuti tutti misurare con il tuo comportamento divenuto ormai quasi ossessivo. In me madre, hai toccato le corde profonde e di grande sofferenza che da anni mi trovo a gestire nell’incontro con quei tuoi comportamenti che mi mettono spalle al muro. Non tanto per la trasgressione in sè, ma per ciò che comportava rispetto alla nuova immagine che tu offrivi a me e al mondo.

Peccato, mi disse una persona, era una ragazzina così a modo e graziosa! 

Doppia pugnalata. Quella sera stessa, abbiamo cambiato rotta.

Poche parole sostenute dai toni dell’amore e un abbraccio di comprensione per la nuova sfida da affrontare insieme. Ce l’abbiamo fatta.

Oggi è accaduto ancora. Arrivo a prenderti nel nuovo centro che frequenti da poche settimane e subito ti intravedo con il dito in bocca e con quello sguardo inconfondibile di trionfo. Per rincarare la dose, mentre l’educatrice mi racconta cosa è accaduto, afferri un gioco lì vicino e, guardandomi, assaggi anche quello. Ci risiamo, ma stavolta non ci casco.

Le nuove persone che andrai conoscendo dovranno imparare a incontrarti e io farò la mia parte per aiutarti a trovare altri modi possibili per contrapporti, sfidare, farti valere e contrastare gesti e parole che, seppur spinti dalle migliori intenzioni, rischiano di azzerarti e mettere a dura prova la tua volontà.

Naturalmente, mentre ci dirigiamo verso l’auto, quel comportamento pian piano scompare mentre ti racconto quanto mi sei mancata. Mi guardi con quello sguardo che sembra contenere mille domande e io lo sostengo, provando a riempire il silenzio della mia comprensione.

Sai che ti dico amore? Non ti preoccupare, passerà anche stavolta ma tu non arrenderti. Sfidami sempre e abbi pazienza. Se ogni giorno tu riesci a convivere con la tua disabilità, posso farcela anch’io, con la mia.

Ci sono gesti

10 commenti

IMG_0674di Irene Auletta

Con mia figlia passo il tempo a chiedermi come offrirle possibilità per scegliere, per non farla sentire sempre determinata dalle posizioni altrui, per aiutarla a ritagliarsi una piccola nicchia di autonomia e affermazione della sua persona.

Non è per nulla facile e ogni volta mi interrogo sulla mia parte.

Qualche giorno fa parlavo con i genitori di un figlio adolescente e mi sono ascoltata dirgli che forse era il momento di lasciarlo un po’ andare. Le preoccupazioni della madre mi raggiungono forti. E se non è ancora in grado, se si mette nei pasticci, se combina qualche guaio?

In questi casi uso spesso l’immagine delle ginocchia sbucciate. Se un bambino non cade, non impara a correre e a trovare il suo nuovo equilibrio. I genitori sono lì, sempre pronti a consolare e a medicare le piccole o grandi ferite, offrendo la loro forza per recuperare il coraggio necessario al successivo tentativo.

Quante volte con te, figlia mia, mi percepisco proprio così. Ma come faccio a lasciarti andare ancora un pochino di più e a prepararmi a medicarti la prossima ferita?

Ieri siamo andati a fare un pic nic con amici e la loro figlia di dieci anni. Durante un piccolo giretto nel paese adiacente al parco che ci ha accolto, ti dirigi con decisione verso la mano della bambina e la scegli per passeggiare. Siete belle da guardare voi due, che sembrate quasi coetanee e io mi commuovo.

E’ la tua piccola scelta e mi accorgo di come anche nel nostro mondo su misura ci possono essere nuovi amici, anche per te. Ho paura che tu possa inciampare, che possa farti male e che possa farlo anche alla piccola amica che tieni per mano. Mi trattengo e cerco di controllarmi godendomi quel momento che ricevo come dono prezioso.

Stamane ti sei svegliata di ottimo umore nonostante la tua salute, da tempo, stia mettendo a dura prova la tua pazienza. Sarà anche merito della giornata di ieri?

Mentre sistemo casa non mi accorgo della porta d’ingresso aperta fino a quando il campanello non richiama la mia attenzione. Chi può essere a quest’ora di domenica? Il babbo non lo aspettiamo prima dell’ora di pranzo.

Quando apro ti trovo lì a scampanellare, contenta della tua piccola fuga sul pianerottolo. E’ la seconda volta che accade e ogni volta, il cuore mi balza in gola pensando al pericolo scampato della vicina rampa di scale lì, a pochi passi.

Faccio finta di non riconoscerti e ti chiedo seria cosa desideri. Mi guardi con quel tuo sorriso che contiene mondi di significati nascosti.

Benvenuta figlia. Continua a crescere come puoi e nel frattempo ti prometto di continuare ad imparare a starti vicino lasciandoti andare ogni volta, un po’ di più.

Gesti che tolgono il fiato

8 commenti

gesti che tolgono il fiatodi Irene Auletta

Lo dico spesso. Scrivere mi aiuta a capire, pensare, condividere, elaborare. A volte è più facile altre, come stasera, le dita sulla tastiera picchiano forte nel tentativo di liberare attraverso ciascuna lettera la rabbia, lo sconforto e l’amarezza.

Oggi, giornata straordinaria, perchè a causa dell’iscrizione al centro estivo, sono andata a prendere mia figlia a scuola. Di solito rientra con il pulmino che si occupa dei trasporti. L’impatto con la scuola speciale, dopo anni, per me non è ancora semplice, nonostante tante volte ho ripetuto e raccontato la mia esperienza e valutazione molto positiva.

Guarda é arrivata la mamma e c’è anche una doppia sorpresa perchè è insieme al papà.

Immagino te lo abbiano anticipato perchè appena incrocio il tuo sguardo ti vedo già gesticolare felice quasi saltando sulla sedia. Ogni volta è così e, ad ogni nostro incontro, il tuo corpo esprime una gioia grande come se non ci vedessimo da giorni.

L’ingresso della scuola è abbastanza affollato. Bambini, ragazzi e insegnanti attendono il loro turno per avviarsi verso i pulmini che riaccompagneranno a casa gli alunni.  Mi scatta un click e inizio, quasi senza accorgermene, a memorizzare e poi contare, tutte le volte che qualcuno ti tocca, mettendoti le mani addosso. Passano meno di quindici minuti e ho bisogno di uscire, perchè mi manca l’aria.

Penso ad Angela, la mia insegnante Feldenkrais e ricordo tutte le volte che invita ad essere gentili nei movimenti e nel lavoro che facciamo sul nostro corpo.

Sdraiatevi sulla schiena, chiudete gli occhi, ascoltate quello che il corpo vi racconta e vi suggerisce. Il silenzio aiuta un ascolto profondo e va oltre le nostre parole.

Chissà cosa ti dice il tuo corpo, mentre una volta, due, tre, quattro…. ventisei volte, in meno di quindici minuti, mani altrui ti toccano spesso senza alcun preavviso e in modo molto impulsivo. Non lo saprò mai figlia mia e da anni provo a scrutare le tue reazioni per capire, cercando di non interpretare i tuoi comportamenti in base a quello che farei io, se fossi al tuo posto. E io, farei cose brutte.

Qualche giorno fa al bar sotto casa ho ascoltato un frammento di chiacchiere tra nonne. Mio nipote ha solo tre anni e guai a toccarlo. Se un estraneo ci prova lui lo dice proprio, che non vuole essere toccato!

Tu però non hai tre anni, ne hai quindici e non puoi dirlo, nè potrai mai farlo.

Siamo circondati da corpi sordi che non sanno ascoltare, incapaci di stare nelle relazioni con chi non sa dire. Stasera non mi importa  pensare alle buone intenzioni, perchè non sono quelle che metto in discussione.

La prossima volta chiederemo ad Angela di aiutarci. Escludendo l’ipotesi che la mamma possa picchiare tutti, come facciamo a chiedere al mondo di essere gentile con te, anche se non hai parole per dirlo? 

Scoppi a ridere mentre ti leggo le ultime cose che sto scrivendo. Te la immagini la mamma che picchia tutti, vero amore?

Gesti gentili

1 commento

gesti gentilidi Irene Auletta

Dopo diverse settimane sono tornata alle mie lezioni Feldenkrais. Impegni di lavoro mi hanno portato altrove ma davvero ne ho sentito tanto la mancanza. Il mio corpo è arrivato all’incontro bisognoso di cure e ancora una volta, mi ha ricordato l’importanza di dedicarsi tempo, ascolto e attenzione a contrasto di stili di vita che sovente travolgono.

Stasera in particolare mi colpiscono due cose. Angela, la nostra insegnante, ci invita a fare un movimento chiedendoci di farlo sempre più velocemente ma non in modo frettoloso. Ce lo ripete diverse volte a sottolineare la preziosità e il senso importante di quell’indicazione. Se ci si muove con fretta non si sente mentre la velocità permette un apprendimento nuovo. Non è la prima volte che emerge un contenuto analogo e ogni volta mi raggiunge in modo profondo. Mi sembra bella questa distinzione tra fretta e velocità perchè mi pare spinga ad un ascolto intenso che ho voglia di approfondire. Lo colgo come un suggerimento per la vita e per tutte quelle situazioni in cui non si può essere lenti.

Mentre il lavoro prosegue l’insegnante ci propone di fare un movimento e ci chiede di farlo gentilmente. L’invito a essere gentili verso se stessi mi colpisce sempre molto e mi fa pensare a quante poche volte accade realmente. In fondo se essere gentili è un modo di stare al mondo, farlo passare da sè mi pare un ottimo modo per rivolgerlo anche agli altri e alle nostre relazioni.

La gentilezza, da vocabolario, definisce chi ha o denota delicatezza di sentimenti e modi garbati. Detta così mi aiuta a rinnovare il significato di quel “volersi bene” che spesso mi pare più una moda che un senso condiviso. 

Intrecciare il modo garbato con il sentimento mi fa pensare al rispetto, verso di sè e verso gli altri a cui ci rivolgiamo. In tante relazioni che incrociamo ogni giorno, la strada da percorrere è ancora assai lunga.

Stasera mi voglio prendere cura di me con molta gentilezza per poterlo poi fare anche nei confronti delle persone che più mi sono vicine. Forse essere gentili può assomigliare al sasso che gettato nello stagno disegna tanti cerchi a memoria del gesto del lancio.

Penso alle persone che come me sono chiamate ogni giorno a gesti di cura che si ripetono da anni e che coinvolgono il corpo e l’anima dei propri cari. Penso a quante volte la fatica, il dolore fisico e dello spirito, possono spingere ad essere frettolosi e non veloci, bruschi e non gentili.

Ancora una volta mi porto via un’esperienza del corpo che rinforza pensieri e la convinzione che per prendersi cura è necessario curarsi. Se, come Angela insegna, si riesce a farlo gentilmente si sfiora la perfezione.

 

Nonni all’orizzonte

Lascia un commento

nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

Treni persi

3 commenti

di Irene Auletta

Vi verrebbe mai in mente di salutare una ragazza di quattordici anni facendole una carezza sulla testa, quando lei neppure se lo aspetta

Vi siete mai ritrovati a parlare con adulti o ragazzi estranei utilizzando il tono in falsetto che sovente si utilizza con i bambini piccoli o nelle private relazioni d’amore?

Non ho bisogno di interrogare oltre la faccenda o di essere esperta di qualche magia per immaginare che dall’altra parte del vostro incontro ci potrebbe essere, con molta probabilità, un ragazzino disabile o un adulto con difficoltà, facilmente un anziano colpito nelle sue principali funzioni cognitive o comunicative.

Ogni volta che incontriamo la differenza, e quelle di questo tipo in particolar modo, abbiamo in genere, come minimo, due possibilità.

Cogliere l’occasione per imparare qualcosa di noi stessi, del nostro personale disagio e del nostro impaccio. Riconoscere la difficoltà ad incontrare il diverso da sè, per andare oltre le banalizzazione e i luoghi comuni che circondano l’idea di accettazione.

Oppure, possiamo rimanere di pietra, facendoci scivolare addosso l’incontro e attribuendo all’altro qualsiasi problema.

Ecco, così di certo, abbiamo perso una grande occasione per tacere, per stare fermi, per ascoltare e per dimostrare il nostro dichiarato valore.

Peccato.

A volte i corpi

4 commenti

Le ho detto se le andava di fare un esperimento. Lei, Cristina, al secolo Piolini, artemovimentoterapeuta. Che non deve neppure essere facile farlo stare su un biglietto da visita. Nel laboratorio di Difesa Relazionale, condotto da me e Monica Massola, era capitato che Cristina transitasse in qualità di educatrice della cooperativa per la quale avevamo organizzato Metafore. Il gesto di Eros. Giusto per trattare di corpo, incontro, attrazione, seduzione e difesa nei luoghi educativi. Ma Cristina, in tutta evidenza, aveva sul tema una preparazione e un’esperienza tutta da spendere, dunque è stato facile tirarla dentro nel pensare e realizzare gli incontri.

Siamo a metà della terza mattina. Insisto sui dati perchè vorrei teneste a mente che Cristina e io non ci conoscevamo prima e in tutto avevamo alle spalle le due mezze giornate precedenti di quel laboratorio. Mentre i partecipanti sono fuori per il meritato intervallo. lasciando Monica, Cristina e il sottoscritto a cincischiare in palestra, mi assale un’intuizione. Che ne diresti di provare a combattere? Proposta strana e indecente, tenuto conto che ho alle spalle decenni di arte marziale e lei è una che ha praticato danzaterapia. Voglio solo provare a vedere come possiamo muoverci assieme accompagnati dalla musica con due regole due, non di più. E’ stata un’impresa convincerla, tipo che mi ha risposto sì ok facciamolo, prima che finissi la domanda.

Ci siamo ritrovati in un picosecondo allacciati dai corpi, dalla musica e da quel “combattimento” definito da due coordinate semplici, semplici: lo scopo era avvolgere l’avversario evitando di farsi avvolgere. Tutto il resto non era permesso, tipo afferrare, colpire, mordere, pizzicare e simili. Se capitava di venire bloccati dal compagno, si trattava di fermare un secondo l’azione e poi riprenderla. Non era una regola, ma l’idea di seguire musica e ritmo era implicita.

E’ stata un’esperienza di una carica espressiva straordinaria. Non ci siamo detti nulla, non abbiamo prestabilito nulla, nel corso del combattimento che è durato almeno cinque minuti e provatevi voi a tirare cinque minuti così, solo i nostri corpi si sono parlati, in un ascolto reciproco raro. Io alzavo continuamente il tiro perchè sentivo la sua presenza incondizionata e la totale assenza, al contrario, di ogni rigidità e contrapposizione. Se qualcuno vuol avere un’idea della mitica “cedevolezza” di cui sono piene le narrazioni di ogni arte marziale, guardatela. Lei non faceva altro che accogliere ogni mio rilancio e usarlo per esprimere la sua energia. Alla fine ci siamo resi conto che in un’improvvisazione del tutto inaspettata, esplosa però non per caso, abbiamo dato letteralmente corpo al senso stesso del laboratorio che stavamo conducendo insieme: corpi, gesti, Eros, seduzione, limite, difesa.

E ringrazio di cuore Monica, che sedotta a sua volta da ciò cui stava assistendo, ha afferrato l’iPhone e ha deciso di riprenderci. Il titolo è di suo pugno e una sua idea, direi grandiosa. Un grazie, naturalmente, anche da parte dei partecipanti ignari: per loro questa è la prima restituzione. E un arrivederci a settembre…

Newer Entries

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: