Ti insegno un trucco

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giochi di prestigiodi Irene Auletta

Ieri gita in città all’esplorazione di un deposito dell’ATM, durante un’iniziativa aperta al pubblico. Un fiume di gente, tanti adulti con bambini di differenti età, code per fare e vedere tutto. L’esposizione di autobus e vecchi tram permette di inventarsi giochi, fantasticare viaggi, immaginarsi alla guida di un tram sferragliando per la città della fantasia.

L’affluenza è decisamente diversa da quella incontrata solo due anni in un deposito vicino casa nostra ma, da veri esploratori, decidiamo di non demordere, buttandoci nella mischia e provando un po’ a capire come orientarci per vedere qualcosa e sperimentare una gita in un luogo solitamente chiuso al pubblico e ricco di curiosità.

In queste situazioni, vero acquario antropologico, si può osservare di tutto e, a chi come me si occupa di educazione, viene offerto uno scenario insostituibile che esibisce attese genitoriali, desideri degli adulti attribuiti ai bambini, crisi isteriche relazionali di varia natura. Il tutto condito da una bella dose di caos ma per fortuna anche da tanto divertimento.

Mi faccio guidare da mia figlia, dal suo desiderio di curiosare, da ciò che l’affascina. Quando vuole salire su un tram scopriamo che all’interno bisogna affiancare una lunga fila e mettersi in coda per provare l’ebrezza del posto di guida. Per fortuna, giunti in fondo al tram, Luna decide di godersi lo spettacolo che si svolge all’esterno e all’interno del mezzo, sedendosi comodamente in una zona completamente libera. Ne approfittiamo per gustarci qualche caldarrosta appena acquistata prima di decidere di ripercorrere la fila in direzione contraria per scendere e cercarci qualche luogo meno caotico.

In queste situazioni in pochi sembrano accorgersi di chi li circonda e io temo sempre spintoni e gomitate che possano mettere a rischio il tuo già precario equilibrio. A metà percorso, verso l’uscita, ci avviciniamo ad una porta socchiusa da cui, evidentemente, è vietato uscire.

Davanti a noi un padre con un bambino di circa sei, sette anni. Si guarda intorno con aria circospetta, già decisamente furbetta e poi guardando il figlio dice “li freghiamo tutti, noi usciamo di qua!”. Ecco, questo è uno di quei tanti insegnamenti che definirei non intenzionale. Almeno spero.

Di certo quel padre ha insegnato, anche suo malgrado, che rispettare le file, e quindi le regole, è da stupidi e trovare il modo di essere furbi è un trucco eccezionale per nutrire la propria parte più sbruffona. Per andare poi dove?

Rimango sempre colpita da quello che in certi luoghi ti affascina. Una parte la fanno certo i mezzi su cui salire, i grandi palloni che pendono dai soffitti altissimi, la musica a palla. Ma il cuore della tua osservazione e curiosità sembrano essere sempre le persone, che ti sfrecciano a fianco a volte facendoti sbattere gli occhi per il timore di essere travolta ma che spesso ti fanno ridere per le cose strane che fanno, affannandosi.

In questi casi, il mio spettacolo più bello, è quasi sempre quello di guardarti soprattutto quando fai quella faccia buffa come a dire “che strani tipi!”.

In compagnia del respiro

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di Irene Auletta

Ci sono frasi che ci colpiscono, persistendo nella nostra memoria e gironzolando dentro di noi alla ricerca di un luogo quieto. Stavo leggendo qualcosa a proposito del lavoro sul corpo e delle arti meditative quando ho incrociato una delle tante riflessioni intorno al respiro, al nostro rapporto con esso e alla possibilità di sentirsi e di stare in sua compagnia.

Non ci avevo mai pensato al respiro come compagno di viaggio, come uditore delle mie gioie o delle mie preoccupazioni. Eppure, solo a dedicarci un attimo di attenzione, ognuno di noi può realizzare come di fronte ad una tensione sentiamo un peso sul petto, come un dolore ci chiude la gola e come, a volte, i momenti di gioia arrivano fino in fondo alla pancia.

In tutti questi movimenti il nostro respiro è complice di come stiamo e, andarlo a ripescare come amico, mi pare proprio un bel suggerimento.

Da quando dedico tempo ad un lavoro sul mio corpo, mi ritrovo spesso ad accorgermi quando il mio interlocutore sta trattenendo il respiro, quando ha quello che comunemente chiamiamo fiato corto, quando la voce non è fluida. Di mezzo ci sono sempre le emozioni e certamente non è sufficiente lavorare solo sul respiro, però è un interessante punto di partenza. Per me è sempre un invito e una possibilità  a volgere lo sguardo verso di noi, a sentire come stiamo, come ci stiamo ponendo di fronte ad una determinata circostanza.

In sostanza, negli anni, ho imparato ad apprezzare i cambiamenti che posso attivare in me stessa e molto spesso come riflesso, ho osservato anche il mutamento di alcune relazioni che mi circondano.

Siamo poco abituati a prendere tempo, a fare pause, a lasciar andare a ….respirare. Lo sappiamo.

Ogni giorno mi impongo momenti di tregua e sempre di più riesco a rubarli alla frenesia dell’esistenza. Tutto questo ha tanto a che fare anche con l’educazione e con la mia professione. Quando i genitori, ma soprattutto le mamme, mi raccontano delle loro corse sento l’affanno nelle parole e nelle relazioni. Ogni tanto mi ritrovo a consigliare piccoli momenti di silenzio e mi immagino le scene possibili.

Mamma, ma cosa stiamo facendo qui in silenzio e senza fare nulla? Ci ascoltiamo amore.

L’embolo pedagogico

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di Irene Auletta

Giorni strani.

Nei vari servizi che sto attraversando per lavoro sembra sia scattato una sorta di conto alla rovescia in attesa della fine del mese di luglio e della prossima pausa estiva.

Fin qui nulla di strano, anzi.

La costante che più mi colpisce e’ l’accavallarsi dei racconti degli operatori circa la loro stanchezza e il senso di fatica che oserei definire dilagante.

Ma, anche questo, ci sta.

Quello che invece mi stona, sempre, anche durante il corso dell’anno, è la concentrazione sulle vicende o faccende che riguardano sempre  di più gli operatori, con il rischio di lasciare, inevitabilmente sullo sfondo, gli utenti dei vari servizi.

Diciamo che, in questi giorni, proprio per rimanere in tema, mi piacerebbe accogliere, un po’ di più, anche quesiti che possono riguardare la stanchezza dei bambini, le fatiche dei ragazzi o le preoccupazioni dei genitori.

Da quanto nei servizi educativi o socioeducativi, gli operatori hanno iniziato a occupare gran parte della scena? Oppure è sempre stato un po’ così e io non me ne rammento?

Di fatto, negli ultimi tempi, ogni tanto devo richiamare me stessa per non correre il rischio di scivolare in facili giudizi e far parlare più la mia stizza che il mio sguardo critico.

E poi, tutta questa fatica e stanchezza! Vogliamo parlarne e, al tempo stesso, provare a comprendere cosa ci stanno dicendo?

Delle due l’una.

O queste nuove generazioni di operatori sono geneticamente più deboli oppure dobbiamo trovare, proprio nell’educazione, nuovi spiragli interpretativi che ci aiutino a capire.

Almeno come antidoto per non crollare tutti, di stanchezza.

I colori della fatica

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di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Interviste bestiali

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di Irene Auletta

Ieri sera, di fronte ad un programma televisivo che va in onda da parecchi anni raccogliendo in prima serata un discreto successo, incrocio l’intervista a due insegnanti.

Parlano del loro rapporto con un bambino disabile di 8 anni, ne descrivono alcune caratteristiche e provano a nominare quelli che sono i loro obiettivi, che io immagino di tipo educativo e didattico.

Il tono, il linguaggio e le modalità dell’intervista mi toccano un po’ lo stomaco, ma poiché mi so sensibile al tema, vado avanti finché una delle due docenti enuncia tra i suoi obiettivi quello di umanizzare il bambino. Giuro che ha detto proprio così.

Prima di entrare in qualsiasi disquisizione che certamente si potrebbe avviare a fronte di questa affermazione, tengo a sottolineare il mio giudizio di totale buonafede dell’insegnante e, forse, è proprio questo parte del problema.

Capisco che parlando a volte si facciano strafalcioni e si dicano cose che non vorremmo mai dire ma, quando si ricopre un ruolo pubblico e, soprattutto, si decide di esporsi pubblicamente, ci sono delle responsabilità dalle quali non si può sfuggire. In questo caso la buona fede, o la sua compagna di sempre, la buona volontà, proprio non possono e non devono essere sufficienti.

Di fronte ad un vasto pubblico ritengo che si debbano sempre pesare le parole utilizzate, consapevoli che, comunque, gli ascoltatori faranno un loro utilizzo di ciò che riescono a comprendere.

Ma cosa vuol dire umanizzare un bambino? Renderlo umano forse? O cosa?

Come genitore del bambino raccontato mi sentirei probabilmente offesa, mortificata e, quasi sicuramente, infuriata.

Come professionista dell’educazione, non riesco a non interrogare le pessime figure e l’immagine di scarsa competenza che sovente si incrociano, soprattutto attraverso i media, quando educatori o insegnanti vengono raggiunti da qualche microfono.

Poi magari si scopre che quelle insegnanti sono molto preparate,  capaci e attente a cogliere i bisogni dei bambini ma, quella frase, è rimasta impressa nella mente di chi ha ascoltato e subito commentato su Twitter, senza alcuna possibilità di replica.

Le tracce delle nostre parole possono permanere ben oltre le nostre attese e così, noi educatori, ci auguriamo sia.

Cervello e bocca sono connessi da canali a volte misteriosi e, se ci sono sbavature, mi aspetto che ciascuno se ne assuma la responsabilità.

La brutta figura, rimane.

Noi che ci occupiamo di educazione

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di Irene Auletta

Devo ringraziare per queste riflessioni il collega che di recente ha scritto un post sul suo blog, proprio per esprimere alcune sue considerazioni relative ad alcune caratteristiche legate al lavoro educativo e alle scelte di chi decide di praticarlo.

Ci sono immagini e definizioni che rimangono scolpite nella memoria e vanno ben oltre quello che intendeva chi le ha evocate o pronunciate.

Spesso, rispetto al lavoro educativo, ho sentito parlare di lavoro duro, di posizione di trincea e di straordinarie fatiche.

A volte, a fianco, ho raccolto anche sfumature di bellezza, di passione, di interesse.

Da quando ho mosso i miei primi passi professionali, sono stata affascinata proprio dalle ultime cose nominate unitamente ad una forte curiosità, ad una spinta verso una ricerca continua di significati e di senso e dalla consapevolezza che continuare a raccogliere sapere, anche studiando, è per me l’unico modo per continuare a produrlo. Ne sono testimoni i tanti educatori che ho incontrato sulla mia strada e che riconoscerebbero in queste parole alcuni miei antichi tormentoni.

Alcune considerazioni verso le professionalità educative, e certamente comprendo in questa gamma anche gli insegnanti, mi hanno sempre raggiunto con un effetto stonato, dandomi la sensazione di un discorso vecchio e da superare, per poter produrre una cultura dell’educazione che vada oltre gli stereotipi che tutti noi incontriamo quotidianamente.

Credo che rischiamo altrimenti di essere noi stessi vittime della cultura che condanniamo e valutiamo con uno sguardo severo.

Perchè abbiamo sempre così bisogno di sottolineare alcuni aspetti di fatica che, molto probabilmente, appartengono a gran parte delle professioni? Siamo sicuri di esserci liberati di quella cultura salvifica, un po’ buonista o riparatoria, di cui abbiamo letto tante volte e che  il sempre attuale articolo di Enriquez ci richiama alla memoria?

A volte ho molti dubbi e dopo tanti anni, mi sorprendo ancora di come, anche le nuove generazioni professionali, siano ancorate a vecchie immagini.

Ostinatamente continuo a sostenere, e spero ad insegnare, l’importanza di affinare le competenze e di rinforzare il proprio sapere per allargare lo sguardo, per andare oltre quel giudizio che pietrifica le possibilità dell’incontro e il riconoscimento delle molte sfumature del lavoro educativo.

Racconto la passione praticandola e il sapere esibendolo.

Mi piace, quando parlo del mio lavoro, parlare anche di divertimento, di scoperta, di curiosità e di bellezza.

Immagino che sia così per molti ma che ancora sia difficile narrarlo o, può essere, che io abbia avuto poca fortuna nell’incontrare storie differenti.

Mi piace quando, anche insieme ad altri colleghi, sento che riusciamo ad aprire nuove porte perché credo che il sapore frizzante dell’aria nuova sia la nostra vera possibilità.

Ci vuole davvero nuovo respiro per il pensiero.

Vincoli

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L’educazione non ha a che fare con l’ordine del giusto, ma con il senso del possibile

 

 

Il rischio di nutrire

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Finalmente sono disponibili tutte le storie raccontate il 30 giugno durante il primo incontro di Agorà. Sono storie molto intense, molto diverse l’una dall’altra. Ascoltarle quella sera è stato emozionante. Sono da rileggere e da condividere. Ho un desiderio da quel momento: che sia stato solo l’inizio. Chi è immerso ogni giorno nell’esperienza educativa ha moltissimo da narrare, si tratta solo di riuscire a stanare in ognuno la voglia di farlo. Questo è un primo contributo. Fatevi un giro sulla pagina Fb di Chinonrischianoneduca, oppure scaricate il pdf qui.

Educazione ed evoluzione

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Vuoi dire che tocca di riscrivere Lezioni di pedagogia interazionale e magari anche la prima parte del Setting pedagogico …? Diavolo di un Pievani, leggo e poi vedremo. E comunque resta aperta una questione: saremo pur vissuti a fianco di molte altre specie di ominidi, ma la domanda aperta resta una, come mai siamo rimasti soli?

Telmo! Ricordi l’ipotesi di ricerca sulla chance adattava costituita dalla capacità di insegnare…? Son sempre pronto a riprenderla in mano.

Nella scuola che ho conosciuto

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo di Nadia Ferrari per la giornata di blogging sulla Scuola.

Ho sostenuto con piacere l’invito a parlare di scuola senza immaginare, per me, insegnate di scuola dell’infanzia statale da 35 anni (in via di dipartita) quanto risultasse difficile parlarne. Poi ho compreso che la mia difficoltà in parte stava nel dover parlare della scuola generalizzando… questo  mi riesce impossibile.

Tuttavia la mia riflessione si è messa irrimediabilmente in moto e la complessità seppure con paura mi è sempre apparsa come una sfida da raccogliere.

A  tutt’oggi la scuola ancora somiglia ad una “scatola nera” entro la quale si sa cosa c’è stato e cosa c’è, e non si sa cosa ci dovrebbe essere.

In altre parole il terreno scolastico è ancora indefinito, indefiniti  i tratti distintivi e le pertinenze che la distinguono da altre agenzie educative similari.

Nella scuola imperano come legati da un inesorabile destino due termini “educazione e insegnamento”, che coincidono e nelle stesso tempo si differenziano, dividendola spesso nella disputa su a chi consegnare il trono.

Disputa antica ma sempre presente che informa la scuola marcando idee, pratiche, metodi e progetti. Due essenziali registri mentali, due essenziali sensibilità: DUE SGUARDI.

Il primo, curioso di novità, di desideri, di emozioni, di fantasie, genesi di profonde soddisfazioni e domande ma anche luogo di passioni, di paure, di dolore. Uno sguardo a cui rivolgersi e allo stesso tempo averne paura, un modo diretto di sentire la realtà, pensarla, toccarla, apprenderla. Uno sguardo che ha permesso di descrivere e di spiegare il mondo attraverso molteplici narrazioni mitologiche. Lo sguardo del racconto che nasce quando si incontra il profondo, che richiama la fabulazione per quello che la mente non sa spiegare, sciogliere, elaborare: E’ l’universo delle emozioni, degli affetti, dei sentimenti.

Il secondo: è la ragione, sguardo sul mondo meno diretto, meno primario, uno sguardo forse meno libero, uno sguardo filtrante che fa passare non ciò che la nostra mente vede e sente, ma ciò che la ragione conferma.

Uno sguardo che smonta il complesso per cercare di capire, divide e analizza la realtà per leggerne le basi costitutive, i legami, le leggi che la regolano. Uno sguardo più attento e critico ma anche più difeso.

Si manifesta così uno dei grandi miti della conoscenza moderna: la separazione nella natura umana di ciò che è primario e di ciò che è secondario: la ragione dalla passione. Per molti questo sguardo ha illuso di conoscere e dominare il mondo, le paure, le fantasie. Sapere è potere. Ma poi al crescere delle certezze scientifiche, sono progredite le incertezze, si sono manifestate nuove ignoranze: si è perduto il trono della sicurezza che poneva l’uomo al centro del mondo e da dominatore del mondo passa all’abitante di un sole dell’hinterland, ai margini di una galassia mille volte più misteriosa di quanto la mente poteva immaginare.

Chi propende per la scuola dell’educazione allora vede e vuole una scuola attenta alla passione, chi si schiera per la scuola  dell’insegnamento, vede e vuole una scuola rigorosa, soprattutto nella programmazione, nell’apparato concettuale e nozionistico, attenta alle conoscenze nel senso più restrittivo del termine, intendendo spesso solo la dimensione della ragione.

Mi è capitato di trovare nell’opinione pubblica questa stessa differenza tra chi si è trovato a scegliere tra scuola pubblica o privata che nel simbolico senso comune ripropone spesso la dicotomia sopra enunciata, velatamente a scapito della pubblica. Così dalla dualità generatrice discende la figure professionale che legittima il ruolo dell’insegnante:  è meglio che approcci il sapere in modo freddo, razionale, sterile, “scolastico”, oppure deve e può “appassionarsi” ed essere pronta ad affrontare ogni situazione divenendo all’occasione un po’ mamma, un po’ psicologa, un po’ amica, un po’ prete… permettendo alla vita di mischiarsi alla scuola? Messa così la problematica è mal posta perché ripropone una dualità che nella realtà non esiste.

Palare di scuola è difficile? Perché la Scuola nell’astratto non esiste. Esistono stratificate nel tempo e nelle persone le sue diverse anime, che si affidano a tanti e diversi modelli d’intendere l’educazione e che su quei modelli si organizzano. Spesso nella scuola italiana ci si ritrova con modelli diversi anche tra le diverse classi e scendendo ancora di più nel parziale anche tra insegnate e insegnate.

Esistono tante e diverse Scuole fatte dalla gente che dentro ci lavora e dagli utenti che le frequentano sia nella pubblica che nella privata. Nella mia esperienza ho visto tantissimi insegnanti appassionarsi, lavorare con impegno, tentare di dare soluzioni possibili a problemi a volte impossibili, così come ho visto insegnanti chiuse, sfiduciate, gettare la spugna e arrendersi, arroccarsi dietro a programmi calcoli e grammatiche. Ho visto, purtroppo, insegnanti ammalarsi gravemente e impazzire.

Questo è l’esistente. Nonostante la normativa, con dei programmi assai innovativi  “le nuove indicazioni” che come dice il termine dovrebbero appunto dare indicazioni sulla configurazione della  scuola italiana, almeno in teoria.

Quello che con semplicità definiamo “Scuola” è il paesaggio che ognuno di noi da allievi o genitori o insegnanti si è trovato ad attraversare, un paesaggio, percorso da vie infinite, a tratti pianeggiante e facile da percorrere, a tratti tortuoso e aspro con salite che mettono alla prova la resistenza di tutti, in cui ogni anfratto dischiude e narra una storia particolare… unica nel bene e nel male.

Parti che spesso faticano a sentirsi collegate tra loro in un tutto, parti che forse hanno perso il desiderio di cercare il nesso che può fare da struttura che connette. Per comprendere il pluriverso scuola diviene necessario passare dal locale al globale attraversando ponti semantici così ampi per dimensioni e qualità nei quali è molto difficile incontrarsi.

Non mi rimane che parlare di me nella scuola, della mia esperienza e dell’amore che verso di essa ho imparato a nutrire.

La scuola come la conosco io, è ed è stata, una scuola abitata da padri  o madri pedagogici importanti: Hoven, Froebel, Agazzi e Montessori, e poi nel 2000 i costruttivisti Bateson. Maturana, Varela, Morin, Gardner. Ognuno di loro con la loro “genitorialità” ha lasciato la rappresentazione di  un bambino e di conseguenza un modo per educarlo. L’eredità è grande e la scuola che ho conosciuto io è una scuola che ha raccolto delle sfide.

Nella scuola che ho conosciuto io, sopravvive l’idea di un lavoro non prendibile con le sole tecniche, a me come insegnante non è servito imparare la tecnica per parlare in modo assertivo, o imparare la tecnica per gestire i conflitti, quando mi ci sono trovata in mezzo ho dovuto cercare di coniugare la mia relazione con il conflitto e il senso che avremmo potuto io e i miei allievi in quel momento attribuire.

Facilmente si possono addestrare venditori di un azienda a presentare un volto presentabile… perché il volto che si presenta è anche quello dell’azienda, come dire “se il segreto del successo professionale è quello dell’autenticità non dev’essere difficile fingerla” (Cerioli).

Nella scuola che ho conosciuto io, le tecniche funzionano quando funzionano le persone, quando le persone sanno riconoscersi problematizzando il senso del loro fare quotidiano e della loro fatica.

Nella scuola che ho conosciuto io spesso un lavoro si fa e si distrugge, si crea, si perde… quotidianamente si cerca, si cerca condividere.

Nella scuola che ho conosciuto l’incontro con l’incompiutezza dell’insegnante ha cavalcato con l’inconsistenza  di chi al posto di dotarsi a dare risposte si da come persona che cerca domande.

Nella scuola che ho conosciuto io, come ci ha ricordato Morin “gli insegnanti non assomigliano a quei lupi che marcano il loro territorio con l’urina e mordono quelli che lo violano. Ciò che è più temibile per loro è la mancanza di eros che è allo stesso tempo desiderio, piacere e amore, desiderio e piacere di trasmettere amore per la conoscenza e amore per gli allievi”.

Il gesto educativo a volte incanta, forse spaventa. Igor Salomone ci insegna si sente il bisogno di qualcosa che ancora non siamo pronti a scorgere, a capire ed ad amare: in-segnare.

L’insegnare nella sua dimensione squisitamente costitutiva di “lasciare un segno” di sé nell’incontro con gli allievi attraverso la conoscenza.

E quando si pensa a questo modo di essere dalla scuola non si può che riferirsi alla scuola pubblica, perché quando l’extracomunitario, lo zingaro, il giostraio, il disabile domandano il loro diritto di educazione ed istruzione così come è previsto dalla nostra Costituzione, è nella scuola pubblica che devono trovare ospitalità.

Nella privata, possono non esserci le risorse necessarie, posti disponibili o dato che sceglie delle tendenze,  orientamenti pedagogici o religiosi non condivisibili.  La scuola privata, nello Stato italiano  può esistere e deve fare la sua offerta formativa alternativa, di indirizzo,  ma è quella pubblica è la scuola di tutti.

Che tutti come cittadini abbiamo il diritto di chiedere, di avere e abbiamo il dovere di migliorare… al di là delle nostre scelte da individui.

La scuola pubblica è una delle più grandi ricchezze che abbiamo.

Nadia Ferrari

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