Incontri di cuori

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Buongiorno signora, stamane appena Luna è arrivata al Centro è successo che … (il tempo si sospende nell’ascolto) … Non ci sembra nulla di grave ma abbiamo chiamato un’ambulanza. Lei o il padre potete raggiungerci? 

Certo, arriviamo subito. Mentre chiamo tuo padre penso che sono a oltre 200 km lontana da casa e non posso fare altro che guardare a distanza. Più tardi, tuo padre mi racconterà di essersi preoccupato del mio tono “non preoccupato” che è il mio risultato del sangue secco nelle vene.

Tum tutum tum tutum. Il cuore segue la sua via permettendo alla testa di non perdere l’attenzione nell’attesa. Posso solo aspettare. E respirare.

Non passa molto tempo dalla video chiamata in cui tuo padre, che adoro più che mai in queste occasioni, mi racconta provando a coinvolgerti. Vederti, al suono delle sue parole mi rassicura ma tu, al solito, fai di tutto per non incrociare il mio sguardo. Riesco solo a dire che per fortuna c’è babbo lì con te e che ci vedremo in serata, già immaginando un rientro un po’ anticipato.

Eccomi a casa e ritrovarsi è sempre così. Tu mi osservi a distanza e, appena possibile, dirigi lo sguardo in altre direzioni. Io aspetto ma stavolta il cuore mi batte forte più di altre. Tum tutum tum

Ti aspetto in cucina amore, vado a preparare qualcosa per cena. Vieni a salutarmi quando vuoi. A volte ci vogliono giorni ma stasera intuisco un clima differente.

Non passa molto e ti sento arrivare ma tieni la distanza. Mi guardi e ridi, come quando vuoi raccontare qualcosa. Se però provo ad avvicinarmi ti allontani e allora aspetto, dicendoti molto poco rispetto a quanto accaduto la mattina.

In questi casi, non mi ha mai convinto la facile spiegazione del comportamento che in qualche modo vuol “far pagare” l’assenza ma, oggi più che mai, sono convinta della necessità di un tempo di passaggio finalizzato a creare fili di collegamento con un vuoto di presenza per te poco pensabile. 

Aspettare non è sempre facile ma stavolta non devo essere troppo paziente perchè arrivi piano alle mie spalle e, con quella forza inspiegabile, mi stringi cingendomi con le braccia. Prima di girarmi verso di te lascio passare qualche secondo perchè non voglio farti scappare di nuovo e, solo quando mi sembri pronta, mi giro per avvolgerti nel mio abbraccio.

Dura parecchio e, nel nostro silenzio, ci raccontiamo. Io di sicuro, anche stavolta, ho imparato qualcosa di nuovo.

Solo alla fine guardandoti negli occhi e incontrando i tuoi che non mi mollano te lo dico.

Che paura Luna!

Mi riabbracci forte ma stavolta la danza è di coppia. Tum tutum tum tutum.

Sentieri di luce

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di Irene Auletta

Ne parlavo proprio ieri con tuo padre della mia difficoltà a scrivere. Sono mesi che vivo ingarbugliata in vicende che sento molto più grandi di me e che, nel mio micromondo e in quello che mi circonda, finiscono con il lasciarmi afasica.

Stamane leggevo su Facebook di una persona che si chiedeva cosa poter fare di fronte a quanto sta accadendo e del senso di impotenza di fronte al dolore, alla morte, alla violenza che, ancora una volta, lascia sgomenti in merito alle azioni umane e incapaci di esprimere opinioni, se non quelle universali che ci ricordano cosa “non si dovrebbe mai fare”, per citare il passaggio di una bella poesia di Rodari.

Certo che grandi tragedie finiscono sempre con il relativizzare quelle piccole e mi chiedo se in fondo non è proprio questo quello che possiamo fare. Imparare ogni giorno da ciò che ci circonda, vicino o lontano, facendo attenzione alle pericolose derive che possono trarre in tentazione, fino a farci perdere il senso del nostro cammino.

A me, negli anni, è accaduto parecchie volte di isolarmi dal mondo, di sentirmi estranea e di cogliere nel mio sentimento più profondo il rischio di perdermi nel giudizio severo. Possibile che sia tutto così banale? E se quello su cui sembri avere tante certezze riguardasse te? Come non rendersi conto di vivere un momento sereno e positivo che la vita potrebbe interrompere in qualsiasi momento? Perchè abbiamo bisogno di incontrare i nostri piccoli/grandi drammi per accorgerci di quello che abbiamo perso finendo smarriti nel rimpianto? 

Quesiti che mi hanno lasciata sempre esausta, con l’amaro in bocca, incapace di sentirne un qualsivoglia beneficio.

Ti guardo travolta da quei tremori che quando arrivano non ti lasciano tregua e che ogni volta ci portano a rivedere i dosaggi di farmaci che molti adulti anziani non hanno mai neppure lontanamente incontrato nella loro vita. Non ti arrendi mai, tenacemente trovi modi per reagire, per stare in quello che ti accade e ogni volta ti guardo con orgoglio, per quella forza che sembra impossibile in quell’essererina che appare così fragile e indifesa.

E’ quella tenacia che mi insegni ogni giorno, insieme alla voglia di continuare a chiedermi, capire, provare a comprendere, continuando a stare con mille domande aperte per non chiudersi nel proprio piccolo orizzonte.

Ancora una volta tu, lontana e totalmente ignara di ciò che sta accadendo nel mondo, mi indichi la vita.

Calzini unici

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di Irene Auletta

Nei giorni appena trascorsi il Web ha attirato l’attenzione su due eventi: la giornata dei calzini spaiati e il monologo di Drusilla Foer al festival di Sanremo.

Li metto insieme perché, così come un collega ha definito la prima “un modo giocoso e leggero” per parlare di disabilità, l’artista in questione ha colto l’occasione di quel palcoscenico per parlare di diversità a modo suo, preferendo parlare di unicità.

E’ facile in entrambe le situazioni storcere un po’ il naso perché non manca chi, facendo i conti tutti i giorni con la disabilità, veda in alcune iniziative più un movimento pubblicitario che uno promotore di cultura. Può essere sia anche così ma, lo sappiamo bene, che a vedere il bicchiere mezzo vuoto facciamo tutti più in fretta.

E allora, forse, quel pieno possiamo andarlo a cercare proprio nelle pieghe di quella leggerezza possibile che aiuta ad avvicinare temi che possono spaventare e creare un’inevitabile distanza.

La diversità è ancora una chiave di lettura che, più o meno consapevolmente ci accompagna quando ci avviciniamo all’altro e, tante volte non risulta subito compatibile con quella dimensione inclusiva sperata, desiderata, attesa.

A me la profondità piace leggera e mi piace, in qualsiasi occasione ritrovarci una possibilità di raggiungere il maggior numero di persone, aumentando sensibilità individuali e collettive. Scrivo anche per questo.

Ogni giorno quando incontro il mondo con a fianco mia figlia, sento il peso degli sguardi altrui che non mi lascia mai. A volte lo scanso velocemente altre mi schiaccia fino a farmi arrivare a casa esausta. Per fortuna nella maggior parte dei casi il primo stato d’animo negli anni si è perfezionato ad arte fino a proteggermi affinché io possa continuare a farlo con lei.

L’unicità è un’orizzonte bellissimo che può essere coltivato da ciascuno di noi ogni giorno. Idealizzarlo o banalizzarlo sarebbe un peccato perchè alle faccende difficili e complesse va riservata serietà, tempo e rispetto.

Sediamoci un po’ qui a riposare figlia mia unica, in tanti sensi, e gustiamocelo un po’  questo orizzonte perchè il tempo del cambiamento chiede ancora tanta forza, costanza e speranza.

Liberi di ingegnarsi

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La nostra vasca da bagno è situata sotto una finestra, con un davanzale interno che finora hai visto solo come possibile appoggio per il tuo equilibrio durante la doccia. Domenica mattina, nel tempo lungo di quei passaggi di cura che provo a rendere morbidi per rispettare i tuoi tempi, già con indosso l’accappatoio temporeggi e, per la prima volta, ti appoggi al davanzale fino a sedertici sopra sperimentando varie possibilità anche per contrastare il possibile scivolamento.

Io ti osservo a distanza cercando di non interferire ma al tempo stesso pronta ad esserci in caso di bisogno. Cosa c’è di strano in questa scena? Ci sono voluti più di vent’anni per poterla intravedere e a te per trovare un interesse diverso e per provare altro. Anche questa è la disabilità.

Tenacia, speranza e fiducia sono gli ingredienti indispensabili per qualsiasi piccolo o grande cambiamento. Lo sanno bene tanti genitori e tanti operatori che ogni giorno, anche dopo anni, riescono a sorprendersi per quell’inatteso che arriva a far intravedere uno spazio per imparare che, se nutrito, ascoltato e visto, può rappresentare uno luogo aperto alle possibilità di crescere.

Spesso le persone con disabilità, soprattutto quelle che vengono definite gravi o gravissime, mostrano davvero tanti aspetti della loro personalità che possano risultare in un contrasto fortissimo e difficili da comprendere.

Tu, figlia mia, sei capace di sorprendermi ogni giorno con le tue espressioni da adulta, con il tuo ascolto raffinato, con il tuo essere presente sempre, proprio in quel momento. Ma sei anche la stessa persona che si perde nei suoi comportamenti stereotipati, che ancora oggi per esprimersi si butta a terra ovunque, che ogni tanto è in un altrove irraggiungibile.

Il rischio di arrendersi o di banalizzare è sempre alle porte e, per anni, ho sofferto ogni volta che qualcuno ti ha descritta solo per una parte, spesso utilizzando parole a me lontane e respirato di fronte a chi ha saputo vedere le altre sfumature che sei. 

Tutti i genitori hanno bisogno di sentirsi raccontare i loro figli dal mondo e purtroppo se la narrazione non riesce ad andare oltre i paragrafi di alcune competenze e prestazioni standard (ma poi per chi?), sono tanti quelli che alla fine rischiano di rimanere emarginati e di gettare la spugna.

Io spero di continuare resistere e, per tale motivo, continuo a scrivere e a raccontare con la speranza di infondere in tanti altri la stessa forza e direzione. Forse dietro alcune definizioni dobbiamo avere il coraggio di chiedere provando ad andare oltre. Cosa intendi quando dici oppositiva? Cosa vuol dire testardo? E perchè dici capisce quando gli fa comodo?

Forse, ma sono abbastanza certa che sia così, tante parole per gli operatori e per i genitori hanno davvero un peso assai diverso e credo che nella bilancia complessa e difficile delle relazioni sia necessario continuare a provare a trovarsi a metà strada. 

Le parole svelano mondi di significati e solo insieme, genitori e operatori, possiamo intravedere nuovi sentieri per incontrare, stare e pensare tante condizioni di vita che, ogni giorno, hanno diritto di essere viste e rispettate.

Anche per oggi un nuovo mantra. 

Per me, per te, per tanti altri.

Il conforto della cura

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di Irene Auletta

Il tema della cura mi è diventato negli anni assai caro e, come ho avuto modo di dire in una recente conversazione, questa non è stata una scelta ponderata e saggia, ma un’esigenza di sopravvivenza.

La cura ricorsiva, che va ben oltre i primi anni di vita dei bambini piccoli, è quella destinata ad accompagnare la vita finché dura la vita stessa. O peggio, può interrompersi con la morte della persona soggetto delle nostre cure o arrendersi all’inevitabile passare degli anni che restituisce in un pacchetto assai grezzo, l’incapacità di andare oltre e l’esigenza di passare il testimone.

Non dico nulla di originale e molti genitori come me, soprattutto in vista del passare degli anni, si pizzicano mente e cuore, per non guardare in viso una realtà che solo a intravederla provoca un dolore immenso e tanta paura.

Certo, anche come professionista, credo nei futuri di vita autonoma, nelle realtà del dopo di noi durante noi, ma la strada da fare è ancora lunga e assai tortuosa e ho idea che per molti di noi, pur puntando sulla longevità, sia davvero un tempo di attesa insostenibile. 

Ma, rimandando questo tema a momenti migliori o semplicemente più maturi, il mio parlare di cura oggi, occupandomene da anni, è fortemente ancorato alla storia del presente e vuole essere un invito alla vita migliore possibile, alla possibilità di trasformare un fardello assai impegnativo in un’interessante possibilità, alla ricerca continua di modalità per stare nella condizione imposta da un proprio caro che necessita cure ricorsive, senza sentirsi schiacciati dalla vita e dalle sue svolte un po’ bastarde.

Nel mio lavoro con genitori di figli adulti disabili, ho raccolto tante storie di insofferenza, fatica, frustrazione che sicuramente umanamente esigono di essere ascoltate, onorate e rispettate. A livello educativo però sento anche il bisogno di provare ad accompagnare altrove, come suggerisce proprio l’etimo della parola Educazione, per far intravedere altre ricerche possibili offrendo sguardi capaci di trovare scie di leggerezza nelle fatiche, intesa e intimità nelle cure più impegnative, significati che, oltre l’idea del flagello, restituiscano alle relazioni di cura la sua strapotenza d’amore. E perchè no, ogni tanto, anche di divertimento?

Rileggendo alcuni testi fondamentali, come ogni tanto mi accade, ho ritrovato proprio di recente Winnicott e la sua teoria per cui “è naturale in una madre la sua preoccupazione materna primaria che si basa sull’empatia e non sulla comprensione razionale. Nella primissima fase dopo la gravidanza il bambino non esiste da solo, ma solo in quanto strettamente legato alla madre che se ne prende cura, poi progressivamente, attraverso processi maturativi passa dalla non integrazione all’integrazione, diventa un’unità”.

Ecco, il passaggio più difficile, per molti genitori con figli disabili, è proprio quello di andare oltre in ogni passaggio di crescita del figlio, senza rimanere intrappolati nell’eterna cura di un bambino piccolo. Ci vuole tanta forza e coraggio per permettere alla relazione di cura di crescere con i suoi protagonisti, accompagnando gradualmente l’infanzia, poi l’adolescenza e giungere infine alla adultità.  

Quella preoccupazione materna primaria, per non scivolare in trame non sane, né per il genitore, né per il figlio, necessita di tanta consapevolezza e della straordinaria forza dei padri, per diventare grande. 

Forse solo così la via della crescita può rimanere una strada percorribile.

Forse solo così, con grande sorpresa, si può trovare conforto anche nella cura.

Sarà la pioggia d’estate o Dio che ci guarda dall’alto

Sarà che non esci da mesi, sei stanco e hai finito e respiri soltanto

Per pesare il cuore con entrambe le mani mi ci vuole un miraggio

Quel conforto che ha che fare con te

Quel conforto che ha che fare con te

Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio

E tanto, tanto, troppo, troppo, troppo

Troppo amore

(Il conforto, Tiziano Ferro)

Universi morbidi

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di Irene Auletta

A volte anche la scrittura ha bisogno di prendersi una pausa quando le parole hanno necessità di ritrovare uno spazio di quiete, per riposarsi e pensarsi. E così, pensando alla necessaria pausa delle mie parole di questi ultimi mesi, mi è tornato alla memoria l’invito ripetuto, della tua e mia maestra Feldenkrais, di cercare la morbidezza.

In fondo la morbidezza non riguarda solo il corpo ma coinvolge anche le emozioni, i sentimenti e quello che poi riusciamo a giocarci nelle nostre relazioni. Io assomiglio parecchio a mio padre e quando vivo un dolore o un forte disagio mi guardo sovente, nell’angolino della vita, a limare mente e cuore, a renderli appuntiti e spigolosi. Anche questa è un’eredità.

Accorgersene è probabilmente la nostra differenza più grande e, in una recente passeggiata, ho avvertito di nuovo quel sentore morbido che permette alla vita di fluire diversamente. Le cose da affrontare rimangono le stesse ma le loro forme, diventando più rotonde, permettono di respirare diversamente e di guardarne inedite prospettive.

Me lo insegni ogni giorno figlia, quando la rigidità dei gesti, delle posizioni e dei comportamenti può spingere esattamente nella stessa direzione conducendo ad un inevitabile insuccesso e dispiacere per entrambe. Allora il gesto gentile, il tono moderato, il silenzio, l’attesa o la sdrammatizzazione di uno scherzo ci aiuta a cambiare il passo e il sorriso che compare giustifica il senso di quell’ennesima ricerca. 

Giorni strani questi della fine di un lungo anno, per me e per tanti altri affatto facile. Giorni in cui si salutano maestre, si pensano nuove speranze per il futuro vicino e lontano, si cercano pertugi di piccole scintille che non facciano smarrire la propria e unica via.

Stiamo vivendo momenti difficili, per molti individui e per l’umanità e non posso che augurarmi, e augurare, di avviarsi verso il nuovo anno accompagnati dallo spirito della ricerca, consapevoli che proprio in quegli spazi morbidi è sempre possibile gustarsi ciò per cui gli occhi possono ancora brillare di curiosità.

Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.Stephen Hawking

Tienimi la mano

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Potevo non fare questa citazione?

di Irene Auletta

Maledette ossessioni e stereotipie!

Dopo anni di rapporto con la disabilità questo è uno degli aspetti che ancora oggi mi crea più difficoltà. Ne ho già parlato altre volte di come un genitore può sentirsi travolto da comportamenti che lasciano impotenti e che spesso, proprio per il loro essere evidentemente fuori da tanti schemi, riportano in primo piano il tema del controllo delle proprie reazioni.

Ci credo davvero che si impara ogni giorno a vivere con la disabilità e ogni giorno si impara qualcosa di più su di sé e sulla relazione che ci vede coinvolti in prima persona, come genitori … ma anche come operatori non sarebbe malaccio!

Ogni tanto perdo le staffe e il mio cipiglio autoritario esce dai binari e allora il muro contro muro mi lascia, oltre che sofferente e dolorante, anche totalmente perdente, sperduta e sconfortata. Oggi per fortuna no.

Mentre siamo in auto, ti contengo con fermezza rispetto ad un (per me assai fastidioso!) comportamento che da settimane è tornato a fare capolino ma, essendo serena e tranquilla, ti propongo di trovare insieme una soluzione rinforzando il fatto che sei grande e che, seppur so di chiederti una cosa molto difficile, tu sei forte e ce la puoi fare.

Dopo un primo “testa a testa” e diversi tentativi falliti ti ripropongo, come accaduto altre volte in passato, di aiutarti tenendoti le mani. Non deve essere una forzatura o un atto brusco e quindi cerco di dosare con te la misura.

Funziona e pian piano ti dico che posso lasciarti, che ce la fai anche da sola. Ma tu non molli e ogni volta vieni a riprenderti la mano che stringi forte tra le tue, invertendo completamente il gesto iniziale. Ora tu tieni me e ogni volta mi guardi serena e contenta di quel nuovo nostro tenersi.

Per un tempo che rimane in pausa il silenzio si riempie solo di quel gesto e io sento che fa bene a te e fa bene a me. Come tante altre volte non abbiamo bisogno di parole e mi gusto quel nostro dialogo muto che come una carezza ci fa sentire vicinissime a raccontarci il nostro amore.

Attimi.

Anche questo ho imparato con te, figlia mia.

La vita è fatta di attimi.

Riflessi del cuore

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di Irene Auletta

I gesti di cura raccontano storie e le mie, negli ultimi tempi, si intrecciano di continuo tra quelle che mi riguardano come madre e quelle di figlia. 

Ciao amore, così mi accoglie mia madre che è sempre stata dolce e accogliente nei gesti e nelle relazioni ma asciutta nelle parole, così come la sua educazione le ha insegnato e così come oggi sono un po’ anch’io, grazie alla sua eredità.

Oggi la dolcezza, nelle onde di una memoria sempre più sfumata, emerge con una nuova forza anche nelle parole e la tenerezza mi raggiunge risvegliando nuovi sorrisi e nuovi dolori quotidiani.

La perdita dei genitori anziani a volte avviene così, lentamente, e ogni volta mi pare un nuovo invito a rinventare incontri possibili.

Ti scelgo gli indumenti da indossare e ti coinvolgo sugli abbinamenti e sulla scelta dei monili. Ma quella collana a tre giri ce l’ho ancora, che dici è troppo? Eh mi sono fatta proprio vecchia, sono confusa amore.

Crack … il cuore e le sue crepe tengono forte e ti seguo cercando di essere gentile e rispettosa così come ho imparato e continuo a imparare ogni giorno come madre. Il gesto di cura non dovrebbe mai perdersi nell’automatismo dell’aiuto e da anni metto a tema questi contenuti con genitori ed educatori, trovando ogni volta nuovi spunti anche per me, perchè so bene che quello di cui parlo è assai difficile nelle cure ricorsive, quelle di cui da anni parla Andrea Canevaro.

Quante volte, nella mia veste professionale, ho esibito l’intreccio esistente nella cura di bambini piccoli, disabili e anziani? Oggi mi ritrovo a incarnarlo e il ruolo che rivesto nelle differenti relazioni, di madre o di figlia, mi chiede di riconoscere posizioni differenti che si incontrano in un unico cuore.

Ma un rossetto ti sei ricordata di portarmelo? Si mamma ho scelto questo per te, rosa perlato, il tuo preferito. Ma secondo te alla mia età posso ancora mettermelo?

Sempre mamma, sempre. Ridi, rido e ridiamo insieme passandoci il rossetto che ci mettiamo davanti allo stesso specchio riflesse in un momento unico, che esiste  solo ora.

Non servono parole. Eccolo lo spazio dove continueremo a incontrarci ogni volta che sarà possibile … fino alla fine dei giorni.

Giorni dei ricordi

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di Irene Auletta

Sistemando alcuni cassetti a casa dei nonni ho trovato questa foto. 

Erano già giorni di sospetto e di paure ma nulla poteva farci presagire quello che sarebbe accaduto e che, negli anni a venire, ci saremmo trovati ad affrontare.  Eri una piccola gnoma già allora, degna del successivo nomignolo e perfetto per te, di signorina Minu

Ci hai regalato una gamma di sentimenti che non hanno lesinato in tutte le possibili sfumature e oggi siamo qui a festeggiare una piccola donnina che ogni giorno ci rende fieri. Sempre tra gioie e dolori, tra luci e ombre, tra paure e speranze. Ma sempre qui, al tuo fianco

Ci sono stati anni in cui il numero ventiquattro pareva un orizzonte irraggiungibile e ora mi sento di festeggiarlo con gratitudine.

Insieme ai regali che pian pian scarteremo, fatti come sempre di esperienze che speriamo possano donarti felicità, come ogni anno mi piace regalarti pensieri che mi auguro, in qualche modo e attraverso incomprensibili energie, arrivino al tuo cuore.

Che dici se ti regalo qualcosa di ciò che ho imparato?

Con te ho imparato che la “lista delle cose fare” rischia di essere infinita se non si ha il coraggio di fermarsi per guardare insieme un film.

Ho imparato che l’assenza delle parole, nella loro continua mancanza, possono farci cercare strade sempre nuove per raccontarci la nostra storia

Ho imparato che i limiti fanno male ma che, aiutando a cambiare prospettiva, possono offrire spettacoli inediti.

E così, ho imparato a dirti buon compleanno, anche in silenzio, ma senza rinunciare all’allegria

Auguri a te, mia preziosa e figlia delle scoperte, che la vita continui a farti brillare gli occhi di meraviglia

Auguri Luna mia 

Giornate mute

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di Irene Auletta

Ieri giornata difficile, di quelle di cui non amo parlare perchè in questo sono molto in sintonia con mia figlia. Per me il dolore è una storia muta e forse, proprio per questo motivo, tante volte la lettura e la scrittura, come accadeva al Barone di Münchhausen, mi hanno salvata portandomi altrove, di fronte a inediti orizzonti.

Mentre ci prepariamo per andare dai nonni la vocina interiore mi suggerisce che forse non è il momento giusto per farlo, ma io insisto, sperando di sbagliarmi, perchè spesso uscire cambia la dinamica e un po’ di ombre si dissolvono. Ma ieri, non è stato così.

A casa dei nonni non volevi neppure entrarci e tutto il tempo che siamo rimaste è stato una continua richiesta di andare, con la tenacia e l’insistenza che solo chi non ha parole a volte sa esibire in modo così sorprendente ed estenuante.

Mio padre voleva parlarmi di qualcosa in merito a cui aveva bisogno di aiuto e di un consiglio, mia madre, persa nella confusione che abbiamo portato con la nostra visita, tu che non demordevi un attimo e io con quello stato d’animo che tanti genitori come me conoscono bene, tra smarrimento e senso di non farcela.

Alla fine decido di lasciare tutto e portarti via. Andiamo Luna, vado solo un attimo a salutare la nonna. Vicina a mia madre provo a raccontarle perchè oggi è una giornata No. Le dico quanto mi dispiace per il caos e per il fatto di non poter restare ancora un po’ a farle compagnia.

Mia madre ormai parla pochissimo ed è sempre più stanca nei suoi passaggi tra diversi mondi. Mentre le sto accarezzando le mani i nostri occhi si incontrano in silenzio e poco dopo arriva, proprio lei e sempre lei, appena riesce.

Vai tranquilla, ora Luna ha bisogno di te e non dimenticarlo mai, Luna è importante.

Il tono della parola importante mi arriva forte e delicato, come richiamo a quella cura che mia madre, e insieme a lei mia nonna, sua madre, hanno saputo trasmettermi in tanti anni, con grande leggerezza e amore.

Vado mamma, anche se non riesco a dirti che mi sento spezzata, tra figlia e madre, che il cuore mi fa male e che vorrei rimanere qui a farmi consolare dal tuo silenzio.

Poco dopo, in auto, mi aspetta un altro silenzio e pian piano ti racconto cosa è successo, che ora passa e che insieme possiamo superare anche questa brutta giornata. Ora arriviamo a casa e forse troviamo già babbo che dici? Ci facciamo aiutare anche da lui?

Ti lascio nelle braccia di tuo padre ed esco a camminare un po’. L’aria frizzante della sera mi calma e guardando le prime luci della città ho una piccola ma radicata certezza.

Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

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