Eternamente bambini, ragazzi per sempre

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Eternamente bambini, ragazzi per sempredi Irene Auletta

Mentre stiamo organizzandoci per salire in auto mi accorgo che intralciamo il passaggio e allora mi scuso cercando di far affrettare mia figlia.

Non si preoccupi, mi dice la signora che sta spingendo la sedia a rotelle, la bambina può aspettare così ne approfittiamo per prenderci ancora un po’ di sole.

Siamo in uno spazio riservato ai posteggi per disabili, mi volto e seduta sulla sedia a rotelle vedo una giovane donna che mi pare non avere meno di venticinque anni.

Difficile dire quando anche agli occhi dei suoi genitori e dei suoi cari diventerà una ragazza. Se dico a mio padre che sua nipote non è più una bambina lui mi guarda alzando le spalle e con quel suo sguardo che sembra voler dire sei la solita esagerata!

Tante volte, parlando con gli operatori dei servizi per disabili adulti, mi sono soffermata sul loro nominarli sempre come ragazzi facendo così scomparire parole, immagini e significati riferiti a uomini e donne. Non è un vezzo semantico il mio perchè sono certa che le parole utilizzate nominano e orientano il mondo di significati di chi le sta esprimendo.

Dall’altra parte, mi ritrovo catapultata quasi in un universo parallelo quando, attraversando servizi per l’infanzia, incontro educatori e genitori che parlano di bambini di due anni quasi ne avessero venti. Le attese nei confronti dei bambini piccoli sono sempre più elevate e lo dice bene il recente termine adultizzazione, coniato proprio per nominare un fenomeno in atto negli ultimi anni.

Le attese poi, trascinano con sè anche i tipi di relazione che si instaurano. Se con i disabili si rischia spesso di sostituirsi a loro, di banalizzarne i gesti e le comunicazioni e, in buona sostanza, di infantilizzarli, con i bambini piccoli sembra smarrita quella dimensione di “bambinità” che, sospendendo linguaggi e significati adulti, può mantenere aperta la porta sulla meraviglia del mondo infantile, delle sue scoperte e della sua “visione del mondo”.

Immagino spesso una metaforica bilancia che potrebbe accogliere le due parti, aprendo nuovi e ricchi dialoghi e confronti. Figurati, non succederà mai, a chi interessa?, mi dicono colleghi con cui mi è capitato di parlarne.

Io insisto. D’altronde la tenacia l’avrai pur imparata da qualcuno?

Nonni all’orizzonte

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nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

Giù le mani

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IMG_1803di Irene Auletta

Ricordo molto bene come, tanti anni fa, incontrando le educatrici dei servizi per la prima infanzia ho iniziato a trattare temi relativi al contatto fisico con i bambini e alla necessità di pensare e ripensare il lavoro educativo come occasione per svelare e nominare gli eccessi possibili nei gesti di cura. Da allora ho attraversato parecchi servizi e, nei vari luoghi di formazione e supervisione, questo tema è riapparso sovente tra quelli ricorrenti e sempre attuali.

Pochi giorni fa, in un centro per bambini disabili, la scena si è ripetuta e mi sono ritrovata a nominare l’attenzione necessaria nell’incontro con il corpo altrui e con la sua persona. E’ possibili che nove o dieci operatori mettano le mani addosso allo stesso bambino? Accompagnare in bagno per il cambio, assistere durante il pranzo, imboccare, pulire la saliva alla bocca oppure il naso, aiutare a vestirsi o svestirsi, sostenere nella miriade dei piccoli movimenti quotidiani.

Solo facendo l’elenco mi viene prurito lungo tutto il corpo.

Quando il gesto arriva dall’esterno non sempre riesce a rispettare il tempo, la misura e il tono necessario e immagino quanta tolleranza, pazienza e disponibilità sia necessario, da parte di chi lo riceve, per non mettersi a urlare o a scalciare.

In realtà a volte i bambini o ragazzini disabili lo fanno con il rischio che, prontamente, gli operatori o i loro stessi genitori, sfoderino le migliori interpretazioni. E’ aggressivo, ipercinetico, ha un brutto carattere, fa i capricci, non è collaborante e via di questo passo in un elenco che ognuno può arricchire grazie alla sua esperienza o fantasia.

Io soffro tantissimo e mi accade sempre. Quando all’asilo nido pensavo ai bambini piccoli e alle interferenze continue delle educatrici, quando penso alle condizioni di bambini e ragazzini disabili che non sono in grado di esprimersi liberamente, quando penso alle condizioni di alcuni anziani non più in possesso di tutte le loro facoltà di adulti. Anche loro come i piccoli e i disabili, ogni tanto vengono definiti capricciosi o monelli.

Soffro quando penso a mia figlia, al suo passato, al suo futuro e all’ignoranza che ancora è presente nella cultura e nei servizi che ruotano intorno al mondo della disabilità.

Ogni tanto sono presa da un grande sconforto e mi chiedo cosa è possibile fare, oltre a quello che provo ad attivare quotidianamente come genitore e come pedagogista. Come reazione, cerco di non perdere occasione per fare nuovi pensieri e ipotizzare nuove azioni.

L’altro giorno, sempre nel centro per bambini disabili, osservavo gli operatori coinvolti nella supervisione. Sono persone, stanno imparando anche loro e sono certa che cercano di svolgere al meglio il loro lavoro. Ho provato un sentimento di fiducia e mi auguro che avvicinando i loro bambini ricordino le parole e le emozioni dell’incontro.

Il gesto, di per sè, è solo un automatismo. Farlo diventare educativo  e amorevole richiede tempo, pensiero e riflessione.

Abbiate pazienza bambini, pian piano arriviamo anche noi.

Chiudete gli occhi

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Chiudete gli occhi bambini. Mettetevi in fila indiana, le mani sulle spalle del vostro compagno davanti e seguitemi. State tranquilli. Non vi succederà nulla. Chiudete gli occhi e camminate.

Si sono spari quelli che sentite. Ma sono da un’altra parte. E noi ora ci allontaniamo. Non piangete. Non urlate. Chiudete gli occhi e seguite il vostro compagno davanti. Vi porto via.

Cosa é successo a Mary, Jhon, Pablito, Chen e a tutti gli amici della classe di fronte? Quella da dov’è venuto tutto quel baccano? Nn preoccupatevi per loro ora, staranno senz’altro bene. Chiudete gli occhi e continuate a camminare.

Potevate esserer voi, bambini, in quella scuola, in quella classe, quella mattina? Ma no, dai, non c’eravate. Sono tante le cose che possono succedere, ma non a voi. Chiudete gli occhi e state tranquilli.

Ah, certo, gli orchi esistono. Sono sempre esistiti. Ogni tanto escono dall’inferno e colpiscono. Ma tu non ti preoccupare, sono qui per proteggenti. Guarda quante armi ho comprato per combattere gli orchi. Sei al sicuro. Chiudi gli occhi.

Siamo tutti qui per proteggervi, bambini. Per educarvi alla pace, alla giustizia, alla serenità. Nessuna paura. Ci pensiamo noi. Imparerete tutto. Prima o poi. Ora, peró, chiudete gli occhi.

Ti insegno un trucco

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giochi di prestigiodi Irene Auletta

Ieri gita in città all’esplorazione di un deposito dell’ATM, durante un’iniziativa aperta al pubblico. Un fiume di gente, tanti adulti con bambini di differenti età, code per fare e vedere tutto. L’esposizione di autobus e vecchi tram permette di inventarsi giochi, fantasticare viaggi, immaginarsi alla guida di un tram sferragliando per la città della fantasia.

L’affluenza è decisamente diversa da quella incontrata solo due anni in un deposito vicino casa nostra ma, da veri esploratori, decidiamo di non demordere, buttandoci nella mischia e provando un po’ a capire come orientarci per vedere qualcosa e sperimentare una gita in un luogo solitamente chiuso al pubblico e ricco di curiosità.

In queste situazioni, vero acquario antropologico, si può osservare di tutto e, a chi come me si occupa di educazione, viene offerto uno scenario insostituibile che esibisce attese genitoriali, desideri degli adulti attribuiti ai bambini, crisi isteriche relazionali di varia natura. Il tutto condito da una bella dose di caos ma per fortuna anche da tanto divertimento.

Mi faccio guidare da mia figlia, dal suo desiderio di curiosare, da ciò che l’affascina. Quando vuole salire su un tram scopriamo che all’interno bisogna affiancare una lunga fila e mettersi in coda per provare l’ebrezza del posto di guida. Per fortuna, giunti in fondo al tram, Luna decide di godersi lo spettacolo che si svolge all’esterno e all’interno del mezzo, sedendosi comodamente in una zona completamente libera. Ne approfittiamo per gustarci qualche caldarrosta appena acquistata prima di decidere di ripercorrere la fila in direzione contraria per scendere e cercarci qualche luogo meno caotico.

In queste situazioni in pochi sembrano accorgersi di chi li circonda e io temo sempre spintoni e gomitate che possano mettere a rischio il tuo già precario equilibrio. A metà percorso, verso l’uscita, ci avviciniamo ad una porta socchiusa da cui, evidentemente, è vietato uscire.

Davanti a noi un padre con un bambino di circa sei, sette anni. Si guarda intorno con aria circospetta, già decisamente furbetta e poi guardando il figlio dice “li freghiamo tutti, noi usciamo di qua!”. Ecco, questo è uno di quei tanti insegnamenti che definirei non intenzionale. Almeno spero.

Di certo quel padre ha insegnato, anche suo malgrado, che rispettare le file, e quindi le regole, è da stupidi e trovare il modo di essere furbi è un trucco eccezionale per nutrire la propria parte più sbruffona. Per andare poi dove?

Rimango sempre colpita da quello che in certi luoghi ti affascina. Una parte la fanno certo i mezzi su cui salire, i grandi palloni che pendono dai soffitti altissimi, la musica a palla. Ma il cuore della tua osservazione e curiosità sembrano essere sempre le persone, che ti sfrecciano a fianco a volte facendoti sbattere gli occhi per il timore di essere travolta ma che spesso ti fanno ridere per le cose strane che fanno, affannandosi.

In questi casi, il mio spettacolo più bello, è quasi sempre quello di guardarti soprattutto quando fai quella faccia buffa come a dire “che strani tipi!”.

Radici paterne

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di Irene Auletta

Ogni volta che parlo con mio padre, riesce a riflettermi sfumature e aspetti che in qualche modo mi raggiungono ancora nuovi.

Il suo senso di responsabilità nei miei confronti, come figlia, e di mia figlia, come sua nipote, riescono sempre a stupirmi. Uomo di un’altra generazione.

Sentendolo parlare con me si potrebbe immaginare, come partner del dialogo, una giovane ragazza alle prese con le prime esperienze della vita e, invece….

Quando ero più giovane questo suo modo di fare mi infastidiva assai e quasi lo sentivo come un modo di non riconoscermi per quello che ero, per come ero cresciuta e, forse, anche per quello che valevo.

Oggi, ne percepisco possibilità nuove e sfumature altre.

In fondo, ho sempre sentito come stonate le parole di chi si rivolge ai propri genitori dicendo che, invecchiati, sono tornati come bambini e, ammetto, che mi piace fare la figlia e sentirmi tale.

Quando mio padre mi fa sentire che lui c’è, che per me è ancora una risorsa, che ha ancora voglia di occuparsi di me e di noi, lo sento vivo e presente e ogni giorno mi ricordo di non sprecare momenti preziosi.

Ieri, me lo ha ricordato per la duecentesima volta. Ti ricordi quando ti ho portata a teatro a vedere quello spettacolo e tu uscendo continuavi a ripetere tutta contenta “apriti sesamo!”.

Si papà, me lo ricordo bene, come fosse oggi.

Uno, due, tre… si dorme!

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di Irene Auletta

Ho raccontato tante volte di come, appena nata mia figlia, il mondo mi abbia accolto con alcune semplici domande. E’ brava? Mangia? Dorme?

Come segnale di benvenuto non è stato molto facile da gestire e, nel mio novello ruolo di madre, ho subito capito che la strada sarebbe stata parecchio impegnativa.

Naturalmente, mia figlia aveva parecchi problemi con il cibo ma, soprattutto, non ne voleva proprio sapere di dormire.

Ci ho ripensato tante volte negli anni che sono passati da allora e proprio in questi giorni, raccogliendo l’ennesimo “sfogo” di una madre, mi sono tornate alla memoria le strategie pensate, inventate e praticate per affrontare le notti insonni e per resistere.

In fondo i genitori sanno bene che hanno tante cose da imparare e da insegnare, ma forse il sonno, difficilmente rientra in questi elenchi. Certamente è una questione che spinge a misurarsi con una grande fatica e forse, proprio per questo, può essere tanto più tollerata quanto più se ne afferra il senso.

Chi dice che per i bambini piccoli dormire è naturale dimentica di prendere in considerazione le tante storie individuali e particolari di quei bambini che hanno bisogno di più tempo per incontrare questo aspetto della loro tenera esistenza.

Mi piace pensare e dire che ogni bambino incontra la vita in modo differente, la sua vita e per qualcuno ci vuole più pazienza e tenacia.

Così mi sono vista come madre, passare dalla disperazione al senso di impotenza, dalla rabbia alla comprensione, dall’incapacità alla possibilità di trovare la strada possibile per me.

Ho avuto la possibilità di esercitarmi parecchio, perchè la diagnosi di disturbo patologico del sonno, relativa a mia figlia, mi ha fatto capire da subito che non me la sarei cavata in qualche anno, come accade alla stragrande maggioranza dei genitori.

Qualcuno, nel tentativo di alleviare le nostre fatiche, negli anni, si è anche cimentato con qualche battuta ironica facendo riferimento al nome di mia figlia, Luna, e al suo sorgere proprio la notte.

Chissà. I nomi parlano sempre di persone e di storie.

Oggi quando la luna del cielo e la Luna della terra si incontrano, possono contare sulla presenza di una mamma che ha imparato, ha trovato la sua soluzione e che ne cerca sempre di nuove.

Ogni notte, quando accade, penso alla fatica di mia figlia e a quanta tenacia ci ha messo per imparare a dormire. Allora, distesa a fianco lei, nasce una nuova storia che si unisce a quelle segrete e misteriose inventate negli anni, anche per raccontarci la nostra storia.

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